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Riceviamo e volentieri pubblichiamo un nuovo intervento a firma di Luigi Giovannini sull’assalto avvenuto pochi giorni fa a Capitol Hill e sull’attuale situazione scolastica italiana

 

E così il 6 gennaio scorso Capitol Hill è stata assalita: non è il caso di entrare in particolari già commentati e documentati da giornali e Tv, ma bisogna prendere atto che il potere economico è oggi talmente prevalente sulla politica, da determinare non solo i risultati elettorali, ma da indurre anche l’eletto di turno a esercitare il proprio potere con decisioni persino arroganti e presuntuose, come se la nomina ottenuta fosse libera da qualsiasi controllo e garantisse una salvifica immunità.

 

Trump non è stato il primo e non sarà certamente l’ultimo politico a perseguire con particolare accanimento determinati traguardi, ma è stato il più scomposto, tanto che l’America è scivolata inevitabilmente ai limiti della democrazia, la cui fisiologica fragilità è stata recentemente documentata anche dalle vicissitudini di Hong Kong, ma in pochi hanno colto l’allarme.

 

Devo dire che non condivido le diffuse ammirazioni per una società legata ai richiami della frontiera e preferisco di gran lunga gli equilibri politici europei che, con tutte le loro contraddizioni, esprimono attenzioni sociali a mio avviso del tutto dovute, ma l’intrinseca debolezza democratica meriterebbe anche da noi continue riflessioni, per evitare di affidare vittorie elettorali e influenze politiche a narcisisti o affaristi che poi, naturalmente, passano all’incasso.

 

Perché è indubbio che forti contraddizioni coinvolgono da anni anche la politica italiana e infatti nasce da dissennate decisioni anche il livello del nostro debito pubblico che al 31 dicembre 2019 (ante Covid quindi) era arrivato a 2.409 miliardi di euro unicamente per soddisfare le spese correnti del vincitore politico di turno, impegnato a far vivere gli elettori al di sopra delle loro possibilità, addossando però – e senza alcuna remora – l’immancabile rimborso alle generazioni future: negli ultimi trent’anni, solo i due governi Prodi si sono distinti per una meritoria assenza in questa dissennata gara.

 

Ma un insistente esercizio di potere si manifesta pure nell’espressioni linguistiche, che identificano le recenti iniziative europee non con il dovuto termine di “next generation eu”, ma con la più disponibile e deviante espressione di “recorery fund”, bersaglio di furiose battaglie politiche proprio perché – in quanto fondo – è ritenuto possibile soddisfacente oggetto degli appetiti economici dei partiti e dei loro supporters, mentre il next generation identifica, senza alcun dubbio, scopi e beneficiari: per ostacolare quindi il cambiamento di marcia e di obiettivi europei, si cerca di azzoppare un governo proteso – pur con immancabili errori – a seguire la nuova strada in favore dei prescelti destinatari.

 

E così, invece di concentrarci per migliorare il piano esistente che deve essere approvato dall’Europa entro il prossimo 30 aprile 2021, viene imputato al governo l’accentramento gestionale dei 209 miliardi, indicando in alternativa la restaurazione di nuove concertazioni con sindaci, sindacati e associazioni di categoria, il tutto arricchito dall’indicazione di definiti progetti costruttivi assolutamente irrinunciabili, perché evidentemente già politicamente venduti.

 

Credo che nei momenti di cambiamento molte cose siano proponibili, ma i carrozzoni indicati e i conseguenti obiettivi clientelari non hanno mai portato alcun beneficio ai cittadini italiani, tant’è che i governi passati, i cui protagonisti sono oggi decisamente attivi nelle critiche, non sono stati assolutamente in grado di utilizzare le risorse europee disponibili, visto che dal 2014 al 2020 dei fondi strutturali di 72,4 miliardi a noi spettanti, al giugno scorso ne era stato utilizzato solo il 40%.

 

Non so se Conte stia governando meglio o peggio dei suoi predecessori, ma è comunque del tutto impensabile che il responsabile di un sistema aziendale – anche se decisamente particolare come uno Stato – riservi a persone estranee al gruppo dirigente la guida e la gestione di progetti assolutamente delicati: è chiaro comunque che il Governo deve procedere informando la maggioranza e il Parlamento sia delle sue scelte, che del suo procedere e, naturalmente, ne risponderà.

