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Rosso d'Inverno

Quell’attesa, una notte, nel bel mezzo di un gelido inverno

16 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

La nebbia nella notte sfuma densa dall’asfalto e si dirada nel cielo buio. Le luminarie intermittenti di un albero di Natale in uno dei balconi di fronte la stazione brillano di una luce calda, alcuni fili luminosi penzolano dietro la ringhiera, sembrano stanchi almeno quanto me, fortuna oggi è la befana.

La cornetta nera è gelida tanto da sembrare bagnata, resta bloccata con il suo tu-tu intermittente tra la spalla e l’orecchio, e le mani cercano nelle tasche di raso delle monete, bene, una cinquecento lire, dovrebbe essere sufficiente, le dita premono veloci i numeri sulla fredda tastiera color alluminio, uno scatto metallico ingurgita la moneta, «Pronto Mamma? Devo essere veloce, è un’interurbana e ho pochi soldi, sono bloccato in stazione a Voghera…»

«E mi chiami a quest’ora per questo? A me che me ne frega?»

«E che potrò rientrare solo con il primo treno del mattino, aspetterò in stazione. Non volevo ti preoccupassi.»

«No, io so cosa volevi, ma ti stoppo subito, e ti anticipo; devi venire in negozio a lavorare, non mi interessa assolutamente quanto sarai stanco, così impari ad andare in giro a fare il coglione!»

Beh, non mi sarebbe certo dispiaciuto se mi avesse detto di rimanere a casa, ma quello che avrei voluto davvero era sentire la sua preoccupazione per me, è triste che debba misurare il suo affetto in questo modo, non mi rassegno all’idea di averla persa, «non è vero, sei sempre tu a pensare male, io volevo solo che tu non ti preoccupassi.»

«Allora, mettitelo in testa: a me non frega un cazzo di quello che fai, ci tenevi tanto a dirci quello che sei? E adesso goditi i risultati!»

Tre “beep” consecutivi, sta finendo il credito, «Mamma io–», la moneta viene ingurgitata in un click che tronca il suo respiro e le mie parole. Non potrebbe essere più lontana di così…

Un incarto di un “Burghy” vola trascinato dal vento tra le rotaie, i miei passi risuonano di una eco vuota tra le banchine deserte, le uniche luci accese provengono dall’ultima porta in fondo prima dell’angolo. La sala d’aspetto della stazione è illuminata da quattro neon dalla luce bianchissima, di questi uno continua a spegnersi e ad accendersi, lo schermo con le partenze e gli arrivi sembra soffrire della stessa intermittenza, Milano Lambrate 5:36, porca miseria, mancano sei ore, i muri con macchie di muffa nera e ragnatele negli angoli sono scrostati in più punti, un tavolone di legno capeggia in mezzo alla stanza pieno di scritte e incisioni, Alex è frocio, Cinzia è una sukara, neologismo piuttosto interessante, viva la figa, Marco ed Ele for ever e un brutto cuore stilizzato, Satana è gay, non si può certo negare una buona dose di maschilismo in queste scritte.

La panca più vicina al grosso termosifone marrone è gelida, cazzo, i caloriferi sono spenti, la sciarpa stringe il collo e si alza fino al naso, profuma dei regali di Natale, le mani si rifugiano nel calore delle tasche, alla fine delle festività il silenzio e la malinconia si fanno più pressanti, non c’è proprio nessuno, il rumore vuoto delle strade dell’ultimo giorno di festa, arriva come un brusio lontano, gli occhi si chiudono.


Che profumo di fiori, è troppo forte, quasi nauseante. Voci oltre le palpebre chiuse. «Secondo te è morto?»
«Ma dai cretina, mica è morto.»
«Però, che carino.»
«Ma per favore! Ho visto ecografie più vecchie di lui.»
«Oh, guarda, riapre gli occhi…»

Il faccione con labbra enormi rossissime di una donna è tanto vicino da poter sentire l’odore del suo alito, mi scruta, i muscoli della schiena si irrigidiscono e salto in piedi, la signora si volta verso una ragazza piuttosto pallida e con un rossetto fucsia molto acceso, sul lungo collo esile è evidente un pomo d’Adamo piuttosto pronunciato, quella che mi respirava addosso, porta la mano sui fianchi e la indica, «ecco l’hai spaventato poverino, t’avevo detto che t’eri truccata di merda sembri appena uscita da una versione perversa di “Jem e le Holograms” con quel fucsia.»

