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Il Green Marketing è diventato una delle strategie aziendali più di tendenza e in voga negli ultimi anni per molte aziende: un tentativo di catturare il mercato in crescita dei consumatori attenti all’ambiente a livello globale, implementando una serie di pratiche rispettose per il nostro pianeta.

 

Il Green Marketing comporta essenzialmente la vendita di prodotti e servizi in base ai loro benefici ambientali. Sebbene questi sforzi di marketing coincidano con la responsabilità sociale delle imprese, evidenziano comunque in positivo le sfide che molte aziende ecologiche devono affrontare.

 

Questa tipologia di marketing può essere complicata perché i consumatori possono essere diffidenti nei confronti di alcuni marchi che percepiscono come non autentici. D’altra parte, è più probabile che le persone acquistino il prodotto o servizio se credono che sostenga una causa che supportano.

 

Quanto è Green il tuo businness?

Esistono molti modi in cui le aziende possono impegnarsi nel marketing ecologico. Possono attuare misure di controllo, riduzioni dei rifiuti e delle emissioni, utilizzare imballaggi riutilizzabili, usare materiali biodegradabili e modificare i processi di produzione per renderli più rispettosi dell’ambiente, magari approfittando di Internet e le potenzialità dei Social Network… Queste e altre pratiche attente all’ambiente rafforzano l’impegno di un marchio nel “diventare green”.

 

Come rendere più ecologica la tua strategia marketing

1. Focus sulla cultura

Uno dei modi più efficaci per comunicare l’approccio ecologico del tuo marchio è quello di enfatizzare la tua cultura green.

Ogni aspetto della tua attività dovrebbe riguardare il modo in cui implementi le pratiche ecologiche e il modo in cui ti sforzi di operare in modo più rispettoso per l’ambiente. A questo scopo puoi sfruttare i Social Network, sfruttando la loro capacità di amplificare i messaggi concentrandosi sui valori del segmento ecologico del tuo pubblico.

 

2. Sostieni la community

Una cosa molto utile è quella di essere coinvolti con la comunità locale e coinvolgere le persone chiave e le organizzazioni locali nei propri sforzi ecologici. Potresti sponsorizzare eventi a beneficio di enti ambientalisti o lanciare iniziative rispettose dell’ambiente con l’aiuto della città o del consiglio comunale.

 

3. Mostra le tue azioni

Ricorda di promuovere il coinvolgimento della tua azienda nelle campagne ecologiche locali documentando eventi con foto e video. Pubblicando questi sui tuoi canali Social e sul Blog del tuo sito web, questo rinforzerà la tua immagine aziendale come una società coinvolta creando un efficace booster di credibilità. Le organizzazioni della comunità inoltre apprezzeranno l’esposizione aggiuntiva che fornirai tramite il web.

Brevi video esplicativi possono essere molto utili per mostrare i tuoi sforzi a sostegno della sostenibilità ambientale. Puoi condensare argomenti abbastanza complessi in termini semplici e comprensibili, trasmettendo il tuo messaggio tramite un video facile da comprendere che il pubblico troverà coinvolgente e avvincente. Ricorda che il 95% degli spettatori conserva le informazioni dei video in modo più efficace rispetto ai messaggi di testo, con questo metodo quindi hai maggiori possibilità di connetterti con il tuo pubblico di destinazione.

 

4. Dare priorità alla trasparenza e alla comunicazione

Immagine e reputazione sono tra i maggiori punti di forza di un’azienda.

È sempre importante stabilire e conservare una buona reputazione, ma è particolarmente cruciale quando ci si impegna nel Green Marketing. Dato che l’impegno ecologico è intrinsecamente legato ai valori, vorrai che il tuo marchio rimanga coerente a questi valori.

È altrettanto importante essere trasparenti sulle tue operazioni per creare fiducia con il tuo pubblico. Le persone rispondono ai marchi che percepiscono come autentici, quindi costruire un’immagine di trasparenza e comunicazione aperta sono fondamentali.

Troverai utile comunicare con le persone tramite i Social Network in modo che il pubblico disponga di una piattaforma comoda e accessibile su cui tenere traccia dei tuoi sforzi in ambito ambientale.

 

Esempi di aziende rispettose dell’ambiente

Tre società che hanno fatto progressi significativi nel Green Marketing: sono Patagonia, Ikea e Seventh Generation.

Patagonia è un marchio di abbigliamento sportivo e di avventura con una Mission che si concentra sulla produzione dei migliori prodotti per l’outdoor, non causando danni inutili all’ambiente e utilizzando le imprese per ispirare e implementare soluzioni alla crisi ambientale. Per raggiungere questi obiettivi, l’azienda utilizza solo cotone organico che soddisfa lo standard biologico globale. Oltre il 56% dei suoi tessuti è certificato e la maggior parte sono realizzati con tessuti riciclati.

Contrariamente alla maggior parte delle altre aziende di abbigliamento, Patagonia incoraggia i suoi clienti a riparare e riutilizzare i loro prodotti invece di fare nuovi acquisti.

Ikea è il più grande rivenditore di mobili al mondo, con oltre 400 negozi in diversi paesi, una forza lavoro di oltre 170.000 dipendenti e oltre 915 milioni di clienti ogni anno. La società sta attualmente operando secondo il piano “People & Planet Positive”, tra gli obiettivi ci sono l’ottenimento di tutti i materiali in legno, carta e cartone da fonti più sostenibili, l’utilizzo del cotone solo da altre fonti ugualmente sostenibili e il miglioramento della sostenibilità del 90% dei propri prodotti.

Seventh Generation Inc. è un produttore con sede negli Stati Uniti di prodotti per la pulizia, la carta e la cura della persona, è la più grande azienda di forniture per la pulizia ecocompatibile del mondo. Utilizzando trasparenza e realizzando prodotti ecologici di alta qualità, l’azienda è tra le prime al mondo nell’aiutare ad innalzare gli standard di sostenibilità dell’industria manifatturiera.

 

Sei un imprenditore? Inizia anche tu a fare un gesto buono per l’ambiente, le strategie di Green Marketing possono iniziare in qualsiasi momento: dall’uso di energie rinnovabili alla scelta responsabile dei materiali, fino allo sviluppo di un piano di comunicazione online che promuova la tua nuova Mission colorata di verde!

