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Continuiamo con la pubblicazione a puntate del libro scritto dal nostro concittadino, Nuccio Sapuppo. In questa raccolta l’autore ha voluto raccontare – in forma di monografie – luoghi, avvenimenti e personaggi figli di Mogliano che si sono distinti per le opere che hanno compiuto nella loro vita

 

Riprendiamo il filone degli amanti della cultura che, sulla scia del grande Giuseppe Berto, si pregiano e forse anche si divertono a scrivere poesie, romanzi, degli appassionati di storia o altre discipline. E che in qualche maniera cercano di far partecipi i loro simili della loro cultura e delle loro idee. Recentemente Mogliano in questo settore ne ha sfornati diversi. Certamente non tutti hanno raggiunto i livelli di Berto, ma in qualche maniera non sfigurano nel complesso e variegato mondo dello scibile umano. Nella lista ci sono: giornalisti, poeti e scrittori vari. Come premessa analizzeremo un loro “prodotto” che da diversi anni costituisce per Mogliano il polmone letterario e culturale per parecchi giovani e non solo giovani sempre a servizio dell’informazione per la cittadinanza di diverse generazioni di moglianesi. Si tratta de L’Eco di Mogliano, il mensile che da diversi decenni riferisce fedelmente ai moglianesi la cronaca di Mogliano e che sicuramente si trova in ogni casa dei cittadini che vi abitano, distribuendo loro non solo informazione ma anche cultura.

 

Giacomo Sandri
emerito direttore de L’Eco di Mogliano

Giacomo Sandri è stato il primo direttore de L’Eco di Mogliano, il mensile storico edito dalla Editrice F.lli Arcari, prezioso documento della vita, dell’informazione e della  cronaca non solo di Mogliano Veneto, ma di tutta la fascia di paesi ed agglomerati urbani che ruotano attorno al Terraglio, partendo da Mestre per arrivare fino a Treviso.

 

Pur avendo conservato una spiccata sensibilità giornalistica, producendo recensioni e reportage di un certo rilievo, ha preferito come attività stabile esercitare quella dell’impiegato comunale abbinandovi la passione per il giornalismo che ha esercitato per puro diletto per quasi tutta la vita. Era dotato di uno spiccato senso dell’umorismo che sapeva sfruttare sia confabulando con gli amici ed anche sulle pagine dell’Eco con pungenti commenti politici che non faceva mancare mai ai lettori puntualmente ogni mese.

 

 

Prof.ssa Luciana Ermini

Professoressa di Lettere alle scuole medie “U.Saba” di Moglioano, direttrice de L’Eco di Mogliano da una ventina d’anni ed attuale. Oltre che una bravissima insegnante è una stimata giornalista cittadina e scrittrice. Ha pubblicato: Ritratto di Città. Sogni – Vittorie – Sconfitte, in cui racconta la storia amministrativa di Mogliano sul modo di gestire la cosa pubblica che le ha comportato un lungo lavoro di ricerca ed una paziente ricostruzione fotografica di luoghi ed avvenimenti avvalendosi molto spesso delle immagini del prezioso archivio di Cesare Bison. “Ritratto di città”, per la quale ha ottenuto ampi consensi ed apprezzamenti non solo da parte dei cittadini e lettori di Mogliano ma anche dalla critica del settore, è la sua opera prima, ma se è vero, come è vero, che dal mattino si vede il buon giorno, dovremo aspettarci da lei altre piacevoli sorprese.

 

Per un giudizio su di lei come giornalista, i fatti parlano chiaro. Da ogni pagina del giornale che lei dirige ormai da parecchio tempo, L’Eco di Mogliano, che rappresenta la cronaca socio – politica della città,  traspare a chiare lettere, la sua onestà intellettuale nell’esaminare ed interpretare i fatti di cronaca e le situazioni che man mano vengono s presentarsi alla  sua attenzione scrupolosa ed altamente professionale.

 

È una donna instancabile, capace di adempiere contemporaneamente  diverse incombenze ed in maniera esauriente, come del resto ha dimostrato ampiamente in passato. Dotata di grande intelligenza e qualità sia umane che intellettuali invidiabili, attualmente si dedica anima e corpo alla stesura ed alla gestione dell’Eco di Mogliano edito dalla Tipo-editoriale dei Fratelli Arcari.