La mano si porta al petto, il cuore potrebbe saltarmi fuori, fortuna non mi sembrano pericolose e in ogni caso per lo meno, non sono più da solo.

L’altra sbarra gli occhi e si solleva dritta, ha un’espressione stupefatta, alza l’indice, «tesoro, bambolina, chi assomiglia ogni giorno di più a Divine non dovrebbe scagliare la prima pietra, nemmeno se è un diamante,» piccola pausa drammatica, la segna con l’indice da capo a piedi con gli occhi che sembrano pronti a caderle dalle ordite tanto sono sporgenti, «soprattutto in faccende di cui non capisce nada de nada!»

L’orologio a video segna le quattro e ventitré, ah però, ho dormito un bel po’.

Quella più corpulenta troppo fasciata in un abito a sirena verde scuro di paillette, ha una stola che sembra formata da arance e mandarini, con collana, orecchini e anello in pendant tutte fatte di mandarini cinesi, sembrano molto leggere, credo siano tutte in plastica, le scarpe e borsa negli stessi identici toni di colore arancione, il cappello a tesa larga sul tavolo è ricoperto dalla stessa frutta.

Si solleva con un enorme sforzo, «Scusami?! Dunque, sarei io che non capisco niente di moda, ma se non ricordo male, sei tu quella che stava per uscire vestita in tuta viola con scaldamuscoli gialli fascia in spugna in coordinato tra i capelli? Se non ti avessi fermata avremmo ancora in sottofondo le stesse risate di quei fottutissimi “Will & Grace”, che cavolo era? Un brutto episodio in videocassetta di “l’aerobica senza stile con Barbara Bouchet?”, ah tesò, gli anni Ottanta sono finiti e da un pezzo!»

La ragazza magra, fasciata in un corpetto strettissimo e un’ampia gonna anni cinquanta è vestita tutta di viola con una pelliccetta sintetica verde acido.

Si guardano di sbieco in un silenzio irreale, un silenzio irreale che crea un bel po’ d’ansia, forse se mi presento, «Scusate se mi sono spaventato, non era certo per il trucco di…» indico la ragazza magra.

La ragazza mi sorride, fa un inchino, «Loretta Castorini», alza la mano quasi ad altezza della mia bocca.

Credo voglia il baciamano. temo mi sentirei un po’ ridicolo e molto stucchevole nel farlo, le stringo medio e l’indice e faccio un paio di volte su e giù, «Scusa, ho capito bene? Loretta Castorini? Come il personaggio di Cher, in “Stregata dalla luna”?»

La mia interlocutrice ha una faccia sorpresa e si scambia uno sguardo d’intesa con la signora più corpulenta, che si avvicina più sinuosa di quanto non ci si potrebbe aspettare dalla sua silhouette, ha un’aria di sfida e mi sorride, «Il mio invece è Shelby Eaton Latcherie.»

Mi stanno prendendo in giro, è certo. «Cioè Julia Roberts in “Fiori d’acciaio”?» Entrambe incrociano le braccia con un’espressione soddisfatta, «Sei cinefilo o solo gay?» «Beh, il coming out è piuttosto recente, ma si, sono cinefilo… e pure gay!»

Le nostre risate riempiono lo spazio gelido intorno a noi, Shelby si asciuga gli occhi prestando molta attenzione al mascara, «Accidenti a me a quando non uso il waterproof, ti abbiamo interrotto, tu invece giovane cinefilo, ti chiami?»

«Stefano, ma tutti mi chiamano solo Ste, certo, con nomi come i vostri è difficile competere.»

Shelby estrae un termos arancione dalla sua enorme borsa, «E che ci fa un giovanotto tutto solo, a quest’ora della notte addormentato in stazione in questo buco di paese?»

«Sono venuto a trovare una persona,» direi che ormai non ho più bisogno di essere così vago, «un ragazzo, sono venuto a trovare un ragazzo che credo mi piaccia, purtroppo, l’ultimo treno per Milano non c’è nei festivi, non ho notato il richiamo ad una nota nell’orario.»

Tutte e due applaudono, mi prendono per le braccia e mi fanno sedere tra di loro sulla panca in legno dove ero prima, Shelby mi offre una tazza di tè, «Quindi ti piace un ragazzo e sei venuto a trovarlo?» Passa un bicchierino fumante a Loretta.

Il bicchiere coperchio, che hanno dato a me, è caldo tra le mani, annuisco, «Si, ma non fa poi molta differenza, non credo di piacergli molto.»

