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La rabbia di Sabrina Salerno raccontata anche a “Pomeriggio Cinque”

 

Attraverso le storie pubblicate sul suo profilo Instagram ufficiale, Sabrina Salerno ha raccontato ai suoi follower l’ennesimo furto di identità subìto per mano di ignoti nel social network russo VK, dove è apparso il profilo fake sabrinasalerno_original ed è stata postata una sua foto mentre abbraccia il figlio (minorenne!), accompagnata da una caption allusivamente sessuale che si commenta da sola.

 

 

“Adesso basta” scrive la Salerno. Perché infatti questa volta Sabrina proprio non perdona e ha deciso di agire subito per vie legali rivolgersi al suo avvocato e alla Polizia postale, denunciando immediatamente il reato di cui è stata vittima, sebbene lei stessa si sia detta «abituata ai soliti furti di identità». Questa volta però è diverso, questa volta il furto d’identità coinvolge anche il figlio di 16 anni e Sabrina intende andare a fondo per arrivare all’autore di questo becero gesto.

 

La rabbia e l’amarezza di Sabrina sono arrivate anche a “Pomeriggio Cinque”, dove la conduttrice Barbara D’Urso le ha espresso il suo sostegno e il suo affetto.

 

Centinaia di messaggi di solidarietà e vicinanza sono apparsi anche nei commenti dei fan al post Instagram e Facebook pubblicato dalla Salerno nel quale denuncia quanto accaduto sul social VK. «Mi spiace, purtroppo nel mondo dei social si sta riversando tanta cattiveria e non capiscono il male che fanno. Colpiscono sempre le persone a cui vogliamo più bene perciò è ancora più brutto. La mia più sincera solidarietà… sei una bella persona. Un abbraccio», scrive uno di loro.

Riceviamo e volentieri diffondiamo un articolo a firma di Giovanbattista Trebisacce (in foto), Professore di Pedagogia generale Università degli studi di Catania e Socio AIDR

 

È un anno ormai che la pandemia ha stravolto i ritmi e le abitudini della nostra quotidianità e della nostra società. Relazioni umane, lavoro, intrattenimento, di colpo, da un giorno all’altro, hanno “traslocato” sul web. La rete è divenuta un’agorà virtuale. In questa nuova “piazza virtuale” sono stati catapultati non solo gli adulti ma anche i bambini.  Dall’inizio della pandemia, infatti, i bambini sono “costretti” dinanzi a telefonini, tablet o computer che sia, per svolgere le attività ordinarie, dalla scuola al catechismo, alla festa di compleanno o di onomastico. In questi mesi anch’essi, al pari degli adulti, hanno “sopportato” mille privazioni e l’unico contatto con amici e parenti è stato virtuale, attraverso, magari il gioco online su una console o su uno smartphone o attraverso i canali social, Tik Tok in maniera particolare.

 

Non voglio dilungarmi sul triste avvenimento di cronaca, relativo alla morte della piccola Antonella di Palermo: le inchieste avviate dalla Procura ordinaria e da quella dei minori accerteranno se davvero la piccola si sia lasciata attirare in un’assurda sfida su Tik Tok., la  Black out challenge. Il Garante della privacy, intanto, ha bloccato Tik Tok.

 

Per l’ennesima volta, a mio avviso, rischiamo di cadere in una tentazione: illuderci che i commi di legge, le norme, i divieti, facilitino o, ancor più, risolvano la sfida educativa.  Semplice, facile, illusorio dire: “troppo pericoloso, chiudiamo tutto”. Noi adulti intanto continuiamo sulla rete a fare quello che vogliamo: ieri tutti selezionatori della nazionale o allenatori, oggi tutti virologi, politici, scienziati, pedagogisti, giocatori d’azzardo. Le norme, le leggi servono agli adulti e in particolare a quegli adulti che producono applicazioni, device e contenuti digitali. Ai bambini servono invece genitori-educatori. Iniziamo, dunque, a dare il buon esempio. Secondo il Global Digital Report del 2019, gli italiani trascorrono quotidianamente in media un’ora e 46 minuti sui social. Se i figli ci vedono con la testa sempre chinata sullo smartphone, saremo poco credibili quando vorremo limitarne a loro l’uso. Occorrono dei momenti “social free” (l’ora dei pasti, il dopo la cena), da dedicare al rapporto con i figli. Il genitore deve offrire fiducia al figlio; l’educazione è fatta di esempio, di fiducia ma anche di un controllo garbato. La tecnologia in questo ci aiuta moltissimo: per controllare e/o limitare l’accesso ai siti inadeguati, assai utile può essere il parental control o filtro famiglia, che permette ai genitori di monitorare o bloccare l’accesso a determinate attività da parte del figlio (siti pornografici, immagini violente o pagine con parole chiave), regolare il tempo di utilizzo, ecc. Tanti sistemi, tante opportunità, ma la tecnologia non basta per tenere i figli completamente al sicuro. Bisogna investire sull’EDUCAZIONE.

