Ingegnere ed ex rugbista di Serie A, Paolo Marta porta in libreria la storia di suo padre Antonio, un uomo che il rugby non l’ha mai visto giocare ma che, secondo il figlio, ne ha vissuto i principi ogni giorno. Il libro parla di maestri,di padri, di rugby, di errori e di un amore che salva.
La prima presentazione è a Treviso sabato 10 ottobre.

TREVISO. Il pallone da rugby non è tondo. Quando lo fai rimbalzare non torna docile tra le mani: prende direzioni imprevedibili e ti obbliga a reagire. Da questa immagine Paolo Marta, ingegnere trevigiano ed ex giocatore di Serie A, è partito per raccontare la vita di suo padre, Antonio Marta, per tutti Toni.
Toni nasce a Crocetta del Montello in una famiglia operaia. A quattordici anni perde il padre e si ritrova a fare da punto di riferimento per molti fratelli più piccoli. Lavora in fabbrica, attraversa la guerra, si innamora di Maria, entra nel sindacato, poi nella politica e nelle istituzioni. A rugby non ha mai giocato, e non ha mai visto una partita. Eppure è proprio attraverso il rugby che il figlio, molti anni dopo, è riuscito a leggere la sua vita.
«Il pallone imperfetto» ha il patrocinio della Federazione Italiana Rugby. La prefazione è del presidente federale Andrea Duodo e l’introduzione dello psicoterapeuta Jacopo Lode.
Paolo, l tuo libro sta per uscire in libreria. Parla di maestri, di padri, di rugby, ma soprattutto di un amore che salva.
Sì. Il libro è incorniciato nell’ambiente del rugby e nella vita di mio padre, ma il tema centrale è sicuramente l’amore. Senza anticipare nulla, il nodo fondamentale della storia passa proprio da lì.


Il titolo è particolare.
Richiama volutamente la parola “imperfetto”: il pallone imperfetto, la storia di una vita imperfetta. Oggi diciamo imperfetto di qualcosa che ha dei difetti, che non funziona. Nel suo significato originario, però, imperfetto è tutto ciò che sta ancora andando verso il proprio obiettivo, che non è ancora completo. Se ci pensi, tutte le nostre vite sono imperfette, perché sono un percorso verso i nostri sogni. Nel rugby, il primo principio è avanzare: se non avanzi non segnerai mai la tua meta. E il pallone è ovale. Non è come quello rotondo, che quando lo fai rimbalzare ti torna sempre tra le mani. Il suo rimbalzo è imprevedibile, ti costringe ad affrontare situazioni nuove, a crescere nelle tue competenze e nella capacità di leggere la realtà. Ti tiene sempre in movimento.


Che cosa ti ha convinto, dopo tanto tempo, a raccontare la storia di tuo padre?
Da un paio d’anni, con un amico che era mio compagno di rugby e oggi è maestro di yoga, porto avanti un’attività di formazione nelle aziende in cui associamo il rugby allo yoga. Questo percorso mi ha fatto guardare dentro di me. Avevo sempre pensato che fosse stato il rugby a crescermi e a formarmi, perché mio padre era spesso lontano, per il lavoro e per la politica. Circa un anno fa mi sono reso conto che il rugby aveva semplicemente dato un nome a cose che mio padre mi aveva già insegnato, non con le parole, ma con l’esempio.


All’inizio il libro doveva essere scritto insieme a lui. Che cosa è cambiato quando hai dovuto scriverlo da solo?
Niente, perché è come se l’avessimo scritto insieme.
Tuo padre non ha mai visto una partita di rugby. Perché allora il rugby è la chiave di lettura del libro?
Innanzitutto per il motivo che ho appena detto. E poi perché uno degli obiettivi è raccontare il rugby attraverso la vita di un uomo che non lo conosceva, non l’ha mai giocato e non l’ha mai visto. Partendo dalla vita, spero di riuscire a trasmettere l’anima del rugby anche a chi non lo conosce.