Shelby versa un po’ di tè per sé, «Ah, gli amori tristi, quelli che non si realizzano mai, sono meravigliosi, puoi proiettarci su qualsiasi cosa desideri, puoi inventarti affinità incredibili e perfino crederci, tanto chi ti può smentire?»

Loretta mi mette una mano sulla spalla, fa cenno di no con una lunga occhiata a Shelby, poi guarda me, «Ma come puoi essere sicuro che non gli piaci?»

«Beh, perché ha detto che non prova un interesse romantico nei miei confronti, ma mi trova stimolante e vorrebbe fossimo amici…»

Loretta annuisce, «Effettivamente non ha lasciato grande spazio a molteplici interpretazioni.» Shelby deglutisce, si schiarisce la voce, «Beh, non è fantastico?»
Sarebbe stato più fantastico se avesse corrisposto i miei sentimenti, «Non capisco, in che senso?»

Solleva le spalle, «A me sembra che tu abbia conosciuto una persona meravigliosa, che è in grado di esprimere i propri sentimenti con delicatezza, ma anche con estrema chiarezza, questo permette di tenere la porta aperta, e chissà che davvero tutto quel sentimento non sia destinato a diventare una vera amicizia.»

Loretta si alza, «Ok, l’approccio di Shelby è un po’ troppo Pollyanna delle povere, e premesso che io sono più il tipo: “non mi hai voluta? Allora schiatta investito da una panda”, devo ammettere che è raro che un uomo sia così chiaro e soprattutto così coraggioso da riconoscere la sua parte di responsabilità nel rifiuto, e non per finta, come quelli che ti dicono l’immortale “la colpa non è tua, ma mia!”, come non lo sapessimo tesoro! La verità è che nessuno ha mai voglia di essere il cattivo delle favole; è bello che almeno ti abbia lasciato libero di gestire un no, significa che ci tiene davvero a te e che ha un minimo di considerazione per la tua intelligenza.»

«In realtà tutto questo mi fa sentire anche peggio, l’approccio panda-incrocio resta valido?»

Shelby rotea gli occhi, «Tesoro, come ti possiamo capire noi, nessuno può, la mia ultima relazione seria risale a più o meno a cinque anni fa e–»

Loretta si alza e cammina fino alla porta a vetri, «e lui era un vero cretino!» Shelby porta le mani ai fianchi, «Non è vero! Non era poi così male…»

Loretta mi si rivolge, «Parliamo ancora del suo periodo pre-transizione, quindi era ancora ben pisellata, e pensa Ste, quella sottospecie di manichino aveva un bisogno davvero disarmante di sottolineare chi tra i due fosse l’attivo della coppia, e aggiungeva con un aria vezzosa davvero disgustosa che non gli piace infilarsi niente su per il culo, e lo veniva a dire a me poi!» si rivolge a Shelby, «la verità tesoro? Era sciapino d’aspetto, insicuro sulla sua mascolinità e aveva le capacità introspettiva di una copertina di “novella duemila”, un vero cretino, ancora con le amiche non capiamo cosa ti avesse attratto.»

Passa qualche istante di silenzio, Shelby, sorseggia un paio di volte il tè che si intiepidisce veloce, «La leggerezza, in una parola, Leopoldo è un uomo senza pensieri, non approfondisce niente, è totalmente frivolo, il mio ricordo più vivido di lui è ancora quello della domenica mattina, indossava il suo cappellino con la visiera e da solo allo specchio dell’armadio si diceva quanto fosse bello, mi sembrava tanto felice che lo ero anche io per lui, e per un lungo periodo è stato tutto quello di cui sentivo il bisogno, ma la cosa migliore era che nei momenti di crisi, momenti che ovviamente non era in grado di gestire, e per fortuna ne era grandemente consapevole, mi dava un bacio, con il suo alito al tabacco e mi diceva: “tu pensi troppo” e usciva, non tornava finché non ero io a cercarlo, potevano passare dei giorni, e in quella distanza che era diventata routine io mi ritrovavo sempre, e capivo il peso della sua assenza, in qualche modo saggiavo il vuoto che si lasciava dietro, non recriminava mai che non mi preoccupassi dove andasse o chi potesse vedere, o frequentare, la sua era una presenza costante e senza discussioni. Avrei voluto avere la sua stessa leggerezza,» passa un istante in silenzio, sorride beata, allunga gli occhi e mi dà una gomitata d’intesa, «del resto con questa corporatura avrei mai potuto essere leggera?»

Loretta lascia alle spalle la porta e torna verso di noi, «Io invece non mi sono mai innamorata!»

