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Certe storie sono come incubi: vogliono essere raccontate per ritrovare un po’ di serenità. Tutto si muove intorno a me di Dany Laferrière, pubblicato cinque anni fa da 66THAND2ND, è una di queste.

 

Port-au-Prince, isola di Haiti. È il 12 gennaio 2010, l’orologio segna le 16.53. All’improvviso nell’aria si solleva un terribile boato, sembra la raffica di una mitragliatrice o lo sfrecciare di un treno in corsa. È questione di pochi istanti, poi la terra comincia a tremare per sessanta lunghissimi, interminabili secondi. In quel momento Dany Laferrière è seduto a un tavolo dell’hotel Karibe in allegra compagnia dell’editore Rodney Saint-Éloi, suo amico, in attesa delle ordinazioni. Ma non c’è il tempo di pensare, sono attimi preziosi, segue una corsa disperata verso il giardino, fuori è un tramestio di grida, s’ode il frastuono di oggetti che sbattono, il tonfo di edifici che crollano; poi, d’un tratto, tutto tace.

 

Con voce commossa, a tratti unita a una delicata ironia, Dany Laferrière è particolarmente abile a far rivivere nel lettore la paura scaturita dal suolo che sussulta e quella fragilità che si impadronisce del corpo umano che, impotente, si fa vigile a ogni minima vibrazione anche nei giorni a venire. Io stessa, già dalla prima pagina di questo libro ho riavvertito farsi strada in me quel brivido di panico che mi ha riportata con la mente a due anni fa, a quei giorni in cui il centro Italia sembrava non trovare pace.

 

Il libro di Laferrière nasce proprio come diretta testimonianza del Gudugudù – nome con cui gli haitiani hanno battezzato il terremoto che quell’anno si è abbattuto sulla loro isola, causando oltre 220mila vittime –, in cui lo scrittore, in un intreccio di reportage giornalistico e intime riflessioni, dipinge il dramma di distruzione e disperazione che lo circonda.

 

Quel pomeriggio, camminando per la strada, si imbatte in una donna con le braccia aperte a croce che chiede conto al cielo della sua salvezza, mentre il resto della sua famiglia giace sotto le macerie. Giorno dopo giorno, si fa vicino al dolore di chi, rimasto vivo, piange per quei famigliari che non rivedranno mai più un’alba. E ogni volta che scorge le loro lacrime, prova amarezza per tutte quelle persone che, in pochi secondi, hanno visto frantumarsi la fatica di una vita, come se «quella nuvola che un attimo fa si alzava in cielo» non fosse stata altro che «la polvere dei loro sogni».

 

Ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla perla dei Caraibi – mentre i media ne dipingono soprattutto la faccia sconfitta – l’autore si fa coraggio e dà forma ai propri ricordi, mostrando anche l’altra faccia dell’isola, quella in cui «la paura non dura mai più di un minuto, e il minuto dopo sono già tutti in strada a ballare. […] Questa gente dignitosa che sopporta il dolore con tanta grazia possiede un senso della vita che sarebbe imperdonabile ignorare. Nel vederli così sereni, viene da pensare che abbiano una certa esperienza in materia di dolore, di fame e di morte. E che siano pieni di una gioia irrefrenabile. Gioia e sofferenza, che trasformano in canto e danza». Haiti infatti è la storia di uomini e donne che, costretti a dormire in strada, la sera, prima di addormentarsi, cantano in coro per alleviare il dolore. È il sorriso di coloro che per giorni hanno resistito intrappolati sotto il cemento e sono stati estratti vivi. È l’esultanza nei volti dei vicini quando finalmente ritorna la corrente elettrica. E c’è chi grida, chi accende tutte le luci, chi avvia la radio, chi prepara un caffè. Haiti è ancora in vita ed è «una bella ondata di energia».

 

È questo che si legge in Tutto si muove intorno a me: sono racconti semplici del chi cosa dove quando tutto ha cominciato a tremare. Sono le impressioni degli haitiani nel vedere le rovine fumanti del loro paese. Sono frammenti di conversazioni tra uno zio e un nipote, tra un figlio e una madre, tra un fratello e una sorella.

 

Oggi sono passati oltre dieci anni dal boato improvviso che ha messo Haiti e la sua capitale in ginocchio. Laferrière non manca una riflessione – carica di malinconia – su coloro che, non ancora nati, cresceranno in una città completamente nuova, limitandosi a conoscere la vecchia Port-au-Prince dalle foto d’epoca.

