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Riceviamo da un nostro lettore una chiave di lettura sull’attuale situazione economico-sanitaria italiana, nel contesto europeo

 

Siamo stati travolti dal Coronavirus, ma forse è arrivato il momento di sistemare alcuni pezzi del puzzle per farci un’idea su quanto è successo da quando il 30 gennaio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarava l’emergenza sanitaria globale: non era un primo allarme, perché già nel settembre scorso l’Organizzazione aveva paventato una grave minaccia pandemica e le successive cronache da Wuhan avrebbero dovuto ulteriormente incrinare le nostre tradizionali certezze.

 

La tragedia ha portato innumerevoli lutti e difficoltà, ma ci ha anche permesso di rivedere una proficua collaborazione tra scienza e politica: nel 2010 Tremonti, negando alcune risorse economiche al ministero del collega Bondi, affermò che con la cultura non si mangia (non furono queste le sue esatte parole, ma così riporta la vulgata) e da allora il rapporto tra conoscenza e politica è persino peggiorato, dando spesso all’impreparazione un fatale ruolo di preminenza.

 

La scienza non è altro che la rappresentazione matematica della realtà e in questa occasione ci ha indicato come, dove, quando e per quale motivo si sta diffondendo la pandemia anche se, data la novità del virus, i modelli di ricerca non sempre sono comparabili: ciononostante abbiamo imparato che non possiamo permettere a nessuno di guidare la nostra vita senza le dovute competenze, per cui speriamo che questa tragica esperienza ci porti almeno all’inizio di un ciclo politico più responsabile.

 

Il nostro Governo a mio avviso si è mosso con sufficiente energia: è evidente che quando un’azienda viene colpita da uno tsunami di tali dimensioni il primo e incalzante impegno del responsabile è garantire il galleggiamento e questo è sicuramente avvenuto, anche con quelle imprecisioni, contraddizioni e incongruenze che sono logiche figlie dell’affanno e dell’urgenza: tra l’altro, su evidente pressione dei medici, l’Italia ha adottato l’isolamento sociale cercando di anticipare il virus, mentre America e Regno Unito hanno scelto la strada di seguire il virus, strada che sembra avere meno efficacia.

 

La stragrande maggioranza delle nazioni occidentali ha poi adottato il metodo italiano e questo per noi è molto tranquillizzante, perché ha confermato la fondatezza delle scelte governative di fondo.

 

E il 31 gennaio scorso venne deliberato lo stato d’emergenza, con una durata preventiva sino al 31 luglio prossimo e vennero successivamente emanati alcuni provvedimenti che, come detto, prevedevano – in sintesi – una reclusione dei cittadini nelle loro case: è stata una decisione sconvolgente visto che, da generazioni, eravamo abituati alla libera circolazione delle persone e al libero scambio delle merci.

 

Insomma, pur seduti in salotto, siamo sostanzialmente in guerra e se una volta quando c’erano i bombardamenti bisognava correre nei rifugi e chi non seguiva questa rigida indicazione rischiava solo ed esclusivamente la propria vita, oggi chi trasgredisce l’isolamento non solo può provocare un danno ad altri, ma incide direttamente sulla durata di queste faticose  restrizioni: la maggioranza della popolazione ha ragionevolmente seguito le indicazioni governative, ma un numero di persone non trascurabile, forse per infantile egocentrismo, non ha ritenuto e non ritiene di sacrificare le proprie abitudini di vita per il raggiungimento, nel più breve tempo possibile, del traguardo sanitario, tant’è che recentemente la curva dei contagi ha ripreso a risalire. Così va il mondo!!!

 

Naturalmente meritano una forte attenzione anche le conseguenze economiche di questo tragico evento, perché un’attività imprenditoriale (commerciale o industriale che sia) non esiste se non ha una vitale liquidità e questo blocco sanitario, pur necessario ed essenziale, impatta violentemente su realtà che se da un lato non possono assolutamente derogare alle precise indicazioni mediche, dall’altro, se crollassero per il fermo, provocherebbero spaventose perdite in termini economici ed occupazionali.

 

C’è poi la struttura di uno Stato (continuamente non governato, ma gestito per i vantaggi del vincitore politico di turno) che fa acqua da ogni lato e così crolla il ponte Morandi, così non ci sono strutture informatiche efficienti, si bloccano le richieste all’INPS e non si trovano tamponi, mascherine, macchine per la respirazione artificiale o quanto necessario per la dovuta assistenza medica dei cittadini.

