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“Questo non è un semplice ospedale da campo. È molto di più e, quando sarà finito, sarà molto simile a un ospedale tradizionale. Grazie al Qatar che ce lo ha donato e grazie a tutti i volontari che si stanno facendo in quattro per rispettare il cronoprogramma e per montare presto ma soprattutto bene una struttura molto complessa e composta da materiali di qualità molto elevata. Protezione Civile e Sanità regionali stanno lavorando in totale e quotidiana sinergia. Noi trasportiamo, stocchiamo, montiamo, loro si occupano dell’organizzazione specifica perché le dotazioni e le cure siano al massimo, sia dal punto di vista scientifico che da quello strutturale”.

Lo ha detto l’Assessore alla Protezione Civile della Regione Veneto, che ha visitato il cantiere nell’area del covid-hospital di Schiavonia (Padova) dove si sta allestendo l’ospedale da campo donato dal Qatar all’Italia e destinato al Veneto.

 

Con volontari e tecnici della Protezione Civile del Veneto sono all’opera i militari del Terzo Stormo dell’Aeronautica e i Vigili del fuoco.

 

La struttura sta nascendo su un’area complessiva di 8.000 metri quadrati e ha una superficie coperta di 5.200 metri quadrati. Vi lavorano tra 50 ne 80 persone al giorno a seconda delle diverse fasi realizzative. Si compone di tre blocchi, due destinati a letti di terapia intensiva (saranno 24, molto distanziati tra loro) e uno più grande che ospiterà letti di malattie infettive. La struttura è concepita per essere estremamente flessibile ed è in grado di ospitare agevolmente tra 150 e 200 posti letto. Al momento è concepita con spazi molti ampi tra un letto e l’altro, essendo pensata per malati molto particolari e per la massima facilità e sicurezza di lavoro di medici e infermieri.

 

“Stiamo montando il tutto con la massima attenzione, anche a costo di impiegare qualche ora in più – ha detto Bottacin – perché contemporaneamente viene realizzata tutta la manualistica di allestimento, che non c’è, perché anche il Qatar, che l’ha comprato e ce l’ha donato, non ha finora avuto modo di fare un montaggio. Questo è il primo, ed è importantissimo che, quando verrà disinstallato da Schiavonia, ci sia nero su bianco tutto il know how tecnico per rimontarlo il più velocemente possibile se e dove (speriamo mai) potrà servire di nuovo”.

 

“La struttura – ha ribadito Bottacin – resterà operativa a Schiavonia per il tempo necessario, poi verrà smontata e stoccata in una diversa area (se ne stanno valutando alcune), sempre in prossimità di un ospedale e di viabilità adatta, per essere pronta in ogni occasione”.

“Oggi – ha detto ancora l’Assessore – un pensiero di gratitudine va rivolto a tutta la straordinaria macchina del volontariato di protezione civile. Al fronte, negli ospedali, ci sono i nostri angeli in camice, e nelle retrovie migliaia di uomini e donne aiutano, trasportano di tutto, dalle mascherine a un ospedale da campo, collaborano ovunque sia richiesto. Tempo e fatica completamente donati alla collettività. Dico loro grazie citando un dato straordinario: finora i nostri volontari hanno prodotto 65.000 giornate/persona di lavoro. Oggi, in Veneto, ce n’erano al lavoro non meno di 2.000 e ogni giorno è così e, se serve, anche di più”.

Riceviamo da un nostro lettore una propria riflessione sulle riaperture commerciali dell’imprenditoria italiana

 

L’articolo 1 dello statuto di Confindustria (vision e mission) informa che l’Associazione “partecipa al processo di sviluppo della società italiana, contribuendo all’affermazione di un sistema imprenditoriale innovativo, internazionalizzato, sostenibile e capace di promuovere la crescita economica, sociale, civile e culturale del Paese”.

 

Direi che, dopo questa esaustiva informazione, era logico attendersi un’attività associativa capace di interpretare le opportunità e le difficoltà dei mercati, ma l’imprenditoria italiana, nonostante il profondo cambiamento dei suoi orizzonti operativi, ha continuato ad essere più attenta ai vantaggi dei rapporti di relazione (politici compresi), che attrezzarsi per sfidare la concorrenza.

