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Una breve lettura sulla realtà. Con quali regole e con quale modello potremo ricostruire il sistema politico ormai imploso? Ecco alcuni punti su cui ricostruire insieme

 

Il 2 febbraio scorso il Presidente Mattarella ha rischiarato una delle notti più buie della Repubblica proponendo Mario Draghi alla Presidenza del Consiglio. Si è trattato di una scelta istituzionale spartiacque, determinata dalla crisi profonda della politica in questa legislatura. Il ritorno alla competenza e al sacrificio è il monito e l’ultima speranza per chi si sta impegnando a gestire le istituzioni del Paese. Draghi, con le sue competenze e la sua storia di vita, rappresenta per l’Italia questa speranza certificata.

 

Ma la riva, che sarà da abitare e costruire, non è per nulla scontata. Proprio Mario Draghi ha di recente ribadito ai giovani che per ricostruire sono necessari “conoscenza, umiltà e coraggio”. Sono queste le caratteristiche che lo hanno distinto in Europa come uomo politico e non partitico, mentre coniugava giustizia sociale e studio, discernimento e scelte in favore del bene comune. La tolleranza e i beni pubblici di altri modelli non sono sufficienti per dare quel colpo d’ala necessario per salvarci dagli effetti della pandemia, questo Draghi lo sa. I giganti possono portare rocce pesanti, ma il peso potrebbe soverchiarlo se i partiti non ritroveranno un’unità nazionale e non faranno tutti un passo indietro. Lo scriviamo da tempo: senza una vera unità nazionale, costruita intorno alla soluzione di politiche urgenti, il Paese non si potrà salvare. Verrà invece colonizzato dai mercati finanziari che si muovono al di fuori dell’etica e del rispetto umano.

 

La maggioranza dei cittadini ha assistito attonita alla crisi: giorni spesi per ricostruire un Conte ter, poi l’esplorazione poco utile ma necessaria del Presidente Fico. Anche i media sono tra i responsabili della crisi politica e del dibattito pubblico, con una turnazione dei soliti volti a fare continua apologia della propria visione della realtà. Per quale motivo non si è entrato nel merito dei temi alle radici della crisi e non si è chiesto un conto dettagliato delle proposte delle parti? Per quale motivo non parlano coloro che hanno guardato negli occhi il rischio della pandemia o stanno ancora piangendo per avere lasciato i propri cari e amici o per aver perso tutte le proprie certezze? Può il giornalismo dire che una crisi è incomprensibile senza aver fatto le domande giuste per spiegarla?

 

La crisi ci spinge a ricercare proposte concrete e soluzioni di sistema nuove. Nella storia le epidemie (anche sociali) sono state sconfitte dal coraggio e dalla creatività, dalla generatività e dalla responsabilità di uomini e donne liberi e spirituali. Sono le voci della resistenza che costruiscono il domani. Le abbazie carolingie del VII secolo e i monasteri benedettini dell’XI sono nati in Europa come luoghi di riflessione e con debiti perenni rivelatisi nel tempo investimenti. Per il presidente Mattarella le urgenze sono almeno tre: la campagna di vaccinazione, lo sblocco dei licenziamenti a fine marzo e il Recovery Plan da consegnare in Europa ad aprile[1]. Giuseppe Conte ha il merito di avere ottenuto la fiducia dell’UE. Il Paese può essergliene grato, ma non è stato aiutato dall’imbarazzante cultura pentastellata e dall’appiattimento strategico del PD.

 

Ora però lo scenario è cambiato: il mandato del Presidente Mattarella è chiaro: «realizzare un Governo di alto profilo riconducibile ad alcuna formula politica». È lo spartiacque che segna la discontinuità e ha confuso le forze politiche che, in pochi giorni, hanno sostenuto posizioni di apertura, contraddittorie alle loro nature, alle loro alleanze e ai loro programmi. Ma c’è di più. L’attuale offerta politica non rappresenta più il Paese e, come dopo il Governo Ciampi, adesso sarà urgente ripensare regole e schieramenti, rilanciare un dibattito diffuso e risvegliare il senso sociale e civile tra i cittadini. Nascono ora due cammini tra loro paralleli: le scelte e l’azione del governo Draghi e la ricostruzione delle regole sociali e politiche per il medio termine, che prepareranno le prossime elezioni. È su questo secondo punto che nasce la nostra preoccupazione.