 

La questione dell’approccio alla tecnologia da parte dei minori è sostanzialmente educativa e non normativa. E la povertà educativa non sempre coincide con quella economica, ma spesso è più diffusa e trasversale. Altro aspetto da considerare è che uno smartphone, inteso come strumento con libero accesso a tutti i contenuti della rete e a tutti i social network, non andrebbe dato prima dei 13 anni. Non è questo un problema di norme (i social sono già vietati dai loro stessi codici ai minori di 13 anni), ma esclusivamente educativo. Educare all’uso della tecnologia significa soprattutto EDUCARE. Ripartire dai fondamenti della genitorialità vuol dire anche riconoscere il proprio errore nel caso, assai frequente, in cui si è consentito ad un figlio piccolo di far uso dello smartphone, “perché lo avevano tutti” o “per farlo stare buono”. Questo significa soggiacere ad una dittatura culturale che andrebbe rovesciata se davvero teniamo a cuore la questione educativa. Non ricordiamoci solo quando si verificano queste tragedie. L’Europa nel 2015 chiese agli Stati membri di (ri)decidere l’età minima per iscriversi ai social, con la possibilità di elevarla a 16 anni. I vari governi avevano 3 anni per decidere, ma da noi nessuno ne ha discusso ed il limite è rimasto quello americano, ovvero i 13 anni. Il processo di digitalizzazione che in questi giorni ha invaso i temi della politica deve necessariamente essere affiancato o, meglio, preceduto da un reale, massiccio e corretto processo formativo.

La cantante e showgirl, icona degli anni ’80, e l’influencer trevigiano, due autentiche star del web, pronti per un curioso esperimento: tre giorni di relax a Ca’ del Poggio, con il cellulare spento, per disintossicarsi da Facebook e Instagram. Si comincia giovedì    

 

Sono due autentiche star del web. Insieme, sui rispettivi canali Social, fanno quasi due milioni di followers. Eppure, anche chi è abituato a condividere con i propri fan ogni momento della giornata, può sentire il bisogno di staccare la spina. Abbandonando, almeno per un breve periodo, la caccia a like e apprezzamenti.

 

Sabrina Salerno e Nicola Canal lanciano la sfida: per tre giorni, da giovedì 1° a sabato 3 ottobre, la cantante e showgirl, icona sexy degli anni ’80, tornata alla ribalta con la partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo, e l’influencer trevigiano (Canal – il canal), reduce dal successo dell’edizione 2020 dell’ormai tradizionale video goliardico dedicato alla vendemmia, in cui compare anche il presidente del Veneto Luca Zaia, rimarranno in rigoroso silenzio sui Social.

 

Forse ispirati dal Digital Detox Day, la giornata mondiale “internet free”, tenutasi il 5 settembre, Salerno e Canal risiederanno a Ca’ del Poggio, a San Pietro di Feletto (TV), impegnandosi a non usare lo smartphone e a dedicarsi a 72 ore di assoluto relax e benessere nel cuore delle colline del Prosecco, dal 2019 diventate Patrimonio dell’Unesco.

 

Sarà un modo per riflettere sul rapporto con i Social e stimolare un consumo digitale più consapevole, che non sottragga tempo di qualità alla vita reale. “Lo faccio per mettermi alla prova: ormai siamo troppo dipendenti dallo smartphone. Mi rendo conto che alle volte, anche quando non ho bisogno del telefono, lo cerco e lo uso in qualche modo, ma non è possibile vivere così”, ha commentato in una delle sue stories Sabrina Salerno in risposta ad un fan che le chiedeva del curioso esperimento.