 

Per valutare concretamente gli effetti delle conduzioni politiche degli ultimi 25 anni, potremmo paragonare la nostra situazione sanitaria con quella di altri Paesi e constateremmo che l’Italia, con 60 milioni di abitanti, ha dovuto affrontare la crisi con 5.000 posti di terapia intensiva, mentre la Germania, con circa 80 milioni di cittadini, ne può contare 28mila (TV tedesca Welt): insomma sulla sanità si doveva risparmiare e così i posti letto pubblici che nel 1995 erano 45.600 (81% del totale), nel 2019 sono scesi a 20.900 (circa il 61% del totale) e di questa diminuzione ne ha beneficiato il settore privato.

 

Vale anche la pena ricordare che la sanità pubblica è al servizio dei cittadini indipendentemente dai costi, mentre quella privata cerca giustamente una remunerazione ai suoi investimenti che in questi venticinque anni sono stati forse troppo tutelati da favoritismi politici probabilmente ricambiati.

 

Questa è la situazione con cui l’attuale Governo ha dovuto affrontare l’epidemia e oggi si manifestano ripetute insistenze per conoscere la data d’uscita dai vincoli sociali, non comprendendo che la fine della nostra clausura non attende l’ultimarsi di una ricostruzione o di uno scavo, ma dipende da un virus che non conosce date o confini.

 

Si è poi determinata una particolare situazione che vede nella Lombardia, Veneto e Emilia Romagna le regioni più colpite dal virus e questo è sicuramente comprensibile vista l’industrializzazione di quei territori e la conseguente necessaria, ma ora dannosa, mobilità per promuoverla e rinforzarla, ma fra le tre regioni ci sono anche delle differenze apparentemente inspiegabili che il sotto riportato schizzo (Repubblica 07.04.2020) riassume:

 

 

Dunque in quella data la Lombardia registrava 28.469 contagi, il Veneto 9.722 e l’Emilia Romagna 13.051: la situazione lombarda stupisce particolarmente, considerando anche che sul dato emiliano incidono per forza di cose i contagi di Piacenza, che dista 16,3 km da Codogno (10/15 minuti di macchina).

 

Per cercare di capire questa anomala situazione ricordo ancora che il virus compare a Wuhan nel dicembre 2019, il 30 gennaio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara l’emergenza sanitaria globale e il giorno dopo, 31 gennaio, viene deliberato in Italia lo stato d’emergenza.

 

Ebbene, premesso tutto questo, il 19 febbraio scorso – e quindi dopo i provvedimenti indicati – si è giocata a Milano la partita Atalanta/Valencia con 45 mila tifosi arrivati da Bergamo e, successivamente, si scoprì la positività del 35% del personale societario del club spagnolo: penso che quella partita sia stata una bomba epidemiologica e non capisco come mai le autorità regionali non l’abbiano impedita o almeno autorizzata a porte chiuse. È del tutto logico pensare che quegli spettatori, ritornati a casa e alle loro faccende, abbiano riversato su Milano, Bergamo e dintorni quanto probabilmente raccolto allo stadio.

 

Abbandonando gli assembramenti sportivi, ho poi notato – grazie alle riprese TV – che la metropolitana di Milano, anche dopo gli interventi governativi di limitazione alla circolazione delle persone, alle prime ore del mattino (orario di lavoro) continuava ad essere più che affollata, quando invece un aumento delle corse e l’istituzione di autobus di superficie sullo stesso percorso (non c’era più traffico) avrebbero probabilmente fatto diminuire gli assembramenti.

 

Ai limiti di circolazione delle persone, Regione e Assolombarda hanno opposto forti resistenze e questo potrebbero costituire un altro possibile elemento caratterizzante delle pesanti evidenze statistiche della regione, perché tutti sappiamo che le previsioni economiche sono, a dir poco, molto preoccupanti, ma ciò non può giustificare un’insistita indifferenza a quanto deciso dal Governo, mentre i tavoli delle Prefetture venivano contemporaneamente sommersi da comunicazioni di deroga che probabilmente, in molti casi, si reggevano solo grazie al vantaggio del silenzio/assenso.