 

E così, nelle elezioni del 2016, gli industriali italiani preferirono per la carica presidenziale di categoria Vincenzo Boccia (imprenditoria assistita) a Alberto Vacchi (imprenditoria di mercato) e dopo quattro anni il mandato confindustriale è terminato non solo con l’invariata fragilità dell’economia italiana, ma anche con l’urgente deposito al tribunale fallimentare di una procedura (182 bis) che permette alla Arti Grafiche Boccia di congelare l’esposizione debitoria nei confronti di banche e creditori senza dover dichiarare l’insolvenza e fallire.

 

Dopo questo ennesimo irridente risultato e in contemporanea con la titanica lotta della politica contro il Coronavirus, Confindustria ha avuto – per termine di mandato – nuove elezioni presidenziali e Carlo Bonomi, già Presidente di Assolombarda e piccolo imprenditore del settore biomedicale, è stato designato alla presidenza con 123 voti contro i 60 della sua rivale (maggioranza schiacciante).

 

Non ho particolari conoscenze sull’attività del Designato, ma per struttura e dimensione aziendale mi sembra che il capitale di rischio impegnato dal neopresidente per la sua attività sia esiguo e frazionato, per cui sarà estremamente difficile aspettarsi anche in questo quadriennio un adeguato cambio strategico a supporto delle nostre necessità industriali.

 

Certo Bonomi gode comunque di stima e consenso ed è ritenuto uomo capace e risoluto, ma nelle sue prime dichiarazioni post elezione ha criticato il governo sottolineando, tra altre cose, l’urgente necessità di “riaprire in sicurezza” e l’importanza di recuperare l’orientamento di una politica troppo affollata di esperti.

 

Non condivido queste tesi perché le decisioni governative, anche se eventualmente errate, non hanno sicuramente privilegiato una o l’altra regione e quindi le profonde disparità evidenziate raffrontando la situazione sanitaria lombarda con la condizione dei territori confinanti (Veneto e Emilia Romagna), ci portano a riflettere non solo sull’efficacia delle rispettive risposte strettamente sanitarie, ma anche, per restare in argomento con l’attività produttiva, sulla risposta lombarda al lockdown governativo, sul numero di autocertificazioni aziendali quanto meno affrettate (12 mila richieste in un solo giorno ai prefetti), sul motivo che ha portato (dati ISTAT) 2 milioni di lavoratori al lavoro senza misure di protezione e con protocolli di sicurezza inadeguati e sulla continuità di trasporti incredibilmente affollati: ma questi comportamenti non hanno forse influito sul moltiplicarsi dei contagi? E di questi fatti Assolombarda e il suo Presidente erano inconsapevoli o attori?

 

Mi sorgono quindi molte perplessità sul concetto “riaprire in sicurezza” espresso dal Bonomi che comunque, se questo fosse il suo concreto obiettivo, avrebbe la possibilità di verificarlo in Emilia Romagna (Ferrari S.p.A. e altri) e trasferire poi le sue nuove esperienze al territorio, verificando e raffrontando i conseguenti risultati.

 

In chiusura devo aggiungere che il moltiplicarsi di esperti può sicuramente essere dispersivo, ma affidarsi alla competenza è l’unica strada che questo Paese può percorrere per cercare di affrancarsi dalle sue storiche insufficienze e inefficienze politiche, sociali, burocratiche e imprenditoriali.

 

Luigi Giovannini

Vista l’emergenza COVID-19, anche Enrico Monti – titolare della sartoria specializzata in produzione di camicie su misura, che aveva aperto il nuovo negozio a Preganziol sul Terraglio al n. 222 solo qualche giorno prima del blocco – ha dovuto in questi giorni cercare una nuova strategia nel tentativo di combattere una situazione tragica a livello commerciale, che purtroppo nelle previsioni si protrarrà per molto tempo.

 

La scelta inevitabilmente è caduta sulla produzione di camici e mascherine. Queste ultime nascono in quanto anche la Tessitura Monti di Maserada sul Piave ha convertito una parte della produzione allo stesso scopo e ha creato un prodotto specifico in cotone che ha passato i test con tutti i requisiti, ed è ora in attesa di approvazione ministeriale.

 

 

Enrico Monti utilizza lo stesso tessuto per la creazione delle sue mascherine che possono essere ulteriormente personalizzabili con iniziali o loghi aziendali. È possibile anche il servizio a domicilio sicuramente molto apprezzato.

