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Tre Gambe Charles

Charles aveva poggiato il suo umido tartufo contro il vetro lucido e splendente di un padiglione della fiera. Aveva un occhio azzurro e uno marrone. Sembrava un cane dentro l'altro, un'anima doppia e impenetrabile. Charles

Charles aveva poggiato il suo umido tartufo contro il vetro lucido e splendente di un padiglione della fiera. Aveva un occhio azzurro e uno marrone. Sembrava un cane dentro l’altro, un’anima doppia e impenetrabile. Charles non era niente più che un vecchio bastardo su quattro zampe malandate.

 

Il freddo, cane, era solo un modo di dire, un’espressione comune che gli umani usavano in modo inappropriato assieme a mille altre. Charles non lo era mai stato, freddo, ma sapeva bene che presto
ci sarebbe stata una prima volta.
Metà gennaio. Un altro anno inutile comparso a prendersi la scena. Due gradi, ma poteva andare peggio. Lo sguardo fisso che scrutava dentro il velo di nebbia creato dalla frequenza corta dello stesso suo respiro.

 

Charles osservava i suoi simili come vittima d’incanto. Non poteva smettere, perché non riusciva mai a comprenderli del tutto. Erano così limitati, ciechi, indifferenti. Tutti quanti, dannazione. Capaci di vendersi come puttane da due soldi su una superstrada male illuminata per un pasto garantito e nulla più di quello. Niente morsi della fame e muso basso a frugar nell’immondizia, si certo, un bel vantaggio, la vita nient’altro che un affare facile facile da portare a compimento. Ma era pur sempre una mera questione di pancia e di grasso, di digestione e di merda.

 

Ingiustificabili ai suoi occhi. Dal primo all’ultimo su ‘sto fottutissimo pianeta. Perché fate cosi, non lo capite, la dignità, dove sta la vostra dignità, ragazzi?! C’era questo cane bianco e nero, il pelo curatissimo e la muscolatura ben definita sotto il manto appena spazzolato, che correva, correva, correva…e poi saltava, saltava e poi correva e poi saltava di nuovo, seguendo, come avesse appena visto la versione canina di Cristo, la mano grassa del padrone. La sinistra, già, perché l’altra era stretta attorno al cuore, impazzito e ansante sotto quei centotrenta chili di rosa informe e solo quello.

 

PERCORSO NETTO. JOY PALLA DI NEVE. PERCORSO NETTO.
E il padrone, ingurgitava pasticche aprendo freneticamente caselle di blister massacrati, e JOY PALLA DI NEVE lo fissava dal basso con lo sguardo di chi s’aspettava assoluzione, resurrezione e beatificazione, tutte in un istante solo, magari racchiuse nella visione angelica d’un biscotto a forma d’osso.

 

Non ti sembra che tutto ciò sia alquanto riduttivo?! Ehy, JOY PALLA DI NEVE, dico a te, brutto stronzo, che ti fai massaggiare la cute due o tre volte al giorno e che le zampe dietro non ti pesano perché t’alimenti bene. Dico a te che una cagnetta avresti ancora la forza di pompartela !!! CHE POI, JOY PALLA DI NEVE UN CAZZO!!! Sei bianco e nero, che senso ha un nome così, ne ha meno, molto meno di te, che già ne hai cosi poco…

 

Charles s’incazzava e non avrebbe dovuto perché tredici erano un bel fardello da portare sulle spalle. Dicono che si debba moltiplicare per sette e allora Charles sarebbe stato quasi un centenario, non fosse che di paragonarsi agli umani, a Charles non gliene era mai fregato niente. In ogni caso il respiro aveva accelerato ed era come una clessidra col foro di colpo reso largo dal calore. E il vetro era appannato per metà, e c’era un inserviente, secco e rachitico già morto, smarrito in un grembiule troppo grande che lo minacciava con la scopa.

 

L’occhio azzurro.
Ti resta poco Charles, ti resta poco. Risparmia il fiato, che magari a quindici, a fatica, c’arriviamo. L’occhio marrone. Ah beh, che gran traguardo. E i vantaggi, esattamente, sapresti riassumermeli, qui, sul posto? C’era quest’altro cane, bianco e…e…bianco e niente, nudo, il pelo, dove presente, curatissimo, tutto rasato ad altezza uguale che sembrava un bellissimo giardino. Se ne stava fermo, immobile, sul trespolo, come una roccia millenaria. E la padrona era oscena, un quadrato, 140×140, con le braccine butterate che non gli si richiudevano sul corpo per la mole di adipe lì a far da cuscinetto.