 

Il Governo deciderà i tempi di riapertura, ma oggi, a quanto dicono gli scienziati, le condizioni di sicurezza non ci sono e quindi, salvo le deroghe previste, le aziende purtroppo dovranno restare chiuse.

 

È poi caduto il velo sul Pio Albergo Trivulzio e il suo DG Giuseppe Calicchio sembra ora indagato per epidemia e omicidio colposo e la Lombardia ha anche polemizzato col Governo per la mancata costituzione di una “zona rossa” nella provincia di Bergamo, ma una nota governativa ha precisato che “le Regioni non sono mai state esautorate dal potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti” e infatti, per analoghe ragioni, si erano a suo tempo così attivate Lazio, Basilicata e Emilia Romagna (Corriere 06.04.2020).

 

Questi sono alcuni fatti ma, continuando con i raffronti, il Corriere del 1° aprile scorso evidenziava, con esplicativi grafici, ulteriori differenze tra Lombardia e Veneto relativamente ai decessi, ai tamponi, ai ricoverati e alla terapia intensiva

 

 

e questi dati evidenziano strabilianti differenze.

 

Non so se le due regioni siano effettivamente paragonabili, ma visto che il virus non ha avversioni politiche o limiti geografici e temporali, che lo smog e gli impianti di aerazione non sono esclusiva del territorio lombardo e che in Lombardia c’è stato un incendio contro gli accentuati focolai di posti vicini, per forza di cose in quella Regione le insufficienze devono essere state decisamente significative.

 

E poi arriviamo all’Europa e devo dire che la posizione dei Paesi più rigidi non la trovo del tutto immotivata, tant’è che ricordo con fastidio che il IV governo Berlusconi, il 31 maggio 2010, addossò a tutti i cittadini italiani il debito della città di Roma e la Lega Nord ne avallò la scelta: oggi Catania (uno tra molti altri comuni) è messa male e non vorrei che la storia si ripetesse.

 

La situazione economica preoccupa tutti, anche perché, precedentemente a questa crisi, il debito globale del pianeta ammontava a 253 mila miliardi di dollari (non saprei scriverlo in numeri) e il timore che banche o aziende non siano in grado di onorare le obbligazioni emesse è sicuramente concreto: parliamo di quantative easing, di eurobond, di Mes o di altro, ma sempre debiti sono e mentre con i debiti i più ricchi guadagnano, la classe media e operaia sempre più si affanna.

 

Al 31 dicembre scorso il debito pubblico italiano era di 2.409 miliardi di euro e innumerevoli volte abbiamo sia chiesto con successo all’Europa una particolare flessibilità ai limiti imposti dalle regole comuni, che colto benefici inaspettati come il quantative easing di Draghi ignorando, nello stesso tempo, i generali e ripetuti inviti (anche di Draghi) a rimettere a posto i nostri conti.

 

Dal gennaio 1992 al gennaio del 2020 abbiamo avuto 17 governi e solo due di essi non hanno aumentato il debito pubblico  (Prodi 1: maggio 1996-ottobre 1998 e Prodi 2: giugno 2001-maggio 2008), mentre un terzo non ha potuto evitare l’aumento stante le particolari condizioni in cui operava (Monti: novembre 2011-aprile 2013): tutti gli altri – e sono stati 14 – o per inseguire gli obiettivi elettorali o per ingraziarsi i futuri elettori, hanno decisamente e impropriamente abusato di questa disastrosa leva politica.

 

Siamo quindi dei debitori insistenti e, ancora umiliato, ricordo in una conferenza stampa internazionale gli atteggiamenti sarcastici della Merkel e Sarkozy in risposta a una domanda dei giornalisti su Berlusconi.

