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VIDEO |«Suor Aline è sempre la stessa»: la vita dopo il monastero dell’ex badessa di San Giacomo di Veglia

4 minuti di lettura

Un anno e mezzo dopo aver lasciato il convento cistercense e pochi mesi dopo la dispensa dai voti, Aline Pereira Ghammachi racconta la sua nuova quotidianità insieme alle consorelle. Parla della preghiera, della comunità, di un giardino terapeutico e dell’ingenuità che non ha più.

SAN VENDEMIANO (TV). Non porta più l’abito, non vive più dietro una grata e per il diritto canonico non è più una monaca di clausura. Eppure, a sentirla, la sostanza non è cambiata. «Suor Aline è sempre la stessa», dice Aline Pereira Ghammachi, per otto anni badessa del monastero dei Santi Gervasio e Protasio di San Giacomo di Veglia. «La mia identità non l’ho cambiata, e nemmeno la risposta alla chiamata del Signore».

La sua storia ha fatto discutere ben oltre il Veneto. Originaria di Macapá, in Brasile, e laureata in economia, nel 2018 era stata eletta dalla comunità alla guida del monastero cistercense e sotto di lei il convento si era aperto al territorio. Le monache producevano miele, creme e Prosecco, coltivavano gli orti insieme a persone con disabilità e offrivano ascolto a chi era in difficoltà, anche alle donne vittime di violenza. Poi erano arrivati gli esposti a Roma, le visite canoniche e il commissariamento. Ad aprile 2025 cinque religiose avevano lasciato il convento, parlando di un clima diventato «insopportabile». L’11 maggio 2026 il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata ha concesso l’indulto di uscita ad Aline Pereira Ghammachi, Mariapaola Dal Zotto, Gabriella Manno, Maria Stella Lotti e Maria Melania Moretto, con la dispensa dai voti. La notizia è stata resa pubblica il 19 giugno dal vescovo di Vittorio Veneto, Riccardo Battocchio.

Le cinque donne hanno scelto di continuare a vivere insieme.

Dopo tanti anni di vita monastica, come è cambiata la sua quotidianità? Chi è oggi suor Aline?

Suor Aline è sempre la stessa. La mia identità non l’ho cambiata, e nemmeno la risposta alla chiamata del Signore. Quello che è cambiato davvero riguarda l’ambito giuridico canonico: non siamo più monache di clausura, siamo semplicemente consacrate laiche. E poi è cambiata la vita pratica, cioè proprio la clausura. Se voi oggi siete qui dentro è perché quella separazione non esiste più. Ma tutto il resto, il lavoro e soprattutto la preghiera, non è cambiato per niente. Abbiamo mantenuto la stessa vita.

Avete deciso di continuare a vivere insieme. Dopo quello che è successo, quanto è stato importante non perdere la dimensione comunitaria?

La dimensione comunitaria è fondamentale, ed è questa la grandezza della comunità: l’unione fa la forza. Anche San Benedetto, la cui Regola abbiamo professato e continuiamo a seguire, dà un peso in più alla comunità. Dice che i monaci sono forti quando vivono in comunità, perché quando uno ha bisogno l’altro lo aiuta. È l’aiuto reciproco, l’appoggio, il vero senso di essere fratelli e sorelle. Senza la forza della comunità, sicuramente non saremmo rimaste in piedi.

Di recente è scomparso Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, che era una comunità allargata. Può diventarlo anche la vostra?

Bose è una comunità molto ricca, di una spiritualità grandissima nella Chiesa, e lo è ancora oggi. Enzo Bianchi aveva un peso forte, non per niente l’ha fondata: era una persona molto valida e importante. Nel paragone con Bose mi sento davvero piccola piccola. Quanto ad allargarsi, per ogni comunità vale questo: se una comunità è vera, è come un sassolino gettato nell’acqua, e i cerchi si allargano. Se è una cosa che viene da Dio, va da sé. Se si deve allargare si allargherà, perché così avrà voluto il Signore, oppure farà Lui quello che ritiene meglio.

Oggi parlate di preghiera, accoglienza e impegno sociale, e state sviluppando un progetto di giardino terapeutico. È questa la vostra nuova forma di vocazione?

Non la chiamerei nuova. Se leggiamo la storia del monachesimo, fin dall’inizio l’impegno sociale era già presente. Pensiamo ai Padri Cappadoci, per esempio a Basilio Magno, che creava piccole città dove vivevano i suoi monaci. Dentro c’erano la chiesa, la scuola e l’ospedale, e le persone venivano accolte gratuitamente. Quindi non parlerei di una vita nuova. Direi piuttosto che, non essendoci più la clausura, possiamo vivere un po’ quello che vivevano i primi monaci.

Dopo una vicenda così dolorosa, il suo rapporto con la Chiesa è cambiato?

No. Siamo sempre parte della Chiesa, e sappiamo che la Chiesa è fatta di persone: persone che sbagliano, che fanno cose buone e cose meno buone. Non possiamo mettere sotto accusa la Chiesa. Il mio problema non è stato con la Chiesa, ma con una persona all’interno della Chiesa che ha scatenato tutto questo. L’istituzione in quanto tale la rispetto, la amo e la servo, perché sono comunque una cristiana battezzata.

Se potesse incontrare l’Aline che diventava badessa, che cosa le direbbe oggi?

Sono entrata nel monastero di San Giacomo di Veglia nel 2006 e ci sono rimasta vent’anni. Poi sono diventata badessa, eletta dalla comunità. Oggi, dopo tutto quello che è accaduto, le direi di essere meno ingenua. Quando sono entrata avevo vent’anni, e a quell’età entri con l’idea che le cose cattive non succederanno, che sarà sempre tutto buono, e credi a tutto quello che ti dicono. È un’ingenuità che non ha niente a che vedere con la purezza. Oggi vedo le cose in modo molto diverso. In certe occasioni allora avevo lasciato perdere, pensando che non sarebbe mai successo niente. Purtroppo la cattiveria esiste, ed esiste dappertutto. Dove ci sono persone c’è il peccato, che agisce anche dentro ciascuno di noi. Quindi all’Aline del 2018 direi: apri gli occhi, perché possono fregarti. Ed è quello che alla fine è successo.

Ha parlato di cattiveria, ma c’è stata anche tanta bontà. Siete state accolte dalla comunità a braccia aperte.

Sì, credo sia stata una delle risposte più belle che abbiamo ricevuto. Tra le migliaia di accuse che mi sono state rivolte c’era proprio quella di dare scandalo fuori dal monastero. Invece la gente continua a venirci a trovare: da Vittorio Veneto, da San Vendemiano, ma anche da tante altre parti d’Italia, persino da lontano. È la prova che quello che abbiamo seminato era credibile, che le persone hanno creduto in quello che abbiamo fatto e che il bene realizzato non è andato perso. Questo è bello, e ne ringrazio soprattutto Dio, perché alla fine è Lui che muove e tocca il cuore delle persone.

Per chi volesse aiutare madre Aline e le sue consorelle, l’Iban dell’Associazione 100 volte Melius è IT57R0306909606100000411819

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