L’ambiente intorno, il passato, le foto e i racconti. La Tradotta, emozioni passo dopo passo è l’ultimo libro scritto da Norma Follina, dedicato alla nuova ciclopedonale da Montebelluna a Nervesa (18 chilometri) costruita sul sedime dell’ex ferrovia. Una scrittura sciolta lungo il filo del legame con la propria terra per far conoscere i luoghi del percorso: sfumature che per vie misteriose intrecciano il presente con epoche ormai lontane. Dalla Fonda a Montebelluna, ferrovia in trincea per la Grande Guerra, al tratto finale di Nervesa, teatro della battaglia del Solstizio, è un susseguirsi di immagini, di indicazioni, di inviti a godere di una bellezza sulla quale spesso lo sguardo sorvola.

 

La Grande Guerra torna prepotente dentro la ciclopedonale con il cippo a Mario Fiore e quello ad Alessandro Platone, con la vista sul sacrario e su quelle rotaie che ricordano il calvario dei soldati.

 

Ognuno dei 27 tratti della Tradotta diventa protagonista con indicazioni di strade verso nord e sud, con paesaggi interessanti da mostrare oltre la siepe, con punti di riferimento ai lati. E con un po’ di orgoglio per questa tormentata terra, ecco uscire dal cilindro, luoghi da visitare, partendo da quello Stradone del Bosco che tende decine di braccia verso la Tradotta e la collina.

 

L’autrice concepisce il paesaggio come l’espressione della natura e della cultura: la prima ha un’esistenza autonoma che diventa unità di paesaggio quando l’uomo la percepisce, la osserva, interagisce.

 

Camminare lungo la Tradotta significa anche ricostruire la mappa che la mente si è formata, riflettere, comprendere passato e presente, relazionarsi, anche soltanto con un sorriso o un cenno.

 

La vera novità, in questa che a colpo d’occhio si presenta come una mini-guida, sono i sette racconti: un pezzo di passato uscito da un vecchio baule, un alito di vento sul velo dell’oblio. Martino, il casellante con la sua lampada è una figura ormai fiabesca; fa sorridere il racconto della ex discoteca Emmeuno a ridosso della ferrovia, mentre quello del piovan di Giavera durante la Grande Guerra è una pennellata amara, così come lo sono le vicende del partigiano riferite a villa Gasparini.

 

“Questo libro è anche un omaggio a tutte le persone anziane, agli emigranti che sono saliti sul treno e mai più tornati ed è un grazie ai giovani che, percorrendolo a piedi o in bici, poco a poco si relazionano con l territorio”, dichiara l’autrice Norma Follina.

 

 

Norma Follina

Norma Follina è nata e vive a Nervesa della Battaglia. Giornalista e attiva nel campo della grafica per la comunicazione, ha pubblicato i romanzi “Il paese rubato”, “Un pugno di ragazzi”, “Si dice”, “Romanzo 44” e “Onde aliene nel bosco”, la storia fantastica di un bimbo che dallo spazio arriva sul Montello.

In tutte le narrazioni il Montello è contesto, attore e protagonista costante, e questo fin dai primi libri di fiabe “L’Abazia incantata”, “Rocco e le fate del Montello”, “Giulia e i Vladi del Montello”, come pure nelle tre storie a fumetti con disegni di Paolo Ongaro “Il mistero della nube blu”, “Il paese prigioniero” e “Le ali bruciate”.

Ne “La Tradotta”, il Montello esercita l’effetto di una forte calamita e invita a girare lo sguardo sempre verso Nord, alla collina carica di tesori e di misteri, e scrigno di emozioni.

Silvia Moscati può finalmente stringere fra le mani il suo ultimo libro di racconti fresco di stampa, intitolato “La zolla nella scarpa”

 

Sarà presentata nel Teatro all’aperto di Mogliano Veneto, giovedì 27 agosto alle ore 18.30, l’ultima pubblicazione di Silvia Moscati dal titolo “La zolla nella scarpa” (Alcione Editore).

 

Questo traguardo, il quarto per Silvia, ha significato poter dare finalmente voce alle storie dimenticate nel computer, divenute stranamente attuali, e diari d’esistenza in divenire che ancora una volta ha voluto fissare su carta. In quest’ultima pubblicazione si narrano naufragi di sentimenti e speranza di rivalse, fantasie di cambiamenti e dolorose certezze della quotidianità.

 

Recentemente Silvia Moscati ha spaziato anche nell’arte contemporanea, inventando, riproducendo, fotografando; da una decina d’anni conserva scontrini fiscali con i quali ha creato diverse opere e progettato installazioni.

 

 

“Come mai questo passaggio dalla scrittura alla pittura?”, le chiedo curiosa.