 

A Nicola Canal, suo grande amico, di casa sulle colline del Prosecco, il compito di accompagnarla nei tre giorni di “disintossicazione” dai Social network. Una cosa è certa: per qualche giorno, i fan di Sabrina Salerno dovranno fare a meno degli scatti mozzafiato della cantante d’adozione trevigiana. Mentre Nicola Canal non animerà i canali Social con gli imperdibili video, da “#monaimportante”, come si definisce egli stesso, che l’hanno consacrato influencer veneto per eccellenza.

 

La gente delle colline del Prosecco è avvisata. Vista la coppia potenzialmente esplosiva, ne vedremo delle belle (e i Social, muti).

Rose rosse, cuori, champagne e chi più ne ha più ne metta! Avete già capito di cosa stiamo parlando? Ebbene sì, parliamo del tanto amato (o odiato) San Valentino! E come ogni festività che si rispetti non c’è momento migliore per ogni brand/azienda di cavalcare la cresta dell’onda per promuoversi con campagne o Post azzeccati, in modo da attrarre l’attenzione di potenziali clienti e del pubblico online e offline.

 

Proprio con l’occasione vi proponiamo una selezione di alcune delle migliori ADV dedicate a questa festività. 

 

 

1. Dunkin’ Donuts – Dunkin Love

Dunkin’ Donuts, brand ormai conosciuto a livello mondiale, ha dato il via a una campagna marketing intelligente e capace di sfruttare al meglio la propria awareness. 

Per San Valentino il noto marchio ha pensato bene di consolidare la propria immagine grazie a un contest chiamato “Dunkin’ Love” dove ogni cliente promuoveva una foto delle proprie ciambelle personalizzate a tema San Valentino e poi lanciate sulle piattaforme Instagram e Facebook, o utilizzando filtri di geolocalizazione su Snapchat, che riconducessero ai diversi store.

Una “Onmy channel strategy” che ha permesso di espandere ulteriormente il marchio e rendere partecipi i diversi consumatori nella creazione di contenuti personalizzati.

 

Fonte: https://www.methodmarketing.org/blog/valentines-day-marketing/

 

 

 

2. Carphone Warehouse – Giornale Bouquet 

 

Per la festa degli innamorati, l’azienda Cardphone Warehouse, consapevole della difficoltà di milioni di persone nel trovare il regalo perfetto di San Valentino, ha deciso di realizzare una campagna con l’obiettivo di far risparmiare gli utenti in modo creativo e simpatico. 

Ha acquistato infatti alcune spazi pubblicitari dei principali quotidiani, inserendo immagini di rose e carta da pacchi per poter simulare dei bouquet: una pubblicità che, accompagnata a piccole istruzioni, permetteva di ottenere un mazzo di fiori fatto di carta fai da te e pronto all’istante, perfettamente in linea con il pay-off dell’azienda “We compare. You save”. 

 


Fonte: https://www.adsoftheworld.com/media/ambient/carphone_warehouse_scrimpers_valentines_day_bouquet

 

 

3. L’anello di Heineken

Un’altra pubblicità interessante è quella di Heinekein, che ha deciso di giocare in modo alternativo con un’illusione visiva creata dalla loro bottiglia di birra. 

L’immagine scelta per la campagna, infatti, lasciava intravedere un anello: classico regalo di fidanzamento e perfettamente in linea con San Valentino. Ci si aspetterebbe quindi un copy con dedica, una frase sdolcinata o una semplice proposta di matrimonio. Invece, osservando meglio, ci si rende conto che l’anello non è altro che un collo di bottiglia Heinekein, geniale ed elegante! Che ne pensate? 

 

Fonte: https://www.adsoftheworld.com/media/print/heineken_valentines_day

 

 

 

4. Hovis: un amore condiviso

Il famoso marchio di panetteria Hovis ha deciso invece di puntare su un’ADV semplice, creativa ma d’effetto. Una colazione all’insegna di tanta marmellata e amore, a dimostrazione che a volte basta davvero pochissimo per poter creare immagini suggestive e simpatiche, capaci di giocare e promuovere il proprio prodotto allo stesso tempo.