 

La seconda strada che la camiceria Monti intende percorrere è dedicata alla produzione di camici e tute da lavoro, visto che a quanto sembra ci sarà l’obbligo di utilizzo di questo capo anche per moltissime categorie.

 

Il mercato non propone una grande offerta se non di capi per la maggior parte Made in China, senza personalizzazioni o creati senza una certa cura.

 

Il mercato di riferimento della sartoria Monti è la sartoria su misura con la vendita al dettaglio di camicie pronte e su misura Made in Italy. Attività che la sartoria Monti si augura possa presto riprendere.

 

Camst Group, una delle principali aziende italiane operanti nella ristorazione scolastica, mette a disposizione delle famiglie tutta la propria esperienza e il proprio know-how in materia di nutrizione ed educazione alimentare per bambini in età scolare e pre-scolare in questo periodo di chiusura delle scuole.

 

Come mangiare in maniera corretta e quali errori evitare? Quali giochi si possono realizzare a casa per scoprire insieme ai bambini i segreti di una giusta alimentazione?

Nasce così “Camst è di casa”, un sito internet dove le famiglie potranno trovare menù settimanali elaborati dai nutrizionisti di Camst Group, ricette per tutta la famiglia, consigli nutrizionali, giochi e attività con finalità educative da realizzare insieme a casa.

 

Le attività proposte sono il frutto della lunga esperienza dell’azienda nel settore della ristorazione scolastica dove, oltre a occuparsi della preparazione dei piatti, l’azienda affianca le scuole nella proposta di progetti di educazione alimentare. Da 75 anni ogni giorno Camst serve il pranzo a oltre 250mila bambini in tutta Italia, per un totale di oltre 45milioni di pasti all’anno nel settore scolastico.

 

“In questo periodo, a causa delle misure restrittive necessarie per contenere il propagarsi del Coronavirus, le scuole sono chiuse e i bambini sono a casa – ha dichiarato il Presidente di Camst, Francesco Malaguti. – È fondamentale curare l’alimentazione dei bambini nel corso della giornata, rispettando i principi nutrizionali dei pasti senza dimenticare varietà e gusto. In questo momento così particolare, vogliamo essere vicini ai genitori offrendo suggerimenti e consigli per sostenerli nella quotidianità”.

“Su quanto accaduto nelle Rsa del Veneto non accettiamo alcun scaricabarile: vanno chiarite le responsabilità: lo dobbiamo anzitutto ai familiari delle vittime, a chi ancora sta lottando contro la malattia e a chi lavora nelle strutture. I numeri in tutta la provincia di Treviso, la più colpita dopo Verona e Padova, sono pesanti con 58 morti riconducibili a COVID-19 e in particolare inquieta la situazione di Casa Fenzi, dove i conti non tornano”. È quanto chiede il consigliere regionale del Partito Democratico Andrea Zanoni, preannunciando anche un’interrogazione alla Giunta sulla struttura di Conegliano, su cui c’è un’indagine della Procura di Treviso, e le altre residenze per anziani della Marca in cui il contagio è particolarmente elevato.

 

 

“Secondo la Ulss 2 i decessi per COVID-19 a Casa Fenzi sarebbero 7, ma nei primi 15 giorni di aprile ci sono state ben 25 vittime. Il primo caso risale al 20 marzo e la direzione fa sapere di aver chiesto un intervento della task force dell’Ulss senza però aver avuto risposta. Solo dal 26 marzo, in seguito ad altre quattro morti, è stato deciso di bloccare i nuovi ingressi di ospiti nella struttura, mentre i primi tamponi sono stati effettuati il 29 con gravissimo e colpevole ritardo, salvo sospenderli tre giorni dopo per mancanza di reagenti. Le reiterate richieste di completare i test, fornire dispositivi di protezione e reperire personale sono rimaste a lungo inascoltate. È evidente che ci siano stati dei ritardi, con conseguenze tremende, tant’è che ora su 184 ospiti ben 100 sono positivi. Non fare subito i tamponi ha comportato il tenere assieme contagiati e non, stendendo così un tappeto rosso al Coronavirus. È doveroso capire come mai e di chi sono le responsabilità – insiste Zanoni – Non si tratta di una casualità, poiché molte strutture sono invece risultate immuni al contagio. La magistratura farà il proprio lavoro, ma la Regione, oltre alle dirette tv, deve aprire come minimo un’indagine accurata: lo dobbiamo ai nostri anziani, ai loro familiari, al personale che vi lavora e soprattutto alle povere vittime”.

