Ognuno di noi custodisce un luogo della memoria in cui vorrebbe ritrovarsi, forse per l’ultima volta. È un desiderio che molto spesso non viene corrisposto, ed è meglio così: lasciare quel luogo nel cassetto dei desideri ci consente di spostare in avanti quell’ultima volta che in fondo ci terrorizza.
Questa dinamica intima svela una verità più profonda sull’essere umano. Come sosteneva il celebre psicoanalista Wilfred Bion, gli uomini, in quanto animali gregari, sono parte integrante di una fitta rete di legàmi. È proprio sulla flessibilità e sulla possibilità di cambiamento di questa trama che si gioca il destino di ogni persona. Chi riesce a prendere coscienza di questa rete e a dominarla – compiendo quello che la socio-psicologia definisce “esame di realtà” – ha ampi margini di successo esistenziale. Al contrario, chi resta imprigionato in legami rigidi e forti rischia il soffocamento; per molti, la follia o la psicosi rimangono l’unica via estrema per spezzare catene che avvertono come immodificabili.
Se la salute mentale si fonda sulla qualità e sulla flessibilità delle nostre relazioni, è impossibile non guardare con preoccupazione a come la comunicazione interumana abbia assunto oggi aspetti a dir poco mostruosi. Viviamo nell’era delle connessioni veloci e infinite, dove le parole si perdono e si svuotano all’interno di espressioni figurate che pretenderebbero di riassumere pensieri complessi e inesprimibili. La complessità del linguaggio è stata barattata con un mercato di cuoricini, torte, faccine e abbreviazioni standardizzate, orfane di ogni reale spessore emotivo.
La persuasione e il convincimento non dipendono più dalla forza intrinseca dei contenuti o dalla veridicità della materia trattata. Al contrario, trionfano il carattere volatile e l’effimera superficialità della parola. Non importa se un concetto viene usato male o a sproposito: a convincere sono il tono, il gesto, le pause calcolate. Urlare le argomentazioni è diventato lo strumento principale per prevaricare le ragioni dell’altro, un esercizio di pura forza muscolare in cui chi grida spesso recita un copione già scritto, senza nemmeno comprendere a fondo ciò che sta dicendo.
Questa dinamica si riflette macroscopicamente nella sfera pubblica e geopolitica: i simboli dell’ideologia e dello sfasciare tutto si traducono nello sventolare bandiere di Stati di cui non si sa quasi nulla, se non ciò che la propaganda decide di farci intendere.
Questo consumismo della parola ha purtroppo colonizzato anche il lavoro psicologico, un ambito che dovrebbe mantenere un ruolo quasi sacrale nell’aiuto alla persona. Anche lì, l’autenticità del significato ha ceduto il passo all’acquisto e alla vendita di slogan e frasi fatte. Si tratta di formule banali con cui si pretenderebbe, quasi per magia commerciale, di ricomporre legami spezzati e costruire reti più soddisfacenti. Al contrario, la vera flessibilità e l’adattabilità si conquistano solo acquisendo più strati di legami autentici, stratificati nel tempo.
La comunicazione dovrebbe servire a condividere, non a separare. In questo scenario saturo di rumore di fondo, sono il silenzio e l’assenza di giudizio a favorire la vera riflessione.
Ma d’altronde, in un modo o nell’altro, va tutto bene. Finché si riesce a stare a galla, rimane fondamentale conservare quei luoghi della memoria da ritrovare: pietre preziose che nessuno, nemmeno il consumismo del nostro tempo, potrà mai rubarci.
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