 

Comunque, gli eurobond sono per noi essenziali perché, con il nostro debito e con le spese sostenute e che si sosterranno per il Coronavirus, la mancanza di un adeguato strumento finanziario di protezione europea scatenerebbe la speculazione e, probabilmente, dopo una fortissima diminuzione dei nostri risparmi immobiliari e mobiliari, per sopravvivere non ci rimarrebbe altro che chiedere aiuti a Russia e Cina con conseguenze geopolitiche difficili da definire; del resto, come ci ha recentemente spiegato il professor Perotti (Bocconi), questi benedetti coronabond sono semplici obbligazioni emesse e garantite da tutti i paesi europei, per cui saranno un po’ più costosi per gli attenti paesi del nord e un po’ più vantaggiosi per gli altri (tra cui noi), ma la resistenza di alcuni (Olanda, Germania, Austria e Finlandia) non si motiva con un semplice egoismo, ma – penso – per un prevedibile scivolamento del loro elettorato verso i partiti sovranisti, qualora i loro politici cedessero alle richieste “spendaccione” dei paesi del sud d’Europa; il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) invece, sarebbe una soluzione del tutto accettabile se si concretizzasse una necessaria modifica funzionale e si adeguasse la sua capacità economica.

 

Solo con la realizzazione di uno di questi compromessi europei si potrà costruire la desiderata ripartenza, ma ricordiamoci sempre e comunque che siamo maggiormente in affanno rispetto ad altri paesi solo e soltanto per l’entità del nostro debito pubblico, e che tutte le altre sbandierate motivazioni (salvo il dumping fiscale olandese) sono piccoli e fragili paraventi.

 

In conclusione, non ho voluto tracciare una linea di merito tra regioni e stato, ma ho citato degli episodi che ci possono aiutare, a problema finito, a riscrivere le linee guida per cogliere nuovi obiettivi e metodi sia politici che sociali.

 

Luigi Giovannini

 

Riceviamo da un nostro lettore questi pensieri sottoforma di lettera sulla situazione attuale italiana ed europea e in particolare su Jean Pierre Mustier

 

Egregi Signori,

sono un vecchio pensionato e come tanti mi adopero con i miei comportamenti per evitare il divulgarsi dell’infezione, per cui esco solo per comprare i giornali, fare la spesa e per andare in farmacia: naturalmente cerco di combinare le necessità descritte, al fine di ridurre al minino la mia presenza in strada e giro regolarmente con l’autocertificazione in tasca.

Questa tragedia ci colpisce in maniera globale e, accantonando per un momento gli aspetti umanitari che comunque a livello politico hanno a mio avviso la precedenza assoluta, l’univoco plauso all’intervista di Draghi mi sembrava aver fissato dei punti di riferimento assolutamente condivisibili.

Altra cosa che ho condiviso è la totale disapprovazione della posizione olandese in Europa, ma del resto gli olandesi sono sempre stati storicamente molto rigidi con le altre nazioni e molto flessibili con se stessi e le loro ulteriori impuntature per bond europei unite alla loro attuale politica di attrattiva fiscale nei confronti delle aziende, ne sono un’ulteriore prova.

Ma – e vengo finalmente al punto – l’impensabile privilegio di alcuni operatori economici si è manifestato con l’iniziativa dei banchieri europei e, nello specifico, del CEO di Unicredit Jean Pierre Mustier che, nel suo ruolo di responsabile della Federazione Europea delle Banche e con un’assoluta indifferenza per le maggiori libertà gestionali ottenute in febbraio dalla BCE – si è rivolto al capo della vigilanza della stessa banca europea chiedendo e ottenendo che “le banche quotate non debbano distribuire dividendi o portare avanti buy back per tutto il 2020, con l’obiettivo di preservare al massimo il capitale”.

Ora, un conto sono le imprese industriali e commerciali che, nell’attuale situazione, necessitano assolutamente di liquidità e quindi possono promuovere anche iniziative del tutto particolari, un conto sono le banche che devono invece dare liquidità al sistema, e credo che se il signor Mustier e i suoi colleghi avessero riscontrato la necessità di rafforzare nel breve le riserve, avrebbero potuto e dovuto gestire con maggiore attenzione le loro imprese, piuttosto che scaricare sui piccoli soci/risparmiatori il 100% degli effetti di questa crisi: la richiesta, ripeto, conferma il profondo squilibrio dei bilanci bancari che è stato evidentemente ribadito dall’assenso della BCE.

Questa decisione – al netto contrario del parere di Draghi – sottrae liquidità ai cittadini e può creare nell’attuale situazione una forte tensione sociale di cui non solo non se ne sentiva bisogno, ma le cui premesse non dovrebbero mai nemmeno essere sfiorate da una classe dirigente, le cui responsabilità si confrontano anche in questa tragica occasione con una disastrosa situazione organizzativa del Paese che ha radici non recenti e a cui non possono essere ritenute assolutamente estranee.