“Forse non è un passaggio ma un prolungamento in quanto ogni storia, ogni racconto, ogni creazione, altro non è che un pezzo della tua vita che prende forma diversa, si stacca da te e non è più tuo, come un figlio che parte per la sua strada, ma continua a essere parte della tua esistenza. Non c’è il possesso ma rimane la rappresentazione”.

 

“Ritornando al tuo ultimo libro, La zolla nella scarpa, c’è un leitmotiv che lega i racconti?”

“Le storie sono molto diverse tra loro ma tutte hanno un punto di riferimento comune che è Venezia, intesa come tutto il suo territorio dalla città storica, alla sua laguna, a Mestre, città che porterò sempre nel mio cuore”.

 

“E come mai questa… zolla nella scarpa?”

“Avevo l’urgenza di scrivere, in un periodo nel quale ogni certezza è stata spazzata via da quello che tutti sappiamo. C’era una grande zolla da togliere dalla scarpa e così una telefonata al mio editore e una full immersion nella scrittura ha risolto il problema! Colgo anzi l’occasione per ringraziare Alessandro Cuk, Alcione Editore, che da ormai quasi 8 anni dimostra di credere in me”.

 


L’autrice

Nata a Trieste, Silvia è vissuta sin dall’età di sette anni a Mestre e solo da due risiede a Mogliano Veneto. Questo è il suo quarto libro dopo “Camera & Colazione a Casamia”, con il quale ha vinto il Premio Settembrini Giuria dei Giovani nel 2004, “Dammi un bacino” del 2010 e “Le cinque giornate di Fiume” dove racconta di D’Annunzio e dell’impresa di Fiume.

L’assessore Venturini: “Un’iniziativa rivolta agli anziani e alle persone con disabilità motoria o fragilità sanitaria”

 

La Rete Biblioteca Venezia inaugura “LibriDaTe”. Si tratta di un nuovo servizio ecologico rivolto agli over 70 e a persone con disabilità motoria o fragilità sanitaria, che potranno ricevere a domicilio i documenti della biblioteca.

 

“Unʼaltra bella notizia dalle Biblioteche della Rete del Comune di Venezia – ha commentato l’assessore alle Politiche educative, Simone Venturini – parte dal centro storico un servizio sperimentale di consegna di libri a domicilio, che in seguito verrà replicato su tutto il territorio, dedicato alle persone più fragili come gli over 70 o disabili. Anche in questa estate particolare, in cui ci siamo abituati a nuove abitudini, cercheremo di essere più vicini al cittadino, con un servizio che arriva direttamente a domicilio”.

 

 

Come richiedere il prestito bibliotecario

Sarà dunque possibile richiedere la consegna del libro a domicilio (massimo tre volumi) telefonando allo 041.2746740 o 041.2746741, oppure inviando unʼemail a: [email protected]
I bibliotecari sono a disposizione anche per aiutare nella ricerca del libro desiderato e per consigliare le ultime novità letterarie. Si tratta di un servizio sperimentale che, con il tempo, sarà anche migliorato per venire incontro alle esigenze dei cittadini.

A questo il link è possibile consultare il catalogo online.

 

Un operatore, munito di bici o carrello, si occuperà della consegna dei materiali per il centro storico: libri, film, cd musicali, potranno essere recapitati direttamente a casa. Per restituirli basterà telefonare per poi essere raggiunti da un operatore direttamente a casa.

Il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina dei diritti umani, in occasione della Giornata Mondiale del libro e del diritto d’autore che si celebra oggi, 23 aprile, intende valorizzare l’importanza della lettura come elemento di crescita personale e collettiva.

 

L’idea di celebrare questa giornata è nata in Catalogna. Qui, infatti, su proposta dello scrittore Vincente Clavel Andrés nel 1923 e approvazione da parte del Re Alfonso XIII tre anni dopo, venne promulgato un decreto a favore dell’istituzione della Giornata del libro in tutta la nazione.

 

È dunque da questa ricorrenza, risalente agli anni venti del XX secolo, che nasce l’idea della Giornata Mondiale del Libro. Solo nel 1996, però, nella conferenza generale dell’Unesco tenutasi a Parigi, fu istituita la Giornata Mondiale del Libro e del diritto d’autore. Fu scelto il 23 aprile perché è il giorno in cui morirono nel 1616 tre scrittori considerati i pilastri della cultura universale: Miguel de Cervantes, William Shakespeare e Garcilaso de La Vega.