 

Fonte: https://www.adsoftheworld.com/media/print/hovis_valentines_day

 

 

 

5. The Body Shop: Kissing contest

Altra campagna Social da tenere in considerazione è quella lanciata da The Body Shop nel 2018. Il noto brand ha chiesto ai propri fan di condividere un selfie su Instagram: ciò che si chiedeva al pubblico era di taggare un amico e inserire all’interno della foto l’hashtag #sharingakiss. Il tutto avrebbe permesso di partecipare all’estrazione di un giveaway per vincere la nuova collezione di lucidalabbra lanciati dalla compagnia. Il premio sarebbe stato inviato sia all’utente che a un suo amico (“Galentine”) a scelta.

Una campagna geniale, semplice e d’effetto che è riuscita a incrementare la propria brand awareness celebrando sentimenti positivi come l’amicizia tra donne e invogliando milioni di persone a taggarsi a vicenda.

 

Fonte: https://www.methodmarketing.org/blog/valentines-day-marketing/

 

 

La base per la buona riuscita di una campagna Social è cercare di allinearsi ai trend del momento e saperli sfruttare in modo creativo, a promozione di se stessi.

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La tecnologia sta crescendo a una velocità tale che gli esperti di Marketing sono costretti a sviluppare pratiche sempre più innovative. Essere consapevoli delle tendenze emergenti è essenziale per rimanere al passo col mondo digital.

Quali sono allora i trend web e social per il 2020? Ecco una nostra previsione da cui trarre spunti e idee per lanciare il tuo business.

 

1. Social shopping su Instagram e Facebook

Instagram e Facebook offrono la possibilità di raggiungere il tuo target in modo rapido e semplice, accorciando il processo di vendita. Da anni infatti i Social Media sono diventati il posto ideale per pubblicizzare i propri prodotti online.
Tutto questo è stato facilitato quando, lo scorso anno, Instagram e Facebook hanno introdotto il tap shopping. Vedi un post con un paio di scarpe che ti piacciono? Toccandole appare la scheda prodotto con la possibilità di acquistarle dal sito web di riferimento.

 

2. I contenuti video e le dirette

Come ci insegnano le Stories di Instagram, WhatsApp e Facebook, i video sono stati un importante strumento di marketing digitale nel 2019 e continueranno ad esserlo per tutto il 2020

I video infatti sono la tipologia di contenuto che ha più engagement con il pubblico. Ti consigliamo quindi di non sottovalutarli e, anzi, di usarli per dare un’immagine precisa del tuo brand.

 

3. I chatbot intelligenti

Sebbene non siano ancora così efficienti da sembrare una persona reale, i chatbot basati sull’AI (intelligenza artificiale) offrono una grande opportunità per aumentare le vendite, poiché raccolgono contattiaiutano a dare rispostefanno risparmiare tempo e guidano i clienti alla conversione.

 

4. Il Content Marketing e la SEO

Premiati da Google e dalla SEO, perché forniscono la risposta migliore alle domande degli utenti, i contenuti di alta qualità consentono di mostrare le proprie competenze e autorevolezza.
Consigliamo pertanto di inserire testi utili e descrittivi, che aiuteranno il sito a posizionarsi meglio nei risultati di ricerca, e di mostrare un po’ della brand identity a chi ti legge.

Infine ricordati di utilizzare le pagine FAQ, utili per fornire una risposta alle query sempre più “umane” e contestualizzate di chi utilizza la ricerca vocale.

 

5. La realtà aumentata e i contenuti interattivi

Negli ultimi anni la realtà aumentata (che rappresenta il mondo arricchito di elementi virtuali) è diventata molto popolare, grazie ai filtri di Instagram e Snapchat.

Famoso, in ambito marketing, il caso di Ikea, che ha sviluppato l’APP IKEA Place, che consente agli utenti di visualizzare i mobili in catalogo direttamente negli ambienti di casa propria, ancora prima di acquistarli.

Due anni fa, Kashlee Kucheran ha lasciato la sua carriera nel settore immobiliare, venduto casa e si è sbarazzata del 90% delle sue cose in modo da poter viaggiare per il mondo a tempo pieno. Da allora, lei e suo marito hanno visitato Europa, Sud America, Asia e il Medio Oriente, documentando ogni fase del loro viaggio. Fino a quando non è diventata ossessionata da Instagram.

