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Un semplice soffio di vento

6 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

“Hai pensato a quale regalo vuoi per Natale?”

Il pellicano strabico sta guardando il mare. Quindi forse guarda me. Anche perché non c’è nessun altro su questa spiaggia, al momento.

“È già arrivato Natale?”

Rispondere a una domanda con un’altra domanda è qualcosa che lo manda fuori di testa. Qui però il sole scalda sempre nello stesso modo. Non la percepisci proprio, l’alternanza delle stagioni.

Il pellicano strabico allarga le ali. “Ma certo che è già Natale. Mancano due covate di ragno, ormai.” Alcune cose le ho capite, da quando sto qui. Altre ancora no. La misurazione del tempo, per esempio. “Ti avevo lasciato il menù” incalza il pellicano. “Non dirmi che non hai trovato niente di tuo gradimento.”
“Ecco, io… Per caso sarebbe possibile una richiesta un po’ speciale?”
Il pellicano allarga ancor di più le sue enormi ali. “Te lo concedo solo perché è il tuo primo Natale.

Che hai in mente?”
Chiudo gli occhi. Nel buio vedo quel palloncino, sento il rumore della bomboletta di elio.
“Un soffio di vento” dico al pellicano. “Un semplice soffio di vento.”
Su questa spiaggia di sassi fingere non serve a niente. Ci si guarda negli occhi, strabismi permettendo, e ognuno sa tutto dell’altro. Il pellicano osserva il mare. Cioè il sottoscritto. “Questo possiamo farlo. Ma sei sicuro? Non rischi di perderlo per sempre?” Scuoto la testa. Ci siamo già persi, quasi un anno fa.

“Tutto qui? Un misero soffio di vento?”
Vale sembra deluso.
Stava nel mio stesso reparto, mi ha preceduto di poche settimane. Ecco una delle cose belle, quando muori: la prima persona che ritrovi è l’ultima che ti aveva fatto ridere. E lui di risate me ne ha strappate un sacco. È entrato in ospedale il giorno del suo quindicesimo compleanno. Prima della malattia ne aveva combinate parecchie, poi però è cambiato. Per questo il gran giurì delle carpe ci ha messo un po’, prima di decidere; lo ha condannato alla pena di starnuti cinque al dì. Da allora, ogni giorno dell’anno, Vale viene squassato da cinque starnuti, così violenti da deviare il corso del sole ed anticipare il tramonto.

“C’erano un sacco di cose sfiziose, nel menù. L’attacco fulminante di dissenteria, per esempio. Vuoi mettere la goduria di sapere che l’infermiera grassona coi capelli unti – quella che non sopportava i freak come noi – passerà la sera della Vigilia bloccata in ascensore, con un’imponente colata di cacca liquida che non riesce più a trattenere? Io proprio me la immagino, la scena. Lo vedo in 4K, il sudore che le imperla la fronte. Sento il rancido della paura, l’imbarazzo, la vergogna. Tutte cose che ci ha insegnato lei, nella penombra delle notti in corsia.”

Scuoto la testa, sopra lo scoglio spogliato dalla bassa marea. L’aria è tiepida, sembra il getto caldo di un phon. Vale sogghigna dallo scoglio accanto, i piedi in ammollo nella brodaglia di pesce. “Figata, eh?”

Scuoto di nuovo la testa, ma non la smetto di sorridere. “Quindi è quello che hai scelto, come regalo di Natale? Hai augurato il peggio a chi ti ha fatto stare male?”

Vale si strappa il ghigno dalla faccia, lo butta nell’umido. “Ma va’, era per dire. E comunque l’avrei chiesto anch’io, quel soffio di vento.”

I genitori di Vale non hanno retto, sono andati in frantumi come una bottiglia di vetro lanciata dal terzo piano. Lui nega, ma si sente responsabile per quel divorzio. Ho cercato più volte di fargli capire che non ha nessuna colpa. Infinite conversazioni al tramonto, abbarbicati ai nostri scogli, col brodetto di pesce a scaldarci i piedi e nuvole di panna sopra l’orizzonte.

“Non è colpa tua, Vale.”

“Certo che non è colpa mia” risponde rapido. Poi, senza preavviso, spalanca la bocca e abbranca tutta l’aria che può, come se stesse annegando. Lo starnuto (il terzo della giornata) è una fucilata che fa tremare gli scogli, le ondine del mare, perfino le nuvole di panna spalmate nel cielo. Vale scivola in acqua per il contraccolpo, riemerge come la più scomoda delle verità. Sputa fuori acqua di mare e lacrime, mischiate insieme fanno meno male. “Ma poi quand’è che glielo mandano, quel soffio di vento?”

La capanna nel bosco sembrava un rifugio per cacciatori. Un semplice parallelepipedo di tronchi, che gronda umidità e ricordi. La porta non è mai chiusa a chiave, non ce n’è bisogno. Tutti sanno cosa succede, quando entri lì dentro. E tutti sanno quanto dura.

“Prima di entrare, pensa a dove ti piacerebbe essere” mi aveva spiegato Vale la prima volta.