L’ultima indagine SOStariffe.it ha stimato l’andamento dell’uso del comparatore conti correnti nell’ultimo anno in nove diverse città italiane

 

Aumenta, rispetto al 2019, il ricorso ai tool di comparazione tariffe per risparmiare sui costi bancari: a servirsi della comparazione per sottoscrivere un nuovo conto corrente online sono soprattutto giovani uomini di età 25-34 anni che vivono in grandi città come Bologna e Napoli.

 

Sono sempre di più coloro che, dopo essersi avvalsi di un comparatore per confrontare i conti correnti, procedono a sottoscrivere un conto online più conveniente (+51,34% rispetto allo scorso anno). Volendo tracciare un identikit dell’utente tipo che sceglie di farlo, potremmo dire che è un giovane uomo, di età compresa tra i 25 e i 34 anni. In realtà anche le donne, anche se in misura minore, usano i tool di comparazione sul web che restano ad ogni modo più gettonati nella fascia d’età tra i 25 e i 44 anni. A rilevarlo è l’ultima indagine SOStariffe.it che ha analizzato come è cambiata la propensione ad aprire un nuovo conto in seguito alla comparazione delle tariffe, nel corso degli ultimi 12 mesi.

 

 

La comparazione bancaria funziona: +51,34% coloro che dopo acquistano

Il report pone a confronto le rilevazioni condotte a maggio 2019 con quelle poste in essere il mese scorso da SOStariffe.it tramite il proprio comparatore di offerte conti correnti. Lo studio si è focalizzato su tre parametri: la località di provenienza dei correntisti insoddisfatti, il sesso e l’età. Le città prese in esame sono nove e sono distribuite lungo tutto lo stivale e le Isole: Milano, Roma, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Catania, Bari e Palermo. La media italiana di coloro che, subito dopo aver comparato i conti correnti, decidono di procedere con la sottoscrizione di nuovo acquisto sul sito di una banca è del 51,34%. Un incremento significativo rispetto al 2019, segnale che la comparazione nel settore bancario risulta efficace per chi la utilizza.

 

 

 

 

Nelle grandi città si prova a risparmiare di più

Se esaminiamo la provenienza di coloro che decidono di optare per un altro conto subito dopo aver effettuato la comparazione, ci accorgiamo che è soprattutto nelle grandi città che si va a caccia di offerte più convenienti. Nord, Centro o Sud non fa differenza. E così, a guidare la classifica delle località che più ricorrono al confronto tariffe, troviamo Bologna (+76,33% di sottoscrizione online), seguita da Napoli (+ 65,57%) e da Milano (+ 64,75%).

 

C’è un gruppo di città poi che hanno incrementato l’utilizzo rispetto al 2019, ma in misura minore. Parliamo di Roma, la Capitale è in linea grossomodo con la media nazionale (+50,92%), ma anche di Torino (+ 44,17%), Bari (+ 41,40%) e Catania (+ 39,77%).

 

Infine, ci sono gli abitanti di alcune località che non hanno mostrato un atteggiamento molto diverso rispetto a quello dello scorso anno, come Firenze (+8,20%) e Palermo che è l’unica città addirittura in controtendenza rispetto all’andamento generale (-8,20%).

 

 

La comparazione online conquista i giovani

Se invece prestiamo attenzione alle fasce d’età degli utenti più inclini a cambiare conto corrente dopo l’uso di un tool di comparazione, scopriamo che si tratta soprattutto di giovani adulti. Il confronto tariffe è molto comune tra chi ha un’età compresa tra i 25 e i 34 anni (+74%). A seguire troviamo i ragazzi tra i 18 e i 24 (+ 52%), quasi ancora adolescenti ma già attenti alle proprie finanze, al pari degli over 35 ma under 44 (+51%). Gli utenti di età superiore fanno registrare invece un’inversione di tendenza, probabilmente allontanandosi dalla tecnologia con l’avanzare degli anni. E così la comparazione online nel settore bancario non fa molti proseliti tra chi ha un’età compresa tra 45 e 54 anni (-6%), va ancora peggio per chi invece si colloca tra i 55 e i 64 anni (- 14 %), e chiaramente per gli over 65 (-36%).

 

Se guardiamo alla variazione in base al sesso, sono soprattutto gli uomini (+59,5%) a passare dal confronto online all’acquisto. Mentre le donne che si preoccupano di risparmiare sui conti (perlomeno avvalendosi di un comparatore) sono molte meno (più 38,7%). Ma entrambi i sessi fanno registrare un incremento rispetto a 2019 nell’adesione a un nuovo conto dopo aver confrontato i prezzi.

 

“Da tempo assistiamo ad un graduale passaggio verso i conti online – dichiara Giordano Gala, Responsabile delle divisioni Finance e Gas&Power di SOSTariffe.it – ma i numeri registrati nell’ultimo periodo indicano un notevole cambio di marcia rispetto al passato. In un contesto di emergenza epidemiologica, con l’obbligo del distanziamento sociale, probabilmente le persone hanno ricevuto una spinta all’apertura dei conti correnti online, non avendo necessità di recarsi fisicamente in una filiale né per l’apertura né per l’operatività. Avere più tempo a propria disposizione ha permesso alle famiglie italiane di riprendere in mano ciò che erano soliti rimandare proprio a causa di impegni eccessivi”.

 

I vantaggi di avere un conto corrente online

Perché preferire un conto corrente online rispetto a uno tradizionale? Nella maggior parte dei casi si tratta di conti a zero spese, privi di canone mensile e di commissioni per svolgere le principali operazioni bancarie. Ciò è possibile perché la gestione del conto in modalità internet banking consente di abbattere i costi necessari a remunerare il personale di sportello e per la gestione delle singole filiali bancarie. Inoltre, questo tipo di conti correnti è ormai assolutamente sicuro, grazie a meccanismi di protezione basati su sistema di autenticazione a due fattori. Per scoprire, tra le offerte delle varie banche, le soluzioni più convenienti rispetto alle nostre esigenze finanziarie, possiamo consultare il comparatore intuitivo e semplice di SOStariffe.it.