 

 

Kuala Lampur capitale mondiale del libro 2020

Da allora, ogni anno, l’Unesco e le grandi associazioni che rappresentano editori, librai e biblioteche scelgono la capitale mondiale del libro, una città che si impegna a promuovere i libri e la lettura per tutto l’anno attraverso eventi prestigiosi. Lo scopo fondamentale di questa iniziativa è quello di sostenere la crescita socioculturale e economica di un Paese. Tante sono state le città del mondo capitali del libro, basti pensare a Madrid, a Torino, a Buenos Aires, ad Atene e a tantissime altre che si sono distinte perché hanno incoraggiato l’immenso patrimonio letterario di cui ogni Paese dispone. Le città vengono scelte in base alla forte attenzione che esse tributano alle infrastrutture culturali, alle fiere, alle mostre e ovviamente all’istruzione. La capitale del libro 2020 è Kuala Lampur (Malesia), città che si è distinta per i suoi innumerevoli sforzi in campo sociale affinché la lettura e l’istruzione fossero accessibili a tutta la popolazione. Il Nostro Paese inoltre, dal 2011, promuove la campagna nazionale Il Maggio dei Libri, con iniziative che si svolgono tra il 23 aprile e il 31 maggio.

 

 

I libri sono porte che si aprono su infinite possibilità

Il CNDDU ci tiene a sottolineare come in questo lungo periodo di rinunce, paure e difficoltà il libro possa davvero rappresentare per noi tutti, e ancor più di prima, una preziosissima ancora di salvezza perché ci permette di essere consolati e incoraggiati dalle parole scritte dai grandi uomini del passato che, con delicatezza e lungimiranza, possono aprire i nostri orizzonti, nutrire le nostre coscienze e proiettarci al futuro che ci corre incontro.

 

I libri sono porte che si aprono su infinite possibilità: universi magici, storie del passato, visioni futuristiche. Inoltre, un libro innesca anche un processo dialettico tra l’autore e il lettore, favorisce un meraviglioso dialogo a due voci, un dialogo che molto spesso è finalizzato alla ricerca di valori da scoprire o ri-scoprire.

 

È importante, quindi, celebrare la Giornata Mondiale del Libro perché quest’ultimo è l’amico silenzioso e saggio che ci fa riflettere, e talvolta ci consiglia, perché è fruitore millenario di conoscenze, da quelle antiche a quelle attuali. In questi giorni di quarantena forzata, ma necessaria possiamo viaggiare idealmente facendoci accompagnare dalle parole di grandi scrittori che ci permettono di conoscere, amare e apprezzare la poliedricità del mondo che abitiamo.

 

Il libro e la lettura rappresentano un mezzo indispensabile di approfondimento e di conoscenza di noi stessi, degli altri e del mondo, e soprattutto nei periodi di incertezze e precarietà ci aiutano a guardare avanti fiduciosi.

 

Purtroppo, in questo periodo privo di serenità per il Nostro Paese, e non solo, anche il mondo dell’editoria è stato messo in ginocchio dal COVID-19. Secondo l’Osservatorio dell’Aie, che ha monitorato l’andamento editoriale in questa fase di lockdown delle librerie, nel corso dell’anno saranno pubblicati 23.200 titoli in meno. È una cifra altissima, che ci spaventa. Ma noi siamo fiduciosi, perché ci fidiamo del nostro popolo, ci fidiamo dei nostri giovani. E allora speriamo davvero che la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, in concomitanza con la riapertura delle librerie, possa rischiarare la notte.

 

 

Giornate di lettura e un video-flashmob #SIAMOUNLIBROAPERTO 

Il CNDDU, per tali ragioni, invita i colleghi docenti della scuola italiana Secondaria di I e II grado a promuovere giornate di lettura tra gli studenti invitando gli stessi a scegliere un libro da leggere tra quelli indicati dal docente nella Settimana del Libro per esporlo, poi, successivamente alla classe. I libri scelti dai ragazzi potrebbero dar vita a una Biblioteca digitale di classe, e in questo periodo di Didattica a distanza quest’ultima potrebbe essere l’occasione per creare una attività ulteriore di coesione tra i ragazzi, inoltre la realizzazione della Biblioteca digitale di classe potrebbe essere anche oggetto di valutazione da parte del docente. Ma veniamo all’iniziativa che vi proponiamo. Per la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore abbiamo pensato di dare vita nella scuola italiana a un video-flashmob #SIAMOUNLIBROAPERTO: ogni studente della classe partecipante all’iniziativa inquadrerà la copertina del libro che ha scelto, sfoglierà le pagine e si fermerà su una frase messa in evidenza. Il video, che sarà condiviso il 23 aprile su Classroom, avrà una colonna sonora, una durata complessiva di un paio di minuti, e alla fine conterrà le copertine di tutti i libri scelti e le frasi messe in evidenza, riporterà la classe, la sezione, la scuola e ovviamente l’hashtag del flashmob #SIAMOUNLIBROAPERTO. Perché i libri aperti sono più belli, e sfogliandoli pagina dopo pagina, ci ricordano che siamo vivi.