 

E poi c’è la scuola e il Corriere dell’altro giorno ci ha informato che 3 insegnati su 4 non intendono, nella situazione data, tornare in cattedra e subito molti politici si sono mossi contro gli indirizzi governativi che su questo argomento si sono sempre espressi a favore di un’urgente ripresa delle lezioni in presenza: sembra che in questo Paese tutte le attività debbano ripartire ma non la scuola, probabilmente perché gli studenti non votano, e non sono quindi destinatari di alcun vendibile o incrementabile ristoro: morale, non interessano.

 

Purtroppo oggi non c’è alcun referendum e così, nel chiuso delle stanze del potere e al riparo quindi da un secondo 40 a 60, chi ha un faticoso 11% di gradimento popolare, soffia sul fuoco per interrompere il cammino di chi ne riscontra il 60, e questa dannata prova muscolare viene espressa contando su forze che in America hanno portato all’assalto di Capitol Hill e che da noi assecondano da un lato la crescita di condizioni economiche sempre più floride e sempre più esclusive e, dall’altro, la diffusione di una povertà sempre più profonda.

 

Desidero chiudere con alcune riflessioni sulla qualità dell’informazione italiana che, distraendoci dalla delicatezza della situazione e dei problemi in campo, ogni giorno ci aggiorna con estrema insistenza dei ritardi italiani su qualsiasi problema di interesse europeo: e così si afferma che siamo ultimi nella distribuzione del vaccino, quando invece i dati ci danno al secondo posto dietro alla Germania, e così dallo scorso settembre viene denunciato un irrecuperabile ritardo governativo nei progetti da presentare in sede comunitaria, quando – e ancora invece – il commissario al bilancio Ue Johannes Hahn il 18 dicembre scorso ha affermato che l’Italia non è in ritardo e “ha già mandato una bozza di piano di riforme che ora la Commissione analizzerà”.

 

Quali siano gli obbiettivi di queste distorcenti informazioni non lo so, ma chissà che le attuali dure, paralizzanti e pretestuose polemiche politiche non finalizzino anche risultato “ritardo” e così la nostra informazione potrà sentirsi pure preveggente.

 

 

Luigi Giovannini

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un nuovo intervento a firma di Luigi Giovannini sull’attuale panorama socio-sanitario italiano

 

Pur non essendo in guerra, stiamo vivendo un periodo sconvolgente che andremo sicuramente a superare, ma alcuni atteggiamenti e commenti che vedo, sento e leggo non li ritengo assolutamente condivisibili.

 

Per quanto strano possa sembrare, a mio avviso il miglior giocatore che abbiamo in partita è il Governo che al di là di evidenti e scontati errori, ha colto le scelte di fondo e ci sta guidando al meglio nonostante i comportamenti, le lacune e le spaventose pressioni esercitate dalla critica politica, dalle Regioni, dalle varie Conf esistenti, dai cittadini e da molti giornalisti.

 

Iniziando dalla critica, segnalo le valutazioni di Salvini che all’inizio del marzo scorso rimarcava la necessità di riaprire la Lombardia, ma la sua indicazione si è infranta alcuni giorni dopo sui mezzi militari sfilati per le strade di Bergamo; evitando qualsiasi ulteriore prudenza riflessiva, in ottobre dichiarava poi di non ravvisare la necessità di prorogare lo stato d’emergenza, ma tutti sappiamo che il 25 novembre un trend assolutamente prevedibile ci ha portato a superare il non ambìto traguardo di 50.000 morti in 10 mesi.

 

Dal canto suo Renzi in maggio sostenne che se i morti di Bergamo e Brescia avessero potuto parlare, ci avrebbero detto di riaprire, uscita che ritengo assolutamente adeguata al suo livello politico e che il sindaco di Bergamo – Gori – definì, con grande signorilità, “a dir poco sbagliata”: in giugno, cercando di aggiungere competenza a sensibilità, l’ex premier sostenne che il virus si era molto affievolito.

 

Passando dalle critiche politiche alle Regioni non mi sento affatto confortato, perché la cronaca ci racconta che la salute dei cittadini è stata spesso sacrificata ai desideri di potere e notorietà di presunti Governatori e la loro incapacità di gestire la vaccinazione antinfluenzale, ha misurato ancora una volta la qualità del supporto offerto in questi mesi all’azione governativa.