 

La sua ossessione per la piattaforma ha cambiato il modo in cui vedeva il mondo – e non per il meglio. E stava cambiando anche il modo in cui viaggiava. Inizialmente presentava i suoi viaggi su Instagram come un modo per documentarli. Era meglio di un diario di viaggio, perché era visuale e perché coinvolgeva altre persone. Ha reso le sue avventure più interattive e nel frattempo riceveva feedback e consigli sui luoghi che stava visitando. Inoltre è stato un ottimo modo per rimanere in contatto con amici e famiglia. È stato soprattutto divertente per il primo anno, fino a che, lentamente, la piattaforma è diventata sempre più un modo per criticare e giudicare se stessa.

 

Il problema è iniziato quando mi è resa conto di quanti “influencer” di viaggio esistessero e che ognuno pubblicasse costantemente scatti incredibili che raccoglievano migliaia di “Mi piace”.
Quando ha iniziato a confrontare i loro post – e le reazioni che ricevevano – con i suoi, la sua autostima è crollata. Determinata a migliorare il suo profilo, ha ritoccato di tutto, dai programmi di viaggio alle routine quotidiane nella speranza di catturare più follower. Ha iniziato a pensare alle destinazioni in termini di capacità di Instagram, piuttosto che di interesse a visitarle. Tra pianificare uno scatto, scegliere il vestito da indossare, prepararsi, truccarsi, scattare e modificare dozzine e dozzine di foto, scrivere la didascalia perfetta, pianificare il momento migliore per pubblicare, e poi rispondere ai commenti che riceveva, le ci volevano letteralmente ore per creare un singolo post su Instagram. Fino a che si è resa conto che la sua ossessione per Instagram si era avventurata in un territorio malsano. È successo mentre organizzava uno scatto di colazione a letto in un hotel a Bali.

 

La maggior parte delle persone si sveglia e ordina il servizio in camera con il sonno ancora negli occhi e il viso senza trucco. Non per lei. Si è fatta una doccia, truccata completamente, arricciata i capelli, per poi rovinarli un pò in modo che sembrassero più “naturali”, ammassato le coperte e i cuscini e sistemato il treppiede. Dopo aver ordinato molto più cibo di quanto potesse mangiare, ha dolorosamente posato in centinaia di modi innaturali per raggiungere il massimo degli “obiettivi per la colazione”. Un’ora e 400 foto più tardi, il cibo era stantio, il caffè era freddo e Kashlee si sentiva tutt’altro che rilassata. Tra la pianificazione degli scatti e lo scorrimento inutile del feed, trascorreva circa cinque ore al giorno su Instagram. Cioè 35 ore a settimana, 150 ore al mese, 1.825 ore all’anno.

 

Instagram è diventato rapidamente il suo più grande impegno, senza ricompensarla. Il suo account è cresciuto a malapena, anche se si stava impegnando per un lavoro a tempo pieno. Scattare foto fantastiche ha smesso di essere un hobby e qualcosa che le piaceva davvero, e rapidamente è diventato un lavoro ossessivo e consumante. Ma era pietrificata che se non avesse partecipato al gioco Instagram e non avesse “aumentato” il suo livello di contenuti visivi, sarebbe rimasta indietro. È diventata invidiosa e depressa, confrontandosi continuamente con gli altri. Si è convinta di aver solo bisogno di un paio di “Mi piace” in più, qualche altro seguito e qualche altro commento prima che potesse avere lo stesso successo degli altri follower da cui si ispirava. Quindi, invece di allontanarsi da Instagram, ha promesso di lavorare ancora di più. Si è fatta i capelli e ha comprato un nuovo costume da bagno. È tornata a Bali per soggiornare in un famoso hotel della lista dei desideri e tentare di ottenere il massimo delle cascate tropicali. Invece di godersi il lussuoso resort con la sua piscina a sfioro irreale e la spa di classe mondiale, ha dedicato la sua intera giornata a scattare foto che avrebbero stupito su Instagram. Dopo aver esaminato foto e video ripresi per oltre sei ore, si è sentita completamente scoraggiata. Non c’era una foto, o un video, che la soddisfacesse.

 

Presto, non solo ha iniziato a postare meno, ma è rimasta praticamente paralizzato dall’ansia di Instagram. Invece di avventurarsi per esplorare la città in cui si trovava, ha cominciato a chiudersi in una stanza d’albergo e non fare nulla. Si è resa conto di aver dimenticato per cosa stava facendo tutto questo. Aveva venduto casa e quasi tutto ciò che possedeva per viaggiare. Non l’aveva fatto per ottenere attenzione, fama o fortuna e sicuramente non per il tentativo di padroneggiare o superare in astuzia gli algoritmi dei social media. Quindi, si è chiesta: “Come viaggeresti se Instagram non esistesse?”. Se Instagram fosse improvvisamente scomparso e non fosse stata così presa da ottenere gli scatti, gli angoli e i video perfetti, avrebbe davvero vissuto quel momento.