 

In queste pagine finali mi è sembrato di cogliere una genuina speranza dell’autore verso il popolo haitiano che, tenace e combattivo, non rinuncia al proprio futuro, pronto a ricostruire ciò che gli è stato tolto: «questo paese ha bisogno di energia, non di lacrime».

Arriva un momento, nell’adolescenza, in cui la famiglia cessa per qualche tempo di essere un nido accogliente e incomincia a stare stretta. In questo periodo delicato molti sono i cambiamenti, ben maggiori le esigenze e insieme alle prime illusioni spesso giungono anche le prime delusioni.

 

In un clima simile, complice la profonda insoddisfazione verso la propria esistenza, la protagonista di questo libro vede ogni nuovo giorno accompagnarsi all’infelice sensazione di essere incompresa da tutti. Specie ora che la rivalità con la sorella non fa che accrescere la sua invidia o quando viene a mancare quel nonno a cui tanto si era affezionata e che sembrava essere l’unico, in famiglia, ad adorarla.

 

Quinto romanzo di Michèle Halberstadt – scrittrice, giornalista e produttrice cinematografica francese – La petite, edito da L’orma editore, è una storia che si esaurisce nell’arco di una giornata, che ha origine da un evento drammatico e si conclude con una radiosa promessa.

 

Ipersensibile e impacciata come molte ragazze di quell’età, la petite è una dodicenne parigina che si autoattribuisce il nomignolo di topino a causa del suo sgraziato aspetto. Non molto brillante a scuola, dove incontra l’ostilità degli insegnanti e l’antipatia dei suoi compagni, con i quali ha serie difficoltà a stringere amicizia, vive ogni momento con amarezza e sconforto.

 

Anche a casa è un fallimento, dove non si sente che l’ombra della sorella maggiore, sempre più brava, più onesta e più capace, agli occhi dei genitori.

 

Abbandonata quindi alla sua solitudine, la petite trascorre le giornate chiusa nella sua stanza e in se stessa, rifugiandosi nelle proprie passioni – la musica e il giornalismo – e nelle lettere che scrive a Laure, l’amica immaginaria, composta, educata e col naso dritto, che lei stessa vorrebbe tanto essere.

 

L’improvvisa mancanza del nonno cancella anche l’ultimo appiglio che ancora le consentiva di restare a galla, gettandole addosso un’ondata di sconforto che la fa sprofondare nella decisione sempre più liberatoria di non voler esistere più.

 

Quella vita vuota e la disperazione muta con cui ha deciso di affrontarla hanno portato la petite a costruire un muro attorno a sé, rendendola invisibile insieme alle sue emozioni, fino ad arrivare alla fatidica mattina in cui, prima di andare a scuola – consumata dall’ennesima delusione ai danni della famiglia – la piccola mischia e ingerisce il contenuto di diversi flaconi di medicinali che la madre conserva sullo scaffale alto dell’armadietto del bagno, confidando ai lettori: «Ho dodici anni e questa sera sarò morta».

 

Risvegliatasi con sorpresa in una stanza rettangolare in penombra, la petite si ritrova ancora una volta a meditare sulla propria esistenza. Sul vassoio con il pasto appoggiato sul tavolo accanto al letto insieme a uno yogurt bianco, un pacchetto di biscotti, una fetta di pane e una mela gialla, nota infatti la presenza di un coltello. Cosciente e memore di quanto accaduto, vede in quell’oggetto una seconda possibilità per portare a termine ciò in cui, anche se per un soffio, ha fallito. Probabilmente quella negligenza da parte degli infermieri è un segno del destino. Ma a questo punto la petite non può che chiedersi quale dei due sia il segno: il coltello o l’essere ancora viva?

 

Solitudine, costernazione, tormento. Poi chiarezza, riscatto, letizia.

 

La petite è un romanzo che fa capire quanto a volte si riesca ad apparire normali di fronte agli altri, pur nascondendo in realtà dentro di sé una grandissima sofferenza, e che non manca di uno sprone di riflessione per noi adulti sulla difficoltà incontrata da questa ragazzina – che rispecchia poi un qualsiasi adolescente odierno, solo più fragile e introverso di altri – a trovare un posto fra i grandi e i suoi coetanei. Una storia di fantasia quanto mai reale.

 

 

 

 

Io sono Malala è uno di quei libri che non può mancare nella libreria di casa. Lo avevo aggiunto alla mia lista di letture già da un po’ e sono molto contenta di essere finalmente riuscita a dedicargli il mio tempo. Pagina dopo pagina, le parole di Malala Yousafzai mi hanno regalato emozioni intense, a volte contrastanti, rivelandomi come si vive in un paese di cui, fino a prima, conoscevo soltanto il nome.

