Chi era costui? Ne parla Tito Livio, lo storico dell’età di Augusto. Siamo nel V secolo avanti Cristo: Roma è in pericolo e ha bisogno di un dittatore caparbio e competente.
La scelta cade su Cincinnato, un uomo giusto, colto e tenace. Un agricoltore e politico: quanto di meglio la Repubblica potesse offrire.
Cincinnato sconfigge i nemici e salva Roma da una catastrofe. Ma il merito più grande che la storia gli riconosce è un altro: l’essere uscito di scena in punta di piedi. Senza vanagloria né superbia, senza pretendere nulla se non la libertà di tornare ai suoi campi, a vivere in pace e, soprattutto, in solitudine.
Dopo tanti travagli e delusioni, il ritiro di Cincinnato appare a molti come l’aspirazione migliore. Andare via, non essere più riconoscibili né cercati. Attendere la fine in una serena solitudine.
Ma questa tentazione può trasformarsi in una trappola terribile in cui rischiano di cadere gli anziani «di età, ma non di vita». Dalla solitudine al senso di inutilità del fare e dell’esserci il passo è breve. E quel passo si chiama isolamento.
Gli esseri umani esistono in quanto agiscono: incidono sulla realtà, costruiscono relazioni e intessono reti — spesso apparentemente infinite o ripetitive, come quella di Penelope. È il fare che tiene lontani gli intrusi, spaventa i nemici e rende l’individuo diversamente utile, ma pur sempre indispensabile per sé e per gli altri.
L’anziano deve continuare ad avere davanti a sé il futuro, non soltanto il passato. E per farlo deve rimanere immerso nella realtà. Anche quando questa realtà si mostra ostile, respingente o emarginante, essa va costretta a sentire la sua presenza.
Alla tentazione di Cincinnato dobbiamo imparare ad opporre la paziente, fiduciosa e ostinata laboriosità di Penelope.
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