 

Con i migliori saluti

Luigi Giovannini

 

 

Photo Credits: affariitaliani.it

“Di fronte a un’Europa invasiva, secondo la quale non si può più applicare l’ergastolo ai criminali e ai mafiosi, dico all’Europa che limiti la sua giurisdizione, la limiti ai confini dell’Italia, almeno in questo ambito. Di fronte all’assurdità di tale pronunciamento, il primo pensiero va alle tante vittime degli ergastolani, cittadini e servitori dello Stato assassinati dove lo Stato non è riuscito a imporsi: penso ai Giudici Falcone e Borsellino, a Rosario Livatino, a Ninni Cassarà, a Don Puglisi, ai tanti uomini e donne delle Forze dell’Ordine assassinati, ai bambini che, come il piccolo Giuseppe Di Matteo, non sono stati risparmiati dalla brutalità che, secondo questo pronunciamento, non meriterebbe l’ergastolo”.

 

È questa la reazione del Presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, all’intervento della Corte di Giustizia Europea in materia di ergastolo in Italia.
“Giù le mani dall’ergastolo – aggiunge Zaia – che deve assolutamente rimanere come pena definitiva per chi ha commesso reati gravissimi e omicidi efferati, magari plurimi, come purtroppo spesso accade in generale, e in particolare nell’ambito dei crimini mafiosi”.

 

“Non dimentichi l’Europa – aggiunge Zaia – che la criminalità organizzata, la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, ha una sua specificità che non prevede la redenzione completa. Un mafioso è tale per tutta la vita. E peraltro già esistono ampie forme di clemenza per i collaboratori di giustizia che, dimostrandosi credibili e portando prove circostanziate in un cammino di pentimento, ottengono sconti di pena e anche protezione. Ma – conclude Zaia – ci si deve fermare qui, perché le vittime di questi criminali e i loro cari un’altra possibilità non la potranno avere mai”.

Dal 2011 al 2018, l’associazione NordEstSudOvest ha organizzato nell’area veneziana la “settimana europea dellʼenergia sostenibile” e, tra le centinaia che si tengono in tutta Europa, il ciclo di appuntamenti proposti è sempre stato il più importante d’Italia e secondo in Europa solo a quello di Bruxelles.

 

Anche per il 2019, sull’onda del rinnovato interesse per la tutela dell’ambiente e delle manifestazioni che stanno coinvolgendo milioni di giovani in tutto il mondo su queste tematiche, il programma della Settimana si propone particolarmente ricco ed articolato allargandosi alle provincie di Treviso e Vicenza, oltre alla naturale sede di Venezia e Mestre.

 

La Settimana veneziana è patrocinata dalla Commissione Europea, dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, dalla Regione Veneto edagli enti locali, e dalle Università veneziane.

 

Le tematiche della produzione di energia dai rifiuti, della sostenibilità energetica, dell’economia circolare e della rigenerazione dell’ambiente urbano saranno anche quest’anno al centro degli incontri e dei convegni che si intrecceranno con momenti espositivi, di festa e di cinema.

 

Il programma dettagliato della manifestazione sarà illustrato nel corso della conferenza stampa che si terrà martedì 11 giugno 2019 ore 12.00 a Venezia, negli uffici del Consiglio dʼEuropa, S. Marco 180/c.

 

Chi è NordEstSudOvest

NordEstSudOvest è un’associazione senza scopo di lucro che si ispira ai principi di libertà, di democrazia, di giustizia sociale e di eguaglianza tra gli individui e tra i popoli. L’Associazione fa propri il principio della laicità dello Stato e i valori del rispetto per tutte le opinioni politiche e le fedi religiose e si ispira al metodo del confronto e della partecipazione.

Il Parlamento Europeo è l’unica istituzione europea i cui membri sono eletti direttamente dai cittadini, e le elezioni sono alle porte!

 

Tra il 23 e il 26 maggio 2019, circa 400 milioni di europei si recheranno alle urne per eleggere i loro rappresentanti a Strasburgo.

 

Per chi vota in Italia, le urne saranno aperte domenica 26 maggio 2019, dalle ore 7 alle ore 23.

