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“Ancora una volta, per qualità del servizio ma anche per il numero delle presenze, i volontari veneti si dimostrano al top. Sono i protagonisti del poderoso lavoro messo in campo dalla Protezione civile del Veneto, che fino ad oggi si riassume in oltre diecimila volontari operativi in 171.000 giornate uomo per l’emergenza coronavirus”.

Sono parole dell’Assessore regionale alla Protezione civile, Gianpaolo Bottacin, nel riassumere il contributo del volontariato in questi mesi si crisi, per il quale esprime una profonda gratitudine.

 

“Siamo di fronte a numeri impressionanti, secondi in termini assoluti soltanto alle 250.000 giornate uomo della Lombardia – evidenzia l’assessore – ma proporzionalmente nettamente superiori in riferimento alla popolazione, visto che il Veneto ha poco più della metà di abitanti dei nostri vicini lombardi”.

 

“Quantità di giornate ma soprattutto qualità del lavoro emerge dall’impegno che i volontari veneti assicurano per supportare le esigenze sanitarie del momento – prosegue Bottacin. – Un lavoro  che si estrinseca in plurime azioni, dal montaggio delle tende per le attività di pre-triage all’esterno delle strutture ospedaliere all’allestimento di cinque ex ospedali per le emergenze, dall’informazione alle persone che si recavano presso le strutture sanitarie al supporto ai Centri Operativi Comunali (COC) e alle sale operative (regionale e provinciali) fino all’assistenza alla popolazione per la consegna dei generi di prima necessità e alla distribuzione delle mascherine alla cittadinanza. Un compito, quest’ultimo, che si è dimostrato vitale soprattutto nella prima fase della pandemia dove tali strumenti di protezione erano carenti, e molto altro ancora”.

 

 

Bottacin: “I Veneti confermano il loro grande cuore, la Regione ringrazia tutti volontari”

 

“Soltanto per quanto riguarda l’emergenza Covid, volendo quantificare il lavoro gratuitamente svolto dai nostri magnifici volontari, possiamo parlare di ben oltre 30 milioni di euro – prosegue ancora l’Assessore. – Sono cifre che non hanno bisogno di commenti o grosse parole”.

 

“Ovviamente il prezioso contributo messo in campo dai volontari non si ferma a questa emergenza – conclude Bottacin. – Basti pensare che nel solo 2020, sempre in coordinamento con la nostra struttura regionale di Marghera, ci hanno supportato in ben dodici stati di crisi dovuti ad eventi calamitosi collegati al maltempo, tra cui non si può non ricordare in particolare i due eventi di agosto, quelli che hanno colpito principalmente, ma non solo, Vicentino e Veronese e quello di dicembre, con danni soprattutto nel Bellunese. Molto lavoro è stato fatto anche all’inizio di questo gennaio a causa dell’emergenza neve. Ancora una volta trovo doveroso ringraziare e citare come modello questo esercito della solidarietà: per il grande aiuto datoci ma soprattutto per il loro grande cuore”.

In attesa di ufficialità, si vocifera che quanto segue corrisponda alle novità introdotte dal Governo quali misure di contenimento del contagio da Covid-19.

 

Intanto sembra sempre più certa l’ipotesi che lo stato d’emergenza sarà prorogato fino al prossimo 30 aprile, diversamente dal 31 gennaio annunciato nei mesi scorsi.

 

Di seguito le disposizioni urgenti che potranno essere rispettate nelle prossime ore.

1. È confermato, fino al 15 febbraio 2021, il divieto di spostamento tra Regioni o Province autonome diverse, salvo quelli motivati da comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute. È comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione.