 

Inoltre, era arrivata al punto in cui era nauseata da quanto fosse falso tutto ciò che vedeva sui social media. Le persone che affermano di voler essere “più autentiche” sono le stesse che pubblicano (presumibilmente) foto candide che, in realtà, presentano scatti che sono stati messi in scena in modo aggressivo e hanno impiegato ore, se non giorni, per perfezionarsi. Alcuni influencer sono persino arrivati al punto di prenotare sessioni in appartamenti progettati appositamente per fungere da sfondo elegante per le loro foto (assolutamente non spensierate e disinvolte). Niente di tutto ciò è autentico. Le ragazze che sorridono accanto a piatti della colazione raffermo e non consumati non si godono un pasto. Kashlee lo sapeva, perché era stata una di loro. Le coppie che posano per ore in affollate località turistiche per ottenere un perfetto colpo Instagram non stanno vivendo il tempo della loro vita. Sono sudate, stressate, stanche e completamente cieche rispetto alla cosa di cui stanno cercando di farsi un’idea. Queste foto ci fanno desiderare una vita che semplicemente non esiste. E poi, quando non riusciamo a raggiungerla, ci sentiamo male per noi stessi. Ora Kashlee ha un accordo con se stessa quando si tratta di Instagram. Non ha pubblicato nulla su Instagram da oltre un mese, ma pensa di essere presto pronta a riprovare, ovviamente in maniera diversa. Prima regola: scatti autentici. E ora si gode di più i suoi viaggi.

 

Versione estesa: “I Was Spending 5 Hours A Day On My Instagram Obsession And It Ruined My Life” by Kashlee Kucheran, Huffington Post

Indignato Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, che in queste ultime ore si è visto chiudere tutte le pagine del suo movimento politico su Facebook.

 

“Il social di Zuckerberg ha mostrato il suo vero volto: la Polizia politica del noto social con un blitz ha cercato di colpire la campagna di Forza Nuova contro il governo di estrema sinistra e Bruxelles. Un modo di agire che ha tutta l’aria di essere un atto di repressione del pensiero: chi non la pensa come loro non può usufruire di una piattaforma che ormai, tra l’altro, è utilizzata da milioni di utenti anche per lavoro. Un comportamento questo ancora più grave”.

 

Roberto Fiore senza paura va avanti e promette: “Alla repressione politica di Zuckerberg risponderemo con poi piazza e più presenza sul territorio”.

Venezia è la città capoluogo italiana che ha visto crescere di più, rispetto all’anno precedente, il numero di tweet postati sul profilo ufficiale del Comune. Il dato, lusinghiero, emerge dai risultati preliminari del rapporto “ICity Rate 2018”, che sarà presentato il mese prossimo alla manifestazione ICity Lab di Firenze. Secondo lo studio, infatti, dal Servizio comunicazione istituzionale, visiva e sito web di Ca’ Farsetti, sono stati pubblicati negli ultimi 12 mesi 6.600 tweet, con una media di circa 127 post a settimana. Un primato netto, visto che Bologna, in seconda posizione, si ferma a 4.400 tweet e Palermo, in terza, a 4.000. Praticamente doppiata la Capitale: Roma, che si posiziona al quarto posto, nel corso dell’ultimo anno ha pubblicato 3.500 tweet, che corrispondono a una media di 67,3 a settimana. I “cinguettii” vengono utilizzati a Venezia seguendo una precisa linea editoriale: servono per la cosiddetta “comunicazione d’emergenza”, per informare i cittadini in tempo reale sull’attività dell’Amministrazione comunale, per spiegare il funzionamento dei vari servizi comunali e per consentire di monitorare in real time l’andamento dei flussi turistici da e per il centro storico.