Riceviamo da un nostro lettore una propria riflessione sulle riaperture commerciali dell’imprenditoria italiana

 

L’articolo 1 dello statuto di Confindustria (vision e mission) informa che l’Associazione “partecipa al processo di sviluppo della società italiana, contribuendo all’affermazione di un sistema imprenditoriale innovativo, internazionalizzato, sostenibile e capace di promuovere la crescita economica, sociale, civile e culturale del Paese”.

 

Direi che, dopo questa esaustiva informazione, era logico attendersi un’attività associativa capace di interpretare le opportunità e le difficoltà dei mercati, ma l’imprenditoria italiana, nonostante il profondo cambiamento dei suoi orizzonti operativi, ha continuato ad essere più attenta ai vantaggi dei rapporti di relazione (politici compresi), che attrezzarsi per sfidare la concorrenza.

 

E così, nelle elezioni del 2016, gli industriali italiani preferirono per la carica presidenziale di categoria Vincenzo Boccia (imprenditoria assistita) a Alberto Vacchi (imprenditoria di mercato) e dopo quattro anni il mandato confindustriale è terminato non solo con l’invariata fragilità dell’economia italiana, ma anche con l’urgente deposito al tribunale fallimentare di una procedura (182 bis) che permette alla Arti Grafiche Boccia di congelare l’esposizione debitoria nei confronti di banche e creditori senza dover dichiarare l’insolvenza e fallire.

 

Dopo questo ennesimo irridente risultato e in contemporanea con la titanica lotta della politica contro il Coronavirus, Confindustria ha avuto – per termine di mandato – nuove elezioni presidenziali e Carlo Bonomi, già Presidente di Assolombarda e piccolo imprenditore del settore biomedicale, è stato designato alla presidenza con 123 voti contro i 60 della sua rivale (maggioranza schiacciante).

 

Non ho particolari conoscenze sull’attività del Designato, ma per struttura e dimensione aziendale mi sembra che il capitale di rischio impegnato dal neopresidente per la sua attività sia esiguo e frazionato, per cui sarà estremamente difficile aspettarsi anche in questo quadriennio un adeguato cambio strategico a supporto delle nostre necessità industriali.

 

Certo Bonomi gode comunque di stima e consenso ed è ritenuto uomo capace e risoluto, ma nelle sue prime dichiarazioni post elezione ha criticato il governo sottolineando, tra altre cose, l’urgente necessità di “riaprire in sicurezza” e l’importanza di recuperare l’orientamento di una politica troppo affollata di esperti.

 

Non condivido queste tesi perché le decisioni governative, anche se eventualmente errate, non hanno sicuramente privilegiato una o l’altra regione e quindi le profonde disparità evidenziate raffrontando la situazione sanitaria lombarda con la condizione dei territori confinanti (Veneto e Emilia Romagna), ci portano a riflettere non solo sull’efficacia delle rispettive risposte strettamente sanitarie, ma anche, per restare in argomento con l’attività produttiva, sulla risposta lombarda al lockdown governativo, sul numero di autocertificazioni aziendali quanto meno affrettate (12 mila richieste in un solo giorno ai prefetti), sul motivo che ha portato (dati ISTAT) 2 milioni di lavoratori al lavoro senza misure di protezione e con protocolli di sicurezza inadeguati e sulla continuità di trasporti incredibilmente affollati: ma questi comportamenti non hanno forse influito sul moltiplicarsi dei contagi? E di questi fatti Assolombarda e il suo Presidente erano inconsapevoli o attori?

 

Mi sorgono quindi molte perplessità sul concetto “riaprire in sicurezza” espresso dal Bonomi che comunque, se questo fosse il suo concreto obiettivo, avrebbe la possibilità di verificarlo in Emilia Romagna (Ferrari S.p.A. e altri) e trasferire poi le sue nuove esperienze al territorio, verificando e raffrontando i conseguenti risultati.

 

In chiusura devo aggiungere che il moltiplicarsi di esperti può sicuramente essere dispersivo, ma affidarsi alla competenza è l’unica strada che questo Paese può percorrere per cercare di affrancarsi dalle sue storiche insufficienze e inefficienze politiche, sociali, burocratiche e imprenditoriali.

 

Luigi Giovannini

Accesso al credito, se ne parla stasera online con l’esperto di CNA

 

L’attività sindacale e di rappresentanza di CNA si è già da un pezzo spostata completamente online, con il format CNA Restart che, nei sui primi appuntamenti, si è rivelato un successo per la numerosa partecipazione.

 

Oggi, giovedì 16 aprile, si terrà il quarto appuntamento: focus sull’accesso al credito, un tema molto sentito dagli artigiani. Il MISE infatti ha appena reso noto il modulo da presentare per accedere alle garanzie statali per i finanziamenti fino a 25mila euro, garantiti al 100% dallo Stato, secondo quanto prevede il Decreto Liquidità.

 

Il video-incontro di oggi, con la possibilità di porre domande in diretta al relatore, Rudy Bortoluzzi, direttore del confidi CNA Canova, ha per tema “Strumenti per il credito e la gestione dei flussi finanziari aziendali”. Si terrà alle ore 17. Per avere il link di accesso alla piattaforma scrivere a [email protected] o chiamare lo 0422.3155.

 

Date e temi dei prossimi video-incontri

I prossimi video-incontri, tutti a partecipazione gratuita, si terranno martedì 21 aprile (“Formazione e consulenza finanziata per adeguare le imprese alle nuove sfide” con Gloria Spagnolo) e giovedì 23 aprile (“La corretta gestione degli ammortizzatori sociali per i lavoratori dipendenti” con Valeria Boesso).

 

Il ciclo CNA Restart seguirà quindi per tutto il mese di aprile con altri video-incontri su “Recupero crediti”, “Pagamenti alternativi” e altri temi di interesse per le aziende artigiane, per le piccole imprese e i professionisti.

 

I precedenti video-incontri “Restrizioni in vigore per le attività economiche e le persone fisiche”, “Come lavorare in sicurezza ai tempi di coronavirus” e “Gli strumenti assistenziali per l’emergenza COVID-19 a beneficio delle persone fisiche” sono caricati sul canale Youtube dell’associazione.