2. Dal 16 gennaio 2021 e fino al 5 marzo 2021, sull’intero territorio nazionale si applicano le seguenti misure:

• è consentito, una sola volta al giorno, spostarsi verso un’altra abitazione privata abitata, tra le ore 5.00 e le ore 22.00, a un massimo di due persone ulteriori a quelle già conviventi nell’abitazione di destinazione.
La persona o le due persone che si spostano potranno comunque portare con sé i figli se minori di 14 anni (o altri under 14 anni su cui le stesse esercitano la potestà genitoriale) e le persone disabili o non autosufficienti loro conviventi.
Tale spostamento è consentito all’interno della medesima Regione, in area gialla, e all’interno dello stesso Comune, in area arancione e in area rossa, fatto salvo quanto previsto per gli spostamenti dai Comuni fino a 5.000 abitanti;
• qualora la mobilità sia limitata all’ambito territoriale comunale, sono comunque permessi gli spostamenti dai comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti, per una distanza non superiore a 30 km dai relativi confini, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia;
• sarà istituita una cosiddetta area “bianca”, nella quale si collocano le Regioni con uno scenario di “tipo 1”, un livello di rischio “basso” e un’incidenza dei contagi, per tre settimane consecutive, inferiore a 50 casi ogni 100.000 abitanti. In suddetta area “bianca” non verranno applicare le misure restrittive previste dai Dpcm per le aree gialle, arancioni e rosse, bensì le attività si svolgeranno secondo specifici protocolli. Nelle medesime aree possono comunque essere adottate specifiche misure restrittive in relazione a determinate attività particolarmente rilevanti dal punto di vista epidemiologico.

 

Inoltre, considerata la necessità di agevolare l’attuazione del piano vaccinale per la prevenzione del contagio da Covid-19, in coerenza con le vigenti disposizioni europee e nazionali in materia di protezione dei dati personali, è istituita, una piattaforma informativa nazionale idonea ad agevolare le attività di distribuzione sul territorio nazionale delle dosi vaccinali, dei dispositivi e degli altri materiali di supporto alla somministrazione, e il relativo tracciamento. Infine, su istanza della Regione o Provincia autonoma interessata, la piattaforma nazionale esegue, in sussidiarietà, le operazioni di prenotazione delle vaccinazioni, di registrazione delle somministrazioni dei vaccini e di certificazione delle stesse, nonché le operazioni di trasmissione dei dati al Ministero della salute.

 

Dobbiamo attendere ancora qualche ora prima di conoscere se queste si confermeranno essere le novità introdotte dal Governo. Nell’attesa è indispensabile che tutti continuino a comportarsi con rispetto e responsabilità per la salute propria e altrui.

Riceviamo da un nostro lettore una chiave di lettura sull’attuale situazione economico-sanitaria italiana, nel contesto europeo

 

Siamo stati travolti dal Coronavirus, ma forse è arrivato il momento di sistemare alcuni pezzi del puzzle per farci un’idea su quanto è successo da quando il 30 gennaio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarava l’emergenza sanitaria globale: non era un primo allarme, perché già nel settembre scorso l’Organizzazione aveva paventato una grave minaccia pandemica e le successive cronache da Wuhan avrebbero dovuto ulteriormente incrinare le nostre tradizionali certezze.

 

La tragedia ha portato innumerevoli lutti e difficoltà, ma ci ha anche permesso di rivedere una proficua collaborazione tra scienza e politica: nel 2010 Tremonti, negando alcune risorse economiche al ministero del collega Bondi, affermò che con la cultura non si mangia (non furono queste le sue esatte parole, ma così riporta la vulgata) e da allora il rapporto tra conoscenza e politica è persino peggiorato, dando spesso all’impreparazione un fatale ruolo di preminenza.

 

La scienza non è altro che la rappresentazione matematica della realtà e in questa occasione ci ha indicato come, dove, quando e per quale motivo si sta diffondendo la pandemia anche se, data la novità del virus, i modelli di ricerca non sempre sono comparabili: ciononostante abbiamo imparato che non possiamo permettere a nessuno di guidare la nostra vita senza le dovute competenze, per cui speriamo che questa tragica esperienza ci porti almeno all’inizio di un ciclo politico più responsabile.

 

Il nostro Governo a mio avviso si è mosso con sufficiente energia: è evidente che quando un’azienda viene colpita da uno tsunami di tali dimensioni il primo e incalzante impegno del responsabile è garantire il galleggiamento e questo è sicuramente avvenuto, anche con quelle imprecisioni, contraddizioni e incongruenze che sono logiche figlie dell’affanno e dell’urgenza: tra l’altro, su evidente pressione dei medici, l’Italia ha adottato l’isolamento sociale cercando di anticipare il virus, mentre America e Regno Unito hanno scelto la strada di seguire il virus, strada che sembra avere meno efficacia.

 

La stragrande maggioranza delle nazioni occidentali ha poi adottato il metodo italiano e questo per noi è molto tranquillizzante, perché ha confermato la fondatezza delle scelte governative di fondo.

 

E il 31 gennaio scorso venne deliberato lo stato d’emergenza, con una durata preventiva sino al 31 luglio prossimo e vennero successivamente emanati alcuni provvedimenti che, come detto, prevedevano – in sintesi – una reclusione dei cittadini nelle loro case: è stata una decisione sconvolgente visto che, da generazioni, eravamo abituati alla libera circolazione delle persone e al libero scambio delle merci.