 

E per quanto riguarda le varie Conf, mi limito a ricordare la recente uscita di Domenico Guzzini presidente di Confindustria Macerata, secondo cui da questa situazione “bisogna venirne fuori e, anche se qualcuno morirà, pazienza”, tesi fortemente infelice ma certamente non isolata in organizzazioni che, anteponendo il lavoro alla salute, tendono a procrastinare il blocco della popolazione anche a epidemia fortemente crescente: dobbiamo poi riflettere sulla vicinanza di questa dichiarazione con la “sbagliata” espressione renziana, considerando però che Guzzini ha parlato per puro interesse economico di parte, mentre il politico Renzi per sola speranza elettorale.

 

Poi ci sono i cittadini che dovrebbero osservare limiti assolutamente infantili (mascherina, distanza, pulizia), ma che in gran parte rifiutano queste indicazioni, visto che da varie generazioni sono abituati a una vita facilitata dall’assenza di qualsiasi episodio bellico, da miglioramenti sociali che dal ’45 ad oggi sono stati più che eloquenti, da significativi progressi sanitari e dall’esplosione di distrazioni dilettevoli che non si limitano all’amato calcio, ma che vedono in X Factor un immancabile fattore attrattivo, così come affascinano Amazon, Apple o Google, mentre Immuni viene rifiutata perché unica presunta distruttrice di una privacy assolutamente irrinunciabile: questa è l’odierna e vanitosa cultura di un Paese che invece affonda le sue radici in profondi appuntamenti storici, politici, artistici, letterari e matematici.

 

Avendo ricordato la cultura, mi è facile scivolare ora sull’informazione, che dovrebbe porsi come severo giudice di comportamenti socialmente riprovevoli e, al contrario, vede alcuni giornalisti seguirli e assecondarli, tant’è che in una recente trasmissione televisiva strutturata attorno all’assurdità di certe scelte, il direttore di un noto quotidiano insisteva sul fatto che se il governo ci lasciava uscire e ci spingeva a spendere con IO, non poteva anche chiederci di non assembrarci nei negozi: sarebbe come dire che, dopo aver detto a un neopatentato di mantenere la destra e di fare benzina, non possiamo chiedergli di rispettare il rosso di un semaforo.

Questo è il nostro mondo.

 

Luigi Giovannini

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo a cura di Massimo Palermo, Direttore di salute33, sui dati ISTAT relativi al livello di istruzione nel nostro Paese

 

In Italia il 50,1% delle persone ha al massimo la licenza media, mentre i laureati e le persone che hanno conseguito un diploma di Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica (A.F.A.M.) di I o II livello rappresentano il 13,9% della popolazione di 9 anni e più.

 

Lo si legge nel Censimento Istat della popolazione nel 2019, secondo il quale il 35,6% dei residenti ha un diploma di scuola secondaria di secondo grado o di qualifica professionale; il 29,5% la licenza di scuola media e il 16% la licenza di scuola elementare.

 

La restante quota di popolazione si distribuisce tra analfabeti e alfabeti senza titolo di studio (4,6%) e dottori di ricerca, che possiedono il grado di istruzione più elevato riconosciuto a livello internazionale (232.833, pari allo 0,4% della popolazione di 9 anni e più).

 

Rispetto al 2011, si legge, diminuiscono, sia in termini assoluti che percentuali, le persone che non hanno concluso con successo un corso di studi (dal 6% al 4,6%) e quelle con al massimo la licenza di scuola elementare (dal 20,7% al 16%) e di scuola media (dal 30,7% al 29,5%).

 

Nel 2019 aumentano le persone in possesso di titoli di studio più elevati rispetto a otto anni prima. In particolare, si contano quasi 36 diplomati (31 nel 2011) e 14 laureati (11 nel 2011) ogni 100 cento individui di 9 anni e più mentre i dottori di ricerca passano da 164.621 a 232.833, con un incremento pari a più del 40%.

Perfettamente allestite, appuntate nell’elenco dei desideri di molti. Eppure chiuse. Sono le mostre che in tutta Italia restano sbarrate in attesa di un sì aprano le porte, con tutte le cautele del caso da parte del Governo.
Certo, molte di queste sono rimaste in contatto con il proprio pubblico grazie al mondo virtuale dei social e del website ma è evidentemente impossibile colmare il vuoto.