Il suo viso è serio e l’espressione è solenne, a quanto pare non mi sta prendendo in giro! «Non hai neanche mai avuto un ragazzo?»

Alle mie spalle Shelby trattiene a stento una risata, Loretta fa cenno di si con il capo, ed enfatizza la quantità di fidanzati con ampi gesti delle mani, «Oh, tesoro, solo in questo momento ne ho tre!»

Shelby finge un colpo di tosse in cui si distinguono chiaramente le parole, «Nostra signora dei sacrifici.»

Loretta la indica con tutta la mano, «Ha parlato la vergine delle rocce!»
Shelby mi tamburella su una spalla, «ecco lei si, è una che vive con estrema leggerezza l’amore!»

Loretta assume un tono quasi risentito, «Non è che sono leggera, e lo dico tranquillamente, non ci sarebbe niente di male, non sono neanche così mignotta, però direi che questo a che fare di più con la mia impegno-fobia. Anzi a voler ben guardare la scelta di non innamorarmi ha una certa profondità, io non riesco a rassegnarmi all’idea che debba dipendere da qualcuno per stare bene, allora preferisco trovare un rifugio in un rapporto superficiale che mi dia tutto quello di cui ho fisicamente bisogno, e che non abbia aspettative nei miei confronti, che non mi ponga ricatti di alcun tipo; è vero che capita di sentirmi sola, e che qualche volta avrei il desiderio di una relazione duratura e più profonda, ma è il suo prezzo a spaventarmi davvero, credo che il pagamento per questi piccoli momenti di sconforto sia un prezzo ben più accettabile, una specie di infelicità servita in piccole dosi, e poi il suono della parola “libera” mi piace davvero troppo.»

Il tè caldo allaga la bocca, mi scalda la gola e si perde appena più sotto, è davvero molto dolce e profumato, assomiglia molto a Shelby, «Posso chiederti se però non senti di evitare la vita trattenendo così tanto i sentimenti?»

Le due si guardano, Loretta sposta lo sguardo verso l’alto, sbuffa tanto forte che il soffio sembra una pernacchia. «Questa è una domanda da un milione di dollari, mio caro, ma voglio essere sincera; qualche volta si, qualche volta ho la sensazione di guardare gli altri che vivono e si muovono ferma dal ciglio di una strada, e per quanto mi passino vicino, nessuno ha mai desiderato davvero fermarsi con me.»

Shelby le si mette davanti e l’abbraccia, le scosta la lunga ciocca di capelli e le dà un bacio sulla guancia, «A me invece manca soffrire per amore, mi manca l’intensità di quel sentimento di disperazione, quella sensazione che ti dà l’idea di non essere esistito prima di aver conosciuto l’oggetto del tuo desiderio, mai per davvero almeno! Quel sentimento in cui senti il bisogno della leggerezza come di una fuga, anzi, come di un rifugio, perché tutto quel sentimento sembra poterti schiacciare, per questo Leo era perfetto per me.»

Loretta porta la mano alla fronte con espressione disperata, «Cerchi di convincere noi o te stessa? Andiamo, con lui non può già funzionare dal nome, è ridicolo, a letto cosa facevi? Ansimavi: “Ah, Leopoldo, si, ancora?” Ma come cavolo riuscivi a non scoppiare a ridere ogni singola volta?»

Le nostre risate e la loro eco riempiono la sala d’aspetto. Un silenzio cala tra di noi, è denso e racconta il senso di sconfitta che proviamo tutti e tre, ma anche questa sensazione di incredibile intimità, un piccolo calore proprio qui, in mezzo al petto, «posso chiedervi come hanno reagito le vostre famiglie alla vostra transizione? Ho decisamente qualche difficoltà con i miei dal coming out in avanti, è come si sentissero traditi.»

Shelby assume un’espressione rigida, «E lo hai fatto, tutti noi lo abbiamo fatto; abbiamo tradito tutte le aspettative che avevano su di noi, ma è servito per non tradire noi stessi e sono ancora convinta che quella sia l’unica via per poter diventare davvero chi dovremmo essere.»