 

«I provvedimenti dell’autorità pubblica si susseguono ininterrottamente da settimane, introducendo quasi ogni giorno sempre qualche diversa novità – spiega Mattia Panazzolo, vicedirettore di CNA territoriale di Treviso -. Per un’impresa in questo momento avere informazioni corrette e in tempi rapidi è la materia prima più importante per capire soprattutto come ripartire. Chi si tiene aggiornato e comincia da ora a riorganizzare la propria attività, avrà grandi vantaggi quando ripartirà il mercato».

Riceviamo da un nostro lettore una chiave di lettura sull’attuale situazione economico-sanitaria italiana, nel contesto europeo

 

Siamo stati travolti dal Coronavirus, ma forse è arrivato il momento di sistemare alcuni pezzi del puzzle per farci un’idea su quanto è successo da quando il 30 gennaio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarava l’emergenza sanitaria globale: non era un primo allarme, perché già nel settembre scorso l’Organizzazione aveva paventato una grave minaccia pandemica e le successive cronache da Wuhan avrebbero dovuto ulteriormente incrinare le nostre tradizionali certezze.

 

La tragedia ha portato innumerevoli lutti e difficoltà, ma ci ha anche permesso di rivedere una proficua collaborazione tra scienza e politica: nel 2010 Tremonti, negando alcune risorse economiche al ministero del collega Bondi, affermò che con la cultura non si mangia (non furono queste le sue esatte parole, ma così riporta la vulgata) e da allora il rapporto tra conoscenza e politica è persino peggiorato, dando spesso all’impreparazione un fatale ruolo di preminenza.

 

La scienza non è altro che la rappresentazione matematica della realtà e in questa occasione ci ha indicato come, dove, quando e per quale motivo si sta diffondendo la pandemia anche se, data la novità del virus, i modelli di ricerca non sempre sono comparabili: ciononostante abbiamo imparato che non possiamo permettere a nessuno di guidare la nostra vita senza le dovute competenze, per cui speriamo che questa tragica esperienza ci porti almeno all’inizio di un ciclo politico più responsabile.

 

Il nostro Governo a mio avviso si è mosso con sufficiente energia: è evidente che quando un’azienda viene colpita da uno tsunami di tali dimensioni il primo e incalzante impegno del responsabile è garantire il galleggiamento e questo è sicuramente avvenuto, anche con quelle imprecisioni, contraddizioni e incongruenze che sono logiche figlie dell’affanno e dell’urgenza: tra l’altro, su evidente pressione dei medici, l’Italia ha adottato l’isolamento sociale cercando di anticipare il virus, mentre America e Regno Unito hanno scelto la strada di seguire il virus, strada che sembra avere meno efficacia.

 

La stragrande maggioranza delle nazioni occidentali ha poi adottato il metodo italiano e questo per noi è molto tranquillizzante, perché ha confermato la fondatezza delle scelte governative di fondo.

 

E il 31 gennaio scorso venne deliberato lo stato d’emergenza, con una durata preventiva sino al 31 luglio prossimo e vennero successivamente emanati alcuni provvedimenti che, come detto, prevedevano – in sintesi – una reclusione dei cittadini nelle loro case: è stata una decisione sconvolgente visto che, da generazioni, eravamo abituati alla libera circolazione delle persone e al libero scambio delle merci.

 

Insomma, pur seduti in salotto, siamo sostanzialmente in guerra e se una volta quando c’erano i bombardamenti bisognava correre nei rifugi e chi non seguiva questa rigida indicazione rischiava solo ed esclusivamente la propria vita, oggi chi trasgredisce l’isolamento non solo può provocare un danno ad altri, ma incide direttamente sulla durata di queste faticose  restrizioni: la maggioranza della popolazione ha ragionevolmente seguito le indicazioni governative, ma un numero di persone non trascurabile, forse per infantile egocentrismo, non ha ritenuto e non ritiene di sacrificare le proprie abitudini di vita per il raggiungimento, nel più breve tempo possibile, del traguardo sanitario, tant’è che recentemente la curva dei contagi ha ripreso a risalire. Così va il mondo!!!

 

Naturalmente meritano una forte attenzione anche le conseguenze economiche di questo tragico evento, perché un’attività imprenditoriale (commerciale o industriale che sia) non esiste se non ha una vitale liquidità e questo blocco sanitario, pur necessario ed essenziale, impatta violentemente su realtà che se da un lato non possono assolutamente derogare alle precise indicazioni mediche, dall’altro, se crollassero per il fermo, provocherebbero spaventose perdite in termini economici ed occupazionali.

 

C’è poi la struttura di uno Stato (continuamente non governato, ma gestito per i vantaggi del vincitore politico di turno) che fa acqua da ogni lato e così crolla il ponte Morandi, così non ci sono strutture informatiche efficienti, si bloccano le richieste all’INPS e non si trovano tamponi, mascherine, macchine per la respirazione artificiale o quanto necessario per la dovuta assistenza medica dei cittadini.

 

Per valutare concretamente gli effetti delle conduzioni politiche degli ultimi 25 anni, potremmo paragonare la nostra situazione sanitaria con quella di altri Paesi e constateremmo che l’Italia, con 60 milioni di abitanti, ha dovuto affrontare la crisi con 5.000 posti di terapia intensiva, mentre la Germania, con circa 80 milioni di cittadini, ne può contare 28mila (TV tedesca Welt): insomma sulla sanità si doveva risparmiare e così i posti letto pubblici che nel 1995 erano 45.600 (81% del totale), nel 2019 sono scesi a 20.900 (circa il 61% del totale) e di questa diminuzione ne ha beneficiato il settore privato.

 

Vale anche la pena ricordare che la sanità pubblica è al servizio dei cittadini indipendentemente dai costi, mentre quella privata cerca giustamente una remunerazione ai suoi investimenti che in questi venticinque anni sono stati forse troppo tutelati da favoritismi politici probabilmente ricambiati.

 

Questa è la situazione con cui l’attuale Governo ha dovuto affrontare l’epidemia e oggi si manifestano ripetute insistenze per conoscere la data d’uscita dai vincoli sociali, non comprendendo che la fine della nostra clausura non attende l’ultimarsi di una ricostruzione o di uno scavo, ma dipende da un virus che non conosce date o confini.