 

Senza scendere negli aspetti tecnici, vogliamo ribadire alle forze politiche alcuni criteri da avere a cuore per arrivare a regole del gioco più certe e responsabili e per ricostruire un vero dibattito pubblico: garantire una reale maggiore rappresentatività politica; assicurare un elevato grado di governabilità per garantire la democrazia dell’alternanza; ridurre la frammentazione del sistema partitico; rispettare le minoranze politiche; permettere all’elettore di scegliere le alleanze di governo e il nome del presidente; facilitare la stessa maggioranza sia alla Camera sia al Senato; assicurare una adeguata rappresentanza di genere; contenere le spese elettorali; ridisegnare in meglio i collegi elettorali dopo la riduzione del numero dei parlamentari.

 

Ripensare insieme le regole darebbe la possibilità di fare riforme urgenti rasserenando così il clima politico e favorirebbe coalizioni di governo: stabili, che rispettino la centralità e l’autonomia del Parlamento; alternative, basate su ideali e programmi diversi; moderate, in cui le diverse forze politiche si impegnino a realizzare nella mediazione un programma elettorale. Lo ribadiamo, le regole del gioco sono importanti. Anche una legge elettorale che si ponga il problema di come scegliere coloro che ci rappresenteranno e governeranno non è mai una scelta tecnica. Si tratta sempre in realtà di una scelta politica, perché influisce su due fondamentali princìpi della democrazia, la rappresentanza e la partecipazione. In altre parole, il voto dell’elettore può avere un peso diverso a seconda del sistema elettorale che si sceglie.

 

Si vorrebbe davvero ritornare al proporzionale, che favorirebbe il voto di scambio e la frammentazione del tutti contro tutti? Possiamo riportare il sistema in mano a pochi partiti, poco presenti nei territori e con una scarsa selezione della classe dirigente? Da suddito il cittadino deve ritornare ad essere arbitro in grado di scegliere l’indirizzo politico da dare al Paese. In questo scenario instabile il modello dell’elezione dei sindaci e dei Presidenti delle Regioni ha funzionato, tanto che intorno a questa esperienza si sono formate partecipazione e politiche attive. Sulla stessa logica si basa il doppio turno francese, che permette di votare con “il cuore” il proprio partito e con “la ragione” lo schieramento di governo che si forma dopo due settimane tra le forze che hanno ottenuto più voti. Sembra un tema tecnico, ma per battere il cuore ha bisogno di un corpo che lo protegge. Per questo occorre non perdere tempo.

 

Lo stesso Seneca, nelle Lettere a Lucilio, ci ricorda un monito davanti al quale reagire subito: «Una delle cause delle nostre miserie è che noi viviamo l’esempio altrui e, invece di regolarci secondo ragione, ci lasciamo regolare dalla consuetudine. Se fossero pochi a fare una cosa noi non avremmo voglia di imitarli; ma una volta che si è generalizzata una moda, la seguiamo, nella condizione che una cosa diventi onorevole se è fatta da molte persone. Così per noi l’azione prende il posto dell’azione retta, quando è diventata l’errore di tutti». Per noi non sia così!

A cura di Francesco Occhetta

 

Fonte: comunitadiconnessioni.org

 


[1] Si veda per approfondire: F. Tufarelli, Fiducia nella ripartenza e M. Fornasiero, La grande sfida della democrazia partecipativa

E alla fine è arrivata l’ora di Mario Draghi. Convocato oggi alle ore 12.00 da Mattarella al Quirinale, si troverà davanti a una mission impossible, visto che rimettere in piedi l’Italia in questo preciso momento storico sicuramente lo è. Ma la scelta di Mattarella rappresenta, oltre che una scelta di buon senso, quella che è l’ultima spiaggia, perché Draghi ha una cosa che nessuno ha in Italia, oggi. Si chiama credibilità.

 

Il buon Fico non ha trovato altre alternative, un Conte-ter era soluzione impraticabile e allora, con la coda tra le gambe, è tornato dal Presidente della Repubblica. E quindi bisognava trovare una persona che fosse credibile ma che accetterà SOLO ad una condizione. Avere carta bianca. Quello che Draghi programmerà, SE accetterà, sarà quello che ci chiede Bruxelles. Un programma di lungo termine per far ripartire l’Italia.
Alternativa? Le elezioni, ma Mattarella sa benissimo che rischiano di essere la catastrofe nella catastrofe. E allora gioca il tutto per tutto. Chiama Mario Draghi al colle. Che potrebbe sempre rinunciare, non scordiamoci mai.

 

 

E se Draghi dovesse accettare, ecco subito un piccolo problema. Si chiama debito pubblico. Vale circa 2.600 miliardi di euro. Significa circa 43.000 € su ogni testa. Questo sarà il debito pubblico che ci ritroveremo alla fine della pandemia.
È naturale: il PIL è destinato a crollare (-8,8% per il 2020), la spesa pubblica sta impazzendo nel tentativo di salvare imprese, famiglie, autonomi e indigenti. Secondo voi Draghi non metterà in programma, una volta passata la buriana, un piano di rientro importante? E magari già fin partendo da subito, prendendo i soldi dove ci sono. Nell’ipotesi in cui accettasse l’incarico, riuscirà a mettere in concreto un piano poi condiviso in Parlamento e da un Governo che adesso fatichiamo tutti a immaginare?