 

Vediamone alcune, cominciando da quelle che sono già al loro doppio sonno, nel senso che erano appena partite quando a chiuderle fu il lockdown di primavera, salvo risorgere con il sole d’estate e poi tornare nuovamente al buio.
Nella categoria delle veterane dell’era Covid è, al Palazzo Roncale di Rovigo, La quercia di Dante. Visioni dell’inferno. Dorè, Rauschenberg, Brand, aperta lo scorso 28 febbraio e adesso prolungata sino al 17 gennaio 2021.
Sorte analoga anche per un’altra mostra celebrativa di Centenari. A Rovigo, per quello di Dante, Previati in questo altro caso, è ricordato a Ferrara, al Castello Estense con la mostra Tra Simbolismo e Futurismo. Gaetano Previati. Inaugurata il 9 febbraio 2020, dovrebbe concludersi il 27 dicembre, salvo proroghe.
Accanto a queste due veterane, diverse altre vivono un poco gradito letargo in attesa del colpo di bacchetta magica che le risvegli.

 

In ordine sparso, Marc Chagall anche la mia Russia mi amerà, a Palazzo Roverella di Rovigo. Salvo proroghe, chiuderà il 17 gennaio, mentre a Padova morde il freno Van Gogh. I colori della vita, prevista sino all’11 aprile.
È pronta a farsi ammirare sino a sino al 5 aprile, ad Abano Terme (Pd), nel Museo Villa Bassi Rathgeb, Seicento-novecento. Da Magnasco a Fontana. Collezioni in dialogo sono la Bassi Rathgeb e la Merlini.
Tempi brevi, sempre che non intervengano auspicabili proroghe, per Mio Vanto, Mio Patrimonio. L’arte del 900 nella visione di Leone Piccioni, al Museo della Città di Pienza.
Al Palazzo della Podestà di Montevarchi (AR), luci spente anche per la monografica su Ottone Rosai, che dovrebbe concludersi il prossimo 31 gennaio.
Sempre salvo proroghe, a Cremona, Orazione Gentileschi. La fuga in Egitto e altre storie è, per adesso, prevista sino al 31 gennaio, in Pinacoteca Ala Ponzone.

 

Prolungata invece sino al 14 febbraio (chiusura inizialmente prevista all’8 dicembre), a Camera Centro Italiano per la Fotografia, naturalmente a Torino, per «Paolo Ventura. Carousel».
Ci sarebbe stato tempo sino 13 dicembre, alla Fondazione Magnani-Rocca, in quel di Mamiano di Traversetolo – Parma, per ammirare L’Ultimo Romantico. Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori.
Qualche settimana in più, sino al 14 febbraio, alla Nuova Pilotta di Parma per la mostra Fornasetti. Theatrum Mundi, aperta lo scorso 3 giugno.
Il 31 gennaio è la data prevista per la chiusura di La mano che crea. La Galleria pubblica di Ugo Zannoni (1836-1919). Scultore, collezionista e mecenate, aperto il 27 giugno scorso a Verona, Galleria d’Arte Moderna Achille Forti a Palazzo della Ragione.
Sono, negli scorsi mesi, iniziate a Ravenna le Celebrazioni per il Settimo Centenario Dantesco. L’intensissimo programma ravennate ha preso il via con Dante nell’arte dell’Ottocento. Un’esposizione degli Uffizi a Ravenna. Dante in esilio, ai Chiostri Francescani, dove resterà sino al 5 settembre 2021. Il secondo appuntamento è alla Classense con la mostra Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, di cui è già certa la proroga oltre il 10 gennaio, iniziale data di chiusura.

 

Ma, attenzione! Perché tra tante mostre dormienti, ve ne sono alcune che sono graziate per avere sede in paesi con meno restrizioni anti-Covid oppure per essere accolte in gallerie private, che in quanto esercizi commerciali, sono accessibili al pubblico (ad eccezione naturalmente di zona rossa).
È esempio del primo caso Dentro i Palazzi. Uno sguardo sul collezionismo privato nella Lugano del Sette e Ottocento: le quadrerie Riva, aperta nel pieno di questa ondata di Covid, allestita nella Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst, a Rancate, Canton Ticino, in Svizzera. Tranquillamente visitabile sino al 28 febbraio 2021.
Così come sono regolarmente aperte le sezioni milanese e fiorentina di Arte moderna e contemporanea. Antologia scelta 2021, mostra proposta da Tornabuoni Arte nelle sue Gallerie delle due città.
Per concludere il giro, ecco una Fiera: Flashback, l’arte è tutta contemporanea. Con il tema: Ludens, ha scelto di affrontare il Covid trasformandosi in un’Edizione Diffusa nella città di Torino e nel resto del mondo, dove hanno sede le gallerie partecipanti (www.flashback.to.it). Partendo al grido di non siamo soli, ci invita tutti a giocare con la sua ottava edizione, Ludens, dedicata alla capacità di ciascun individuo di riplasmare la realtà attraverso la creatività.