 

Si è poi determinata una particolare situazione che vede nella Lombardia, Veneto e Emilia Romagna le regioni più colpite dal virus e questo è sicuramente comprensibile vista l’industrializzazione di quei territori e la conseguente necessaria, ma ora dannosa, mobilità per promuoverla e rinforzarla, ma fra le tre regioni ci sono anche delle differenze apparentemente inspiegabili che il sotto riportato schizzo (Repubblica 07.04.2020) riassume:

 

 

Dunque in quella data la Lombardia registrava 28.469 contagi, il Veneto 9.722 e l’Emilia Romagna 13.051: la situazione lombarda stupisce particolarmente, considerando anche che sul dato emiliano incidono per forza di cose i contagi di Piacenza, che dista 16,3 km da Codogno (10/15 minuti di macchina).

 

Per cercare di capire questa anomala situazione ricordo ancora che il virus compare a Wuhan nel dicembre 2019, il 30 gennaio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara l’emergenza sanitaria globale e il giorno dopo, 31 gennaio, viene deliberato in Italia lo stato d’emergenza.

 

Ebbene, premesso tutto questo, il 19 febbraio scorso – e quindi dopo i provvedimenti indicati – si è giocata a Milano la partita Atalanta/Valencia con 45 mila tifosi arrivati da Bergamo e, successivamente, si scoprì la positività del 35% del personale societario del club spagnolo: penso che quella partita sia stata una bomba epidemiologica e non capisco come mai le autorità regionali non l’abbiano impedita o almeno autorizzata a porte chiuse. È del tutto logico pensare che quegli spettatori, ritornati a casa e alle loro faccende, abbiano riversato su Milano, Bergamo e dintorni quanto probabilmente raccolto allo stadio.

 

Abbandonando gli assembramenti sportivi, ho poi notato – grazie alle riprese TV – che la metropolitana di Milano, anche dopo gli interventi governativi di limitazione alla circolazione delle persone, alle prime ore del mattino (orario di lavoro) continuava ad essere più che affollata, quando invece un aumento delle corse e l’istituzione di autobus di superficie sullo stesso percorso (non c’era più traffico) avrebbero probabilmente fatto diminuire gli assembramenti.

 

Ai limiti di circolazione delle persone, Regione e Assolombarda hanno opposto forti resistenze e questo potrebbero costituire un altro possibile elemento caratterizzante delle pesanti evidenze statistiche della regione, perché tutti sappiamo che le previsioni economiche sono, a dir poco, molto preoccupanti, ma ciò non può giustificare un’insistita indifferenza a quanto deciso dal Governo, mentre i tavoli delle Prefetture venivano contemporaneamente sommersi da comunicazioni di deroga che probabilmente, in molti casi, si reggevano solo grazie al vantaggio del silenzio/assenso.

 

Il Governo deciderà i tempi di riapertura, ma oggi, a quanto dicono gli scienziati, le condizioni di sicurezza non ci sono e quindi, salvo le deroghe previste, le aziende purtroppo dovranno restare chiuse.

 

È poi caduto il velo sul Pio Albergo Trivulzio e il suo DG Giuseppe Calicchio sembra ora indagato per epidemia e omicidio colposo e la Lombardia ha anche polemizzato col Governo per la mancata costituzione di una “zona rossa” nella provincia di Bergamo, ma una nota governativa ha precisato che “le Regioni non sono mai state esautorate dal potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti” e infatti, per analoghe ragioni, si erano a suo tempo così attivate Lazio, Basilicata e Emilia Romagna (Corriere 06.04.2020).

 

Questi sono alcuni fatti ma, continuando con i raffronti, il Corriere del 1° aprile scorso evidenziava, con esplicativi grafici, ulteriori differenze tra Lombardia e Veneto relativamente ai decessi, ai tamponi, ai ricoverati e alla terapia intensiva

 

 

e questi dati evidenziano strabilianti differenze.

 

Non so se le due regioni siano effettivamente paragonabili, ma visto che il virus non ha avversioni politiche o limiti geografici e temporali, che lo smog e gli impianti di aerazione non sono esclusiva del territorio lombardo e che in Lombardia c’è stato un incendio contro gli accentuati focolai di posti vicini, per forza di cose in quella Regione le insufficienze devono essere state decisamente significative.

 

E poi arriviamo all’Europa e devo dire che la posizione dei Paesi più rigidi non la trovo del tutto immotivata, tant’è che ricordo con fastidio che il IV governo Berlusconi, il 31 maggio 2010, addossò a tutti i cittadini italiani il debito della città di Roma e la Lega Nord ne avallò la scelta: oggi Catania (uno tra molti altri comuni) è messa male e non vorrei che la storia si ripetesse.

 

La situazione economica preoccupa tutti, anche perché, precedentemente a questa crisi, il debito globale del pianeta ammontava a 253 mila miliardi di dollari (non saprei scriverlo in numeri) e il timore che banche o aziende non siano in grado di onorare le obbligazioni emesse è sicuramente concreto: parliamo di quantative easing, di eurobond, di Mes o di altro, ma sempre debiti sono e mentre con i debiti i più ricchi guadagnano, la classe media e operaia sempre più si affanna.

 

Al 31 dicembre scorso il debito pubblico italiano era di 2.409 miliardi di euro e innumerevoli volte abbiamo sia chiesto con successo all’Europa una particolare flessibilità ai limiti imposti dalle regole comuni, che colto benefici inaspettati come il quantative easing di Draghi ignorando, nello stesso tempo, i generali e ripetuti inviti (anche di Draghi) a rimettere a posto i nostri conti.

 

Dal gennaio 1992 al gennaio del 2020 abbiamo avuto 17 governi e solo due di essi non hanno aumentato il debito pubblico  (Prodi 1: maggio 1996-ottobre 1998 e Prodi 2: giugno 2001-maggio 2008), mentre un terzo non ha potuto evitare l’aumento stante le particolari condizioni in cui operava (Monti: novembre 2011-aprile 2013): tutti gli altri – e sono stati 14 – o per inseguire gli obiettivi elettorali o per ingraziarsi i futuri elettori, hanno decisamente e impropriamente abusato di questa disastrosa leva politica.

 

Siamo quindi dei debitori insistenti e, ancora umiliato, ricordo in una conferenza stampa internazionale gli atteggiamenti sarcastici della Merkel e Sarkozy in risposta a una domanda dei giornalisti su Berlusconi.