Da sempre i Farmacisti Preparatori sono un punto di riferimento nel territorio: ascolto, vicinanza e professionalità sono i loro capisaldi.

 

Ci sono accanto, con l’orgoglio di chi ha costruito un rapporto stretto con le persone e ha condiviso valori importanti. Hanno cura di noi, della nostra salute e delle nostre famiglie.

In questo momento storico la loro vicinanza si esprime nell’essere partecipi ai piccoli e grandi problemi a cui danno risposta anche grazie al continuo aggiornamento e al lavoro di ricerca nei laboratori.

 

I Farmacisti Preparatori hanno studiato appositamente alcuni consigli per la gestione della quotidianità in questo momento di crisi, in cui è necessario dare attenzione anche a quelle sfumature emotive che inevitabilmente sono presenti nella vita di tutti. Aumentare il benessere significa considerare un equilibrio costruito da azioni, soluzioni e percezioni. Ecco perché il percorso da loro proposto si costituisce di 4 pilastri fondamentali: alimentazione ed integrazione, emozioni e riposo, movimento e attività fisica, salute e bellezza della pelle.

 

Il vademecum proposto indica le buone pratiche per affrontare in maniera corretta la limitazione di movimento e il distanziamento sociale.

Una sana alimentazione prevede il giusto apporto di nutrienti specifici, come ad esempio le vitamine che irrobustiscono il sistema immunitario.

L’eventuale stress deve essere riconosciuto, va gestito e ne vanno combattuti i sintomi con i corretti comportamenti e il supporto di principi attivi naturali.

Alcuni semplici esercizi sono praticabili a casa anche in spazi ristretti e migliorano i problemi della sedentarietà, per esempio quelli inerenti al mal di schiena.

La pelle del viso risente degli stati emotivi e della permanenza al chiuso; quella delle mani è stressata dai trattamenti frequenti per l’igiene e la disinfezione, va quindi curata e nutrita in maniera particolare.

 

In questo momento storico, il rapporto tra comunità e farmacista si stringe, diviene vicinanza e comunione di intenti. Per questo motivo i Farmacisti Preparatori propongono un insieme di buone pratiche che va oltre alle semplici istruzioni quotidiane. Questo tempo di crisi va gestito in modo ampio perché non basta dare il consiglio, è necessario entrare in empatia con le persone per comprenderne anche il disagio, fornendo quindi strumenti che possano servire ad un riequilibrio fisico e mentale.

 

Ciascuno di noi può contattare il Farmacista Preparatore più vicino al luogo di residenza, oppure entrare nel sito, dove trovare la giusta risposta ma soprattutto quella vicinanza data da un approccio etico, innovatore e capace di unire accoglienza a comprensione per la gestione di un momento storico che richiede professionalità ma soprattutto umanità e dialogo.

Per altri consigli di benessere si rimanda alla loro pagina Facebook.

 

Chi sono i Farmacisti Preparatori

Sono un gruppo europeo unito dalla stessa etica professionale, che si pone come obiettivo l’ascolto dei bisogni e la vicinanza alla comunità. Il loro scopo è essere accanto alle persone e offrire le soluzioni adeguate, ispirate all’antica tradizione farmaceutica evoluta con le più innovative tecnologie, frutto dell’unione tra scienza e natura. Come Farmacisti Preparatori sono coinvolti in tutto il processo di creazione dei prodotti che portano il nostro nome a sigillo di garanzia. La collaborazione con il loro laboratorio, in rete con università istituti di ricerca internazionali, permette loro di formulare in ecodesign prodotti sicuri ed efficaci.
Si fanno portavoce della missione del farmacista: ascolto, condivisione ed approccio etico.

 

 

Photo Credits: farmacistipreparatori.it

Una notizia che servirà ad allontanare il pensiero dal Coronavirus per chi non è scaramantico, e che invece sarà foriera di disgrazie per chi crede nei presagi.

 

Oggi è un venerdì 17 di un anno bisestile, tragedia per chi crede alla cabala, ma non basta perché gli astronomi ci informano che è prossimo il passaggio vicino alla terra di un grosso asteroide. Sembra sia grande quanto il monte Everest.