 

Un trend social in ulteriore miglioramento non solo in termini di quantità ma anche di qualità: i dati riguardanti il rapporto dei cittadini con la pagina Facebook istituzionale del Comune di Venezia sono in forte crescita, così come quelli di Twitter (tanto più che in alcuni casi sono scattate denunce da parte dell’Amministrazione per l’utilizzo di profili falsi che si spacciavano per il Comune di Venezia). “Ma l’approccio ‘smart’ si riverbera anche sui servizi all’utenza – dichiara il consigliere delegato all’Innovazione, Luca Battistella – Negli ultimi mesi l’Amministrazione comunale ha impresso una forte accelerazione in fatto di digitalizzazione e interattività”. Per esempio è stata lanciata la piattaforma multicanale “DiMe”, che mira a diventare il principale punto d’accesso ai servizi pubblici della città in modalità “self-service” da smartphone, tablet, computer e – successivamente – anche con canale telefonico attraverso numero unico. Con questo innovativo sistema si può fruire direttamente di tutti i servizi in maniera integrata e semplice, senza problemi di file, orari e spostamenti. Altro esempio di innovazione, nell’ambito del Pon Metro, è il CzRM, Citizen Relationship Management, un sistema di gestione delle relazioni con gli utenti multicanale e multipiattaforma a livello metropolitano.

 

 

Allargando lo sguardo “social” al resto d’Italia, in base all’indagine di Fpa, che ha preso in esame 107 capoluoghi del Belpaese, Roma, Milano e Torino primeggiano per numero di fan o follower (sia su Facebook che su Twitter), mentre Firenze spicca per il numero di seguaci in rapporto al numero di abitanti. Il capoluogo della Toscana su Twitter è seguìto da circa un quarto della popolazione (24,6%), mentre su Facebook Verbania, Crotone e Pesaro hanno un seguito, rispettivamente, del 41,5%, 36,9% e 34,5%. Napoli, Cesena e Monza sono invece le città più attive su YouTube nell’ultimo anno. In generale il social media più amato dalle città è ancora Facebook, scelto come canale di comunicazione da 82 comuni capoluogo (tre in meno rispetto al 2017). Seguono Twitter con 79 città presenti (73 lo scorso anno), YouTube con 71 (67 nella precedente rilevazione) e Instagram con 26 (in crescita rispetto ai 21 del 2017). Stabile, invece, l’uso di Google+ (15), mentre cala la presenza delle città su Flickr (da 15 a 13) e su Pinterest (da 5 a 4). Ci sono infine alcuni comuni che hanno sperimentato canali inediti, come WhatsApp (Reggio Emilia, Bologna, Rimini, Siracusa e Ancona) e LinkedIn (Roma Capitale e Pavia).

Insulti, umiliazioni, violenze: il bullismo e la sua versione cibernetica, tramite chat, web e social, è sempre più presente in Veneto, nell’esperienza di vita di bambini, ragazzi, adolescenti e giovani. La Giunta regionale del Veneto, su proposta dell’assessore al Sociale, istituisce un tavolo istituzionale per studiare il problema e soprattutto per coordinare le diverse istituzioni coinvolte: scuola, enti locali, Ulss e servizi, ordine pubblico e sicurezza, associazioni.

 

“I casi di cronaca si intensificano – dichiara l’assessore al Sociale – e il più delle volte colgono impreparati educatori, famiglie, istituzioni. La Regione Veneto si è data una norma ad hoc, con il collegato alla legge di stabilità 2018, per prevenire e contrastare il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo. La nomina del tavolo istituzionale rappresenta il primo passo per individuare strategie e interventi, come prevede appunto la legge veneta, che aiutino a prevenire, a educare al rispetto dell’altro e assicurino a tutti i bambini e ragazzi il diritto di crescere e di essere se stessi, senza il rischio di subire condizionamenti e vessazioni da parte compagni violenti”.

 

Il tavolo regionale, che sarà coordinato dall’assessore al sociale o da un suo delegato, vedrà la partecipazione del garante regionale peri diritti alla persona e dei rappresentanti di Corecom, Ufficio scolastico regionale, Direzioni regionali al sociale, alla scuola e alla prevenzione, Ulss, Prefetture, Questure Anci, Tribunali per i minorenni, Carabinieri, Polizia postale, terzo settore, cooperative sociali e volontariato, nonché del Centro per i diritti umani dell’Università di Padova.

 

I componenti nominati opereranno a titolo gratuito e sono chiamati a suggerire alle Ulss le iniziative sperimentali da mettere in campo a protezione dei minori e a sostegno delle famiglie.

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