La scuola in Italia non ha chiuso causa Covid e non ripartirà senza un intervento con la Legge di Bilancio, depositata nelle aule del Parlamento.

Come ci ha insegnato Rita Levi Montalcini, che ha fatto sua la frase di Kant “Sapere aude”, abbi il coraggio di conoscere. E il Covid ha imposto questo coraggio.

 

Alla luce di quanto comunicato nella conferenza stampa dal presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, si comunica che tutte le misure previste dall’ultimo DPCM entrano in vigore da dopodomani, venerdì 6 novembre.

 

L’individuazione di tre zone – gialla, arancione e rossa – destina ciascuna ad alcune misure restrittive in base al rischio di appartenenza. Nella Regione Veneto, inserita tra quelle a livello di rischio “giallo”, entreranno in vigore le seguenti misure:

 

• Dalle ore 22 alle ore 5 del giorno successivo sono consentiti esclusivamente gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute (da dichiarare con modulo di autocertificazione);

• Didattica a distanza al 100% delle scuole secondarie di secondo grado (superiori), salvo i laboratori. Restano aperti in presenza nidi, scuole dell’infanzia (materne), primarie (elementari), scuole secondarie di primo grado (medie) con obbligo di dispositivi di protezione delle vie respiratorie sopra i 6 anni;

• I mezzi del trasporto pubblico non potranno accogliere più del 50% della loro capienza massima;

• Chiusura al pubblico di teatri, biblioteche, cinema e musei;

• Chiusura di mercati e centri commerciali nei festivi e prefestivi (tranne che farmacie, parafarmacie, presidi sanitari, generi alimentari, tabacchi ed edicole);

• Nelle zone all’aperto (compresi parchi e aree gioco) resta comunque il divieto di assembramento e l’obbligo di rispettare la distanza di almeno un metro;

• Consentiti eventi, competizioni e sessioni di allenamento sportive individuali e di squadra di interesse nazionale, a porte chiuse;

• Rimangono chiuse piscine e palestre;

• L’attività sportiva di base è consentita all’aperto con distanziamento sociale;

• Sospese attività di sale giochi, scommesse, bingo e casinò anche se svolte in locali adibiti ad altra attività (come le VLT nei bar e nelle tabaccherie);

• Bar, pasticcerie e ristoranti sono aperti dalle 5 fino alle 18.  Fino alle 22 si può prendere cibo da asporto (con divieto di consumarlo nelle adiacenze del rivenditore o all’aperto). È consentita la consegna a domicilio.

 

Quest’anno gli eventi saranno limitati a causa del Covid, ma si terrà la deposizione della corona di alloro presso i monumenti ai Caduti nelle città dove previsto

 

Si celebra oggi, 4 novembre, la Giornata dell’Unità nazionale e la Festa delle Forze armate, festa ufficiale italiana che da un lato ricorda l’annessione di Trento e Trieste al Regno d’Italia che andarono in questo modo a costituire l’Unità nazionale, e dall’altro commemora di tutti i soldati caduti in guerra.

 

Mentre a Roma, come ogni anno, le più alte cariche dello Stato italiano si recano all’Altare della Patria per  deporre una corona d’alloro alla tomba del Milite Ignoto, con l’Inno di Mameli in sottofondo e le Frecce Tricolore nel cielo della capitale, in Veneto l’assessore regionale all’Istruzione Elena Donazzan rivolge un sentito messaggio al mondo della scuola, in occasione di questa ricorrenza.

 

 

Assessore Donazzan alla scuola veneta: “La storia insegna che dai momenti difficili uniti si esce”

“Vi appello in questo modo immaginandovi uniti in questo ennesimo momento di incertezza e difficoltà in cui la pandemia continua a lasciarci, privati delle nostre sicurezze, delle più belle relazioni di affetto e di empatia che un abbraccio, una stretta di mano, un gesto affettuoso suscitano. Una situazione che fatichiamo a comprendere e che lascerà certamente nelle nostre vite lacune, dolore e disorientamento”.

 

“Ho scelto di mandare a Voi tutti un messaggio di vicinanza e di sostegno oggi, 4 novembre, che per l’Italia, fino a qualche decennio fa, era festa nazionale, festa che celebrava l’attesa unità e la Vittoria nella Prima Guerra Mondiale. Fu quella una guerra devastante, che colpì duramente la società di allora ed i nostri territori in special modo. Il Veneto fu teatro delle più dure ed epiche battaglie, fu protagonista delle pagine dolorose ed eroiche della storia nazionale, fu devastato nei suoi borghi e nei suoi monti e fu poi luogo di costruzione dei monumenti alla memoria”.