 

Per finire, come tutti purtroppo sappiamo, siamo nel bel mezzo di una pandemia che sta mietendo vittime e sta riducendo al lumicino l’economia mondiale.

 

Insomma una giornata da chiudersi in casa, per chi crede a tutti questi segnali negativi, nella speranza che non ci caschi il lampadario in testa. Una giornata normale, a prescindere il COVID-19, per chi non crede alla cabala.

Riceviamo da un nostro lettore una chiave di lettura sull’attuale situazione economico-sanitaria italiana, nel contesto europeo

 

Siamo stati travolti dal Coronavirus, ma forse è arrivato il momento di sistemare alcuni pezzi del puzzle per farci un’idea su quanto è successo da quando il 30 gennaio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarava l’emergenza sanitaria globale: non era un primo allarme, perché già nel settembre scorso l’Organizzazione aveva paventato una grave minaccia pandemica e le successive cronache da Wuhan avrebbero dovuto ulteriormente incrinare le nostre tradizionali certezze.

 

La tragedia ha portato innumerevoli lutti e difficoltà, ma ci ha anche permesso di rivedere una proficua collaborazione tra scienza e politica: nel 2010 Tremonti, negando alcune risorse economiche al ministero del collega Bondi, affermò che con la cultura non si mangia (non furono queste le sue esatte parole, ma così riporta la vulgata) e da allora il rapporto tra conoscenza e politica è persino peggiorato, dando spesso all’impreparazione un fatale ruolo di preminenza.

 

La scienza non è altro che la rappresentazione matematica della realtà e in questa occasione ci ha indicato come, dove, quando e per quale motivo si sta diffondendo la pandemia anche se, data la novità del virus, i modelli di ricerca non sempre sono comparabili: ciononostante abbiamo imparato che non possiamo permettere a nessuno di guidare la nostra vita senza le dovute competenze, per cui speriamo che questa tragica esperienza ci porti almeno all’inizio di un ciclo politico più responsabile.

 

Il nostro Governo a mio avviso si è mosso con sufficiente energia: è evidente che quando un’azienda viene colpita da uno tsunami di tali dimensioni il primo e incalzante impegno del responsabile è garantire il galleggiamento e questo è sicuramente avvenuto, anche con quelle imprecisioni, contraddizioni e incongruenze che sono logiche figlie dell’affanno e dell’urgenza: tra l’altro, su evidente pressione dei medici, l’Italia ha adottato l’isolamento sociale cercando di anticipare il virus, mentre America e Regno Unito hanno scelto la strada di seguire il virus, strada che sembra avere meno efficacia.

 

La stragrande maggioranza delle nazioni occidentali ha poi adottato il metodo italiano e questo per noi è molto tranquillizzante, perché ha confermato la fondatezza delle scelte governative di fondo.

 

E il 31 gennaio scorso venne deliberato lo stato d’emergenza, con una durata preventiva sino al 31 luglio prossimo e vennero successivamente emanati alcuni provvedimenti che, come detto, prevedevano – in sintesi – una reclusione dei cittadini nelle loro case: è stata una decisione sconvolgente visto che, da generazioni, eravamo abituati alla libera circolazione delle persone e al libero scambio delle merci.

 

Insomma, pur seduti in salotto, siamo sostanzialmente in guerra e se una volta quando c’erano i bombardamenti bisognava correre nei rifugi e chi non seguiva questa rigida indicazione rischiava solo ed esclusivamente la propria vita, oggi chi trasgredisce l’isolamento non solo può provocare un danno ad altri, ma incide direttamente sulla durata di queste faticose  restrizioni: la maggioranza della popolazione ha ragionevolmente seguito le indicazioni governative, ma un numero di persone non trascurabile, forse per infantile egocentrismo, non ha ritenuto e non ritiene di sacrificare le proprie abitudini di vita per il raggiungimento, nel più breve tempo possibile, del traguardo sanitario, tant’è che recentemente la curva dei contagi ha ripreso a risalire. Così va il mondo!!!

 

Naturalmente meritano una forte attenzione anche le conseguenze economiche di questo tragico evento, perché un’attività imprenditoriale (commerciale o industriale che sia) non esiste se non ha una vitale liquidità e questo blocco sanitario, pur necessario ed essenziale, impatta violentemente su realtà che se da un lato non possono assolutamente derogare alle precise indicazioni mediche, dall’altro, se crollassero per il fermo, provocherebbero spaventose perdite in termini economici ed occupazionali.

