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Potere, arricchimenti e guerra

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L’attenzione della politica internazionale è concentrata sul controllo e l’utilizzo di poteri economici e finanziari sempre più invasivi e complessi e le problematiche sociali delle popolazioni, pace inclusa, sono compresse in ruoli del tutto marginali.

Per questo sistema di potere l’atlantismo è diventato l’intoccabile dogma di una politica asservita alla convenienza del più forte, che naturalmente indirizza anche l’attività economico/finanziaria europea.

Draghi e il suo mondo hanno piena coscienza di questa situazione che naturalmente li coinvolge, ma invece di affannarsi oggi per un price cap di complessa attuazione, sarebbe stato decisamente meglio evitare ieri il sostegno a un mercato del gas, in Amsterdam, altamente speculativo.

Per dimensionare i risultati di questa mancata scelta, segnalo che negli ultimi 3 mesi i primi 10 big del settore gas e petrolio hanno guadagnato quasi 100 miliardi di dollari, e parlare di bollette è sicuramente necessario, ma svia violentemente la nostra attenzione dalle conseguenze delle decisioni economiche prese in questi anni dal Sistema.

Che è unidirezionale nella sua azione e la realizza solo ad uso di forti agglomerati economici, per cui i recenti festeggiamenti americani a Draghi, così incensati dai nostri giornali, sono stati solo un soddisfatto riconoscimento ad un puntuale esecutore di stabilite funzionalità. 

In tempi passati questa fedeltà sistemica era meno stringente, tant’è che nel 1985 Bettino Craxi (allora premier e non ancora latitante), dopo che alcuni aerei USA fecero forzatamente atterrare a Sigonella (Sicilia, base Nato) un aereo con a bordo i 4 dirottatori della nave Achille Lauro, si oppose fermamente alla loro estradizione in America, riaffermando l’indipendenza decisionale dell’Italia sulle persone presenti sul suo territorio.

Un disallineamento del tutto impensabile  per il mondo Draghi, ma Sigonella non è certamente stato né il primo né l’unico atto autonomo europeo in politica internazionale, dato che la Francia, dopo varie incomprensioni in sede Nato iniziate nel 1962, solo nel 2009 con Sarkosy rientrò stabilmente nell’Organizzazione e, nonostante una guerra fredda che in quegli anni necessitava di posizioni inequivocabili, le autonome decisioni europee non riscossero certamente le rumorose condanne oggi riservate a chi si permette (Papa compreso) di sollecitare riflessioni su una guerra di cui non si intravede la fine.

L’attuale Nato non è più quel braccio armato di cooperanti democrazie liberali a suo tempo concepito, tant’è che l’entrata della Svezia è stata subordinata alla rinuncia della sua tutela dei diritti del popolo Curdo e quindi il democratico mondo occidentale, pur di rinforzare le scelte del Sistema, impone anche decisioni politiche in netto contrasto con principi tragicamente riaffermati e difesi nella Seconda Guerra Mondiale. 

Nel frattempo l’ipotesi di utilizzare armi tattiche nucleari in Ucraina è ritenuta possibile, ed è possibile perché quelle bombe rilasciano radiazioni letali che non coprono la distanza tra zona di guerra e Stati Uniti, ma inquineranno “solo” i cieli europei.

L’establishment italiano poi, per garantire la continuità del Sistema, in vista dei recenti tempi elettorali è corso velocemente sul carro della Meloni, e non meraviglia che questa rapida conversione tra conclamati opposti non abbia provocato adeguati commenti politici.

Luigi Giovannini

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