 

Mario Draghi e il suo “whatever it takes” in BCE

Non dimentichiamo che c’è poi il Recovery Plan… Insomma, per l’Italia si apre un capitolo fondamentale per la sua storia. E questo capitolo come possiamo chiamarlo se non “Ultima spiaggia”? Sì, perché nel bene o nel male, questa per noi è veramente l’ultima spiaggia e ci vorranno una serie di “whatever it takes” che dovranno convincere tutti in Europa, e forse convinceranno molto meno molti italiani. Tra qualche ora vedremo come si sviluppa questo capitolo degno del miglior thriller di Stephen King.

 

 

Fonte e autore: intermarketandmore.finanza.com | Danilo DT

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un nuovo intervento a firma di Luigi Giovannini sulle dimissioni di Giuseppe Conte e sulla crisi di Governo che sta interessando il nostro Paese da un paio di settimane

 

E così siamo arrivati al termine del governo Conte e non so se questo sia un bene per il Paese, visto che non ritengo negativo il saldo della sua conduzione né di fronte alla devastante pandemia, né per tutti gli altri problemi funzionali ed economici che sono stati affrontati.

 

L’aspetto sanitario, pur con tutti gli errori che in simili tsunami è inevitabile fare, è stato affrontato con decisioni politiche conseguenti a precisi indirizzi medici, indirizzi purtroppo spesso annacquati sia dal basso profilo di un insensato protagonismo regionale, sia dalla superficialità di molti cittadini, assolutamente non disposti a ridurre privilegi di vite frequentemente ludocratiche e ugualmente contrari ad accettare necessarie sospensioni delle loro attività professionali.

 

E così il nostro limitato livello civico ci ha portato spesso a criticare e aggirare gli argini indicati, ignorando sistematicamente che il virus si diffonde con noi e da noi: e non importa se i numerosi svagati siano solo una minoranza come viene detto, perché anche gli ultrà lo erano, eppure hanno causato dolorosi problemi pur in situazioni del tutto irrilevanti se paragonate all’attuale tragedia.

 

Passando agli aspetti economici ricordo che in un primo tempo gli interessi personali hanno spesso prevalso sui provvedimenti sanitari, tanto che le prefetture di determinate Regioni sono state letteralmente sommerse da autocertificazioni aziendali inizialmente salvifiche per gli interessi di alcuni, ma poi forzatamente sopraffatte dal virus, con conseguenti grosse diffusioni pandemiche.

 

Per quanto riguarda il recovery plan, osservo invece che l’attività governativa viene analizzata con forzature del tutto inaspettate, unicamente perché grossi investitori – abituati a cogestire con politici e con abbondanti tornaconti personali le risorse del Paese – non hanno assolutamente accettato la chiusura sancita e costruita da Conte attorno alle risorse europee, con – in più – la sua dichiarata intenzione di volerle così sottrarre a destinazioni del tutto estranee all’interesse comune.

 

Questa è l’imperdonabile decisione dell’Ultimo arrivato, ed è l’unica ma celata causa di tutti i violenti attacchi iniziati in autunno: le insistenti e violente critiche personali appaiono infatti spesso strumentali, dato che superano il ruolo e le competenze di Conte, mettendolo impropriamente al centro di piani tecnici e economici in working progress che rientrano puntualmente nella sfera di Gualtieri.

 

Il ministro del Tesoro – invece e con assoluta accortezza – non viene mai nominato dai denigratori governativi, sia perché questi critici sarebbero immediatamente mal visti dall’Europa che conta (in Europa Gualtieri è molto conosciuto, apprezzato e intoccabile), ma soprattutto perché, nei rari confronti televisivi, le osservazioni negative sono state da lui tranquillamente smontate e l’ultimo “DiMartedì” ne è stata l’ennesima conferma.

 

Insomma questa crisi è una regolazione di potere, che alla fine ha anche trovato il suo esecutore politico ed è stata affrontata da Conte con troppa sicurezza, non solo perché le truppe di riserva sembrano del tutto sovrastimate, ma soprattutto perché durante i primi aspri confronti ha insistito su un potere personale che lo ha portato a confliggere con il massimo esperto in materia, senza alcun costrutto per noi cittadini.

Ma tutto si può migliorare.