 

C’è poi la struttura di uno Stato (continuamente non governato, ma gestito per i vantaggi del vincitore politico di turno) che fa acqua da ogni lato e così crolla il ponte Morandi, così non ci sono strutture informatiche efficienti, si bloccano le richieste all’INPS e non si trovano tamponi, mascherine, macchine per la respirazione artificiale o quanto necessario per la dovuta assistenza medica dei cittadini.

 

Per valutare concretamente gli effetti delle conduzioni politiche degli ultimi 25 anni, potremmo paragonare la nostra situazione sanitaria con quella di altri Paesi e constateremmo che l’Italia, con 60 milioni di abitanti, ha dovuto affrontare la crisi con 5.000 posti di terapia intensiva, mentre la Germania, con circa 80 milioni di cittadini, ne può contare 28mila (TV tedesca Welt): insomma sulla sanità si doveva risparmiare e così i posti letto pubblici che nel 1995 erano 45.600 (81% del totale), nel 2019 sono scesi a 20.900 (circa il 61% del totale) e di questa diminuzione ne ha beneficiato il settore privato.

 

Vale anche la pena ricordare che la sanità pubblica è al servizio dei cittadini indipendentemente dai costi, mentre quella privata cerca giustamente una remunerazione ai suoi investimenti che in questi venticinque anni sono stati forse troppo tutelati da favoritismi politici probabilmente ricambiati.

 

Questa è la situazione con cui l’attuale Governo ha dovuto affrontare l’epidemia e oggi si manifestano ripetute insistenze per conoscere la data d’uscita dai vincoli sociali, non comprendendo che la fine della nostra clausura non attende l’ultimarsi di una ricostruzione o di uno scavo, ma dipende da un virus che non conosce date o confini.

 

Si è poi determinata una particolare situazione che vede nella Lombardia, Veneto e Emilia Romagna le regioni più colpite dal virus e questo è sicuramente comprensibile vista l’industrializzazione di quei territori e la conseguente necessaria, ma ora dannosa, mobilità per promuoverla e rinforzarla, ma fra le tre regioni ci sono anche delle differenze apparentemente inspiegabili che il sotto riportato schizzo (Repubblica 07.04.2020) riassume:

 

 

Dunque in quella data la Lombardia registrava 28.469 contagi, il Veneto 9.722 e l’Emilia Romagna 13.051: la situazione lombarda stupisce particolarmente, considerando anche che sul dato emiliano incidono per forza di cose i contagi di Piacenza, che dista 16,3 km da Codogno (10/15 minuti di macchina).

 

Per cercare di capire questa anomala situazione ricordo ancora che il virus compare a Wuhan nel dicembre 2019, il 30 gennaio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara l’emergenza sanitaria globale e il giorno dopo, 31 gennaio, viene deliberato in Italia lo stato d’emergenza.

 

Ebbene, premesso tutto questo, il 19 febbraio scorso – e quindi dopo i provvedimenti indicati – si è giocata a Milano la partita Atalanta/Valencia con 45 mila tifosi arrivati da Bergamo e, successivamente, si scoprì la positività del 35% del personale societario del club spagnolo: penso che quella partita sia stata una bomba epidemiologica e non capisco come mai le autorità regionali non l’abbiano impedita o almeno autorizzata a porte chiuse. È del tutto logico pensare che quegli spettatori, ritornati a casa e alle loro faccende, abbiano riversato su Milano, Bergamo e dintorni quanto probabilmente raccolto allo stadio.

 

Abbandonando gli assembramenti sportivi, ho poi notato – grazie alle riprese TV – che la metropolitana di Milano, anche dopo gli interventi governativi di limitazione alla circolazione delle persone, alle prime ore del mattino (orario di lavoro) continuava ad essere più che affollata, quando invece un aumento delle corse e l’istituzione di autobus di superficie sullo stesso percorso (non c’era più traffico) avrebbero probabilmente fatto diminuire gli assembramenti.

 

Ai limiti di circolazione delle persone, Regione e Assolombarda hanno opposto forti resistenze e questo potrebbero costituire un altro possibile elemento caratterizzante delle pesanti evidenze statistiche della regione, perché tutti sappiamo che le previsioni economiche sono, a dir poco, molto preoccupanti, ma ciò non può giustificare un’insistita indifferenza a quanto deciso dal Governo, mentre i tavoli delle Prefetture venivano contemporaneamente sommersi da comunicazioni di deroga che probabilmente, in molti casi, si reggevano solo grazie al vantaggio del silenzio/assenso.