 

Insomma, pur seduti in salotto, siamo sostanzialmente in guerra e se una volta quando c’erano i bombardamenti bisognava correre nei rifugi e chi non seguiva questa rigida indicazione rischiava solo ed esclusivamente la propria vita, oggi chi trasgredisce l’isolamento non solo può provocare un danno ad altri, ma incide direttamente sulla durata di queste faticose  restrizioni: la maggioranza della popolazione ha ragionevolmente seguito le indicazioni governative, ma un numero di persone non trascurabile, forse per infantile egocentrismo, non ha ritenuto e non ritiene di sacrificare le proprie abitudini di vita per il raggiungimento, nel più breve tempo possibile, del traguardo sanitario, tant’è che recentemente la curva dei contagi ha ripreso a risalire. Così va il mondo!!!

 

Naturalmente meritano una forte attenzione anche le conseguenze economiche di questo tragico evento, perché un’attività imprenditoriale (commerciale o industriale che sia) non esiste se non ha una vitale liquidità e questo blocco sanitario, pur necessario ed essenziale, impatta violentemente su realtà che se da un lato non possono assolutamente derogare alle precise indicazioni mediche, dall’altro, se crollassero per il fermo, provocherebbero spaventose perdite in termini economici ed occupazionali.

 

C’è poi la struttura di uno Stato (continuamente non governato, ma gestito per i vantaggi del vincitore politico di turno) che fa acqua da ogni lato e così crolla il ponte Morandi, così non ci sono strutture informatiche efficienti, si bloccano le richieste all’INPS e non si trovano tamponi, mascherine, macchine per la respirazione artificiale o quanto necessario per la dovuta assistenza medica dei cittadini.

 

Per valutare concretamente gli effetti delle conduzioni politiche degli ultimi 25 anni, potremmo paragonare la nostra situazione sanitaria con quella di altri Paesi e constateremmo che l’Italia, con 60 milioni di abitanti, ha dovuto affrontare la crisi con 5.000 posti di terapia intensiva, mentre la Germania, con circa 80 milioni di cittadini, ne può contare 28mila (TV tedesca Welt): insomma sulla sanità si doveva risparmiare e così i posti letto pubblici che nel 1995 erano 45.600 (81% del totale), nel 2019 sono scesi a 20.900 (circa il 61% del totale) e di questa diminuzione ne ha beneficiato il settore privato.

 

Vale anche la pena ricordare che la sanità pubblica è al servizio dei cittadini indipendentemente dai costi, mentre quella privata cerca giustamente una remunerazione ai suoi investimenti che in questi venticinque anni sono stati forse troppo tutelati da favoritismi politici probabilmente ricambiati.

 

Questa è la situazione con cui l’attuale Governo ha dovuto affrontare l’epidemia e oggi si manifestano ripetute insistenze per conoscere la data d’uscita dai vincoli sociali, non comprendendo che la fine della nostra clausura non attende l’ultimarsi di una ricostruzione o di uno scavo, ma dipende da un virus che non conosce date o confini.

 

Si è poi determinata una particolare situazione che vede nella Lombardia, Veneto e Emilia Romagna le regioni più colpite dal virus e questo è sicuramente comprensibile vista l’industrializzazione di quei territori e la conseguente necessaria, ma ora dannosa, mobilità per promuoverla e rinforzarla, ma fra le tre regioni ci sono anche delle differenze apparentemente inspiegabili che il sotto riportato schizzo (Repubblica 07.04.2020) riassume:

 

 

Dunque in quella data la Lombardia registrava 28.469 contagi, il Veneto 9.722 e l’Emilia Romagna 13.051: la situazione lombarda stupisce particolarmente, considerando anche che sul dato emiliano incidono per forza di cose i contagi di Piacenza, che dista 16,3 km da Codogno (10/15 minuti di macchina).

 

Per cercare di capire questa anomala situazione ricordo ancora che il virus compare a Wuhan nel dicembre 2019, il 30 gennaio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara l’emergenza sanitaria globale e il giorno dopo, 31 gennaio, viene deliberato in Italia lo stato d’emergenza.