 

Luigi Giovannini

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un nuovo intervento a firma di Luigi Giovannini sull’assalto avvenuto pochi giorni fa a Capitol Hill e sull’attuale situazione scolastica italiana

 

E così il 6 gennaio scorso Capitol Hill è stata assalita: non è il caso di entrare in particolari già commentati e documentati da giornali e Tv, ma bisogna prendere atto che il potere economico è oggi talmente prevalente sulla politica, da determinare non solo i risultati elettorali, ma da indurre anche l’eletto di turno a esercitare il proprio potere con decisioni persino arroganti e presuntuose, come se la nomina ottenuta fosse libera da qualsiasi controllo e garantisse una salvifica immunità.

 

Trump non è stato il primo e non sarà certamente l’ultimo politico a perseguire con particolare accanimento determinati traguardi, ma è stato il più scomposto, tanto che l’America è scivolata inevitabilmente ai limiti della democrazia, la cui fisiologica fragilità è stata recentemente documentata anche dalle vicissitudini di Hong Kong, ma in pochi hanno colto l’allarme.

 

Devo dire che non condivido le diffuse ammirazioni per una società legata ai richiami della frontiera e preferisco di gran lunga gli equilibri politici europei che, con tutte le loro contraddizioni, esprimono attenzioni sociali a mio avviso del tutto dovute, ma l’intrinseca debolezza democratica meriterebbe anche da noi continue riflessioni, per evitare di affidare vittorie elettorali e influenze politiche a narcisisti o affaristi che poi, naturalmente, passano all’incasso.

 

Perché è indubbio che forti contraddizioni coinvolgono da anni anche la politica italiana e infatti nasce da dissennate decisioni anche il livello del nostro debito pubblico che al 31 dicembre 2019 (ante Covid quindi) era arrivato a 2.409 miliardi di euro unicamente per soddisfare le spese correnti del vincitore politico di turno, impegnato a far vivere gli elettori al di sopra delle loro possibilità, addossando però – e senza alcuna remora – l’immancabile rimborso alle generazioni future: negli ultimi trent’anni, solo i due governi Prodi si sono distinti per una meritoria assenza in questa dissennata gara.

 

Ma un insistente esercizio di potere si manifesta pure nell’espressioni linguistiche, che identificano le recenti iniziative europee non con il dovuto termine di “next generation eu”, ma con la più disponibile e deviante espressione di “recorery fund”, bersaglio di furiose battaglie politiche proprio perché – in quanto fondo – è ritenuto possibile soddisfacente oggetto degli appetiti economici dei partiti e dei loro supporters, mentre il next generation identifica, senza alcun dubbio, scopi e beneficiari: per ostacolare quindi il cambiamento di marcia e di obiettivi europei, si cerca di azzoppare un governo proteso – pur con immancabili errori – a seguire la nuova strada in favore dei prescelti destinatari.

 

E così, invece di concentrarci per migliorare il piano esistente che deve essere approvato dall’Europa entro il prossimo 30 aprile 2021, viene imputato al governo l’accentramento gestionale dei 209 miliardi, indicando in alternativa la restaurazione di nuove concertazioni con sindaci, sindacati e associazioni di categoria, il tutto arricchito dall’indicazione di definiti progetti costruttivi assolutamente irrinunciabili, perché evidentemente già politicamente venduti.

 

Credo che nei momenti di cambiamento molte cose siano proponibili, ma i carrozzoni indicati e i conseguenti obiettivi clientelari non hanno mai portato alcun beneficio ai cittadini italiani, tant’è che i governi passati, i cui protagonisti sono oggi decisamente attivi nelle critiche, non sono stati assolutamente in grado di utilizzare le risorse europee disponibili, visto che dal 2014 al 2020 dei fondi strutturali di 72,4 miliardi a noi spettanti, al giugno scorso ne era stato utilizzato solo il 40%.

 

Non so se Conte stia governando meglio o peggio dei suoi predecessori, ma è comunque del tutto impensabile che il responsabile di un sistema aziendale – anche se decisamente particolare come uno Stato – riservi a persone estranee al gruppo dirigente la guida e la gestione di progetti assolutamente delicati: è chiaro comunque che il Governo deve procedere informando la maggioranza e il Parlamento sia delle sue scelte, che del suo procedere e, naturalmente, ne risponderà.

 

E poi c’è la scuola e il Corriere dell’altro giorno ci ha informato che 3 insegnati su 4 non intendono, nella situazione data, tornare in cattedra e subito molti politici si sono mossi contro gli indirizzi governativi che su questo argomento si sono sempre espressi a favore di un’urgente ripresa delle lezioni in presenza: sembra che in questo Paese tutte le attività debbano ripartire ma non la scuola, probabilmente perché gli studenti non votano, e non sono quindi destinatari di alcun vendibile o incrementabile ristoro: morale, non interessano.