 

Il Governo deciderà i tempi di riapertura, ma oggi, a quanto dicono gli scienziati, le condizioni di sicurezza non ci sono e quindi, salvo le deroghe previste, le aziende purtroppo dovranno restare chiuse.

 

È poi caduto il velo sul Pio Albergo Trivulzio e il suo DG Giuseppe Calicchio sembra ora indagato per epidemia e omicidio colposo e la Lombardia ha anche polemizzato col Governo per la mancata costituzione di una “zona rossa” nella provincia di Bergamo, ma una nota governativa ha precisato che “le Regioni non sono mai state esautorate dal potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti” e infatti, per analoghe ragioni, si erano a suo tempo così attivate Lazio, Basilicata e Emilia Romagna (Corriere 06.04.2020).

 

Questi sono alcuni fatti ma, continuando con i raffronti, il Corriere del 1° aprile scorso evidenziava, con esplicativi grafici, ulteriori differenze tra Lombardia e Veneto relativamente ai decessi, ai tamponi, ai ricoverati e alla terapia intensiva

 

 

e questi dati evidenziano strabilianti differenze.

 

Non so se le due regioni siano effettivamente paragonabili, ma visto che il virus non ha avversioni politiche o limiti geografici e temporali, che lo smog e gli impianti di aerazione non sono esclusiva del territorio lombardo e che in Lombardia c’è stato un incendio contro gli accentuati focolai di posti vicini, per forza di cose in quella Regione le insufficienze devono essere state decisamente significative.

 

E poi arriviamo all’Europa e devo dire che la posizione dei Paesi più rigidi non la trovo del tutto immotivata, tant’è che ricordo con fastidio che il IV governo Berlusconi, il 31 maggio 2010, addossò a tutti i cittadini italiani il debito della città di Roma e la Lega Nord ne avallò la scelta: oggi Catania (uno tra molti altri comuni) è messa male e non vorrei che la storia si ripetesse.

 

La situazione economica preoccupa tutti, anche perché, precedentemente a questa crisi, il debito globale del pianeta ammontava a 253 mila miliardi di dollari (non saprei scriverlo in numeri) e il timore che banche o aziende non siano in grado di onorare le obbligazioni emesse è sicuramente concreto: parliamo di quantative easing, di eurobond, di Mes o di altro, ma sempre debiti sono e mentre con i debiti i più ricchi guadagnano, la classe media e operaia sempre più si affanna.

 

Al 31 dicembre scorso il debito pubblico italiano era di 2.409 miliardi di euro e innumerevoli volte abbiamo sia chiesto con successo all’Europa una particolare flessibilità ai limiti imposti dalle regole comuni, che colto benefici inaspettati come il quantative easing di Draghi ignorando, nello stesso tempo, i generali e ripetuti inviti (anche di Draghi) a rimettere a posto i nostri conti.

 

Dal gennaio 1992 al gennaio del 2020 abbiamo avuto 17 governi e solo due di essi non hanno aumentato il debito pubblico  (Prodi 1: maggio 1996-ottobre 1998 e Prodi 2: giugno 2001-maggio 2008), mentre un terzo non ha potuto evitare l’aumento stante le particolari condizioni in cui operava (Monti: novembre 2011-aprile 2013): tutti gli altri – e sono stati 14 – o per inseguire gli obiettivi elettorali o per ingraziarsi i futuri elettori, hanno decisamente e impropriamente abusato di questa disastrosa leva politica.

 

Siamo quindi dei debitori insistenti e, ancora umiliato, ricordo in una conferenza stampa internazionale gli atteggiamenti sarcastici della Merkel e Sarkozy in risposta a una domanda dei giornalisti su Berlusconi.