 

“Gli uomini e le donne di allora erano come noi – spiega in dettaglio l’Assessore – le loro paure, sono anche le nostre, i loro affetti sono anche i nostri, le loro speranze per una vita migliore, sono le stesse che abbiamo noi oggi. Passarono da una guerra devastante, ma seppero guardare al domani e rialzarsi. Vi invito a leggere qualche pagina di diario di guerra di qualche valoroso soldato, vi invito ad approfondire quanto successe sui nostri territori per avere la convinzione che anche dai momenti più difficili si esce e ci si può rialzare”.

 

La lettera si conclude con un messaggio di speranza a tutto il mondo della scuola veneta, che in questo 2020 ha vissuto e sta vivendo in una condizione che non ha eguali nella nostra storia recente.

“Credo però ci sia una condizione: fare il nostro dovere, farlo fino in fondo, non farsi abbattere dalle paure, ma mostrare coraggio e dignità – conclude Elena Donazzan. – Ciascuno al proprio posto e per il ruolo che ha, docente, tecnico, ausiliare, studente, politico. La scuola è il luogo dell’essere, della educazione, della formazione alla vita, anche e soprattutto alla vita di comunità”.

Secondo un articolo apparso su IFN, la pandemia potrebbe contribuire a far estinguere intere popolazioni nei prossimi decenni. È questo lo scenario scaturito da un inverno demografico dettato dalla crisi attuale. Giusto per fare un esempio, il Giappone, che è uno dei Paesi al mondo con la natalità più bassa e il più alto tasso di invecchiamento, è prossimo a registrare un nuovo record negativo di nascite. E nemmeno lo scenario italiano è dei più rosei, anzi.

 

2020 annus horribilis

Secondo fonti governative citate dall’agenzia di stampa Kyodo, il 2020 potrebbe chiudersi con 845mila nuovi nati in Giappone: mai così pochi nel Paese nipponico dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il dato è difatti molto inferiore rispetto a quello del 2019, quando le nascite erano state 865.239.
Per avere numeri certi bisognerà attendere ancora: il governo di Tokyo pubblicherà una prima stima a dicembre, mentre le statistiche definitive arriveranno all’inizio del nuovo anno. Tuttavia i funzionari del ministero della Salute sono già convinti che il 2020 segnerà un picco negativo sulla natalità.

 

Giappone, terra di centenari

Come riportano i dati pubblicati il 15 settembre dal ministero della Salute, in Giappone oggi abitano 80.450 ultracentenari, aumentati di 9.176 rispetto al 2019, che ha registrato il 50° aumento annuo consecutivo.
Nel 1963 (anno in cui il Paese ha iniziato il computo) le persone di età pari o superiore ai 100 anni erano appena 153.
Più o meno vent’anni dopo, nel 1981, il numero aveva già superato il migliaio e nel 1998 i giapponesi ultracentenari erano oltre 10mila. L’aspettativa di vita è certamente aumentata grazie ai progressi della scienza, ma l’invecchiamento del Paese rappresenta anche un campanello d’allarme demografico.

 

Rischio estinzione?

Nel corso di una recente conferenza stampa, Tetsushi Sakamoto, il ministro responsabile delle risposte al calo di natalità, ha dichiarato come: «La diffusione del coronavirus stia facendo preoccupare molte persone di rimanere incinte, dare alla luce e allevare bambini». Sul tema si espone anche la Japan Pediatric Association, rilevando che anche nei prossimi dieci anni potrebbe flettersi gravemente la curva delle nascite a causa della pandemia. La fase di incertezza dovuta al Covid-19 si riflette anche sui matrimoni, in netto calo rispetto allo scorso anno, con un -36,9%. Secondo Masaji Matsuyama, ex titolare del dicastero che si occupa del calo delle nascite, se la tendenza demografica resterà la stessa, sarà messa a rischio «l’esistenza stessa della nazione come la conosciamo».