 

Comunque, gli eurobond sono per noi essenziali perché, con il nostro debito e con le spese sostenute e che si sosterranno per il Coronavirus, la mancanza di un adeguato strumento finanziario di protezione europea scatenerebbe la speculazione e, probabilmente, dopo una fortissima diminuzione dei nostri risparmi immobiliari e mobiliari, per sopravvivere non ci rimarrebbe altro che chiedere aiuti a Russia e Cina con conseguenze geopolitiche difficili da definire; del resto, come ci ha recentemente spiegato il professor Perotti (Bocconi), questi benedetti coronabond sono semplici obbligazioni emesse e garantite da tutti i paesi europei, per cui saranno un po’ più costosi per gli attenti paesi del nord e un po’ più vantaggiosi per gli altri (tra cui noi), ma la resistenza di alcuni (Olanda, Germania, Austria e Finlandia) non si motiva con un semplice egoismo, ma – penso – per un prevedibile scivolamento del loro elettorato verso i partiti sovranisti, qualora i loro politici cedessero alle richieste “spendaccione” dei paesi del sud d’Europa; il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) invece, sarebbe una soluzione del tutto accettabile se si concretizzasse una necessaria modifica funzionale e si adeguasse la sua capacità economica.

 

Solo con la realizzazione di uno di questi compromessi europei si potrà costruire la desiderata ripartenza, ma ricordiamoci sempre e comunque che siamo maggiormente in affanno rispetto ad altri paesi solo e soltanto per l’entità del nostro debito pubblico, e che tutte le altre sbandierate motivazioni (salvo il dumping fiscale olandese) sono piccoli e fragili paraventi.

 

In conclusione, non ho voluto tracciare una linea di merito tra regioni e stato, ma ho citato degli episodi che ci possono aiutare, a problema finito, a riscrivere le linee guida per cogliere nuovi obiettivi e metodi sia politici che sociali.

 

Luigi Giovannini

 

Riceviamo da un nostro lettore questi pensieri sottoforma di lettera sulla situazione attuale italiana ed europea e in particolare su Jean Pierre Mustier

 

Egregi Signori,

sono un vecchio pensionato e come tanti mi adopero con i miei comportamenti per evitare il divulgarsi dell’infezione, per cui esco solo per comprare i giornali, fare la spesa e per andare in farmacia: naturalmente cerco di combinare le necessità descritte, al fine di ridurre al minino la mia presenza in strada e giro regolarmente con l’autocertificazione in tasca.

Questa tragedia ci colpisce in maniera globale e, accantonando per un momento gli aspetti umanitari che comunque a livello politico hanno a mio avviso la precedenza assoluta, l’univoco plauso all’intervista di Draghi mi sembrava aver fissato dei punti di riferimento assolutamente condivisibili.

Altra cosa che ho condiviso è la totale disapprovazione della posizione olandese in Europa, ma del resto gli olandesi sono sempre stati storicamente molto rigidi con le altre nazioni e molto flessibili con se stessi e le loro ulteriori impuntature per bond europei unite alla loro attuale politica di attrattiva fiscale nei confronti delle aziende, ne sono un’ulteriore prova.

Ma – e vengo finalmente al punto – l’impensabile privilegio di alcuni operatori economici si è manifestato con l’iniziativa dei banchieri europei e, nello specifico, del CEO di Unicredit Jean Pierre Mustier che, nel suo ruolo di responsabile della Federazione Europea delle Banche e con un’assoluta indifferenza per le maggiori libertà gestionali ottenute in febbraio dalla BCE – si è rivolto al capo della vigilanza della stessa banca europea chiedendo e ottenendo che “le banche quotate non debbano distribuire dividendi o portare avanti buy back per tutto il 2020, con l’obiettivo di preservare al massimo il capitale”.

Ora, un conto sono le imprese industriali e commerciali che, nell’attuale situazione, necessitano assolutamente di liquidità e quindi possono promuovere anche iniziative del tutto particolari, un conto sono le banche che devono invece dare liquidità al sistema, e credo che se il signor Mustier e i suoi colleghi avessero riscontrato la necessità di rafforzare nel breve le riserve, avrebbero potuto e dovuto gestire con maggiore attenzione le loro imprese, piuttosto che scaricare sui piccoli soci/risparmiatori il 100% degli effetti di questa crisi: la richiesta, ripeto, conferma il profondo squilibrio dei bilanci bancari che è stato evidentemente ribadito dall’assenso della BCE.

Questa decisione – al netto contrario del parere di Draghi – sottrae liquidità ai cittadini e può creare nell’attuale situazione una forte tensione sociale di cui non solo non se ne sentiva bisogno, ma le cui premesse non dovrebbero mai nemmeno essere sfiorate da una classe dirigente, le cui responsabilità si confrontano anche in questa tragica occasione con una disastrosa situazione organizzativa del Paese che ha radici non recenti e a cui non possono essere ritenute assolutamente estranee.

 

Con i migliori saluti

Luigi Giovannini

 

 

Photo Credits: affariitaliani.it

Plafond di aiuto per stipendi e pagamenti. Interessati 2.800 soci del Mandamento Confartigianato di Treviso

 

È sempre più forte nel Paese la preoccupazione per il futuro a causa dell’emergenza Coronavirus. Oltre all’allarme sanitario, crescono i timori per le conseguenze economiche derivate dalle azioni di contenimento, effetti che rischiano di segnare profondamente tutto il territorio.

 

A risentirne maggiormente sono proprio le piccole imprese artigiane. CentroMarca Banca Credito Cooperativo di Treviso e Venezia, considerata la particolare criticità che si sta affrontando, ha previsto interventi per tutte le imprese ed attivato strumenti straordinari che ne garantiscano la liquidità, mettendo a disposizione dei 2.800 soci del Mandamento Confartigianato di Treviso un plafond esclusivo del valore di 10 milioni di euro.