 

Comunque, gli eurobond sono per noi essenziali perché, con il nostro debito e con le spese sostenute e che si sosterranno per il Coronavirus, la mancanza di un adeguato strumento finanziario di protezione europea scatenerebbe la speculazione e, probabilmente, dopo una fortissima diminuzione dei nostri risparmi immobiliari e mobiliari, per sopravvivere non ci rimarrebbe altro che chiedere aiuti a Russia e Cina con conseguenze geopolitiche difficili da definire; del resto, come ci ha recentemente spiegato il professor Perotti (Bocconi), questi benedetti coronabond sono semplici obbligazioni emesse e garantite da tutti i paesi europei, per cui saranno un po’ più costosi per gli attenti paesi del nord e un po’ più vantaggiosi per gli altri (tra cui noi), ma la resistenza di alcuni (Olanda, Germania, Austria e Finlandia) non si motiva con un semplice egoismo, ma – penso – per un prevedibile scivolamento del loro elettorato verso i partiti sovranisti, qualora i loro politici cedessero alle richieste “spendaccione” dei paesi del sud d’Europa; il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) invece, sarebbe una soluzione del tutto accettabile se si concretizzasse una necessaria modifica funzionale e si adeguasse la sua capacità economica.

 

Solo con la realizzazione di uno di questi compromessi europei si potrà costruire la desiderata ripartenza, ma ricordiamoci sempre e comunque che siamo maggiormente in affanno rispetto ad altri paesi solo e soltanto per l’entità del nostro debito pubblico, e che tutte le altre sbandierate motivazioni (salvo il dumping fiscale olandese) sono piccoli e fragili paraventi.

 

In conclusione, non ho voluto tracciare una linea di merito tra regioni e stato, ma ho citato degli episodi che ci possono aiutare, a problema finito, a riscrivere le linee guida per cogliere nuovi obiettivi e metodi sia politici che sociali.

 

Luigi Giovannini

 

L’iniziativa è coordinata dal team di psicologhe impegnate nel progetto “Guida al benessere nel tempo”, sospeso a causa della pandemia

 

Un # e una pagina social per condividere stili di vita attivi e salutari che possono essere di aiuto a vivere con maggiore serenità questi giorni di emergenza sanitaria. L’idea è venuta al gruppo di psicologhe, coordinate da Giorgia Codato, impegnate nel progetto “Guida al benessere nel tempo”, promosso da Anteas con il supporto dei Comuni, a cui avevano aderito, prima dello stop imposto dalla pandemia, molti ultrasessantacinquenni di San Biagio di Callalta, Silea, Monastier e Mogliano Veneto.

 

“Per contrastare il senso di solitudine che in questo periodo può affliggere le persone di una certa età – spiega la coordinatrice – ci siamo messe gratuitamente a disposizione di chi voglia raccontarci, attraverso un’intervista telefonica, le proprie abitudini, le piccole astuzie e accortezze quotidiane che possono diventare delle buone pratiche, ecosostenibili, da adottare in tempi di emergenza sanitaria”. Dal come riutilizzare i sacchetti di carta del fruttivendolo ai piccoli segreti per la cura dell’orto.

 

#saggezzeperunmondomigliore

I consigli raccolti durante le telefonate dal gruppo di psicologhe vengono poi condivisi e diffusi sulla pagina Facebook “Guida al benessere nel tempo”, nell’apposita rubrica #saggezzeperunmondomigliore. Il team di psicologhe, infatti, nel corso degli incontri svolti, si è accorto di quanto anche le persone di una certa età si impegnino attivamente e con abitudini molto sagge a “rendere questo mondo un posto migliore”, per questo hanno pensato fosse utile valorizzare e dar voce a questi piccoli gesti preziosi.

 

Naturalmente anche chi non ha preso parte al progetto può proporsi per la breve intervista telefonica inviando una mail a [email protected], tramite la pagina Facebook menzionata oppure lasciando il proprio recapito al numero verde Anteas 800.379340 o al 346.5206802.

 

“Nel giro di qualche giorno – assicura Giorgia Codato – una psicologa del team contatterà le persone che hanno manifestato la loro disponibilità. Nel frattempo invitiamo tutti a restare a casa e a seguire la nostra pagina Facebook”.

È “nel silenzio delle città” che deve nascere “la speranza di un tempo migliore”, pregando il Signore affinché “ci liberi presto dal male”, ora rappresentato dal virus che si è abbattuto su noi tutti. Si è espresso così Papa Francesco, in un videomessaggio trasmesso dal TG1 qualche giorno fa, in cui ha espresso agli italiani parole di conforto per vivere con fede e speranza la Settimana Santa che precede la festa più importante per la fede cristiana: la Pasqua della Resurrezione.

 

 

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