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Ricapitoliamo

8 minuti di lettura

Riceviamo da un nostro lettore una chiave di lettura sull’attuale situazione economico-sanitaria italiana, nel contesto europeo

 

Siamo stati travolti dal Coronavirus, ma forse è arrivato il momento di sistemare alcuni pezzi del puzzle per farci un’idea su quanto è successo da quando il 30 gennaio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarava l’emergenza sanitaria globale: non era un primo allarme, perché già nel settembre scorso l’Organizzazione aveva paventato una grave minaccia pandemica e le successive cronache da Wuhan avrebbero dovuto ulteriormente incrinare le nostre tradizionali certezze.

 

La tragedia ha portato innumerevoli lutti e difficoltà, ma ci ha anche permesso di rivedere una proficua collaborazione tra scienza e politica: nel 2010 Tremonti, negando alcune risorse economiche al ministero del collega Bondi, affermò che con la cultura non si mangia (non furono queste le sue esatte parole, ma così riporta la vulgata) e da allora il rapporto tra conoscenza e politica è persino peggiorato, dando spesso all’impreparazione un fatale ruolo di preminenza.

 

La scienza non è altro che la rappresentazione matematica della realtà e in questa occasione ci ha indicato come, dove, quando e per quale motivo si sta diffondendo la pandemia anche se, data la novità del virus, i modelli di ricerca non sempre sono comparabili: ciononostante abbiamo imparato che non possiamo permettere a nessuno di guidare la nostra vita senza le dovute competenze, per cui speriamo che questa tragica esperienza ci porti almeno all’inizio di un ciclo politico più responsabile.

 

Il nostro Governo a mio avviso si è mosso con sufficiente energia: è evidente che quando un’azienda viene colpita da uno tsunami di tali dimensioni il primo e incalzante impegno del responsabile è garantire il galleggiamento e questo è sicuramente avvenuto, anche con quelle imprecisioni, contraddizioni e incongruenze che sono logiche figlie dell’affanno e dell’urgenza: tra l’altro, su evidente pressione dei medici, l’Italia ha adottato l’isolamento sociale cercando di anticipare il virus, mentre America e Regno Unito hanno scelto la strada di seguire il virus, strada che sembra avere meno efficacia.

 

La stragrande maggioranza delle nazioni occidentali ha poi adottato il metodo italiano e questo per noi è molto tranquillizzante, perché ha confermato la fondatezza delle scelte governative di fondo.

 

E il 31 gennaio scorso venne deliberato lo stato d’emergenza, con una durata preventiva sino al 31 luglio prossimo e vennero successivamente emanati alcuni provvedimenti che, come detto, prevedevano – in sintesi – una reclusione dei cittadini nelle loro case: è stata una decisione sconvolgente visto che, da generazioni, eravamo abituati alla libera circolazione delle persone e al libero scambio delle merci.

 

Insomma, pur seduti in salotto, siamo sostanzialmente in guerra e se una volta quando c’erano i bombardamenti bisognava correre nei rifugi e chi non seguiva questa rigida indicazione rischiava solo ed esclusivamente la propria vita, oggi chi trasgredisce l’isolamento non solo può provocare un danno ad altri, ma incide direttamente sulla durata di queste faticose  restrizioni: la maggioranza della popolazione ha ragionevolmente seguito le indicazioni governative, ma un numero di persone non trascurabile, forse per infantile egocentrismo, non ha ritenuto e non ritiene di sacrificare le proprie abitudini di vita per il raggiungimento, nel più breve tempo possibile, del traguardo sanitario, tant’è che recentemente la curva dei contagi ha ripreso a risalire. Così va il mondo!!!

 

Naturalmente meritano una forte attenzione anche le conseguenze economiche di questo tragico evento, perché un’attività imprenditoriale (commerciale o industriale che sia) non esiste se non ha una vitale liquidità e questo blocco sanitario, pur necessario ed essenziale, impatta violentemente su realtà che se da un lato non possono assolutamente derogare alle precise indicazioni mediche, dall’altro, se crollassero per il fermo, provocherebbero spaventose perdite in termini economici ed occupazionali.

 

C’è poi la struttura di uno Stato (continuamente non governato, ma gestito per i vantaggi del vincitore politico di turno) che fa acqua da ogni lato e così crolla il ponte Morandi, così non ci sono strutture informatiche efficienti, si bloccano le richieste all’INPS e non si trovano tamponi, mascherine, macchine per la respirazione artificiale o quanto necessario per la dovuta assistenza medica dei cittadini.