 

Tutti i cittadini sono invitati a esercitare il proprio diritto e dovere di voto recandosi presso il seggio elettorale di propria competenza. La scheda sarà di colore diverso a seconda della circoscrizione elettorale, ovvero:

• grigio, per l’Italia nord-occidentale (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia)

• marrone, per l’Italia nord-orientale (Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna)

• fucsia, per l’Italia centrale (Toscana, Umbria, Marche, Lazio)

• arancione, per l’Italia meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria)

• rosa, per l’Italia insulare (Sicilia, Sardegna).

 

Per tutte le altre info si rimanda al sito del Parlamento Europeo.

 

 

Questo pomeriggio, alle 16.00, Europa Verde partirà da San Basilio (alle Zattere) per arrivare fino a Campo Santo Stefano a Venezia, con un’onda Verde di 30 metri.

 

Il movimento presenterà i propri candidati alle europee per la circoscrizione n°2 Italia-Nord Est immersi in un’onda verde.

 

I suoi esponenti fanno sapere: “Vogliamo far sapere che l’onda verde che attraversa il pianeta dall’Islanda all’Australia c’è, ed è la vera novità politica che è arrivata anche in Italia, dove il cambiamento climatico è diventato uno dei principali temi su tutte le prime pagine. Vogliamo creare consapevolezza tramite un evento emozionale che racconti in modo spettacolare e partecipato l’arrivo dell’onda verde.

 

Vogliamo far crescere la curiosità intorno a una visione possibile ecologista, l’unica alternativa alla stagnazione politica imperante”.

 

Info:

346.0785454 Luana – 346.1821276 Giorgio – 328.3096527 Gianluigi – 340.4841992 Marco

[email protected]

A seguito del convegno dei Verdi europei per l’Europa, tenutosi ieri sera a Mestre, riportiamo in versione integrale l’intervento di Eugenia Fortuni

 

Desidero portare la voce delle donne in Europa, in particolare delle madri. La voce delle donne italiane che diventano madri oggi.
Abbiamo molto da dire.
Abbiamo da raccontare fatiche, frustrazioni e abbiamo priorità che vogliamo inserire con forza nell’agenda politica europea.

 

Non si può pensare di parlare di femminismo senza parlare di ciò che accade alle donne quando diventano madri.

Scomparire.
La donna quando diventa madre rischia di scomparire.
Scompare trai suoi familiari perché tutti gli occhi sono rivolti al bambino.
Scompare al lavoro perchè non è più produttiva.
Scompare nella rete sociale perché non appare più.

 

Quando vado a trovare le donne dopo il parto a casa, ho l’impressione che uno dei motivi principali per cui vengo chiamata, e per cui il mio lavoro di doula è emergente come professione in Italia, sia che la donna, la neo-mamma ha bisogno di essere vista, ascoltata, valorizzata.

Pensiamo a una giovane laureata. Ha studiato per almeno 18 anni, di cui gli ultimi 5 all’università, e saranno stati particolarmente impegnativi. Magari ha qualche specializzazione, o master, quindi altri due anni di impegno e investimento economico.
Avrà poi passato altri 2 o 3 anni a trovare un lavoro, che molto probabilmente stabile non è. Sarà invece una precaria, una lavoratrice flessibile in altre parole. La retribuzione on conseguenza non sarà così alta come sperato al momento dell’iscrizione al corso di laurea.

 

Quindi:
Ha studiato a lungo.
Ha procrastinato la soddisfazione pecuniaria a data da definirsi.
Non ha un lavoro stabile, ma magari si sta adoperando per stabilizzarsi.
E nel frattempo il tempo è passato , saremo verso i 30 anni… ed ecco apparire naturale desideri di diventare madre che hanno la maggior parte delle donne. Non tutte, non voglio generalizzare.
La donna si trova a un bivio, nel mezzo del cammin di sua vita.
Diventare madre e rischiare di scomparire o consolidare ciò che ho con fatica costruito fino a quel punto?

 

Io voglio immaginare con le donne, con le madri un futuro prossimo in cui non ci sia questo bivio. In cui una donna che sceglie di avere figli non debba scomparire .
Desidero un’Europa che si occupi di questi temi. Che ponga nei suoi obiettivi quello di costruire standard di welfare che gli statu devono applicare.

