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Fine vita, l’UCID dopo l’impugnativa della legge emiliano-romagnola: «Prima delle procedure, garantire a tutti le cure palliative»

2 minuti di lettura

L’impugnativa da parte del Governo della legge dell’Emilia-Romagna sul suicidio medicalmente assistito riapre un dibattito che tocca insieme tre piani: le competenze istituzionali, la tutela della vita e la capacità del Servizio sanitario di garantire davvero cure e accompagnamento alle persone più fragili.

ROMA. A intervenire sul tema, con una nota congiunta, sono Benedetto Delle Site, presidente nazionale del Movimento Giovani UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti), e Fabio Storchi, presidente nazionale del Comitato Tecnico Scientifico UCID e presidente della Sezione UCID di Reggio Emilia.

Delle Site: «Serve un quadro nazionale, non venti discipline diverse»

Per Delle Site, la scelta del Governo di sottoporre la legge regionale al vaglio della Corte costituzionale pone anzitutto una questione di metodo: una materia così delicata non può essere regolata in modo diverso da territorio a territorio.

«La decisione del Governo di rimettere la legge emiliano-romagnola al giudizio della Corte costituzionale – dichiara Benedetto Delle Site – richiama anzitutto la necessità che una materia così delicata non venga affrontata attraverso discipline territoriali differenti. Quando sono in gioco la vita, la salute, la dignità della persona e i diritti fondamentali, occorrono garanzie certe e un quadro nazionale coerente».

Il presidente dei Giovani UCID precisa che spetterà alla Consulta pronunciarsi sui profili di legittimità sollevati, ma sottolinea l’importanza che la questione sia stata posta con chiarezza: «Il fine vita non può diventare il terreno di una frammentazione normativa tra Regioni né di contrapposizioni ideologiche. È necessario un confronto nazionale serio, nel quale la tutela della persona fragile e il dovere della comunità di non abbandonarla rimangano al centro».

Storchi: «Il vero nodo è l’accesso alle cure palliative»

Fabio Storchi, già intervenuto nei mesi scorsi sulla normativa regionale, sposta l’attenzione sul piano sostanziale: l’effettiva disponibilità dei servizi sanitari di supporto.

«Il punto più preoccupante – afferma Storchi – è il rischio di costruire procedure per accedere al suicidio medicalmente assistito senza avere prima garantito a ogni malato un accesso reale, tempestivo e uniforme alle cure palliative. Una possibilità prevista sulla carta non equivale necessariamente a una possibilità concretamente disponibile».

Secondo il presidente del CTS UCID, senza un percorso adeguato di controllo del dolore, assistenza domiciliare, sostegno psicologico e accompagnamento della famiglia, la libertà di scelta del malato rischia di essere fortemente condizionata. «È qui che emerge la pericolosità di un’impostazione che rischia di invertire le priorità: prima di organizzare il percorso verso la morte, le istituzioni hanno il dovere di rendere effettivo il diritto alla cura e all’accompagnamento».

«Nessuno dovrebbe arrivare a considerare la morte come unica via d’uscita perché le alternative di cura sono insufficienti, difficili da raggiungere o semplicemente sconosciute», prosegue Storchi. Da qui l’indicazione di quella che definisce la vera emergenza nazionale: colmare le disuguaglianze nell’accesso alle cure palliative, rafforzando hospice, assistenza domiciliare, terapia del dolore e sostegno ai caregiver. «Solo quando queste possibilità sono realmente offerte possiamo parlare seriamente di libertà della persona malata».

L’appello: una società solidale moltiplica le possibilità di cura

In conclusione, Delle Site e Storchi auspicano che il confronto aperto dall’impugnativa «non si riduca a uno scontro politico o giudiziario, ma diventi l’occasione per riaffermare un principio essenziale: una società autenticamente solidale non offre alla fragilità una scorciatoia verso la morte, ma moltiplica le possibilità di cura, vicinanza e accompagnamento».

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