 

Per valutare concretamente gli effetti delle conduzioni politiche degli ultimi 25 anni, potremmo paragonare la nostra situazione sanitaria con quella di altri Paesi e constateremmo che l’Italia, con 60 milioni di abitanti, ha dovuto affrontare la crisi con 5.000 posti di terapia intensiva, mentre la Germania, con circa 80 milioni di cittadini, ne può contare 28mila (TV tedesca Welt): insomma sulla sanità si doveva risparmiare e così i posti letto pubblici che nel 1995 erano 45.600 (81% del totale), nel 2019 sono scesi a 20.900 (circa il 61% del totale) e di questa diminuzione ne ha beneficiato il settore privato.

 

Vale anche la pena ricordare che la sanità pubblica è al servizio dei cittadini indipendentemente dai costi, mentre quella privata cerca giustamente una remunerazione ai suoi investimenti che in questi venticinque anni sono stati forse troppo tutelati da favoritismi politici probabilmente ricambiati.

 

Questa è la situazione con cui l’attuale Governo ha dovuto affrontare l’epidemia e oggi si manifestano ripetute insistenze per conoscere la data d’uscita dai vincoli sociali, non comprendendo che la fine della nostra clausura non attende l’ultimarsi di una ricostruzione o di uno scavo, ma dipende da un virus che non conosce date o confini.

 

Si è poi determinata una particolare situazione che vede nella Lombardia, Veneto e Emilia Romagna le regioni più colpite dal virus e questo è sicuramente comprensibile vista l’industrializzazione di quei territori e la conseguente necessaria, ma ora dannosa, mobilità per promuoverla e rinforzarla, ma fra le tre regioni ci sono anche delle differenze apparentemente inspiegabili che il sotto riportato schizzo (Repubblica 07.04.2020) riassume:

 

 

Dunque in quella data la Lombardia registrava 28.469 contagi, il Veneto 9.722 e l’Emilia Romagna 13.051: la situazione lombarda stupisce particolarmente, considerando anche che sul dato emiliano incidono per forza di cose i contagi di Piacenza, che dista 16,3 km da Codogno (10/15 minuti di macchina).

 

Per cercare di capire questa anomala situazione ricordo ancora che il virus compare a Wuhan nel dicembre 2019, il 30 gennaio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara l’emergenza sanitaria globale e il giorno dopo, 31 gennaio, viene deliberato in Italia lo stato d’emergenza.

 

Ebbene, premesso tutto questo, il 19 febbraio scorso – e quindi dopo i provvedimenti indicati – si è giocata a Milano la partita Atalanta/Valencia con 45 mila tifosi arrivati da Bergamo e, successivamente, si scoprì la positività del 35% del personale societario del club spagnolo: penso che quella partita sia stata una bomba epidemiologica e non capisco come mai le autorità regionali non l’abbiano impedita o almeno autorizzata a porte chiuse. È del tutto logico pensare che quegli spettatori, ritornati a casa e alle loro faccende, abbiano riversato su Milano, Bergamo e dintorni quanto probabilmente raccolto allo stadio.

 

Abbandonando gli assembramenti sportivi, ho poi notato – grazie alle riprese TV – che la metropolitana di Milano, anche dopo gli interventi governativi di limitazione alla circolazione delle persone, alle prime ore del mattino (orario di lavoro) continuava ad essere più che affollata, quando invece un aumento delle corse e l’istituzione di autobus di superficie sullo stesso percorso (non c’era più traffico) avrebbero probabilmente fatto diminuire gli assembramenti.

 

Ai limiti di circolazione delle persone, Regione e Assolombarda hanno opposto forti resistenze e questo potrebbero costituire un altro possibile elemento caratterizzante delle pesanti evidenze statistiche della regione, perché tutti sappiamo che le previsioni economiche sono, a dir poco, molto preoccupanti, ma ciò non può giustificare un’insistita indifferenza a quanto deciso dal Governo, mentre i tavoli delle Prefetture venivano contemporaneamente sommersi da comunicazioni di deroga che probabilmente, in molti casi, si reggevano solo grazie al vantaggio del silenzio/assenso.

 

Il Governo deciderà i tempi di riapertura, ma oggi, a quanto dicono gli scienziati, le condizioni di sicurezza non ci sono e quindi, salvo le deroghe previste, le aziende purtroppo dovranno restare chiuse.

 

È poi caduto il velo sul Pio Albergo Trivulzio e il suo DG Giuseppe Calicchio sembra ora indagato per epidemia e omicidio colposo e la Lombardia ha anche polemizzato col Governo per la mancata costituzione di una “zona rossa” nella provincia di Bergamo, ma una nota governativa ha precisato che “le Regioni non sono mai state esautorate dal potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti” e infatti, per analoghe ragioni, si erano a suo tempo così attivate Lazio, Basilicata e Emilia Romagna (Corriere 06.04.2020).