Certe storie sono come incubi: vogliono essere raccontate per ritrovare un po’ di serenità. Tutto si muove intorno a me di Dany Laferrière, pubblicato cinque anni fa da 66THAND2ND, è una di queste.

 

Port-au-Prince, isola di Haiti. È il 12 gennaio 2010, l’orologio segna le 16.53. All’improvviso nell’aria si solleva un terribile boato, sembra la raffica di una mitragliatrice o lo sfrecciare di un treno in corsa. È questione di pochi istanti, poi la terra comincia a tremare per sessanta lunghissimi, interminabili secondi. In quel momento Dany Laferrière è seduto a un tavolo dell’hotel Karibe in allegra compagnia dell’editore Rodney Saint-Éloi, suo amico, in attesa delle ordinazioni. Ma non c’è il tempo di pensare, sono attimi preziosi, segue una corsa disperata verso il giardino, fuori è un tramestio di grida, s’ode il frastuono di oggetti che sbattono, il tonfo di edifici che crollano; poi, d’un tratto, tutto tace.

 

Con voce commossa, a tratti unita a una delicata ironia, Dany Laferrière è particolarmente abile a far rivivere nel lettore la paura scaturita dal suolo che sussulta e quella fragilità che si impadronisce del corpo umano che, impotente, si fa vigile a ogni minima vibrazione anche nei giorni a venire. Io stessa, già dalla prima pagina di questo libro ho riavvertito farsi strada in me quel brivido di panico che mi ha riportata con la mente a due anni fa, a quei giorni in cui il centro Italia sembrava non trovare pace.

 

Il libro di Laferrière nasce proprio come diretta testimonianza del Gudugudù – nome con cui gli haitiani hanno battezzato il terremoto che quell’anno si è abbattuto sulla loro isola, causando oltre 220mila vittime –, in cui lo scrittore, in un intreccio di reportage giornalistico e intime riflessioni, dipinge il dramma di distruzione e disperazione che lo circonda.

 

Quel pomeriggio, camminando per la strada, si imbatte in una donna con le braccia aperte a croce che chiede conto al cielo della sua salvezza, mentre il resto della sua famiglia giace sotto le macerie. Giorno dopo giorno, si fa vicino al dolore di chi, rimasto vivo, piange per quei famigliari che non rivedranno mai più un’alba. E ogni volta che scorge le loro lacrime, prova amarezza per tutte quelle persone che, in pochi secondi, hanno visto frantumarsi la fatica di una vita, come se «quella nuvola che un attimo fa si alzava in cielo» non fosse stata altro che «la polvere dei loro sogni».

 

Ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla perla dei Caraibi – mentre i media ne dipingono soprattutto la faccia sconfitta – l’autore si fa coraggio e dà forma ai propri ricordi, mostrando anche l’altra faccia dell’isola, quella in cui «la paura non dura mai più di un minuto, e il minuto dopo sono già tutti in strada a ballare. […] Questa gente dignitosa che sopporta il dolore con tanta grazia possiede un senso della vita che sarebbe imperdonabile ignorare. Nel vederli così sereni, viene da pensare che abbiano una certa esperienza in materia di dolore, di fame e di morte. E che siano pieni di una gioia irrefrenabile. Gioia e sofferenza, che trasformano in canto e danza». Haiti infatti è la storia di uomini e donne che, costretti a dormire in strada, la sera, prima di addormentarsi, cantano in coro per alleviare il dolore. È il sorriso di coloro che per giorni hanno resistito intrappolati sotto il cemento e sono stati estratti vivi. È l’esultanza nei volti dei vicini quando finalmente ritorna la corrente elettrica. E c’è chi grida, chi accende tutte le luci, chi avvia la radio, chi prepara un caffè. Haiti è ancora in vita ed è «una bella ondata di energia».

 

È questo che si legge in Tutto si muove intorno a me: sono racconti semplici del chi cosa dove quando tutto ha cominciato a tremare. Sono le impressioni degli haitiani nel vedere le rovine fumanti del loro paese. Sono frammenti di conversazioni tra uno zio e un nipote, tra un figlio e una madre, tra un fratello e una sorella.

 

Oggi sono passati oltre dieci anni dal boato improvviso che ha messo Haiti e la sua capitale in ginocchio. Laferrière non manca una riflessione – carica di malinconia – su coloro che, non ancora nati, cresceranno in una città completamente nuova, limitandosi a conoscere la vecchia Port-au-Prince dalle foto d’epoca.