 

Purtroppo oggi non c’è alcun referendum e così, nel chiuso delle stanze del potere e al riparo quindi da un secondo 40 a 60, chi ha un faticoso 11% di gradimento popolare, soffia sul fuoco per interrompere il cammino di chi ne riscontra il 60, e questa dannata prova muscolare viene espressa contando su forze che in America hanno portato all’assalto di Capitol Hill e che da noi assecondano da un lato la crescita di condizioni economiche sempre più floride e sempre più esclusive e, dall’altro, la diffusione di una povertà sempre più profonda.

 

Desidero chiudere con alcune riflessioni sulla qualità dell’informazione italiana che, distraendoci dalla delicatezza della situazione e dei problemi in campo, ogni giorno ci aggiorna con estrema insistenza dei ritardi italiani su qualsiasi problema di interesse europeo: e così si afferma che siamo ultimi nella distribuzione del vaccino, quando invece i dati ci danno al secondo posto dietro alla Germania, e così dallo scorso settembre viene denunciato un irrecuperabile ritardo governativo nei progetti da presentare in sede comunitaria, quando – e ancora invece – il commissario al bilancio Ue Johannes Hahn il 18 dicembre scorso ha affermato che l’Italia non è in ritardo e “ha già mandato una bozza di piano di riforme che ora la Commissione analizzerà”.

 

Quali siano gli obbiettivi di queste distorcenti informazioni non lo so, ma chissà che le attuali dure, paralizzanti e pretestuose polemiche politiche non finalizzino anche risultato “ritardo” e così la nostra informazione potrà sentirsi pure preveggente.

 

 

Luigi Giovannini

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un nuovo intervento a firma di Luigi Giovannini sull’attuale panorama socio-sanitario italiano

 

Pur non essendo in guerra, stiamo vivendo un periodo sconvolgente che andremo sicuramente a superare, ma alcuni atteggiamenti e commenti che vedo, sento e leggo non li ritengo assolutamente condivisibili.

 

Per quanto strano possa sembrare, a mio avviso il miglior giocatore che abbiamo in partita è il Governo che al di là di evidenti e scontati errori, ha colto le scelte di fondo e ci sta guidando al meglio nonostante i comportamenti, le lacune e le spaventose pressioni esercitate dalla critica politica, dalle Regioni, dalle varie Conf esistenti, dai cittadini e da molti giornalisti.

 

Iniziando dalla critica, segnalo le valutazioni di Salvini che all’inizio del marzo scorso rimarcava la necessità di riaprire la Lombardia, ma la sua indicazione si è infranta alcuni giorni dopo sui mezzi militari sfilati per le strade di Bergamo; evitando qualsiasi ulteriore prudenza riflessiva, in ottobre dichiarava poi di non ravvisare la necessità di prorogare lo stato d’emergenza, ma tutti sappiamo che il 25 novembre un trend assolutamente prevedibile ci ha portato a superare il non ambìto traguardo di 50.000 morti in 10 mesi.

 

Dal canto suo Renzi in maggio sostenne che se i morti di Bergamo e Brescia avessero potuto parlare, ci avrebbero detto di riaprire, uscita che ritengo assolutamente adeguata al suo livello politico e che il sindaco di Bergamo – Gori – definì, con grande signorilità, “a dir poco sbagliata”: in giugno, cercando di aggiungere competenza a sensibilità, l’ex premier sostenne che il virus si era molto affievolito.

 

Passando dalle critiche politiche alle Regioni non mi sento affatto confortato, perché la cronaca ci racconta che la salute dei cittadini è stata spesso sacrificata ai desideri di potere e notorietà di presunti Governatori e la loro incapacità di gestire la vaccinazione antinfluenzale, ha misurato ancora una volta la qualità del supporto offerto in questi mesi all’azione governativa.

 

E per quanto riguarda le varie Conf, mi limito a ricordare la recente uscita di Domenico Guzzini presidente di Confindustria Macerata, secondo cui da questa situazione “bisogna venirne fuori e, anche se qualcuno morirà, pazienza”, tesi fortemente infelice ma certamente non isolata in organizzazioni che, anteponendo il lavoro alla salute, tendono a procrastinare il blocco della popolazione anche a epidemia fortemente crescente: dobbiamo poi riflettere sulla vicinanza di questa dichiarazione con la “sbagliata” espressione renziana, considerando però che Guzzini ha parlato per puro interesse economico di parte, mentre il politico Renzi per sola speranza elettorale.