Un picchio randellava duro, pareva un batterista afro. Il profumo dei pini, a pungerti il naso. Le pigne e le ghiande sotto ai miei piedi nudi. Quella maniglia di ottone brunito, che cigolava come il più precario dei sogni.

“Dura il tempo di un arcobaleno” aveva aggiunto Vale.
Mi ero voltato, col picchio nelle orecchie e il balsamico dei pini su per il naso. “Che cosa?”
“Quello che c’è lì dentro. Tienilo a mente, quando riapri gli occhi. Dura il tempo di un arcobaleno.” Dentro era buio. Credevo che da fuori sarebbe filtrata un po’ di luce, mi sbagliavo. Sgranare gli occhi non era servito a niente, la pece assorbiva suoni e colori. Non quel profumo, però.
Profumo di legno. Profumo di casa.
Avevo allungato i palmi delle mani di fronte a me, incontrando la sagoma regolare di un mobile che conoscevo. Mi ero avvicinato col naso, il profumo veniva da lì. Era bastato quello per capire. E una piccola pressione dei polpastrelli per far schiudere le ante dell’armadio, dentro la mia cameretta.

Nella penombra tutto era come un tempo. Il letto con la trapunta rossa, il poster dei Måneskin, la scrivania con portatile e stampante. Le mensole ospitavano ancora i libri di testo. Lo zaino era incassato sotto il primo ripiano della libreria, come se dovesse servire domani. L’unica cosa fuori posto era quel palloncino a forma di Smile; galleggiava a mezz’aria, sopra il tappeto di mucca.

Me l’aveva portato qualcuno in ospedale, uno degli ultimi giorni. Un regalo troppo stupido, o troppo audace. Stavo per andarmene, lo sapevano tutti. C’era poco da sorridere, altro che Smile pieni di elio che galleggiano sul soffitto. Credo di averlo odiato subito, quel palloncino. Mi era sembrata una presa in giro, una linguaccia senza giustificazioni.

Papà doveva essere giunto alla stessa conclusione. Prima di andare via, quella sera, mi aveva strizzato l’occhio: “Domani lo lanciamo fuori dalla finestra, ok? Lo facciamo insieme, però. Aspettami, che lo facciamo insieme.”

Non sono stato di parola. Non l’ho aspettato.

Vale dice che non è stata colpa mia, e forse anche lui ha ragione. Però papà mi aveva chiesto di aspettarlo, e io non l’ho fatto. Me ne sono andato quella notte stessa, scivolando via dal freddo e dal dolore. Quando ho riaperto gli occhi ero su questa spiaggia di sassi che oggi chiamo casa.

“Dove siamo?” avevo domandato al pellicano strabico.
Il pellicano strabico aveva fissato il mare, sorridendo. Ancora non lo sapevo, che stava fissando me.

Dura il tempo di un arcobaleno. E quella volta l’avevo imparato a mie spese. Stavo per uscire dall’armadio per avvicinarmi allo Smile, quando il tempo di un arcobaleno è scaduto. Sono ripiombato nella capanna di tronchi, che gronda umidità e ricordi.

“Cos’è stato?” avevo domandato a Vale.
“Un salto nel presente passato” aveva detto lui, sorridendo.
“Non ho fatto in tempo” avevo protestato. “Devo tornare dentro, devo…”
“Non si può” mi aveva fermato Vale. “Tra un salto e l’altro devono passare dodici mute di serpente.” Io non ce la posso fare. Non con queste unità di misura. “E quant’è?”
Vale aveva ammiccato subdolo, sembrava il pellicano strabico. “Dipende dal serpente.”

Non so più quante volte ci sono entrato, da allora. Fermandomi sulla soglia, quasi sempre.
Spesso lo sento piangere, e allora vorrei strapparmi il cuore.
Papà gonfia quel palloncino ogni settimana, prima che tocchi terra. Toglie lo spago, inserisce la bomboletta di elio e il palloncino riprende quota, lasciando a terra quel che resta della sua vita.
Una sola volta ho avuto il coraggio di uscire dall’armadio. La radiosveglia segnava le tre di notte. I singhiozzi venivano da camera sua, dal letto matrimoniale troppo grande per lui. Piangeva nel sonno, come fanno i bambini. Ho allungato una mano per carezzargli i capelli. I singhiozzi sono svaporati, ha cominciato a respirare meglio. Poi la fine dell’arcobaleno mi ha portato via.

Sandro Mantovani non se lo spiega, come sia successo. Era convinto che le finestre fossero ben chiuse. È bastato un semplice soffio di vento, improvviso come una carezza.

Il palloncino a forma di Smile è stato catturato da un abbraccio invisibile che lo ha spinto fuori, sul balconcino della cucina. Poi ha preso quota, col suo carico di ricordi, dentro il tramonto della vigilia di Natale.

Sandro Mantovani rimane a fissarlo, impietrito; fissa il suo stesso dolore sollevarsi dentro all’arancio e al grigio, annodato a un palloncino. Suo figlio osserva quel magone sciogliersi nel pianto, nascosto dietro una porta a vetri, fintanto che dura l’arcobaleno.

Ha un sapore strano, la malinconia.

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