 

Aveva capelli radi che ad ogni movimento della boccia volavano via e finivano nel niente, tonnellate di rossetto dozzinale posato su quei canotti immondi con la stessa cura con la quale si distribuiva la sbobba ai carcerati. “Il rimmel” urlava, la voce stridula e l’isteria dovunque come fosse peste e il mondo fuori il ‘350, “il rimmel, JANE DAL PELO FLUENTE, fatti mettere il rimmel su quegli occhietti vispi”.

 

Poi ancora. “Il fon, JANE DAL PELO FLUENTE, fatti pettinare quei cespuglietti tutti disordinati”. Una maledetta escalation. Orribile. “E ora il balsamo, il talco, il botox, le labbra vaginali, lo sbiancamento anale, JANE DAL PELO FLUENTEEEEEEEE!!!” strillava come vittima d’evidente possessione. Era un tenore prossimo ad accasciarsi lì sul palco, il gran finale a poche note di distanza. Ma un quadrato per definizione non può mai cadere al suolo e perciò restò lì, di colpo vuota e catatonica, la bava che le scorreva ai lati del volto, gli occhi rivoltati, il bianco fuori e le iridi soltanto un ricordo lontanissimo.

 

CAMPIONE DI BELLEZZA 2014. JANE DAL PELO FLUENTE, CAMPIONE DI BELLEZZA.
Dio santo, sia maledetto il giorno che m’hai fatto cane… Charles ansimava contro il vetro, sofferente, disperato per la deriva morale presa da una certa parte della propria specie. Una zampa su quella superficie liscia, poteva sembrare un gesto dolce, o d’invidia, qualcosa tipo “ehy, ragazzi, quanto desidererei essere lì con voi”, volere una cosa ardentemente, stendere il braccio o la zampa per afferrarla e poi non riuscire mai a toccarla, illusione, lontano miraggio, e invece no. Niente di tutto questo. Perché Charles era vecchio, debole, malconcio, ed il fingersi indurito, dal tempo, dal freddo e dalla fame, non gli impediva affatto di chiedere aiuto a quel vetro. Di servirsene come fosse un maledettissimo bastone.

 

Solo che JANE DAL PELO FLUENTE, scesa nel frattempo dal suo podio, era troppo stupida per capire, per vedere, cieca come doveva essere per forza. Notandolo lì, accasciato su quella vetrata, lo credette un fan in attesa da un tempo troppo lungo. “Uno di quei segaioli”, pensò fra sé e sé, “eccone un altro, chissà che gesti orribili compiuti su tutte le mie foto. Meglio non pensarci, meglio dargli ciò che vuole e girate i tacchi in fretta…”. Lo raggiunse in pochi istanti. “Ehy” disse JANE DAL PELO FLUENTE con tono civettuolo, “un autografo dalla campionessa, vero?”

 

Dovete sapere che il vetro era molto spesso, Charles vecchio e un po’ duro d’orecchi, e beh insomma, per farla breve, non sentiva un cazzo. Le disse: “COOOOME??!! No, no, niente sto solo riposando, JANE DAL PELO FLUENTE, guarda là, la tua padrona ti sta già richiamando” “Ooooh insomma lo vuoi o no questo autografo, vecchio catorcio!!! Parla chiaro e fa in fretta, che il mio tempo corrisponde a gran  denaro.”


Silenzio.

 

“ALLORAAAA?!!!”
Silenzio.
A quel punto, JANE DAL PELO FLUENTE con fare sdegnato si girò mettendo in mostra il suo culetto perfettamente curato. E Charles non poté fare a meno di notare che JANE, DAL PELO FLUENTE, era un altro nome, così maledettamente, incredibilmente, stupido e privo di senso.

 

Charles era lì, attaccato al vetro, a riflettere su cose come il degrado, la decadenza e l’aridità di molti cuori e troppe menti, e si sforzava di morire, Charles, ci si sforzava proprio tanto, ma quella vocazione, quell’etichetta, quell’essere un predestinato al fallimento, dannato fuoriclasse, non era una cosa facile da scrollarsi di dosso. E perciò Charles prese il suo mucchietto d’ossa e niente altro, girò lo sguardo e cominciò a camminare senza una meta ben precisa.

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