Nel libro parli di buoni e cattivi maestri, nello sport e nella vita. Vale anche per il lavoro e la politica?
Ovunque. Ci sono buoni e cattivi maestri ovunque. Io per primo, con i miei figli, sono stato un cattivo e un buon maestro, e ho cercato sempre di andare avanti, spinto dall’imperfezione a migliorarmi. È un concetto trasversale.
Il libro può interessare anche chi non conosce il rugby?
Certo. Spero che possa leggerlo anche chi vuole semplicemente una storia e, attraverso quella storia, scoprire argomenti e punti di vista nuovi. Il rugby è inserito in modo molto morbido, quasi si confonde con la quotidianità, con i gesti e le scelte che tutti facciamo ogni giorno. C’è pochissimo di tecnico e molto di contenuto.
Che cosa diresti oggi a un genitore convinto che essere presente significhi soprattutto esserci fisicamente?
Anch’io per tantissimo tempo ho pensato che un padre dovesse prima di tutto riempirti di belle parole, di grandi insegnamenti e di una presenza continua. Mi sono riavvicinato a mio padre, con il cuore e con la testa, quando ho capito che lui, pur non essendoci, aveva scavato un solco per me quando ero piccolo. Un solco che potessi percorrere da protagonista, prendendomi tutte le responsabilità compatibili con la mia età, le frustrazioni, le sconfitte e le vittorie, per essere poi pronto a uscirne e scegliere la mia strada. La presenza fisica è piacevole, ma prima di quella vengono tante altre cose. Me ne sono reso conto tardi, ed è stato un altro insegnamento.
Perché oggi è così importante insegnare che sbagliare non è una colpa?
È fondamentale. Racconto sempre questo episodio. Finita l’università, a pieni voti e con la lode, mi chiama una grande azienda per un colloquio. Vado in crisi, perché un colloquio non lo puoi preparare sui libri. La paura enorme di fallire e di fare brutta figura mi ha portato a rinunciare. Sbagliare è parte del percorso e ti insegna molto più che vincere. Lo so, sono frasi già sentite, ma farle proprie è davvero un salto in avanti.


Nel libro c’è anche la morte di tuo nonno, che si è tolto la vita. Che ruolo ha nella storia?
Un ruolo determinante, perché di fatto lascia mio padre solo, tra virgolette, a quattordici anni, con una famiglia numerosissima di fratelli più piccoli e una sorellina nata da appena sessanta giorni. Improvvisamente lo rende protagonista di una realtà difficilissima. Mio padre ha sempre fatto fatica a parlare di quel momento. Ha provato un dolore enorme, il dolore dell’abbandono, quello del “maestro” che lascia il campo perché le cose non stanno andando bene. Dietro quella scelta ci sono state motivazioni drammatiche e profonde, che nel libro si cerca in qualche modo di accarezzare. Non a caso l’introduzione è di uno psicoterapeuta, Jacopo Lode, esperto proprio di questi temi.


Il libro racconta anche la malattia di tua madre. Quanto è stato difficile parlarne?
È stato difficile parlare, sia della malattia di mia madre, sia della parabola discendente, fisica e mentale, di mio padre. Ho cercato di essere il più fedele possibile, e ci sono passaggi forse un po’ crudi. Ti dico solo questo: quando ho riletto la bozza finale, le ultime venti pagine mi hanno ancora fatto scendere le lacrime. Mi commuovo ancora, nonostante le abbia lette decine di volte.


A chi consiglieresti il libro? È un memoir, un saggio educativo, che cos’è?
È la storia di un uomo che non è stato né un santo né un eroe. Un uomo comune, che però ha avuto la forza di uscire dal recinto educativo che suo padre gli aveva imposto, negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Lo ha fatto per amore, e poi ha proseguito a pugni chiusi, stringendo i denti, mettendo in pratica i principi fondamentali del rugby: avanzare, continuare, quindi la resilienza, e sostenere le persone che ami e i compagni della tua squadra. Spero che lo leggano davvero in tanti, per scoprire una storia e trarne le proprie conclusioni in libertà. Non c’è nessun giudizio e nessuna morale, ma tantissimi spunti.
Quale messaggio vorresti arrivasse ai ragazzi che oggi iniziano a giocare?
Che i principi fondamentali del rugby, avanzare, continuare e sostenere, valgono pari pari anche nella vita di ogni giorno.
E a chi sente di avere un padre lontano, cosa diresti?
Prima parlavamo di imperfezione: imperfetto è chi sta ancora andando verso il proprio obiettivo. Una lezione che ho imparato anche scrivendo questo libro è che bisogna andare verso le cose e le persone che ami, che ti interessano e che vuoi scoprire. Essere attivi. Io sarei dovuto andare verso mio padre molto prima che iniziasse la sua malattia.
Se dovessi riassumere in una frase l’eredità di tuo padre?
Me ne vengono in mente tante. Ma alla fine, nonostante per il 99 per cento della sua vita abbia pensato esattamente il contrario, quando ci siamo ritrovati e abbiamo avuto il nostro terzo tempo, ho capito una cosa. È la dedica del libro: vanno apprezzate in modo incredibile le persone che ti permettono di sbagliare senza farti sentire sbagliato.


Una curiosità Paolo: al liceo Paolo Marta eri per tutti noi «SAT». Per quale motivo? «Ero il più grande di tutti e ci davamo i soprannomi», racconta ridendo. «Qualcuno ha detto: diamogli il nome del pianeta più grande. E nella nostra ignoranza abbiamo scelto Saturno. Da Saturno a SAT il passo è stato breve, e sono rimasto SAT».
Il libro sarà presentato a Treviso, a Padova e a Udine, qui prima di una partita della Nazionale italiana. Il primo appuntamento, quello a cui l’autore tiene di più perché si gioca in casa, è a Treviso sabato 10 ottobre alle 17.30, sala AV ROOM, in vicolo Barberia 25.
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