 

Con Malala ho scoperto un Pakistan unico al mondo per l’ospitalità dei suoi abitanti, ma ahimè altrettanto unico per l’avversione che ancora dimostra nei confronti delle donne – creature inferiori cui è permesso uscire di casa solo se coperte da un burqa o in compagnia di un parente di sesso maschile –, a cominciare dalla credenza diffusa che «quello in cui nasce una femmina è un giorno triste». Ma quel 12 luglio 1997 è tutt’altro che un giorno triste nella valle dello Swat; già dalla culla Malala Yousafzai sembra destinata a un promettente futuro. Suo padre ha infatti scelto per lei un nome carico di significato, ispirandosi alla paladina afghana Malalai di Maiwand, che ribaltò le sorti della guerra contro gli inglesi, accendendo i suoi soldati con valorose parole.

 

Se oggi Malala è l’icona universale delle donne che lottano per il diritto all’istruzione è perché ha avuto il coraggio di sfidare le imposizioni dettate dai talebani, complice il sostegno di un padre attivista in nome della libertà di insegnamento, che ha sempre rispettato il suo pensiero. Malala è anima e corpo accanto a lui in questa battaglia.

 

Crescendo, Malala è una vera promessa: ottimi voti a scuola, abile oratrice, autrice di un blog della BBC in cui racconta la quotidianità sotto il regime talebano e denuncia un sistema che nega il diritto all’istruzione, causa l’assurda convinzione che la conoscenza renda occidentali. Per lei «l’istruzione non è né occidentale né orientale, è un diritto umano».

 

Malala racconta anche del giorno in cui nota una giovane venditrice di arance lungo la strada che, non sapendo né leggere né scrivere, tiene il conto dei frutti venduti facendo dei segni con un chiodo su un pezzo di carta. Di fronte a questa scena Malala giura a se stessa di fare ogni cosa per mandare a scuola tutte le bambine come lei e coronare il suo sogno: garantire la libertà e l’istruzione a tutte le donne.

 

Tuttavia, in un paese politicamente instabile e corrotto, che non garantisce pari diritti fra uomini e donne e soggetto alla propaganda jihadista, in pochi mesi tutto cambia: la televisione diventa un mezzo proibito e presto arriva l’annuncio che tutte le scuole femminili dello Swat dovranno chiudere. Malala ha appena 11 anni e si sente crollare il mondo addosso, ma non intende rinunciare a studiare, perché «l’istruzione è istruzione. Noi bambini dovremmo poter imparare ogni cosa, e poi scegliere liberamente il cammino da seguire.»

 

Se da un lato mi dispiacevo per le delusioni toccate a una bambina che vedeva calpestati i propri diritti, dall’altro mi meravigliavo per il coraggio sempre più grande che quella stessa bambina dimostrava con gli anni.

In aperta sfida al diktat dei talebani, Malala continua infatti a frequentare segretamente la scuola insieme alle sue compagne. Con gli esami di fine anno giungono però anche le prime minacce rivolte a lei e a suo padre, fondatore di diverse scuole. Nemmeno questo riesce comunque a frenare il coraggio e la grinta con cui padre e figlia portano avanti la propria battaglia contro l’ignoranza: «Ancora una volta ci sentivamo frustrati e spaventati. Fu allora che decisi che sarei entrata in politica.»

 

La situazione è delicata, gli animi dei talebani si scaldano facilmente e Malala diviene presto un bersaglio. Un giorno, di ritorno da scuola, il pullman su cui si trova viene assalito. Tre spari e il buio.

 

Dieci giorni dopo, quando si risveglia dal coma, Malala non trova le montagne familiari a cui è abituata, ma sacchi colmi di lettere e regali arrivati da tutto il mondo per augurarle una pronta guarigione. Ora è a Birmingham, in Inghilterra, dove ha una casa solida con un vero cancello e degli elettrodomestici. Ha ripreso a frequentare la scuola e sta costruendo nuove amicizie, nonostante le sue ex compagne tengano sempre un posto libero in classe per lei.

 

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, Malala ama il suo paese, lo ama anche dopo le delusioni che le ha causato e sogna di tornarci a vivere: «nell’ultimo anno ho visto molti luoghi diversi, ma per me la mia valle resta il posto più bello del mondo. Non so quando la rivedrò di nuovo, ma so che lo farò».