 

In queste pagine finali mi è sembrato di cogliere una genuina speranza dell’autore verso il popolo haitiano che, tenace e combattivo, non rinuncia al proprio futuro, pronto a ricostruire ciò che gli è stato tolto: «questo paese ha bisogno di energia, non di lacrime».

Arriva un momento, nell’adolescenza, in cui la famiglia cessa per qualche tempo di essere un nido accogliente e incomincia a stare stretta. In questo periodo delicato molti sono i cambiamenti, ben maggiori le esigenze e insieme alle prime illusioni spesso giungono anche le prime delusioni.

 

In un clima simile, complice la profonda insoddisfazione verso la propria esistenza, la protagonista di questo libro vede ogni nuovo giorno accompagnarsi all’infelice sensazione di essere incompresa da tutti. Specie ora che la rivalità con la sorella non fa che accrescere la sua invidia o quando viene a mancare quel nonno a cui tanto si era affezionata e che sembrava essere l’unico, in famiglia, ad adorarla.

 

Quinto romanzo di Michèle Halberstadt – scrittrice, giornalista e produttrice cinematografica francese – La petite, edito da L’orma editore, è una storia che si esaurisce nell’arco di una giornata, che ha origine da un evento drammatico e si conclude con una radiosa promessa.

 

Ipersensibile e impacciata come molte ragazze di quell’età, la petite è una dodicenne parigina che si autoattribuisce il nomignolo di topino a causa del suo sgraziato aspetto. Non molto brillante a scuola, dove incontra l’ostilità degli insegnanti e l’antipatia dei suoi compagni, con i quali ha serie difficoltà a stringere amicizia, vive ogni momento con amarezza e sconforto.

 

Anche a casa è un fallimento, dove non si sente che l’ombra della sorella maggiore, sempre più brava, più onesta e più capace, agli occhi dei genitori.

 

Abbandonata quindi alla sua solitudine, la petite trascorre le giornate chiusa nella sua stanza e in se stessa, rifugiandosi nelle proprie passioni – la musica e il giornalismo – e nelle lettere che scrive a Laure, l’amica immaginaria, composta, educata e col naso dritto, che lei stessa vorrebbe tanto essere.

 

L’improvvisa mancanza del nonno cancella anche l’ultimo appiglio che ancora le consentiva di restare a galla, gettandole addosso un’ondata di sconforto che la fa sprofondare nella decisione sempre più liberatoria di non voler esistere più.

 

Quella vita vuota e la disperazione muta con cui ha deciso di affrontarla hanno portato la petite a costruire un muro attorno a sé, rendendola invisibile insieme alle sue emozioni, fino ad arrivare alla fatidica mattina in cui, prima di andare a scuola – consumata dall’ennesima delusione ai danni della famiglia – la piccola mischia e ingerisce il contenuto di diversi flaconi di medicinali che la madre conserva sullo scaffale alto dell’armadietto del bagno, confidando ai lettori: «Ho dodici anni e questa sera sarò morta».

 

Risvegliatasi con sorpresa in una stanza rettangolare in penombra, la petite si ritrova ancora una volta a meditare sulla propria esistenza. Sul vassoio con il pasto appoggiato sul tavolo accanto al letto insieme a uno yogurt bianco, un pacchetto di biscotti, una fetta di pane e una mela gialla, nota infatti la presenza di un coltello. Cosciente e memore di quanto accaduto, vede in quell’oggetto una seconda possibilità per portare a termine ciò in cui, anche se per un soffio, ha fallito. Probabilmente quella negligenza da parte degli infermieri è un segno del destino. Ma a questo punto la petite non può che chiedersi quale dei due sia il segno: il coltello o l’essere ancora viva?

 

Solitudine, costernazione, tormento. Poi chiarezza, riscatto, letizia.

 

La petite è un romanzo che fa capire quanto a volte si riesca ad apparire normali di fronte agli altri, pur nascondendo in realtà dentro di sé una grandissima sofferenza, e che non manca di uno sprone di riflessione per noi adulti sulla difficoltà incontrata da questa ragazzina – che rispecchia poi un qualsiasi adolescente odierno, solo più fragile e introverso di altri – a trovare un posto fra i grandi e i suoi coetanei. Una storia di fantasia quanto mai reale.

