AttualitàLa terza pagina

Gente di strada

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Quando ieri sera ho saputo cos’era successo a un paio di chilometri da casa non son potuto non andare. Ho smesso di lavorare come cronista oltre 9 anni fa. Ma non ho mai smesso di essere quello che ero stato. Un cronista. Uno che va nei posti e racconta quello che succede. Ho seguito l’istinto e sono andato. E ho ritrovato persone che non vedevo in alcuni casi da molti anni. Colleghi cronisti, operatori di ripresa, fotografi.

Quel gruppo di persone – che negli anni si era assottigliato, perché la crisi del settore è iniziata da lustri – che quando capitava qualcosa stava ore per aspettare di raccogliere una dichiarazione, per girare 20 secondi di immagini o scattare una foto.

Gente di strada. Non “giornalisti”. No. Gente di strada. Gente che stava ore al gelo o sotto la pioggia o sotto il sole di luglio per confezionare un servizio, per mandare una foto, per mandare un girato. Gente che non fa i soldi, che non diventa famosa, che non va ai talk show in prima serata a concionare dello scibile universale, fingendo di non sopportarsi.

Gente che però non schioda finché non ha portato a casa il pezzo, la foto, il filmato. Per pochi euro.

Quella gente che venne offesa da quel tizio di nome Beppe Grillo. Quella gente che viene offesa da moltissimi insofferenti perché non dice o non scrive quello che gli insofferenti vorrebbero sentire o leggere.

Quella gente che si prende le contumelie che sarebbero per i “giornalisti” famosi. Quelli, appunto, che popolano i talk show della politica o dello sport.

Quella gente grazie alla quale si confezionano i quotidiani, i telegiornali, i radiogiornali.

Quella gente che arriva sul posto, passa lì molte ore, torna a casa tre ore, e la mattina del giorno dopo è di nuovo lì a presidiare il luogo dove c’è stato il fatto di cronaca.

Ieri sera ne ho trovati molti. Più anziani, più pesanti, più ingrigiti o con meno capelli, ma testardamente al loro posto. Il posto della gente di strada.

Perché alla fine, senza la gente di strada non ci sarebbe la cronaca. La cronaca non la si fa dai salotti. La si fa muovendo il posteriore.

Sarebbe lungo nominarli tutti, ma un paio di nomi non posso non farli: Andrea Checconi e Alessia Da Canal, con i quali una sera di gennaio corremmo, letteralmente, da Mestre fino a davanti la Fenice che bruciava, arrivando in tempo per riprendere il crollo del tetto.

Con Andrea, poi, lustri addietro, andammo sulle tracce di un orso in un bosco sotto la neve; e, in un’altra occasione, intervistammo i Ramones a Pordenone.

Ho rivisto la mia collega di Diffusione europea e poi Telenordest e poi ancora, Antenna 3, Gabriella Basso. E poi Alberto, Gaia, Sergio, Davide, Andrea. Tanti colleghi di strada.

Da quando ho smesso di farlo non mi è mai mancato questo lavoro, che nel corso degli anni si era deteriorato in molti modi e con molti responsabili.

Ieri sera ho rivissuto quelle sensazioni che mi avevano spinto, da sempre, a voler fare il cronista.

Ora però basta tragedie. Non voglio tornare in strada.

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