Gli interrogativi amletici di decenni sono stati sostituiti da quella domanda che popola molte discussioni negli ultimi anni:social network sì o social network no? Fanno bene o sono un mezzo di perdizione?
Un cambiamento significativo
Indipendentemente da quale sia l’opinione personale, hanno sicuramente rappresentato un cambiamento significativo del modo di comunicare e del creare collegamenti per tutte le generazioni e per ogni classe sociale: hanno consentito, a tutti, di superare limiti spazio-temporali prima impensabili andando a sostituire, però, l’esperienza diretta con attività cognitive e linguistiche mediate dal mezzo tecnologico.
Parenti lontani e compagni di scuola, anime gemelle e gruppi di camminate in montagna: “fast” direbbero gli inglesi. Infatti, con i social network si è sviluppata un’estrema “velocità” nell’agganciare un rapporto lontano, soppiantando un approccio prima macchinoso.
Dietro lo schermo
Il problema nasce quando si cerca di capire chi c’è dietro lo schermo.
Un profilo social è, a tutti gli effetti, una vetrina per mettere in mostra i propri pregi perché i difetti, quelli veri, è meglio lasciarli agli incontri vis-à-vis: dagli schermi, spuntano capelli, altezze solo sopra il metro e ottanta e selfie quasi cinematografici in luoghi da effetto wow.
Però, calma: questi specchietti non sono per le allodole ma per chi Vuole crederci. Facebook è arrivato in Italia nel 2008 e, da allora, le pagine dei giornali ci hanno restituito cronache non sempre rosee anzi opache perché non è oro tutto quello che luccica; e questo, ci ha fatto diventare più furbi ma, altresì, diffidenti perché, se da un lato diventare amico di qualcuno è solo questione di un clic, dall’altro facciamo fatica a fidarci.
Un mezzo pubblicitario
Visto il copioso popolamento di certe piattaforme come Facebook, i social sono diventati anche un mezzo pubblicitario a tutti gli effetti e sono usati per influenzare i comportamenti e le decisioni delle persone da parte di aziende che riconoscono l’importanza del veicolo sociale e ne sfruttano la scia pubblicitaria.
Come ha fatto notare il filosofo Anders, alla base di chi parla (aziende) e di chi ascolta (utente social), non c’è una vera esperienza empirica ma una comunicazione tautologica propria di un’azione pubblicitaria: i comportamenti degli utenti sono monitorati in base alle loro abitudini di navigazione per cui diventano una facile “preda” per chi vuole vendere qualcosa.
Quindi, se da un lato un’inserzione pubblicitaria nel profilo porta a conoscenza di un nuovo prodotto più velocemente, dall’altro potrebbe creare un bisogno indotto di cui non si necessitava prima ma che diventa improvvisamente indispensabile perché viene presentato proprio come confezionato “only for you”.
Il ruolo dell’algoritmo
Tale ragionamento, furbesco per il venditore ma ingannevole per l’acquirente, potrebbe, a lungo andare, generare un comportamento disfunzionale: io non sono quello che sono ma che quello che l’algoritmo vuole che sia.
Sarebbe pure retorica dire che ritornare ad un buon libro rappresenti la soluzione: la tecnologia è un elemento importante della nostra società che va avanti con crescita esponenziale. Quello che bisogna salvaguardare non sono le piattaforme social ma i possibili effetti che amplificano, di fatto, quelli già esistenti come la ricerca di perfezione e l’omologazione.
Curare questi effetti non è facile soprattutto senza incorrere in divisioni di pensiero: l’importante sarebbe riuscire a convivere con l’evoluzione tecnologica senza arrivare a danneggiare noi stessi.
Crediti fotografici: Pixabay
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