 

 

 

 

Io sono Malala è uno di quei libri che non può mancare nella libreria di casa. Lo avevo aggiunto alla mia lista di letture già da un po’ e sono molto contenta di essere finalmente riuscita a dedicargli il mio tempo. Pagina dopo pagina, le parole di Malala Yousafzai mi hanno regalato emozioni intense, a volte contrastanti, rivelandomi come si vive in un paese di cui, fino a prima, conoscevo soltanto il nome.

 

Con Malala ho scoperto un Pakistan unico al mondo per l’ospitalità dei suoi abitanti, ma ahimè altrettanto unico per l’avversione che ancora dimostra nei confronti delle donne – creature inferiori cui è permesso uscire di casa solo se coperte da un burqa o in compagnia di un parente di sesso maschile –, a cominciare dalla credenza diffusa che «quello in cui nasce una femmina è un giorno triste». Ma quel 12 luglio 1997 è tutt’altro che un giorno triste nella valle dello Swat; già dalla culla Malala Yousafzai sembra destinata a un promettente futuro. Suo padre ha infatti scelto per lei un nome carico di significato, ispirandosi alla paladina afghana Malalai di Maiwand, che ribaltò le sorti della guerra contro gli inglesi, accendendo i suoi soldati con valorose parole.

 

Se oggi Malala è l’icona universale delle donne che lottano per il diritto all’istruzione è perché ha avuto il coraggio di sfidare le imposizioni dettate dai talebani, complice il sostegno di un padre attivista in nome della libertà di insegnamento, che ha sempre rispettato il suo pensiero. Malala è anima e corpo accanto a lui in questa battaglia.

 

Crescendo, Malala è una vera promessa: ottimi voti a scuola, abile oratrice, autrice di un blog della BBC in cui racconta la quotidianità sotto il regime talebano e denuncia un sistema che nega il diritto all’istruzione, causa l’assurda convinzione che la conoscenza renda occidentali. Per lei «l’istruzione non è né occidentale né orientale, è un diritto umano».

 

Malala racconta anche del giorno in cui nota una giovane venditrice di arance lungo la strada che, non sapendo né leggere né scrivere, tiene il conto dei frutti venduti facendo dei segni con un chiodo su un pezzo di carta. Di fronte a questa scena Malala giura a se stessa di fare ogni cosa per mandare a scuola tutte le bambine come lei e coronare il suo sogno: garantire la libertà e l’istruzione a tutte le donne.

 

Tuttavia, in un paese politicamente instabile e corrotto, che non garantisce pari diritti fra uomini e donne e soggetto alla propaganda jihadista, in pochi mesi tutto cambia: la televisione diventa un mezzo proibito e presto arriva l’annuncio che tutte le scuole femminili dello Swat dovranno chiudere. Malala ha appena 11 anni e si sente crollare il mondo addosso, ma non intende rinunciare a studiare, perché «l’istruzione è istruzione. Noi bambini dovremmo poter imparare ogni cosa, e poi scegliere liberamente il cammino da seguire.»

 

Se da un lato mi dispiacevo per le delusioni toccate a una bambina che vedeva calpestati i propri diritti, dall’altro mi meravigliavo per il coraggio sempre più grande che quella stessa bambina dimostrava con gli anni.

In aperta sfida al diktat dei talebani, Malala continua infatti a frequentare segretamente la scuola insieme alle sue compagne. Con gli esami di fine anno giungono però anche le prime minacce rivolte a lei e a suo padre, fondatore di diverse scuole. Nemmeno questo riesce comunque a frenare il coraggio e la grinta con cui padre e figlia portano avanti la propria battaglia contro l’ignoranza: «Ancora una volta ci sentivamo frustrati e spaventati. Fu allora che decisi che sarei entrata in politica.»

 

La situazione è delicata, gli animi dei talebani si scaldano facilmente e Malala diviene presto un bersaglio. Un giorno, di ritorno da scuola, il pullman su cui si trova viene assalito. Tre spari e il buio.

 

Dieci giorni dopo, quando si risveglia dal coma, Malala non trova le montagne familiari a cui è abituata, ma sacchi colmi di lettere e regali arrivati da tutto il mondo per augurarle una pronta guarigione. Ora è a Birmingham, in Inghilterra, dove ha una casa solida con un vero cancello e degli elettrodomestici. Ha ripreso a frequentare la scuola e sta costruendo nuove amicizie, nonostante le sue ex compagne tengano sempre un posto libero in classe per lei.

 

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, Malala ama il suo paese, lo ama anche dopo le delusioni che le ha causato e sogna di tornarci a vivere: «nell’ultimo anno ho visto molti luoghi diversi, ma per me la mia valle resta il posto più bello del mondo. Non so quando la rivedrò di nuovo, ma so che lo farò».