 

Questi sono alcuni fatti ma, continuando con i raffronti, il Corriere del 1° aprile scorso evidenziava, con esplicativi grafici, ulteriori differenze tra Lombardia e Veneto relativamente ai decessi, ai tamponi, ai ricoverati e alla terapia intensiva

 

 

e questi dati evidenziano strabilianti differenze.

 

Non so se le due regioni siano effettivamente paragonabili, ma visto che il virus non ha avversioni politiche o limiti geografici e temporali, che lo smog e gli impianti di aerazione non sono esclusiva del territorio lombardo e che in Lombardia c’è stato un incendio contro gli accentuati focolai di posti vicini, per forza di cose in quella Regione le insufficienze devono essere state decisamente significative.

 

E poi arriviamo all’Europa e devo dire che la posizione dei Paesi più rigidi non la trovo del tutto immotivata, tant’è che ricordo con fastidio che il IV governo Berlusconi, il 31 maggio 2010, addossò a tutti i cittadini italiani il debito della città di Roma e la Lega Nord ne avallò la scelta: oggi Catania (uno tra molti altri comuni) è messa male e non vorrei che la storia si ripetesse.

 

La situazione economica preoccupa tutti, anche perché, precedentemente a questa crisi, il debito globale del pianeta ammontava a 253 mila miliardi di dollari (non saprei scriverlo in numeri) e il timore che banche o aziende non siano in grado di onorare le obbligazioni emesse è sicuramente concreto: parliamo di quantative easing, di eurobond, di Mes o di altro, ma sempre debiti sono e mentre con i debiti i più ricchi guadagnano, la classe media e operaia sempre più si affanna.

 

Al 31 dicembre scorso il debito pubblico italiano era di 2.409 miliardi di euro e innumerevoli volte abbiamo sia chiesto con successo all’Europa una particolare flessibilità ai limiti imposti dalle regole comuni, che colto benefici inaspettati come il quantative easing di Draghi ignorando, nello stesso tempo, i generali e ripetuti inviti (anche di Draghi) a rimettere a posto i nostri conti.

 

Dal gennaio 1992 al gennaio del 2020 abbiamo avuto 17 governi e solo due di essi non hanno aumentato il debito pubblico  (Prodi 1: maggio 1996-ottobre 1998 e Prodi 2: giugno 2001-maggio 2008), mentre un terzo non ha potuto evitare l’aumento stante le particolari condizioni in cui operava (Monti: novembre 2011-aprile 2013): tutti gli altri – e sono stati 14 – o per inseguire gli obiettivi elettorali o per ingraziarsi i futuri elettori, hanno decisamente e impropriamente abusato di questa disastrosa leva politica.

 

Siamo quindi dei debitori insistenti e, ancora umiliato, ricordo in una conferenza stampa internazionale gli atteggiamenti sarcastici della Merkel e Sarkozy in risposta a una domanda dei giornalisti su Berlusconi.

 

Comunque, gli eurobond sono per noi essenziali perché, con il nostro debito e con le spese sostenute e che si sosterranno per il Coronavirus, la mancanza di un adeguato strumento finanziario di protezione europea scatenerebbe la speculazione e, probabilmente, dopo una fortissima diminuzione dei nostri risparmi immobiliari e mobiliari, per sopravvivere non ci rimarrebbe altro che chiedere aiuti a Russia e Cina con conseguenze geopolitiche difficili da definire; del resto, come ci ha recentemente spiegato il professor Perotti (Bocconi), questi benedetti coronabond sono semplici obbligazioni emesse e garantite da tutti i paesi europei, per cui saranno un po’ più costosi per gli attenti paesi del nord e un po’ più vantaggiosi per gli altri (tra cui noi), ma la resistenza di alcuni (Olanda, Germania, Austria e Finlandia) non si motiva con un semplice egoismo, ma – penso – per un prevedibile scivolamento del loro elettorato verso i partiti sovranisti, qualora i loro politici cedessero alle richieste “spendaccione” dei paesi del sud d’Europa; il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) invece, sarebbe una soluzione del tutto accettabile se si concretizzasse una necessaria modifica funzionale e si adeguasse la sua capacità economica.

 

Solo con la realizzazione di uno di questi compromessi europei si potrà costruire la desiderata ripartenza, ma ricordiamoci sempre e comunque che siamo maggiormente in affanno rispetto ad altri paesi solo e soltanto per l’entità del nostro debito pubblico, e che tutte le altre sbandierate motivazioni (salvo il dumping fiscale olandese) sono piccoli e fragili paraventi.

 

In conclusione, non ho voluto tracciare una linea di merito tra regioni e stato, ma ho citato degli episodi che ci possono aiutare, a problema finito, a riscrivere le linee guida per cogliere nuovi obiettivi e metodi sia politici che sociali.

 

Luigi Giovannini

 

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