Rosso d'Inverno

Piuma

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

La sabbia d’orata si sollevava maestosamente dal suolo grigiastro, come se magicamente potesse perdere il proprio peso per un istante infinito; gli schizzi delle onde color notte innalzandosi, colpivano incessantemente gli scogli ruvidi, quasi come sembrasse che potessero provare dolore; il vento d’autunno riusciva a far volare le foglie ormai esanimi, come se riuscisse a compiere un miracolo, ridando ad esse la vita. Fabrizio se ne stava aggrovigliato instabilmente ad un masso talmente appuntito, che a vederlo potrebbe sembrare impossibile che qualcuno, in qualche oscuro modo, sarebbe riuscito ad appoggiarcisi con siffatta semplicità. La dispersione del suo intelletto nello spettacolo che aveva di fronte ai propri occhi, non gli faceva comprendere la pericolosità di quella posizione. Sotto di lui esisteva il nulla; almeno per dieci o quindici metri. Poi la sabbia, le onde, il mare. Probabilmente mai nessuno nella propria vita era riuscito a raggiungere quel luogo, tanto pericoloso, quanto affascinante, che era riuscito a far riscoprire a Fabrizio il fascino della natura solitaria. La sua curiosità, la sua sfrenata voglia d’osservazione gli avevano permesso, senza accorgersene, di spingersi così in alto con una leggerezza che quasi riusciva ad eguagliare quella delle foglie, degli schizzi e della sabbia d’orata.

Leggerezza, appunto. Le meningi di Fabrizio pur sforzandosi non riuscivano in alcun modo a capacitarsi di come le meraviglie riflesse dai suoi occhi nella propria mente, potessero avvenire con una cotanta leggerezza da rendere la normalità un concetto astratto, del tutto privo di un significato concreto. Eppure ripensandoci anche a lui stesso capitava spesso di essere definito leggero, frivolo, superficiale, come se tutto il resto dell’umanità avesse la sicurezza a priori che quel termine potesse avere solamente un’accezione negativa.

Di colpo Fabrizio si ritrovò seduto su di una piccola e solitaria sedia, che aveva di fatto colmato le sue giornate per cinque lunghi anni della propria vita. In quella angusta ed antica stanza, Fabrizio riuscì a rimembrare le numerose volte in cui capitò che gli venisse dato del superficiale. “Sei uno sconclusionato, non concluderai mai nulla con la tua leggerezza” tuonavano i suoi timpani, e poi via via, un enorme trambusto di risate, di ghigni malefici, presero il sopravvento nella profondità oscura della sua mente. Ma fu proprio la leggerezza di quel tempo, che non permise a Fabrizio di accorgersi del dolore che gli stavano provocando. Lui non se ne preoccupava, pensava al fatto che a quindici anni qualsiasi pretesto è buono per ridere, e da un lato non gli dispiaceva il fatto di riuscire a rallegrare, anche se in modo maldestro, la giornata a qualche persona.

I problemi però emergono proprio nei momenti in cui non ci si preoccupa dell’esistenza di qualcosa che realmente è. Non si prende in considerazione ma esiste. L’inconscio. Incredibile come una cosa così astratta, e di cui nessuno può esserne per definizione cosciente, potrebbe divenire massacrante, distruttiva, letale per l’essenza umana. Fabrizio sollevando le palpebre continuò a pensare di come l’inconscio sia un magazzino, enorme, infinito, nella quale gli addetti non sono disposti a mettere da parte nulla, come se niente fosse superficiale. L’inconscio comprende e/o determina l’importanza di qualsiasi fatto, vicissitudine, vissuto. L’inconscio è il più strenuo oppositore della leggerezza.

Arrivando a questa conclusione Fabrizio in qualche modo comprese che la leggerezza della quale lo tacciavano all’epoca in realtà non era altro che il suo scudo protettivo, che in un modo o nell’altro era riuscito a non fargli comprendere la cattiveria e la malvagità che permeavano e permeano l’umanità, il Mondo. Per questo almeno per lui, quel termine, aveva avuto seppure in passato un’accezione positiva. Non gli aveva permesso di cadere nell’oblio dello sconforto, della rabbia, della delusione ed infine dell’indifferenza verso sé stesso. Non lo avrebbe mai detto, ma quella sua caratteristica peculiare non gli aveva permesso infine di smettere di volersi bene, come spesso capita a chi non comprende il dono della leggerezza. Tutto ciò sembrò strano a Fabrizio, poiché solitamente fragilità e leggerezza si utilizzano quasi come fossero sinonimi, ed invece nel ricordo che gli era tornato in mente in quell’attimo, la fragilità divergeva estremamente dalla leggerezza. Se fosse stato fragile di sicuro non avrebbe potuto considerare con leggerezza i comportamenti delle persone che lo circondavano. In quell’ambito dunque la fragilità era il freno supremo del suo sinonimo, in quanto i fragili d’animo per natura non possono essere leggeri; tra l’altro tale sua tesi era confermata nella realtà dal cambiamento radicale che aveva fatto il suo animo con il passare del tempo. Fabrizio ormai era diventato come gli addetti dell’inconscio, per lui tutto aveva un’importanza sostanziale; Fabrizio era diventato fragile come fosse un bicchiere di cristallo appoggiato sul bordo flebile di un tavolo marmoreo.

I colori di quel panorama mozzafiato che era tornato ad osservare erano drasticamente mutati. Il sole quasi scomparso dietro l’orizzonte era la causa primordiale di quel mutamento. Un garrito bianco e incommensurabilmente intenso sopra la sua testa, accompagnava i suoi pensieri, fino al punto che lo condusse a pensare che la leggerezza, almeno quella d’animo, non poteva essere definita, se non soltanto tramite una definizione relazionale. Molto spesso giungeva a queste conclusioni Fabrizio; lo stesso odiava l’oggettività, anzi forse per lo stesso in alcuni contesti nemmeno esisteva. Oggettivo era solamente il fatto che la leggerezza a lui aveva salvato la vita, mentre ad altri poteva averla distrutta, ma nessuno poteva considerarsi così superbo da determinare la positività o la negatività dell’accezione di quel termine. La non definizione esprimeva cosa fosse la leggerezza, qualcosa che in quantità e dosi diverse ogni essere umano conosce, ma che spesso non accetta.

Con gli occhi rivolti verso l’orizzonte ed un sottilissimo raggio di sole che gli illuminava il volto Fabrizio riuscì a notare una piuma bianca, che proveniva dal cielo sopra la sua testa, come se fosse stato quel garrito sopra di lui a volergliela indirizzare. Quella piuma si fermò candida, sulle acque ormai nere del mare.

Quella era la leggerezza.

Quella scena aveva rappresentato cosa significasse la stessa. Eppure, presupposta la saturità di quella scena, Fabrizio pensò al fatto che la leggerezza in passato lo salvò dalla leggerezza lucida, che lo avrebbe portato a compiere un fatto dalla quale non avrebbe potuto fare ritorno. La leggerezza lo salvò dalla leggerezza, poiché pensò che senza di essa lui stesso avrebbe corso il rischio di scegliere di compiere il tragitto soave della piuma e disperdersi nell’oscurità del mare.

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