 

“Conosciamo perfettamente le difficoltà che stanno vivendo i nostri associati in queste ultime settimane di emergenza da COVID-19 – fa sapere Ennio Piovesan, Presidente di Confartigianato Imprese Treviso – vorremmo che nessuno si sentisse solo, specie in un momento di grande instabilità come quello che stiamo attraversando. A tal proposito l’Associazione si sta adoperando per fornire agli artigiani e alle loro aziende servizi, informazioni e supporti necessari. Fra le soluzioni economiche urgenti che abbiamo messo in campo, ci sono anche condizioni di finanziamenti davvero vantaggiose, tramite CentroMarca Banca e il Consorzio Veneto Garanzie” – conclude Piovesan.

 

“Oggi è fondamentale affrontare con razionalità e serietà la situazione, attenendosi alle indicazioni delle autorità sanitarie e degli organi di governo. Il territorio, le nostre imprese e noi tutti stiamo combattendo una battaglia durissima contro questa emergenza senza precedenti – commenta il Direttore Generale di CentroMarca Banca, Claudio Alessandrini. – È doveroso, in primis da parte nostra, attraverso queste iniziative, sostenere l’economia reale che necessita di liquidità immediata, al fine di provvedere ai pagamenti dei costi fissi, delle scadenze mensili di stipendi, affitti e fatture. Anche questa volta, uniti, usciremo più forti” – conclude Claudio Alessandrini.

 

“La situazione è difficile – dichiara il Presidente di CentroMarca Banca, Tiziano Cenedese – e la preoccupazione del mondo delle imprese nei confronti dell’evoluzione di questo fenomeno, i cui tempi rimangono incerti, è sempre più acuita. Grazie a queste collaborazioni, con le Associazioni del territorio, si evince la nostra volontà di dare segnali concreti mettendo a disposizione strumenti per permettere alle aziende di affrontare questo momento di instabilità”.

 

“Le imprese si trovano in una grave tensione di liquidità – afferma il Presidente di Consorzio Veneto Garanzie Mario Citron – poiché, a fronte di un crollo verticale del fatturato, esse devono comunque sostenere costi fissi di importo rilevante. Con il rischio che realtà economiche finora solide e in bonis diventino ora insolventi a causa della situazione contingente. È per questo che abbiamo pensato ad un prodotto che assicuri alle aziende nuovi prestiti”.

“È in momenti come questi che si pongono le basi per riorganizzare la propria attività imprenditoriale in modo che, superata la crisi, sia pronta a ripartire cogliendo le nuove opportunità che si presenteranno. È oggi che ci si gioca il futuro”. Ne è convinto Matteo Busato, ingegnere, fondatore e amministratore di Make Group Srl, società che tramite i brand Make Consulting, Nuovi Talenti e LaFirma, eroga servizi per l’innovazione e lo sviluppo delle imprese con sede a Scorzè. Per questo, senza perdersi d’animo, dopo averne parlato con il suo team ha dato vita alla community “Imprenditore del futuro – insieme si vince”.

 

Oltre al suo team, ha coinvolto avvocati specializzati in diritto del lavoro e diritto societario, commercialisti, esperti di comunicazione, commercianti con grande esperienza nel settore vendite, professionisti nel mondo del credito e del fisco, imprenditori. “Si tratta di una community aperta a cui ciascun imprenditore può partecipare. Ci ritroviamo giornalmente su Facebook e in differita su Linkedin per offrire attraverso delle dirette occasioni di formazione. Lo stile – spiega Busato – non è quello della lezione, perché non siamo docenti. Preferiamo il confronto, suscitare domande, scambiando idee e proposte che si fondano sull’esperienza professionale di cui ciascuno di noi è portatore”.

 

La partecipazione a questo spazio di formazione e condivisione è gratuita e aperta a tutti: basta iscriversi al gruppo Facebook “IDF – Imprenditore del futuro”.

 

 

Il programma delle dirette prevede due appuntamenti ogni giorno, sabato compreso, alle ore 14.00 e alle ore 20.00 in cui un professionista a turno si confronta per circa mezz’ora in diretta, offrendo spunti e raccogliendo domande e proposte. I temi sono vari: da come rendere il bilancio più efficiente al saper fare rete d’impresa; dallo Smart Working al rilancio del proprio brand; dalla sicurezza in azienda allo sviluppo di prodotti innovativi.

 

“Mai avrei pensato di raccogliere così tante adesioni. Questo è il momento di dare perché domani si possa ancora ricevere. E il condividere esperienze diverse può essere la strategia vincente. Se le richieste di aiuto e adesioni al gruppo “Imprenditore del Futuro” continuano a crescere, abbiamo già pensato di ampliare il numero degli interventi Live su Facebook e LinkedIn”. Una community aperta e solidale. Busato infatti con la società Make Group Srl è tra i sostenitori delle campagne di raccolta fondi da destinare ai nostri ospedali. “Perché prima di tutto c’è da vincere la battaglia sanitaria. Aiutando i tanti professionisti, medici e infermieri, che in questi giorni sono in prima linea” conclude.

La sostenibilità è ormai una prerogativa di molte realtà, nonché un aspetto fondamentale della vita di molti. In questo senso la regione Veneto ha dimostrato a più riprese di essere all’avanguardia, istituendo iniziative finalizzate a incoraggiare aziende e cittadini a dare un contributo rilevante all’ambiente.

 

Ne è un esempio il Premio Compraverde Veneto, che lo scorso mese è giunto alla terza edizione ed è realizzato grazie al lavoro coordinato di Confindustria Veneto, Confartigianato Veneto, Unioncamere Veneto, CNA Veneto e ARPA Veneto. Il concorso è parte della Green Public Procurement, strategia adottata dalla regione per garantire che tutti i principali criteri ambientali siano rispettati e valorizzati in ogni processo che coinvolge le aziende, dalla produzione al consumo finale. Il tutto, con l’obiettivo di favorire il mercato verde.

 

Il premio in questione è però solo uno dei tanti sforzi effettuati dal Veneto nei confronti di una maggiore sostenibilità. Basti pensare che all’inizio di febbraio circa 1 persona su 3 si spostava in bicicletta, con un aumento di quasi il 10% rispetto a un decennio prima. Non mancano poi iniziative attuate nel settore del commercio, con sconti a favore dei clienti che a Mogliano preferiscono recarsi a lavoro senza l’utilizzo della macchina. Una delle tante novità di un altro progetto regionale ambizioso, chiamato “Ecoattivi”, che stimola e premia i comportamenti dei cittadini che favoriscono l’ambiente. Suddetti comportamenti non si limitano però a spostamenti più “virtuosi” ma premiano anche altre attività come conferire rifiuti all’ecocentro e offrire lavoro volontario ad associazioni “green”.