 

Poi ci sono i cittadini che dovrebbero osservare limiti assolutamente infantili (mascherina, distanza, pulizia), ma che in gran parte rifiutano queste indicazioni, visto che da varie generazioni sono abituati a una vita facilitata dall’assenza di qualsiasi episodio bellico, da miglioramenti sociali che dal ’45 ad oggi sono stati più che eloquenti, da significativi progressi sanitari e dall’esplosione di distrazioni dilettevoli che non si limitano all’amato calcio, ma che vedono in X Factor un immancabile fattore attrattivo, così come affascinano Amazon, Apple o Google, mentre Immuni viene rifiutata perché unica presunta distruttrice di una privacy assolutamente irrinunciabile: questa è l’odierna e vanitosa cultura di un Paese che invece affonda le sue radici in profondi appuntamenti storici, politici, artistici, letterari e matematici.

 

Avendo ricordato la cultura, mi è facile scivolare ora sull’informazione, che dovrebbe porsi come severo giudice di comportamenti socialmente riprovevoli e, al contrario, vede alcuni giornalisti seguirli e assecondarli, tant’è che in una recente trasmissione televisiva strutturata attorno all’assurdità di certe scelte, il direttore di un noto quotidiano insisteva sul fatto che se il governo ci lasciava uscire e ci spingeva a spendere con IO, non poteva anche chiederci di non assembrarci nei negozi: sarebbe come dire che, dopo aver detto a un neopatentato di mantenere la destra e di fare benzina, non possiamo chiedergli di rispettare il rosso di un semaforo.

Questo è il nostro mondo.

 

Luigi Giovannini

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo a cura di Massimo Palermo, Direttore di salute33, sui dati ISTAT relativi al livello di istruzione nel nostro Paese

 

In Italia il 50,1% delle persone ha al massimo la licenza media, mentre i laureati e le persone che hanno conseguito un diploma di Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica (A.F.A.M.) di I o II livello rappresentano il 13,9% della popolazione di 9 anni e più.

 

Lo si legge nel Censimento Istat della popolazione nel 2019, secondo il quale il 35,6% dei residenti ha un diploma di scuola secondaria di secondo grado o di qualifica professionale; il 29,5% la licenza di scuola media e il 16% la licenza di scuola elementare.

 

La restante quota di popolazione si distribuisce tra analfabeti e alfabeti senza titolo di studio (4,6%) e dottori di ricerca, che possiedono il grado di istruzione più elevato riconosciuto a livello internazionale (232.833, pari allo 0,4% della popolazione di 9 anni e più).

 

Rispetto al 2011, si legge, diminuiscono, sia in termini assoluti che percentuali, le persone che non hanno concluso con successo un corso di studi (dal 6% al 4,6%) e quelle con al massimo la licenza di scuola elementare (dal 20,7% al 16%) e di scuola media (dal 30,7% al 29,5%).

 

Nel 2019 aumentano le persone in possesso di titoli di studio più elevati rispetto a otto anni prima. In particolare, si contano quasi 36 diplomati (31 nel 2011) e 14 laureati (11 nel 2011) ogni 100 cento individui di 9 anni e più mentre i dottori di ricerca passano da 164.621 a 232.833, con un incremento pari a più del 40%.

Perfettamente allestite, appuntate nell’elenco dei desideri di molti. Eppure chiuse. Sono le mostre che in tutta Italia restano sbarrate in attesa di un sì aprano le porte, con tutte le cautele del caso da parte del Governo.
Certo, molte di queste sono rimaste in contatto con il proprio pubblico grazie al mondo virtuale dei social e del website ma è evidentemente impossibile colmare il vuoto.

 

Vediamone alcune, cominciando da quelle che sono già al loro doppio sonno, nel senso che erano appena partite quando a chiuderle fu il lockdown di primavera, salvo risorgere con il sole d’estate e poi tornare nuovamente al buio.
Nella categoria delle veterane dell’era Covid è, al Palazzo Roncale di Rovigo, La quercia di Dante. Visioni dell’inferno. Dorè, Rauschenberg, Brand, aperta lo scorso 28 febbraio e adesso prolungata sino al 17 gennaio 2021.
Sorte analoga anche per un’altra mostra celebrativa di Centenari. A Rovigo, per quello di Dante, Previati in questo altro caso, è ricordato a Ferrara, al Castello Estense con la mostra Tra Simbolismo e Futurismo. Gaetano Previati. Inaugurata il 9 febbraio 2020, dovrebbe concludersi il 27 dicembre, salvo proroghe.
Accanto a queste due veterane, diverse altre vivono un poco gradito letargo in attesa del colpo di bacchetta magica che le risvegli.