 

Ebbene, premesso tutto questo, il 19 febbraio scorso – e quindi dopo i provvedimenti indicati – si è giocata a Milano la partita Atalanta/Valencia con 45 mila tifosi arrivati da Bergamo e, successivamente, si scoprì la positività del 35% del personale societario del club spagnolo: penso che quella partita sia stata una bomba epidemiologica e non capisco come mai le autorità regionali non l’abbiano impedita o almeno autorizzata a porte chiuse. È del tutto logico pensare che quegli spettatori, ritornati a casa e alle loro faccende, abbiano riversato su Milano, Bergamo e dintorni quanto probabilmente raccolto allo stadio.

 

Abbandonando gli assembramenti sportivi, ho poi notato – grazie alle riprese TV – che la metropolitana di Milano, anche dopo gli interventi governativi di limitazione alla circolazione delle persone, alle prime ore del mattino (orario di lavoro) continuava ad essere più che affollata, quando invece un aumento delle corse e l’istituzione di autobus di superficie sullo stesso percorso (non c’era più traffico) avrebbero probabilmente fatto diminuire gli assembramenti.

 

Ai limiti di circolazione delle persone, Regione e Assolombarda hanno opposto forti resistenze e questo potrebbero costituire un altro possibile elemento caratterizzante delle pesanti evidenze statistiche della regione, perché tutti sappiamo che le previsioni economiche sono, a dir poco, molto preoccupanti, ma ciò non può giustificare un’insistita indifferenza a quanto deciso dal Governo, mentre i tavoli delle Prefetture venivano contemporaneamente sommersi da comunicazioni di deroga che probabilmente, in molti casi, si reggevano solo grazie al vantaggio del silenzio/assenso.

 

Il Governo deciderà i tempi di riapertura, ma oggi, a quanto dicono gli scienziati, le condizioni di sicurezza non ci sono e quindi, salvo le deroghe previste, le aziende purtroppo dovranno restare chiuse.

 

È poi caduto il velo sul Pio Albergo Trivulzio e il suo DG Giuseppe Calicchio sembra ora indagato per epidemia e omicidio colposo e la Lombardia ha anche polemizzato col Governo per la mancata costituzione di una “zona rossa” nella provincia di Bergamo, ma una nota governativa ha precisato che “le Regioni non sono mai state esautorate dal potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti” e infatti, per analoghe ragioni, si erano a suo tempo così attivate Lazio, Basilicata e Emilia Romagna (Corriere 06.04.2020).

 

Questi sono alcuni fatti ma, continuando con i raffronti, il Corriere del 1° aprile scorso evidenziava, con esplicativi grafici, ulteriori differenze tra Lombardia e Veneto relativamente ai decessi, ai tamponi, ai ricoverati e alla terapia intensiva

 

 

e questi dati evidenziano strabilianti differenze.

 

Non so se le due regioni siano effettivamente paragonabili, ma visto che il virus non ha avversioni politiche o limiti geografici e temporali, che lo smog e gli impianti di aerazione non sono esclusiva del territorio lombardo e che in Lombardia c’è stato un incendio contro gli accentuati focolai di posti vicini, per forza di cose in quella Regione le insufficienze devono essere state decisamente significative.

 

E poi arriviamo all’Europa e devo dire che la posizione dei Paesi più rigidi non la trovo del tutto immotivata, tant’è che ricordo con fastidio che il IV governo Berlusconi, il 31 maggio 2010, addossò a tutti i cittadini italiani il debito della città di Roma e la Lega Nord ne avallò la scelta: oggi Catania (uno tra molti altri comuni) è messa male e non vorrei che la storia si ripetesse.

 

La situazione economica preoccupa tutti, anche perché, precedentemente a questa crisi, il debito globale del pianeta ammontava a 253 mila miliardi di dollari (non saprei scriverlo in numeri) e il timore che banche o aziende non siano in grado di onorare le obbligazioni emesse è sicuramente concreto: parliamo di quantative easing, di eurobond, di Mes o di altro, ma sempre debiti sono e mentre con i debiti i più ricchi guadagnano, la classe media e operaia sempre più si affanna.

 

Al 31 dicembre scorso il debito pubblico italiano era di 2.409 miliardi di euro e innumerevoli volte abbiamo sia chiesto con successo all’Europa una particolare flessibilità ai limiti imposti dalle regole comuni, che colto benefici inaspettati come il quantative easing di Draghi ignorando, nello stesso tempo, i generali e ripetuti inviti (anche di Draghi) a rimettere a posto i nostri conti.