 

Come detto, gli sforzi della regione Veneto sono in linea con un trend recente che non conosce confini nazionali. Ne è esempio lampante “La Giornata della Terra”, evento mondiale annuale a supporto della protezione ambientale a cui solo lo scorso anno ha preso parte più di un miliardo di persone, tra cui alcune tra le più importanti società al mondo. Rimanendo invece in ambito nazionale, doveroso citare il festival CinemAmbiente che solo l’anno scorso ha messo in mostra 140 titoli tra film-documentari e cortometraggi, tutti con lo stesso, rilevante tema di fondo.

 

I motivi dietro il crescente interesse di tante realtà nei confronti della sostenibilità sono innumerevoli e meritano un approfondimento. Lo sono soprattutto da un punto di vista professionale ma, anche indirettamente, rappresentano un beneficio inestimabile per la vita di ognuno di noi.

 

 

Innanzitutto, è bene sottolineare come per tutte le aziende impegnate sul fronte della sostenibilità quest’ultima possa rappresentare un’opportunità di crescita e sviluppo. Se a prima vista le tante regolamentazioni possono infatti sembrare vincolanti, queste sono un investimento anche per il futuro. Non è infatti difficile immaginare che nei prossimi anni sempre più compagnie si troveranno costrette ad attuare modifiche ai propri business e agire per tempo significa non farsi trovare impreparati in un futuro non troppo lontano.

 

Apportare poi dei cambiamenti non solo ai propri processi produttivi ma anche ai propri prodotti è a tutti gli effetti un’opportunità di innovazione e di maggior fidelizzazione. Sono tanti i clienti attenti all’eco-sostenibilità e soddisfare le crescenti richieste non è altro che una chance di espansione e miglioramento.

 

Ma la sostenibilità offre anche una finestra privilegiata sul mondo dello Smart Working, perché lavorare da casa significa ridurre le emissioni generate dagli spostamenti su mezzi di trasporto. E se è vero che lo Smart Working è già una realtà che si va consolidando, soprattutto in quest’ultimo periodo, non tutti ne colgono appieno l’enorme potenziale in termini di produttività e organizzazione. Anche in questo caso la sfida della sostenibilità rappresenta un incentivo in più.

 

Infine, ma non per ordine di importanza, a beneficiarne è soprattutto l’ambiente. Le risorse naturali sono differenti da quelle umane perché non sostituibili e vanno sfruttate con parsimonia, onde evitare conseguenze nefaste per la popolazione mondiale. Un modello sostenibile significa quindi garantire longevità a tutti i processi professionali e non che contraddistinguono le nostre vite.

 

Affacciarsi alla sostenibilità, come egregiamente fatto dalla regione Veneto negli ultimi anni, significa avere benefici immediati e tangibili. Ma, soprattutto, significa volgere il proprio sguardo al futuro e continuare a evolversi.

Attivato un finanziamento di emergenza con plafond di 10 milioni di euro a tasso fisso

 

Banca Prealpi SanBiagio serra le fila e scende in campo con Fidi Impresa & Turismo Veneto – la cooperativa di garanzia del Sistema Confcommercio e Confturismo della Regione Veneto – per sostenere in maniera concreta il settore del turismo e del commercio del territorio colpito dalle conseguenze economiche dell’emergenza Coronavirus.

 

L’accordo con Fidi Impresa prevede l’immediata attivazione di un finanziamento di emergenza da parte di Banca Prealpi SanBiagio, con iter semplificato e un plafond di 10 milioni di euro a tasso fisso all’1,20% fino a 18 mesi e all’1,50% fino a 36 mesi. L’importo finanziabile varia a seconda della dimensione dell’azienda, fino a un massimo di 120mila euro. Sono previsti tempi brevi per le istruttorie che avranno luogo entro il tempo massimo di 6 giorni. A beneficiarne potranno essere tutti gli albergatori, commercianti, professionisti e operatori del comparto servizi ricompresi all’interno del territorio di competenza della Banca, per sostenere le necessità finanziarie sopravvenute a causa del diffondersi del COVID-19.

 

«Il comparto turistico e commerciale sta subendo in modo particolarmente grave le conseguenze economiche del contagio da COVID-19 – ha dichiarato Carlo Antiga, presidente di Banca Prealpi SanBiagio – La media delle disdette si aggira attorno al 40%, con il rischio di compromettere anche la stagione estiva. Abbiamo scelto di intervenire rapidamente a sostegno del settore, siglando un accordo con Fidimpresa e attivando questo finanziamento di emergenza che si inserisce nella serie di misure che la nostra Banca, in accordo con la capogruppo Cassa Centrale, sta mettendo in atto per rispondere con tempestività ed efficacia all’emergenza. Banca Prealpi SanBiagio, forte dei propri valori e dello storico legame con il territorio, vuole infatti mettersi al servizio della comunità e mettere a disposizione tutti gli strumenti necessari per superare insieme, nel più breve tempo possibile, questa fase di criticità».

 

«Abbiamo aderito alla proposta di Banca Prealpi SanBiagio, ha dichiarato Massimo Zanon, Presidente di Fidimpresa, in quanto l’impegno assunto come Confidi è quello di intervenire con prontezza e tempestività in favore delle imprese del Veneto, come peraltro già dimostrato, ad esempio, in occasione dell’eccezionale mareggiata del 12 novembre scorso. L’obiettivo è di intervenire per assicurare liquidità necessaria affinché le nostre imprese possano mantenere gli impegni assunti in questo momento di grande contrazione degli incassi che auspichiamo essere transitorio».

 

Nei giorni scorsi, Banca Prealpi SanBiagio aveva infatti già attivato anche altre misure di sostegno alle famiglie, alle imprese e agli artigiani del territorio. In particolare per i soggetti danneggiati dall’emergenza Coronavirus, è prevista una moratoria integrale per i privati (capitale e interessi) sulle rate dei mutui, una moratoria per le imprese sulla quota capitale delle rate dei mutui e una proroga fino a 120 giorni degli anticipi import in essere per le imprese.

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