 

Così anche per l’educazione.
Credo che questo sia un tema fondamentale per il futuro dell’Unione.
Dobbiamo essere ambiziose e costruire un sistema educativo che abbia delle linee comuni, degli standard comuni: sogno un sistema di educazione e istruzione europeo! Ecco come tenere insieme l’Europa, ecco come costruire un’identità comune, una forte solidarietà: attraverso la scuola, l’università e i servizi per l’infanzia.
E naturalmente mi lego qui anche quanto detto prima, perché servizi per l’infanzia significa servizi per le famiglie e quindi per le donne che diventano madri.

 

Per chi come me fa parte di quella generazione che ha iniziato a girare l’Europa durante l’università, è impensabile vedere come
non-europei popoli come gli inglesi, gli scandinavi, i francesi, ma anche gli slovacchi, i rumeni, i croati… chi si ostina a star fuori dall’unione o addirittura a volerne uscire , è anacronistico, miope e anche pericoloso.

 

Ma c’è molto da fare per costruire insieme un’Europa federale di servizi comuni. Che venga percepita da cittadini e cittadine al servizio dei contribuenti.

 

Mi immagino insomma un’Europa di welfare.
Un welfare comunitario e generativo.
Ciò che desidero generare è la solidarietà.
Cioè la coesione sociale che porta pace e benessere, e porta capacità di accogliere e prendersi cura.
Degli europei e di chi desidera diventarlo.

 

 

 

I Verdi Metropolitani sono una forza politica che intende presentarsi alle prossime elezioni europee con la volontà di essere un’onda verde per trasformare l’Europa in un’Europa Verde. Per questo hanno formato una lista con “Possibile” – movimento politico fondato da Pippo Civati – e con l’appellativo di “Europa Verde”.

 

La lista è composta da 15 persone (Silvia Zamboni, Angelo Bonelli, Chiara Bertogalli, Marco Affronte, Fiorella Belpoggi, Norbert Lantschner, Tiziana Cimolino, Davide Nava, Fatou Boro Lo, Alice Brombin, Eugenia Fortuni, Judith Kienzl, Giuseppe Prašel, Luca Saccone, Mao Valpiana) e si pone l’obbiettivo di raggiungere il 4%.

 

Eugenia Fortuni, candidata in lista alle europee, è stata intervistata dalla nostra testata. Eugenia Fortuni è laureata i sociologia ed è presidente dell’associazione Mater Femina a sostegno della genitorialità.

 

 

Signora Fortuni, chi siete e quali sono i vostri obbiettivi?

Questa è la rinascita di un’onda verde anche politica. Siamo come una Band: ognuno di noi ha il suo ruolo, ma insieme formiamo una squadra. Il nostro obbiettivo è ristabilire una forza politica ecologista in Italia. La forza dei Verdi si è depauperata, dissolta in altre forze politiche. Ora vogliamo ricostruire e rafforzarci per entrare nella governance europea. Se ce la faremo, poi a cascata vogliamo entrare nel parlamento e nella Regione.

 

 

Sarebbe bene arrivare in Regione per applicare le direttive sul consumo del suolo. Distruggere il territorio vuol dire distruggere le fonti di guadagno futuro.

Vogliamo inserirci in Europa, in Regione e anche in Venezia città con una forza autonoma e forte. Formare un asse Europa-Regione per costruire un lavoro verde e sostenibile.

 

 

Come vi ponete di fronte al problema grandi navi a Venezia?

È un problema dibattuto. Bene il turismo, bene il lavoro, ma per chi? L’indotto ormai a Venezia è costituito principalmente da stranieri malpagati con uno svilimento del lavoro. Se le cose vanno avanti così dobbiamo aspettarci un incidente tipo Isola del Giglio. Bisogna quindi portare le grandi navi fuori da Venezia. Troviamo un punto di approdo bloccando subito però la speculazione edilizia nei dintorni. Dare sì permessi di costruire, ma con una compensazione, come ad esempio l’impianto di un bosco.

 

 

E come giudicate la soluzione dei varchi a Venezia?

Di per sé non sono negativi. Abbiamo un turismo mordi e fuggi, con la costruzione di grandi alberghi, a Mestre, destinati per lo più a giovani che cercano solo la cartolina o il souvenir malfatto da artigiani non veneziani. Mestre ormai è piena di cemento, si stanno costruendo grandi alberghi con manodopera sottopagata che complicheranno la vita a tutta la popolazione A Venezia si deve iniziare a dire di No, onere che spetta a sindaco e giunta.