Loretta annuisce composta, «Già, e anche se fa davvero paura pensarci, non è detto che chi ti ha amato quando poteva proiettare su di te i propri desideri, sia in grado di vederti nella tua nuova interezza e sappia amarti, o anche solo accettarti, per quello che sei, e questo vale anche di più se si parla dei famigliari più stretti, mia madre per esempio, è rimasta vedova da anni ormai, e ho tre fratelli maggiori, hanno tutti smesso di parlarmi da quando ho cambiato nome legalmente, il maggiore ha anche minacciato di uccidermi se mi faccio rivedere giù al paesello, così non mi sono voltata più indietro, ma porto dentro un vuoto che ha il peso specifico del mercurio per quanto è pesante, e c’è una parte di me che non smette di interrogarsi su quanto io sia davvero un errore, uno scherzo della natura, perché queste sono state le ultime parole della mia famiglia per me, ed in un modo molto fastidioso mi vibrano dentro e ritornano come onde inaspettate e gelide… capita che abbia una voglia pazzesca di risentire le loro voci, ma forse vorrei solo sovrapporre qualche nuova parola a le ultime che hanno lasciato per me.»

Shelby non smette di guardare la sua amica con tenerezza, «A me non è andata molto meglio, nonostante una cultura piuttosto alta per entrambi e un’accettazione un po’ forzata inizialmente sembrava andasse bene, ma i silenzi pieni di sottesi, hanno iniziato a moltiplicarsi, e man mano che procedeva la transizione le loro fatiche emergevano e venivano costantemente negate, ho sempre provato una tenerezza enorme per quella voglia di capire, di provare ad essere aperti. Ricordo ancora una volta che ascoltai una conversazione telefonica di mia madre con una sua sorella che evidentemente le chiedeva informazioni su di me, autoinvitandosi per le feste di natale, l’imbarazzo di mia madre era palpabile, non sapeva più come dirle che quell’anno nessun parente avrebbe potuto raggiungerci, non voleva mi vedessero così come sono ora, e non ne parlavano con nessuno, fu proprio in quell’occasione che capii che non potevo più condividere il mio percorso con loro, per quanto mi amassero, non erano nati nel corpo sbagliato, non potevano farsi una ragione della mia trasformazione e di quanto fosse indispensabile per me, comunque misi mia madre alle strette, si mise a piangere, e continuava a ripetere: “Non voglio si vergognino di te”, l’avrà ripetuto almeno duecento volte. Il giorno dopo lasciai la casa dei miei genitori, ora abbiamo un buon rapporto, per carità, ci sentiamo molto più spesso di quanto non ci vediamo, così non sono costretti a vedere il cambiamento, e devo ammettere che quando vado a trovarli, tendo ad uno stile più maschile, ma solo perché vorrei che mi guardassero come facevano prima, e puntualmente non succede mai, è come fossero paralizzati e io una pazza visto che continuo a fare le stesse cose sperando in risultati diversi.» Sospira.

Entrambe hanno l’aria assorta e un po’ triste, «Scusate, non volevo rattristarvi, è che mia madre è rabbiosa, dice che va tutto bene, ma non perde occasione per ricordarmi che non le interessa quello che faccio fuori casa.»

Le ragazze si guardano e si voltano verso di me e ad unisono dicono: «Ah, l’approccio; occhio non vede, cuore non duole, noto anche come l’approccio dello struzzo!»

Di nuovo ridiamo, Shelby mi appoggia la mano sulla spalla, «Potrebbe sembrare un piccolo vantaggio quello che voi gay avete in questo caso, il fatto che la vostra identità di genere resti invariata permette loro di evitare di guardare, ma è così solo sula carta, perché i silenzi e le omissioni sulla tua vita si moltiplicheranno esattamente come è successo a me, a meno che non trovi un modo di comunicare con i tuoi che possa comprendere anche la sfera affettiva, e nota; ho detto affettiva, non sessuale; piano, piano le porte si chiuderanno una ad una, e a voi non resterà poi molto di cui parlare e finirete per forza con l’allontanarvi.»

Loretta si schiarisce la voce, «Ma attenzione, quando intraprendi la via dell’autodeterminazione, non puoi obbligare nessuno ad accettarti per come sei, anzi è più vero il contrario; quando ti definisci rispetto al mondo, impari a guardare chi ti sta attorno per quello che è davvero, oltre il ruolo che convenzionalmente dovrebbe svolgere, l’umanità e la sua imperfezione saranno molto più accettabili, è come essere consapevoli dei propri confini e di conseguenza essere più in grado di accettare di non poter controllare tutto, e te lo dice una che ha stretto non poco la sfera dell’incontrollabile!»

«È mia mamma, è tutto quello che ho, vorrei davvero rimanesse nella mia vita.»