 

Se io a Malala ho potuto dare solo parte del mio tempo per leggere la sua storia, lei con le sue parole mi ha restituito molto di più. Mi ha infuso un senso di gratitudine verso il mio paese, l’Italia, in cui l’istruzione è un diritto costituzionalmente garantito e non da conquistare.

 

Nell’estate 2017 Malala ha superato a pieni voti il test d’ammissione alla prestigiosa università di Oxford, dove ora studia filosofia, economia e politica. Personalmente le auguro di brillare non meno di quanto abbia fatto finora, pienamente d’accordo con lei che «un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

Una donna ferita da un amore sbagliato e un serbo di Bosnia dal passato sconosciuto, che il destino fa incontrare, sono i protagonisti di Dragan l’imperdonabile. Il nuovo romanzo dai forti connotati psicologici dello scrittore Roberto Masiero, nativo di Bolzano ma moglianese di adozione, è ambientato agli inizi degli anni ’90 proprio nei dintorni di Mogliano.

 

L’autore ama affiancare alla quotidianità di vite comuni l’irrompere di eventi della Grande Storia che, a volte inconsapevolmente, ci riguardano. Nella nuova opera Giada, giovane cassiera di un supermercato, è turbata da questioni personali e da una solitudine interiore, solo a tratti spezzata dal dialogo rassicurante con una bambina inesistente, generata dalla propria fantasia. 

 

Su questo scenario entra come un fulmine il dramma della vicina, ma affettivamente lontanissima guerra che si combatte nei Balcani, dopo la disgregazione della ex Jugoslavia.

 

Dragan, giovane ex insegnante di Višegrad, fuggito in Italia per ragioni misteriose, si arrabatta come può nella precarietà. Tra lui e la ragazza viene a stabilirsi uno strano rapporto: il serbo bosniaco, spirito pratico, si rivelerà una specie di premuroso angelo custode al servizio della ragazza, anche nell’assistenza alla madre gravemente malata, fino a quando succede l’irreparabile…

 

Pur non avendo finalità di letteratura narrativa dichiaratamente ancorata al territorio locale, tra le pagine più significative rivivono il parco abbandonato di Veneland con l’ambiente straordinario delle ex cave di Marocco, insieme a paesaggi della nostra pianura, ricca di testimonianze.

 

Appaiono sullo sfondo episodi dell’inenarrabile genocidio consumato in Bosnia, a cui questa storia toccante, pur nella finzione narrativa, fa riferimento in modo circostanziato. 

 

Pagine tese, dai toni pungenti, alternate a sprazzi di delicata introspezione e paesaggi dell’anima, ci avvicinano alla realtà di un conflitto fratricida vicino nel tempo, largamente incompreso, che rimanda alla questione irrisolta sulla natura contraddittoria dell’uomo, sempre in bilico tra l’aspirazione a una limpidezza irraggiungibile e l’abisso dei propri istinti peggiori, di cui sono vittime soprattutto gli esseri più deboli e in particolare le donne. 

 

Presentazioni

Venerdì 22 novembre, ore 17.30, Corte di Villa Errera, biblioteca comunale di Mirano (via Bastia Fuori)

Domenica 1° dicembre, ore 18, presso la libreria LOVAT di Villorba (via Newton 13)

Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

 

 

Photo Credits: www.librerielovat.com

Un appello urgente per il recupero dei libri che domani andranno al macero viene lanciato in queste ore dalla libreria Bertoni in Rio terrà degli Assassini, vicino a calle della Mandola a Venezia. Si tratta di libri che sono andati sott’acqua e che sarebbe troppo lungo e costoso cercare di asciugare uno ad uno. Così saranno buttati! Chi volesse in queste ore andare a prenderli potrà farlo e portarli a casa gratuitamente, anche se si consiglia una piccola offerta.

 

Lo stesso sta facendo la libreria Acqua Alta in Calle Longa S. Maria Formosa. La storica libreria vende libri usati e allora a Mogliano si è già pensato di provvedere al… riordino!

 

Un gruppo si sta infatti attivando per la raccolta e chi volesse donare dei libri, esclusi testi scolastici ed enciclopedie, può portarli al negozio TecnoAudio di via C. Gris n. 29 a Mogliano. La raccolta si protrarrà fino a venerdì 22 e poi i libri rimarranno in un deposito fino a quando la libreria non sarà pronta per accoglierli. Nel frattempo i libri bagnati sono a disposizione di chi volesse andare a prenderli e magari asciugarli, curarne le ferite pur di salvarli.

I libri della solidarietà viaggiano dunque a doppio binario.

 

 

Silvia Moscati

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