 

Dal gennaio 1992 al gennaio del 2020 abbiamo avuto 17 governi e solo due di essi non hanno aumentato il debito pubblico  (Prodi 1: maggio 1996-ottobre 1998 e Prodi 2: giugno 2001-maggio 2008), mentre un terzo non ha potuto evitare l’aumento stante le particolari condizioni in cui operava (Monti: novembre 2011-aprile 2013): tutti gli altri – e sono stati 14 – o per inseguire gli obiettivi elettorali o per ingraziarsi i futuri elettori, hanno decisamente e impropriamente abusato di questa disastrosa leva politica.

 

Siamo quindi dei debitori insistenti e, ancora umiliato, ricordo in una conferenza stampa internazionale gli atteggiamenti sarcastici della Merkel e Sarkozy in risposta a una domanda dei giornalisti su Berlusconi.

 

Comunque, gli eurobond sono per noi essenziali perché, con il nostro debito e con le spese sostenute e che si sosterranno per il Coronavirus, la mancanza di un adeguato strumento finanziario di protezione europea scatenerebbe la speculazione e, probabilmente, dopo una fortissima diminuzione dei nostri risparmi immobiliari e mobiliari, per sopravvivere non ci rimarrebbe altro che chiedere aiuti a Russia e Cina con conseguenze geopolitiche difficili da definire; del resto, come ci ha recentemente spiegato il professor Perotti (Bocconi), questi benedetti coronabond sono semplici obbligazioni emesse e garantite da tutti i paesi europei, per cui saranno un po’ più costosi per gli attenti paesi del nord e un po’ più vantaggiosi per gli altri (tra cui noi), ma la resistenza di alcuni (Olanda, Germania, Austria e Finlandia) non si motiva con un semplice egoismo, ma – penso – per un prevedibile scivolamento del loro elettorato verso i partiti sovranisti, qualora i loro politici cedessero alle richieste “spendaccione” dei paesi del sud d’Europa; il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) invece, sarebbe una soluzione del tutto accettabile se si concretizzasse una necessaria modifica funzionale e si adeguasse la sua capacità economica.

 

Solo con la realizzazione di uno di questi compromessi europei si potrà costruire la desiderata ripartenza, ma ricordiamoci sempre e comunque che siamo maggiormente in affanno rispetto ad altri paesi solo e soltanto per l’entità del nostro debito pubblico, e che tutte le altre sbandierate motivazioni (salvo il dumping fiscale olandese) sono piccoli e fragili paraventi.

 

In conclusione, non ho voluto tracciare una linea di merito tra regioni e stato, ma ho citato degli episodi che ci possono aiutare, a problema finito, a riscrivere le linee guida per cogliere nuovi obiettivi e metodi sia politici che sociali.

 

Luigi Giovannini

 

Piumestrepiuvenezia.org esprime vicinanza alle famiglie delle vittime dell’acqua alta e il proprio amaro punto di vista in merito al referendum del prossimo dicembre

 

Piumestrepiuvenezia.org esprime il proprio cordoglio per i due cittadini veneziani deceduti a causa dell’alta marea e la vicinanza alle loro famiglie: “I nuovi lutti che hanno colpito la comunità veneziana devono renderci più responsabili e più coraggiosi nel cambiare un sistema amministrativo incapace di proteggere la vita dei propri cittadini e contribuenti”.

 

Il referendum si svolgerà sotto il peso di due morti che potevano essere evitate

Come sottolineato da Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia “Venezia è in ginocchio” e Piumestrepiuvenezia invita i cittadini di Mestre e Venezia a votare a favore del SI al referendum del 1° dicembre per risollevare le comunità lagunari e della terra ferma. Anche in queste ore abbiamo avuto la prova dell’urgenza di avere amministrazioni comunali che si interessino realmente dei problemi dei cittadini e che soprattutto risolvano i problemi antichi di Venezia e Mestre.

 

Il Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro ha affermato che siamo in presenza di “un disastro annunciato”. Questa dichiarazione d’impotenza rende ancora più incomprensibile la volontà di non cambiare il modo di governare Mestre e Venezia. L’acqua alta di oggi rende evidente che siamo ancora fermi al 1966, quando ci fu un’alta marea più imponente, malgrado il fiume di denaro speso per il Mose ma trascurando la pulizia dei canali.

 

Quello che indigna, oltre ai morti, è quanto scritto dal Comune di Venezia sui propri Social: “non si tratta di un’alluvione”,“…fino a lasciare le strade bagnate come quando piove”.