 

Se io a Malala ho potuto dare solo parte del mio tempo per leggere la sua storia, lei con le sue parole mi ha restituito molto di più. Mi ha infuso un senso di gratitudine verso il mio paese, l’Italia, in cui l’istruzione è un diritto costituzionalmente garantito e non da conquistare.

 

Nell’estate 2017 Malala ha superato a pieni voti il test d’ammissione alla prestigiosa università di Oxford, dove ora studia filosofia, economia e politica. Personalmente le auguro di brillare non meno di quanto abbia fatto finora, pienamente d’accordo con lei che «un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

Una donna ferita da un amore sbagliato e un serbo di Bosnia dal passato sconosciuto, che il destino fa incontrare, sono i protagonisti di Dragan l’imperdonabile. Il nuovo romanzo dai forti connotati psicologici dello scrittore Roberto Masiero, nativo di Bolzano ma moglianese di adozione, è ambientato agli inizi degli anni ’90 proprio nei dintorni di Mogliano.

 

L’autore ama affiancare alla quotidianità di vite comuni l’irrompere di eventi della Grande Storia che, a volte inconsapevolmente, ci riguardano. Nella nuova opera Giada, giovane cassiera di un supermercato, è turbata da questioni personali e da una solitudine interiore, solo a tratti spezzata dal dialogo rassicurante con una bambina inesistente, generata dalla propria fantasia. 

 

Su questo scenario entra come un fulmine il dramma della vicina, ma affettivamente lontanissima guerra che si combatte nei Balcani, dopo la disgregazione della ex Jugoslavia.

 

Dragan, giovane ex insegnante di Višegrad, fuggito in Italia per ragioni misteriose, si arrabatta come può nella precarietà. Tra lui e la ragazza viene a stabilirsi uno strano rapporto: il serbo bosniaco, spirito pratico, si rivelerà una specie di premuroso angelo custode al servizio della ragazza, anche nell’assistenza alla madre gravemente malata, fino a quando succede l’irreparabile…

 

Pur non avendo finalità di letteratura narrativa dichiaratamente ancorata al territorio locale, tra le pagine più significative rivivono il parco abbandonato di Veneland con l’ambiente straordinario delle ex cave di Marocco, insieme a paesaggi della nostra pianura, ricca di testimonianze.

 

Appaiono sullo sfondo episodi dell’inenarrabile genocidio consumato in Bosnia, a cui questa storia toccante, pur nella finzione narrativa, fa riferimento in modo circostanziato. 

 

Pagine tese, dai toni pungenti, alternate a sprazzi di delicata introspezione e paesaggi dell’anima, ci avvicinano alla realtà di un conflitto fratricida vicino nel tempo, largamente incompreso, che rimanda alla questione irrisolta sulla natura contraddittoria dell’uomo, sempre in bilico tra l’aspirazione a una limpidezza irraggiungibile e l’abisso dei propri istinti peggiori, di cui sono vittime soprattutto gli esseri più deboli e in particolare le donne. 

 

Presentazioni

Venerdì 22 novembre, ore 17.30, Corte di Villa Errera, biblioteca comunale di Mirano (via Bastia Fuori)

Domenica 1° dicembre, ore 18, presso la libreria LOVAT di Villorba (via Newton 13)

Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

 

 

Photo Credits: www.librerielovat.com

Un appello urgente per il recupero dei libri che domani andranno al macero viene lanciato in queste ore dalla libreria Bertoni in Rio terrà degli Assassini, vicino a calle della Mandola a Venezia. Si tratta di libri che sono andati sott’acqua e che sarebbe troppo lungo e costoso cercare di asciugare uno ad uno. Così saranno buttati! Chi volesse in queste ore andare a prenderli potrà farlo e portarli a casa gratuitamente, anche se si consiglia una piccola offerta.

 

Lo stesso sta facendo la libreria Acqua Alta in Calle Longa S. Maria Formosa. La storica libreria vende libri usati e allora a Mogliano si è già pensato di provvedere al… riordino!

 

Un gruppo si sta infatti attivando per la raccolta e chi volesse donare dei libri, esclusi testi scolastici ed enciclopedie, può portarli al negozio TecnoAudio di via C. Gris n. 29 a Mogliano. La raccolta si protrarrà fino a venerdì 22 e poi i libri rimarranno in un deposito fino a quando la libreria non sarà pronta per accoglierli. Nel frattempo i libri bagnati sono a disposizione di chi volesse andare a prenderli e magari asciugarli, curarne le ferite pur di salvarli.

