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Agritech italiano: 4 mercati esteri chiave per l’export

4 minuti di lettura

L’innovazione italiana nel settore agritech è pronta a conquistare nuovi orizzonti globali. Un’analisi approfondita identifica Corea del Sud, Brasile, Cile e Sudafrica come i mercati più promettenti per l’export della tecnologia agricola “Made in Italy”.

MILANO. L’agritech italiano si prepara a un’espansione significativa, puntando su mercati esteri dove il divario tecnologico in agricoltura è ancora profondo, ma la necessità di innovazione è impellente. Non sono i mercati europei maturi a offrire le maggiori opportunità, bensì Paesi come Corea del Sud, Brasile, Cile e Sudafrica, dove le sfide demografiche, climatiche, competitive e di mercato stanno creando una domanda crescente per soluzioni avanzate.

“L’agritech ha più potenziale nei mercati dove la tecnologia manca ancora quasi del tutto: dove un agricoltore decide quando irrigare tastando il terreno con il piede, dove nessuno sa quanto costa l’acqua che usa, dove la differenza tra una stagione positiva e una negativa dipende dall’esperienza personale di un unico uomo anziano che gestisce mezzo ettaro da solo,” afferma Matteo Beccatelli, CEO & Co-Founder di Plantvoice. “In quei luoghi, una soluzione di monitoraggio fisiologico delle piante non è un upgrade di sistema: è una rottura di paradigma e cambia il mondo.”

La Corea del Sud, pur essendo una potenza tecnologica globale in settori come l’elettronica e l’intelligenza artificiale, presenta un’agricoltura sorprendentemente arretrata e frammentata. La popolazione agricola è in declino, con meno di 2 milioni di persone e quasi la metà over 65, e solo l’1% dei responsabili aziendali agricoli è giovane.

Questa crisi demografica rurale ha spinto il governo a lanciare il “Primo Piano Quinquennale per la Promozione dello Smart Farming (2025-2029)”, stanziando circa 2 miliardi di dollari e prevedendo sussidi fino al 50% per l’adozione di tecnologie avanzate.

Il mercato dello smart farming coreano, che vale già circa 440 milioni di dollari, è destinato a crescere con un CAGR tra il 7,8% e il 15,5% entro il 2033, con l’ecosistema IoT agricolo che potrebbe raggiungere 1,56 miliardi entro il 2030.

Le opportunità per le tecnologie esterne si concentrano negli Innovation Hub governativi, dove giovani agricoltori vengono formati all’uso delle soluzioni più avanzate. Qui, l’approccio vincente per le aziende italiane è quello della partnership locale e del “white label”, affiancandosi a player consolidati come Naretrends o Korea Digital.

Il Brasile, con un’agricoltura che si stima raggiungerà i 175 miliardi di dollari entro il 2034, rappresenta un mercato di scala industriale. Il Paese è un gigante dell’export agricolo, leader mondiale per la soia e secondo per il mais, oltre a essere un attore chiave per caffè, zucchero e succo d’arancia.

Qui, le aziende agricole si estendono per milioni di ettari, rendendo la tecnologia non un’opzione, ma una leva indispensabile per gestire tale complessità. A differenza dell’Europa, il Brasile non dispone di un sistema di sussidi diffuso; il governo ha stanziato 516 miliardi di real per il credito agricolo nel piano 2025/26, ma si tratta principalmente di prestiti a tasso agevolato, non contributi a fondo perduto.

Questa assenza di aiuti pubblici spinge le aziende a cercare soluzioni che garantiscano un miglioramento misurabile dell’efficienza e della resa. Gli investimenti in agrifoodtech brasiliani sono in forte crescita, con un aumento del 32% nel primo trimestre del 2025 rispetto al trimestre precedente e dell’85% rispetto allo stesso periodo del 2024, a dimostrazione di un mercato maturo per capitali seri e innovazione.

Il Cile si distingue come un hub frutticolo di eccellenza, combinando un notevole know-how agricolo con una strutturale apertura all’innovazione. L’agricoltura, che pesa fino all’8% del PIL e circa il 25% delle esportazioni, è trainata dall’export di frutta e vino, grazie a un modello basato sulla controstagione e una logistica integrata verso i mercati globali.

Tuttavia, il Paese affronta una pressione idrica elevatissima, con l’agricoltura che assorbe circa il 72% delle risorse idriche nazionali. Questo rende l’efficienza irrigua una necessità vitale, aggravata da un crescente stress climatico che ha causato deficit pluviometrici significativi.

La Central Valley, responsabile del 70% delle esportazioni frutticole nazionali, vede già oltre il 60% delle aziende integrare soluzioni di precision farming. Il governo cileno, in partnership con la Banca Inter-Americana di Sviluppo, ha lanciato il programma “Chile Feeds the Future” con un budget di 50 milioni di dollari per attrezzature e infrastrutture, a cui si aggiungono i 250 milioni di dollari della Banca Mondiale per la gestione idrica rurale.

Un mercato che adotta la tecnologia non per moda, ma per garantire la propria sopravvivenza competitiva.

Infine, il Sudafrica presenta un profilo unico. Sebbene l’agricoltura incida solo per circa il 2,5% sul PIL, il suo ruolo nell’export è cruciale, con esportazioni agricole che hanno raggiunto circa 13,7 miliardi di dollari nel 2024.

Il Paese è un esportatore di spicco di agrumi e vino. Questo forte orientamento internazionale si traduce in un settore dinamico nell’adozione di tecnologie per l’efficienza produttiva, spinto dalla scarsità d’acqua e dalla necessità di mantenere la competitività sui mercati globali.

L’agritech sudafricano è in rapida crescita, sostenuto sia da capitali locali che da player internazionali, con un mercato che ha toccato 1,1 miliardi di dollari nel 2025 e una crescita storica superiore al 15% annuo nell’ultimo quinquennio.

Investimenti significativi, come i 305 milioni di dollari di John Deere in trattori autonomi e l’espansione della piattaforma Climate FieldView di Bayer su 5 milioni di ettari, evidenziano l’impegno verso l’innovazione.

Anche qui, la scarsità d’acqua è la sfida più pressante, e le grandi aziende export-oriented, spesso con capitali internazionali, sono pronte a investire in soluzioni di monitoraggio fisiologico avanzato.

Il filo conduttore che unisce questi mercati è chiaro: le opportunità più significative per l’agritech italiano non si trovano dove la tecnologia è già onnipresente, ma dove l’agricoltura è ancora in una fase pre-digitale, eppure le pressioni esterne – siano esse demografiche, climatiche, competitive o legate all’export – hanno già generato una domanda inequivocabile.

È in questi contesti che l’innovazione “Made in Italy” può fare la differenza, offrendo soluzioni come quelle sviluppate da Plantvoice, una Società Benefit di Bolzano che ha ideato una tecnologia innovativa per analizzare la linfa delle piante in tempo reale, valutandone lo stato di stress.

Questo permette alle aziende agricole di migliorare produttività e qualità, riducendo al contempo l’irrigazione, i fertilizzanti e i fitofarmaci.

L’esperienza di Plantvoice, con il suo brevetto internazionale e clienti come Sant’Orsola e Salvi Vivai, dimostra come la tecnologia italiana possa rispondere efficacemente a queste esigenze globali, ottimizzando ogni litro d’acqua, automatizzando dove manca manodopera e garantendo standard di qualità internazionali che le pratiche empiriche non possono più sostenere.

L’Italia, con la sua expertise e la sua capacità di innovare, è posizionata strategicamente per guidare questa transizione digitale nell’agricoltura mondiale.

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