 

I giapponesi siamo (anche) noi italiani

Questo scenario ci riguarda da vicino perché, se il Giappone guida la classifica mondiale per invecchiamento della popolazione, l’Italia gli è seconda. L’esistenza della popolazione, pertanto, è minacciata anche qui da noi. Qualche tempo fa il presidente dell’ISTAT Gian Carlo Blangiardo aveva lanciato l’allarme su come crisi economica, paura e incertezze incidano negativamente sulla natalità. Certamente non sono d’aiuto gli appelli dei medici all’astinenza sessuale o all’autoerotismo, e nemmeno la drastica riduzione dei rapporti sociali.

Secondo uno studio scientifico citato anche da Piero Angela, nell’anno 2100 la popolazione del nostro Paese passerà dagli attuali 60 milioni a non più di 28milioni. La riduzione comporterà un crollo del PIL, collocandoci al 25° posto tra i Paesi del mondo, e non più tra i primi dieci.

 

 

Fonte: ifamnews.com

L’analisi dell’economia italiana post-lockdown impone di vagliare in primo luogo la situazione debitoria della popolazione, tenendo anche conto delle restrizioni imposte dal Governo e del conseguente aggravamento della crisi economica già in atto da alcuni anni.

 

Infatti, per contingentare il più possibile il rischio di contagio da Coronavirus, nel periodo intercorrente da marzo a maggio, le competenti autorità hanno adottato una serie di provvedimenti destinati a ridurre drasticamente gli spostamenti delle persone per evitare il verificarsi di rischiosi assembramenti.

Inoltre la chiusura delle attività produttive non ritenute indispensabili a livello nazionale ha influito negativamente sulle condizioni reddituali dei nuclei familiari direttamente o indirettamente destinatari delle suddette misure.

 

Tuttavia, contrariamente ad ogni aspettativa in merito, le famiglie italiane hanno continuato ad accendere nuovi prestiti o finanziamenti per sopperire a spese di varia natura e di diversa rilevanza.

 

A tale riguardo, ponendo l’attenzione sull’incidenza delle nuove linee di credito sui redditi dei cittadini, da recenti statistiche emerge che nei primi sei mesi del 2020 si è verificato un incremento pari al 4,8%, rispetto a quanto registrato lo scorso anno.

La ragione di tale andamento è probabilmente da ascrivere anche alla convenienza delle operazioni finanziarie in seguito al progressivo ribasso del costo del denaro.

 

Dalla medesima indagine si evince anche che nell’ultimo periodo sono in costante aumento i finanziamenti finalizzati, come ad esempio quelli per l’acquisto di elementi di arredo o elettrodomestici oppure quelli stipulati per comprare vetture e motocicli, a scapito dei prestiti personali.

 

Per quanto invece riguarda il peso delle rate mensili subito dalle famiglie italiane, la somma media impiegata dalla platea dei debitori per restituire il capitale ricevuto ammonta a 333 euro (contro i 364 euro del 2016), a fronte di una esposizione di debiti che generalmente ruota sui 30 mila euro.

Si nota quindi una particolare attenzione dei richiedenti alla comodità della rateizzazione rispetto alle proprie capacità effettive di rimborso, che spesso li induce ad optare per l’allungamento della durata del finanziamento con consequenziale diminuzione dell’importo impegnato ciascun mese.

 

Tra i finanziamenti più diffusi sul mercato finanziario vi sono i prestiti destinati ai dipendenti statali, che in virtù della solidità del loro contratto lavorativo e del loro datore di lavoro possono usufruire di condizioni agevolate sia nei tassi che nelle modalità di richiesta.

Nel dettaglio hanno la possibilità di accedere ad un Piccolo Prestito ovvero ad un Prestito Pluriennale diretto o garantito, qualora abbiano raggiunto i requisiti richiesti, come l’anzianità di servizio e l’iscrizione alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie (per ulteriori approfondimenti sui prestiti per dipendenti statali: Calcoloprestito.org).

Riceviamo e pubblichiamo una analisi a firma di Luigi Giovannini sull’attuale panorama politico-sanitario italiano

 

Mi sembra difficile capire chi deve fare cosa e perché. Se l’Italia avesse un territorio immenso, il problema del contagio sarebbe estremamente ridotto, ma nella situazione data ci è stato giustamente ricordato che noi cittadini siamo il virus e i nostri comportamenti soffocano o alimentano la pandemia.

 

Questa tesi è stata sostenuta e divulgata sia da scienziati governativi, che da esperti di recente notorietà televisiva e mi riferisco ai vari Ricciardi, Locatelli, Ippolito, Capua, Galli, Crisanti e Viola che ci hanno frequentemente intrattenuto e informato sulla natura e l’aggressività di quanto ci sta dannando.