Noi intendiamo tutelare il territorio non solo dal punto di vista della natura ma anche da quello della cultura e Venezia ne ha molto bisogno.

 

 

Infine tornando all’Europa, quali sono le vostre priorità europee?

Desideriamo difendere ogni singolo albero e salvare dall’inquinamento l’atmosfera. L’Europa in questo potrebbe fare tanto, come il passare da energia fossile e energie rinnovabili e quindi combattere i cambiamenti climatici. Manca solo la volontà politica. Investire in un’economia verde, difendere il diritto d’asilo, proporre i treni come alternativa agli aerei, produrre cibi privi di OGM e pesticidi, garantire una buona istruzione gratuita, battersi contro la violenza di genere e fermare l’esportazione di armi. Infine un occhio particolare per l’infanzia, per l’educazione, per l’istruzione e il risanamento delle scuole, perché molto sono ancora contaminate da manufatti in amianto.

 

Questa è la battaglia politica che vogliamo portare in Europa e combattere le grandi lobby.

 

Il Pd ha presentato nella sede provinciale di Treviso i suoi candidati alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Sono Silvio Calò e Laura Puppato.

 

Silvio Calò è cittadino europeo 2018 professore al liceo Canova ed è divenuto famoso per la sua esperienza di accoglienza in casa di alcuni migranti.

 

Laura Puppato ha affrontato efficacemente il tema  dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento dell’aria, delle fonti fossili che andrebbero eliminate e della biodiversità. Ha richiamato quanto detto dalla giovanissima Greta Thumberg e cioè che non abbiamo un altro pianeta, questo dobbiamo conservarci e difendere. Abbiamo bisogno di politiche a livello europeo che affrontino la grande sfida dell’ambiente. Necessita una visione comune di traino per la qualità ambientale e per i diritti civili.

 

Anche Carlo Calenda, ex ministro del governo Gentiloni, capolista del Pd trevigiano nella corsa ad un posto nel Parlamento Europeo, ha ribadito il concetto della tutela ambientale, dello sviluppo, dell’integrazione, e il no ai sovranismi. Temi da affrontare e risolvere in sede europea tutti insieme.

 

Tutti i candidati sono concordi nel ricordare a chi dice NO Europa che le nostre imprese si sono salvate grazie al mercato europeo.

Per questo appuntamento del venerdì dedicato al tema dell’inquinamento, tema sul quale il nostro giornale intende insistere, desidero parlare di quanto l’Europa sta facendo per ridurre sino ad azzerare la travolgente quantità di plastica che investe le nostre acque e i nostri mari.

 

 

Il Parlamento europeo ha appena varato delle misure che vieteranno dal 2021 l’uso di oggetti di plastica monouso. Saranno vietati piatti e posate di plastica, cannucce, bastoncini cotonati, sacchetti di plastica e contenitori in polistirolo espanso.

 

 

Inoltre entro il 2029 dovrà essere raccolto separatamente il 90% delle bottiglie di plastica, ed entro il 2030 il 25% delle bottiglie di plastica dovrà essere confezionato con materiale riciclabile.

 

 

Da un indagine condotta da Bruxelles, l’80% dell’inquinamento è causato da plastica, prodotto che resiste al tempo ed è difficilmente degradabile, oltretutto in tempi molto lunghi. Continuamente, grandi quantità di questo materiale si ritrovano nella fauna marina finendo poi nella catena alimentare.

 

 

Esempio emblematico è quello del capodoglio trovato pochi giorni fa spiaggiato e morto a Porto Cervo, in Sardegna. Nel suo stomaco sono stati rinvenuti 22 kg di plastica, piatti monouso, buste di plastica e sacchetti condominiali: probabilmente la causa della sua morte. Per la cronaca era una femmina ed era incinta.

 

 

È stato appurato che il 95% dei rifiuti nei nostri mari è costituito da plastica. Molti sono gli animali marini, tartarughe cetacei ed uccelli, che muoiono per aver ingerito grandi quantità di microplastiche.

 

 

Il record di inquinamento da microplastiche è stato registrato nel Mediterraneo. Triste primato per il nostro mare.

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