I libri della solidarietà viaggiano dunque a doppio binario.

 

 

Silvia Moscati

Sabato 26 ottobre, alle ore 17, presso l’area Infopoint Infovox del centro commerciale Auchan Porte di Mestre, avrà luogo la presentazione del libro Tieni duro, Glauco scritto da Giorgio Girace, scrittore locale. Modera l’incontro Paolo Giovannetti, scrittore.
Girace nasce a Salerno nel 1959 ma vive e lavora a Mestre. È appassionato di storia antica, di filosofia, ma soprattutto di ballo. Tieni duro, Glauco è il suo quinto romanzo.

Il libro

Tieni duro, Glauco è un noir sentimentale, il cui protagonista non ricorda più dove ha nascosto la refurtiva che ha sottratto ad un rapinatore. Si ritroverà così inconsapevolmente in Australia dove il suo alter-ego lo ha portato e lì si innamorerà di una splendida ragazza sordomuta, Epiphany, la quale, grazie a lui, riscoprirà i colori e l’amore.
La forza del sentimento accompagna il nostro protagonista che rompe gli schemi per redimersi e tornare dall’amata con uno spirito nuovo attraversando due mondi, quello reale e il suo, interiore. La presentazione del libro sarà intervallata da momenti musicali e recitati, performance artistico-musicali a cura dell’autore stesso.

La parola “diversità” è oggi assurta al ruolo di concetto-chiave della contemporaneità. Declinata in diverse accezioni (sociale, culturale, economica, linguistica ecc.), necessariamente protagonista nel dibattito pubblico, impugnata con energia nel discorso politico, “diversità” è un termine che necessita di attente e approfondite riflessioni più che di facili slogan e luoghi comuni.  

 

Se ne parlerà sabato 5 ottobre alle ore 18.30 nella Sala della Biblioteca del Castello di San Salvatore a Susegana (Treviso) nell’ambito della 17ª edizione di “Libri in Cantina”, mostra nazionale della piccola e media editoria, nel corso della presentazione del volume collettivo Piccolo lessico della diversità, a cura di Marco Aime e Davide Papotti, pubblicato dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche con Antiga Edizioni.

 

Ne parleranno Luigi Marfè (storico della letteratura, Università di Padova, autore nel volume della “voce” Viaggio e Racconto) e Patrizia Boschiero (responsabile edizioni della Fondazione). 

 

Un invito a dedicare tempo all’approfondimento del concetto di “diversità”, ad aprirsi a una varietà di rimandi storici e ad accogliere una necessaria pluralità di sguardi interpretativi, attraverso le undici “voci” che compongono questo “lessico”: L’altro; L’altrove; Viaggio e Racconto; Mappa; Confini/Frontiere; L’esotismo; Autenticità al plurale. Umanità e patrimoni a confrontoTurismo; Incontro; Curiosità e Spaesamento; Scienza/Conoscenza.

 

La Fondazione Benetton Studi Ricerche sarà inoltre presente da sabato alle 12 a domenica alle 19.30 a “Libri in Cantina” con uno stand gestito dalla sua redazione e tutte le sue pubblicazioni, nella Sala Rambaldo VIII, al 1° piano del Castello di San Salvatore, sabato 5, ore 12–19.30, e domenica 6 ottobre, ore 10–19.30

 

Ingresso libero. 

Per informazioni:

[email protected]

www.libriincantina.it 

Chiamatelo Festival, di quel fumetto che raccoglie un pubblico di appassionati senza limite e di gente da mostre, da vernissage, da eventi, che trova poi nelle fatidiche nuvole curiosità, di quella che attrae e sorprende piacevolmente.

 

Che è poi quello che ha creato il suo fondatore, l’indimenticabile Massimo Bragaggia, deux ex machina del Festival, anima, identità e lavoro, un carisma che con precisa passione continua ad alimentare la kermesse.

 

L’ edizione del 2019 che attraversa piacevolmente  la bella Treviso tra Piazze e Palazzi in una  cavalcata che  va dal Liceo Artistico, alla Pizzeria Piola, a Palazzo Giacomelli, fino alla Sala d’Arme di Porta Santi Quaranta, al Dump, allo Spazio Solido, Palazzo Bomben, Ca’ dei Ricchi, Libreria Ubik, Casa Robegan e tanto altro ancora, con un ritmo incessante che porterà in città cultura e spettacolo, con almeno 200 vetrine che rimandano alla manifestazione, un refrain consolidato che fa da matrice instancabile.