 

In ordine sparso, Marc Chagall anche la mia Russia mi amerà, a Palazzo Roverella di Rovigo. Salvo proroghe, chiuderà il 17 gennaio, mentre a Padova morde il freno Van Gogh. I colori della vita, prevista sino all’11 aprile.
È pronta a farsi ammirare sino a sino al 5 aprile, ad Abano Terme (Pd), nel Museo Villa Bassi Rathgeb, Seicento-novecento. Da Magnasco a Fontana. Collezioni in dialogo sono la Bassi Rathgeb e la Merlini.
Tempi brevi, sempre che non intervengano auspicabili proroghe, per Mio Vanto, Mio Patrimonio. L’arte del 900 nella visione di Leone Piccioni, al Museo della Città di Pienza.
Al Palazzo della Podestà di Montevarchi (AR), luci spente anche per la monografica su Ottone Rosai, che dovrebbe concludersi il prossimo 31 gennaio.
Sempre salvo proroghe, a Cremona, Orazione Gentileschi. La fuga in Egitto e altre storie è, per adesso, prevista sino al 31 gennaio, in Pinacoteca Ala Ponzone.

 

Prolungata invece sino al 14 febbraio (chiusura inizialmente prevista all’8 dicembre), a Camera Centro Italiano per la Fotografia, naturalmente a Torino, per «Paolo Ventura. Carousel».
Ci sarebbe stato tempo sino 13 dicembre, alla Fondazione Magnani-Rocca, in quel di Mamiano di Traversetolo – Parma, per ammirare L’Ultimo Romantico. Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori.
Qualche settimana in più, sino al 14 febbraio, alla Nuova Pilotta di Parma per la mostra Fornasetti. Theatrum Mundi, aperta lo scorso 3 giugno.
Il 31 gennaio è la data prevista per la chiusura di La mano che crea. La Galleria pubblica di Ugo Zannoni (1836-1919). Scultore, collezionista e mecenate, aperto il 27 giugno scorso a Verona, Galleria d’Arte Moderna Achille Forti a Palazzo della Ragione.
Sono, negli scorsi mesi, iniziate a Ravenna le Celebrazioni per il Settimo Centenario Dantesco. L’intensissimo programma ravennate ha preso il via con Dante nell’arte dell’Ottocento. Un’esposizione degli Uffizi a Ravenna. Dante in esilio, ai Chiostri Francescani, dove resterà sino al 5 settembre 2021. Il secondo appuntamento è alla Classense con la mostra Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, di cui è già certa la proroga oltre il 10 gennaio, iniziale data di chiusura.

 

Ma, attenzione! Perché tra tante mostre dormienti, ve ne sono alcune che sono graziate per avere sede in paesi con meno restrizioni anti-Covid oppure per essere accolte in gallerie private, che in quanto esercizi commerciali, sono accessibili al pubblico (ad eccezione naturalmente di zona rossa).
È esempio del primo caso Dentro i Palazzi. Uno sguardo sul collezionismo privato nella Lugano del Sette e Ottocento: le quadrerie Riva, aperta nel pieno di questa ondata di Covid, allestita nella Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst, a Rancate, Canton Ticino, in Svizzera. Tranquillamente visitabile sino al 28 febbraio 2021.
Così come sono regolarmente aperte le sezioni milanese e fiorentina di Arte moderna e contemporanea. Antologia scelta 2021, mostra proposta da Tornabuoni Arte nelle sue Gallerie delle due città.
Per concludere il giro, ecco una Fiera: Flashback, l’arte è tutta contemporanea. Con il tema: Ludens, ha scelto di affrontare il Covid trasformandosi in un’Edizione Diffusa nella città di Torino e nel resto del mondo, dove hanno sede le gallerie partecipanti (www.flashback.to.it). Partendo al grido di non siamo soli, ci invita tutti a giocare con la sua ottava edizione, Ludens, dedicata alla capacità di ciascun individuo di riplasmare la realtà attraverso la creatività.

La scuola in Italia non ha chiuso causa Covid e non ripartirà senza un intervento con la Legge di Bilancio, depositata nelle aule del Parlamento.

Come ci ha insegnato Rita Levi Montalcini, che ha fatto sua la frase di Kant “Sapere aude”, abbi il coraggio di conoscere. E il Covid ha imposto questo coraggio.

 

Alla luce di quanto comunicato nella conferenza stampa dal presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, si comunica che tutte le misure previste dall’ultimo DPCM entrano in vigore da dopodomani, venerdì 6 novembre.