 

Certo, prima della scorsa estate abbiamo anche sentito dire che il virus clinicamente non esisteva più e che le notizie sul suo dilagare erano irresponsabilmente terrorizzanti e queste tesi ottimistiche furono abbracciate sia da alcuni politici, che dai promotori di un convegno negazionista anche troppo declamato, creando molte incertezze e confusioni.

L’esperienza ha purtroppo evidenziato la correttezza delle indicazioni più allarmanti, e se nella prima fase il governo, conscio dell’inesperienza dei cittadini, si adoperò giustamente per promuovere un dovuto e, per quanto possibile, risolutivo lockdown, successivamente lo stesso, sapendo la forzatura economica e sociale insita nel rimedio, all’inizio dell’estate aprì le porte ad una ripresa lavorativa e ludica assolutamente necessaria.

 

Naturalmente questa apertura fu accompagnata da precise indicazioni di comportamento, indicazioni decisamente complesse e costose per le gestioni aziendali, ma più che elementari per tutti gli altri cittadini che dovevano evitare assembramenti, usare la mascherina, stare per lo più in famiglia e lavarsi le mani: insomma, dovevamo comportarci con una certa accortezza.

Tutto ciò però non è evidentemente avvenuto e già al rientro in città si sono segnalati motivi di preoccupazione sempre più allarmanti, dovuti a una pluralità di fattori che hanno visto molti cittadini, aziende e studi professionali comportarsi in maniera profondamente inadeguata rispetto alle attese.

 

E così ora siamo ricaduti nel problema, ma per fortuna il settore medico ha nel frattempo acquisito maggiore esperienza, per cui le probabilità di guarigione dei malati sono fortemente aumentate non solo nelle persone giovani, ma anche negli anziani o in chi soffre di altre gravi patologie.

 

C’è un persistente conflitto istituzionale, ma le Regioni hanno la responsabilità del funzionamento del servizio medico nazionale e questa incombenza è stata da loro a suo tempo fortemente voluta: Conte veniva anche incolpato di applicare con i Dpcm un dirigismo democraticamente borderline e quindi oggi, con le deleghe ai poteri territoriali, le polemiche su questo argomento dovrebbero rientrare.

 

Alcune Regioni però, nel periodo trascorso non hanno assolutamente risolto i problemi sanitari evidenziati dalla prima ondata, per cui ancora oggi non tutte offrono ai cittadini un’adeguata organizzazione medica territoriale e conseguentemente gli ospedali sono presi d’assalto dai nuovi ammalati covid, a scapito – purtroppo – di qualsiasi altra esigenza curativa; le mascherine sono insufficienti e non si capisce perché l’Emilia Romagna e il Veneto le stiano comprando al costo unitario di 5 euro e la Lombardia a 26; i test rapidi sono già stati autorizzati da mesi dal ministro Speranza e sono disponibili, ma scarsamente utilizzati; i mezzi pubblici sono inadeguati e così alle fermate gli assembramenti si moltiplicano, nonostante che il governo abbia già stanziato specifiche risorse per il noleggio di altre vetture. Governo che però è incerto e 3 Dpcm in poco tempo ne costituiscono una prova evidente: non va dimenticato che la recrudescenza infettiva a cui stiamo assistendo non è esclusivamente italiana, ma la speranza che le linee guida a suo tempo indicate fossero maggiormente seguite e potessero fornire un risultato duraturo era molto concreta.

 

Con l’obiettivo di evitare un nuovo lockdown generalizzato, il Presidente del Consiglio – dopo un confronto con il responsabile dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro – ha fatto scelte che provocheranno molti scontenti e, comunque deve prendere una nuova spinta propositiva perché, ad esempio, le procedure di tracciamento non completate sono essenziali anche per Immuni, che però – a detta di molti cittadini – viene poco utilizzata per grossi problemi di privacy, problemi che, invece e miracolosamente, non ostacolano l’utilizzo intensivo di Amazon, Apple o Google. Non c’è niente da fare siamo fatti così, Immuni è pericolosa, gli assembramenti per una giornata di sci o per una bicchierata tra amici sono del tutto trascurabili e gli effetti negativi sono responsabilità governative. Nel frattempo l’opposizione scalpita, ma l’unico suggerimento innovativo riportato dalle pagine dei giornali si è concretizzato nell’ipotesi di una bicamerale, a conduzione Brunetta, per la gestione delle risorse del next generation eu.

 

 

Luigi Giovannini

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