Il cigolio della porta e un fiotto di aria gelida interrompe il corso dei nostri discorsi, entrano due ragazzi piuttosto magri, uno dei due ha un labbro storto e un occhio più chiuso dell’altro, entrambi hanno i capelli rasati, una catena legata ai Jeans neri e bomber verdi con anfibi, appena ci vedono si mettono a sghignazzare e si danno il gomito, ogni muscolo del corpo si irrigidisce, quello con il labbro storto sputa sul tavolo nella nostra direzione, «Ma che schifo è pieno di culattoni questa mattina, hanno aperto le gabbie?»

Nessuno di noi parla più, ho come una specie di paralisi del pensiero, vorrei poter rispondere qualcosa, qualsiasi cosa… La borsetta tra le mani di Loretta trema, e Shelby impila i bicchieri per il tè e avvita il tappo del termos, si guardano con aria triste.

I due ragazzotti si fanno cenno di andare ai due lati opposti del tavolone per non permetterci di fuggire, uno si infila un tira pugni lucidissimo e l’altro fa scattare un coltellino a serramanico, di nuovo il cigolio della porta e l’aria gelida che riempiono la sala d’aspetto, entrano due carabinieri, uno dei due è tanto muscoloso che la giacca sembra in tensione, «Buongiorno a tutti, vorremo verificare i documenti per favore.»

I due ragazzotti si guardano quello con il labbro storto spalanca gli occhi, mentre fa scivolare il tirapugni in tasca, urla con tutta la voce che ha in corpo, i carabinieri hanno un momento di smarrimento e i due skinhead infilano la porta in un istante con uno dei carabinieri che cerca inutilmente di agguantarlo, gli corrono dietro la sala d’aspetto torna silenziosa.

Mi sembra di ricordare solo ora di poter respirare.

Shelby scrive veloce un numero di telefono su un foglietto di carta preso dal suo borsone, «Dobbiamo andare al binario, tra cinque minuti il nostro treno sarà qui, tieni, ti lascio il nostro numero, e se ti capiterà di passare a Tortona, chiamaci, è stato bello parlare con te… e se fossi i te, non rimarrei qui, quei gentiluomini potrebbero tornare.»

Come diamine si riesce a reagire in quel modo immediatamente, cos’è negazione? «Fammi capire una cosa, ma quello che è appena successo?»

Solleva le spalle con un’espressione sconfitta, «è il prezzo congenito che dobbiamo pagare per continuare ad essere libere e completamente noi stesse. Una volta ogni tot ci succede qualcosa di simile, non reagiamo mai, non ne siamo capaci, o forse abbiamo solo paura, aspettiamo in silenzio che le botte finiscano, nella speranza che succeda prima che ci uccidano, poi piangiamo, ci curiamo, non guariamo mai completamente da nessuna di queste ferite, sono piccoli tasselli di fiducia nel prossimo che ci si staccano di dosso come una vernice che si scrosta troppo presto da un muro ancora sano, ma va bene così, tanto abbiamo un posto sicuro dove poterci dimenticare qualsiasi cosa…»

A Loretta scende una lacrima silenziosa che trascina un po’del suo mascara scuro, «In fondo lo sanno tutti che ce lo meritiamo, perché agli occhi dei più non siamo donne che sono nate per errore nel corpo di un uomo, ma siamo uomini che rinunciano alla propria irrinunciabile mascolinità, siamo colpevoli di essere passivi e di provare piacere in questo, noi non possiamo dimenticarlo mai tranne che nel nostro rifugio speciale… la leggerezza dove non esiste nessun pensiero che possa davvero far male, perché niente scalfisce la superficie immobile della superficialità.»

“Il treno regionale veloce numero quindici trentasei partito da Milano Lambrate in direzione Tortona delle cinque e ventidue è in arrivo al binario tre, si ricorda che è vietato oltrepassare la linea gialla.”

Shelby mette una mano sulla spalla a Loretta, «Dobbiamo andare.»

Loretta annuisce e senza dire neanche più una parola scompaiono oltre la porta vetri.

Ci sono una manciata di ore nella notte in cui le persone, anche quelle che non si conoscono, parlano più a bassa voce, e per farlo devono essere più vicine, il bisogno di aprirsi è prepotente, e non si può che essere sinceri, anche se si mente, quelle voci basse restano impresse nella memoria in tutta la nostra minuscola eternità, e capita a volte, che quelle stesse parole si sovrappongano alle nostre e diventino parte di noi.

Il mattino buio arriva comunque, e il quieto sferragliare del treno mi riporta ad una vita che mi appartiene meno rispetto a quanto non mi appartenesse pochissime ore fa.

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