L'editoriale del direttoreSlide-main

Ti racconto la mia storia, mi racconti la tua?

3 minuti di lettura

Siamo in tante, troppe, ad aver subito tentativi di violenza, violenze vere e proprie, abusi psicologici, prevaricazioni nella vita e nel lavoro. Per quanto mi riguarda, il mestiere di giornalista femmina mi ha portata a vivere situazioni paradossali, a difendermi spesso e volentieri. Perché… se vuoi arrivare la devi “dare”? Anche no.

Non succede sempre, ma succede più spesso di quanto si creda. Da colui che mi ha detto, quando avevo 18 anni, “vuoi scrivere di sport? Le donne scriveranno di sport quando metteranno la f… in formaldeide”. O quello che voleva portarmi nel gotha dello sport internazionale dove lavorava a patto che “andassi con lui”. Non a fare un giro.

Ho sempre detto di no. E il mio no parte da molto, molto lontano. Non che sarebbe andata diversamente, ma ho imparato a mie spese cosa significhi dare fiducia alle persone sbagliate.

Il mio no parte da un paio di pantaloni attillati di raso color giallo ocra, dai miei 16 anni, dalla mia ingenua convinzione che gli amici mai ti farebbero del male. Da quel vestito, panna, con la gonna a ruota, per cui avevo tormentato mia madre per mesi.

E che poi non ho indossato mai più.

Era l’estate del 1978. Tutti d’accordo per trovarsi, la sera, al falò sulla spiaggia. Il fratello di un’amica estiva mi chiede “vuoi che andiamo insieme?”. Mi sembrava scortese dire di no. Tanto poi ci saremmo trovati tutti lì.

Lì dove non sono mai arrivata. Perché mi sono ritrovata con la testa sotto una sedia a sdraio, una mano alla gola, la gonna del vestito alzata.

Immobile.

Incapace di reagire. Io, che giocavo a pallavolo. Io, che la mattina andavo a correre sulla sabbia bagnata con le scarpe da ginnastica per allenare le gambe. Io, che mi sono vista passare davanti il volto del mio fratellino, di mio papà e di mia mamma.

Io, che guardavo la scena sottostante dall’alto. Come se distesa sulla sabbia ci fosse un’altra persona.

Si chiama freezing reaction, ma questo l’ho saputo anni dopo.

In sintesi, di fronte a una minaccia o a un pericolo imminente, la paura può spingerci a immobilizzarci. Non è una reazione fisica – spiegano gli psicologi – bensì determinata dalla nostra mente e si innesca quando bloccarsi sembra essere l’unica opzione possibile, quando si è di fronte a una situazione in cui non si riesce ad affrontare la minaccia né a fuggire da essa.

Alla fine, mi ha pure riassettato il vestito e mi ha portata a mangiare un gelato. Lo zombie che ero si è seduto al tavolo. Mi sono trovata davanti un “banana split”. Gelato che non mi è mai piaciuto. Ho cominciato a mangiarlo.

Ed è a quel punto che è arrivato un amico vero, venuto a cercarmi perché non ero ancora arrivata. Mi ha vista dal vetro della gelateria. In un secondo ha capito tutto, o forse è stato il mio vestito pieno di sangue, chissà…

Il fratello della mia amica ha ammiccato verso di me. Il mio amico lo ha preso per la collottola e lo ha buttato fuori. Ricordo il suo viso stravolto. Poi ha cercato una ragazza che ospitavamo per le vacanze. Insieme mi hanno portata a casa, mi hanno pulita, hanno lavato il vestito.

Io non ero lì. Lì c’era un automa. Col senno di poi comprendo come “non mi volessi svegliare” da quell’incubo.

Gli amici ti salvano la vita. In compagnia eravamo una quarantina. La sera stessa, lo sapevano tutti. Dal giorno dopo, avevo letteralmente un cordone umano a proteggermi. Un paio dei miei angeli custodi giocavano a rugby. Il lui di quella sera ha provato più volte ad avvicinarmi. Mi hanno detto poi che aveva sniffato. Quindi era incapace di intendere e volere?

Quello che so, è che ci ho messo 23 anni a fare pace con me stessa.

Perché era colpa mia.

Che non avevo reagito, che non mi ero difesa, che non avevo denunciato. Ma il mio pensiero principe era il mio papà. Che sarebbe andato in galera senza passare dal via.

E mi sono tenuta questo segreto dentro a dilaniarmi l’anima. Se un uomo si avvicinava e mi toccava un braccio, saltavo.

Finché una persona a me molto cara, un uomo, mi ha riportata all’età di 40 anni sul luogo del delitto. Di notte. Mi ha detto solo “fai pace con te stessa, non è stata colpa tua”.

Credo di aver pianto le lacrime di alcuni decenni.

Ma finalmente ho alzato la testa e mi sono perdonata.

Non è stato facile scrivere queste righe. Ma l’epoca del silenzio è finita.

Per questo, invito chi voglia raccontarmi la sua storia, in totale anonimato, a scrivermi a [email protected].

Non è solo il 25 novembre.

È tutti i giorni. E tutti i giorni, se vorrete, racconteremo una storia. È un azzardo, lo so. Magari nessuna vorrà scrivermi. Non importa. Io continuerò questa nostra battaglia, insieme a una redazione con donne e uomini sensibili.

Grazie.

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