 

Piumestrepiuvenezia.org sollecita provvedimenti verso chi deride i propri cittadini e contribuenti che rischiano la vita anche all’interno delle proprie abitazioni.

 

Anche sulla base di questa mancanza di rispetto per i cittadini è necessario che tutti vadano a votare il primo di dicembre e dicano sì all’autonomia di Venezia e di Mestre per avere amministrazioni più vicine ai bisogni delle persone che vivono e lavorano in queste due città.

Sabato 15 giugno, la scuola cinofila “Il cane” di Mogliano Veneto, FISA Treviso e FISA Padova (Federazione italiana salvamento acquatico) hanno partecipato all’esercitazione della Protezione civile di Rovigo, denominata RO06 maxi-emergenza.

 

 

L’esercitazione ha visto l’impiego di un centinaio di volontari impegnati in molteplici scenari di soccorso.

 

Alla scuola cinofila “Il cane” è stato assegnato il compito di trarre in salvo 4 persone rifugiatesi sul tetto di una abitazione allagata, mentre le moto d’acqua sono state impegnate in una ricerca SAR in lago e poi in fiume, traendo in salvo 5 persone alluvionate.

 

I soccorritori hanno dimostrato un’elevata professionalità, velocità di intervento e attenta assistenza alle vittime, tanto che hanno ricevuto i complimenti e gli applausi degli organizzatori e dei volontari della Protezione civile.

 

 

Ringraziamenti

Un ringraziamento particolare va a Katia Trombaiolli, ai soccorritori cinofili Claudio Dino con Amarok, Giampietro Zanon con Meggy, agli equipaggi delle moto d’acqua Marco Battaggia (pilota) Nicola Ceccon (soccorritore), Matteo Giardini (pilota), Teofilo Girardini (soccorritore) ed Elena Zennaro, coordinatrice del gruppo.

 

 

“Da un mese migliaia di persone affette dal morbo di Parkinson sono rimaste senza un farmaco indispensabile. Cosa sta facendo la Regione per affrontare questa emergenza e garantire ai pazienti di potersi curare?”. È quanto chiedono il consigliere del Partito Democratico Andrea Zanoni insieme al capogruppo Stefano Fracasso, primi firmatari di un’interrogazione depositata oggi.

 

 

Al centro il caso del Sinemet, farmaco di vitale importanza e diventato praticamente introvabile da metà marzo. Una carenza dovuta a problemi produttivi, come ha sottolineato l’Agenzia italiana del farmaco. “Sono evidenti i disagi per queste persone e le loro famiglie, costrette a un’improbabile ‘caccia al tesoro’. Non esistono ‘generici’ che possano sostituirlo, al momento l’unica alternativa è acquistare un medicinale analogo dall’estero, dove costa di più, rivolgendosi alla propria Ulss di riferimento.

 

 

È inaccettabile che si arrivi a situazioni del genere, il ministero della Salute dovrebbe impegnarsi per assicurare la fruizione di medicinali fondamentali, come nel caso del Sinemet per i pazienti affetti dal Parkinson. Auspichiamo che la situazione possa normalizzarsi a breve, ma non ci sono certezze. Nel frattempo, viste le numerose segnalazioni che abbiamo ricevuto, quali procedure ha messo in atto la Regione, tramite le proprie Ulss, per fronteggiare l’emergenza?”.

Il Presidente della Regione Luca Zaia ha richiesto al Governo la proroga dello stato di emergenza riguardo la contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) delle falde idriche nei territori delle province di Vicenza, Verona e Padova.

 

 

Un anno fa il Palazzo Chigi decretò lo stato di emergenza, fissandone la scadenza al 21 marzo 2019; il 28 maggio 2018 il Capo della Protezione Civile ha nominato Nicola Dell’Acqua (Direttore Area Tutela e Sviluppo del territorio della Regione del Veneto) come Commissario delegato.

 

 

Il piano approvato a dicembre 2018 dalla Protezione Civile ha dato il via alle infrastrutture acquedottistiche, con un costo pari a 56,8 milioni di euro, necessarie a bypassare gli acquedotti contaminati con fonti idropotabili di buona qualità presenti in altre aree del Veneto.

 

La richiesta di proroga permetterebbe di completare tutte le opere acquedottistiche, disponendo di un ulteriore tempo necessario per il completamento dei lavori. Inoltre la Regione si impegna a garantire un aggiornamento costante sullo stato dei lavori con la Protezione Civile.

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