 

L’individuazione di tre zone – gialla, arancione e rossa – destina ciascuna ad alcune misure restrittive in base al rischio di appartenenza. Nella Regione Veneto, inserita tra quelle a livello di rischio “giallo”, entreranno in vigore le seguenti misure:

 

• Dalle ore 22 alle ore 5 del giorno successivo sono consentiti esclusivamente gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute (da dichiarare con modulo di autocertificazione);

• Didattica a distanza al 100% delle scuole secondarie di secondo grado (superiori), salvo i laboratori. Restano aperti in presenza nidi, scuole dell’infanzia (materne), primarie (elementari), scuole secondarie di primo grado (medie) con obbligo di dispositivi di protezione delle vie respiratorie sopra i 6 anni;

• I mezzi del trasporto pubblico non potranno accogliere più del 50% della loro capienza massima;

• Chiusura al pubblico di teatri, biblioteche, cinema e musei;

• Chiusura di mercati e centri commerciali nei festivi e prefestivi (tranne che farmacie, parafarmacie, presidi sanitari, generi alimentari, tabacchi ed edicole);

• Nelle zone all’aperto (compresi parchi e aree gioco) resta comunque il divieto di assembramento e l’obbligo di rispettare la distanza di almeno un metro;

• Consentiti eventi, competizioni e sessioni di allenamento sportive individuali e di squadra di interesse nazionale, a porte chiuse;

• Rimangono chiuse piscine e palestre;

• L’attività sportiva di base è consentita all’aperto con distanziamento sociale;

• Sospese attività di sale giochi, scommesse, bingo e casinò anche se svolte in locali adibiti ad altra attività (come le VLT nei bar e nelle tabaccherie);

• Bar, pasticcerie e ristoranti sono aperti dalle 5 fino alle 18.  Fino alle 22 si può prendere cibo da asporto (con divieto di consumarlo nelle adiacenze del rivenditore o all’aperto). È consentita la consegna a domicilio.

 

Quest’anno gli eventi saranno limitati a causa del Covid, ma si terrà la deposizione della corona di alloro presso i monumenti ai Caduti nelle città dove previsto

 

Si celebra oggi, 4 novembre, la Giornata dell’Unità nazionale e la Festa delle Forze armate, festa ufficiale italiana che da un lato ricorda l’annessione di Trento e Trieste al Regno d’Italia che andarono in questo modo a costituire l’Unità nazionale, e dall’altro commemora di tutti i soldati caduti in guerra.

 

Mentre a Roma, come ogni anno, le più alte cariche dello Stato italiano si recano all’Altare della Patria per  deporre una corona d’alloro alla tomba del Milite Ignoto, con l’Inno di Mameli in sottofondo e le Frecce Tricolore nel cielo della capitale, in Veneto l’assessore regionale all’Istruzione Elena Donazzan rivolge un sentito messaggio al mondo della scuola, in occasione di questa ricorrenza.

 

 

Assessore Donazzan alla scuola veneta: “La storia insegna che dai momenti difficili uniti si esce”

“Vi appello in questo modo immaginandovi uniti in questo ennesimo momento di incertezza e difficoltà in cui la pandemia continua a lasciarci, privati delle nostre sicurezze, delle più belle relazioni di affetto e di empatia che un abbraccio, una stretta di mano, un gesto affettuoso suscitano. Una situazione che fatichiamo a comprendere e che lascerà certamente nelle nostre vite lacune, dolore e disorientamento”.

 

“Ho scelto di mandare a Voi tutti un messaggio di vicinanza e di sostegno oggi, 4 novembre, che per l’Italia, fino a qualche decennio fa, era festa nazionale, festa che celebrava l’attesa unità e la Vittoria nella Prima Guerra Mondiale. Fu quella una guerra devastante, che colpì duramente la società di allora ed i nostri territori in special modo. Il Veneto fu teatro delle più dure ed epiche battaglie, fu protagonista delle pagine dolorose ed eroiche della storia nazionale, fu devastato nei suoi borghi e nei suoi monti e fu poi luogo di costruzione dei monumenti alla memoria”.

 

“Gli uomini e le donne di allora erano come noi – spiega in dettaglio l’Assessore – le loro paure, sono anche le nostre, i loro affetti sono anche i nostri, le loro speranze per una vita migliore, sono le stesse che abbiamo noi oggi. Passarono da una guerra devastante, ma seppero guardare al domani e rialzarsi. Vi invito a leggere qualche pagina di diario di guerra di qualche valoroso soldato, vi invito ad approfondire quanto successe sui nostri territori per avere la convinzione che anche dai momenti più difficili si esce e ci si può rialzare”.

 

La lettera si conclude con un messaggio di speranza a tutto il mondo della scuola veneta, che in questo 2020 ha vissuto e sta vivendo in una condizione che non ha eguali nella nostra storia recente.

“Credo però ci sia una condizione: fare il nostro dovere, farlo fino in fondo, non farsi abbattere dalle paure, ma mostrare coraggio e dignità – conclude Elena Donazzan. – Ciascuno al proprio posto e per il ruolo che ha, docente, tecnico, ausiliare, studente, politico. La scuola è il luogo dell’essere, della educazione, della formazione alla vita, anche e soprattutto alla vita di comunità”.

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