 

Tra gli autori Sophi Hollington, John McNaught, Matt Forsythe, Jen Wang, Sara Andreasson, Gabriella Giandelli, Noemi Viola e Andrea Antinori, Zero Calcare, Paolo Bacilleri, Francesca Riz, Cecile Dormeau, ma l’elenco è fitto e di alta caratura.

 

L’altra anima del Festival è sempre stata la mostra mercato che da quest’anno ha una nuova sede nello storico Palazzo Carlo Alberto, già sede della Questura e luogo finalmente restituito e rinato.

 

La mostra mercato, autentica perla, è la dimora ideale per divulgare la produzione fumettistica nazionale e internazionale e durante il Festival ospiterà 200 autori che saranno pronti a disegnare per il pubblico.

 

Il fumetto, quella forma di pensiero e di arte che da piccoli ci fa sognare e poi piano piano si evolve con noi, fino a portarci lontano, controcorrente e impavida, fuori dai cliché, unica.

 

Treviso Comic Book Festival, dal 26 al 29 settembre.

 

 

Mauro Lama

 

Photo Credits: FB @Treviso.Comic.Book.Festival

Ieri, 8 settembre, ilnuovoterraglio.it ha raggiunto una tappa importante: ha compiuto due anni di vita! Due anni di fatiche e lavoro impiegati a rafforzare rapporti con istituzioni e privati, per riuscire a fornire un’informazione sempre più puntuale.

 

I nostri sforzi, quelli miei e di tutta l’efficiente redazione, comunque sono stati ripagati. Infatti dopo due anni siamo riusciti ad avere una media di 50.000 utenti mensili. Un bel traguardo per essere partiti da zero.

 

Partendo da qui affrontiamo il futuro certi del raggiungimento di traguardi sempre migliori.

Forse non sarà ortodosso, noi siamo un quotidiano giovane e quindi poco inclini all’ortodossia, ma da queste pagine desidero ringraziare tutti coloro che, con il loro lavoro, hanno contribuito alla riuscita di questa avventura editoriale.

 

L’editore, WTN di Paola Zuliani e Valentina Nespolo, che ha investito e investe credendo in questa impresa editoriale, i miei più stretti collaboratori: Valentina Nespolo, Nicole Casagrande, Mario Spessotto, Mauro Lama, Silvia Moscati, Francesca Maria Nespolo, che con i loro sempre puntuali articoli sono riusciti a rendere il nostro quotidiano gradito ai lettori.

 

Un ringraziamento anche a tutti coloro che continuano a inviarci scritti, notizie e comunicati, necessari per fornire un’informazione sempre più vasta alla platea che ci segue e che va da Venezia a Treviso, toccando i comuni che si affacciano sul Terraglio e non solo.

 

Infine ringrazio tutti i nostri lettori che ci onorano della loro attenzione, augurandomi che mese dopo mese crescano sempre di più!

 

 

Il direttore, Gianfranco Vergani

Il vincitore sarà proclamato a Mestre il prossimo 25 ottobre 

 

La giuria tecnica del Premio “Regione del Veneto – Leonilde e Arnaldo Settembrini”, presieduta da Giancarlo Marinelli, si è riunita oggi a Mestre per indicare la terna dei finalisti della 56.a edizione del concorso letterario.

 

Sono stati scelti: 

Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi, Einaudi

Marco Marrucci, Ovunque sulla terra gli uomini, Racconti Editore

Beatrici Masini, Più grande la paura, Marsilio.

 

Le tre opere saranno ora valutate dalla Giuria Giovani, composta da studenti dei licei di Venezia e Mestre, a cui spetterà la scelta del vincitore. Il suo nome sarà reso noto in occasione della cerimonia finale in programma venerdì 25 ottobre 2019, alle ore 18, al Teatro Toniolo di Mestre.

 

 

“Il premio Settembrini – afferma l’assessore alla Cultura della Regione del Veneto, Cristiano Corazzari – è un appuntamento atteso e di prestigio nell’ambito delle attività letterarie nazionali. La Regione è impegnata ad assicurare la continuità, l’alto livello qualitativo e la più ampia risonanza di questo concorso, che in passato ha visto la partecipazione di celebri autori quali Italo Calvino, Aldo Palazzeschi, Diego Valeri e Dino Buzzati”.

 

Lo scorso anno il Premio Settembrini, originale riconoscimento assegnato annualmente a un’opera di novelle o racconti editi nei due anni che precedono l’edizione di riferimento, venne assegnato al torinese Enrico Remmert con La guerra dei murazzi.

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