Rosso d'Inverno

Senza fare rumore

5 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Mio padre aveva quella strana idea, che non si dovesse pensare troppo. Agiva sempre d’impulso, la sua figura solida addentava prepotente la vita, il suo spirito sottile si insinuava tra le piaghe della quotidianità, e così rifuggiva alla noia. Mio padre era uno scrittore, ma in tutta la sua vita non aveva mai pensato a nient’altro che non fosse il suo nome. Ogni tanto se lo ripeteva ad alta voce. Per non dimenticarsi chi fosse. Eppure, c’erano così tante altre cose per cui chiunque avrebbe perso la testa: le bollette del gas, la polizza dell’automobile, la retta dell’asilo nido. E poi la mamma; scavalcati gli ottanta con uno slancio da ostacolista incallita, adesso cominciava a mostrare i primi segnali di cedimento, e la sua salute precaria teneva in subbuglio la mente alla sera, nonostante le palpebre pesanti dopo una giornata di lavoro. Di notte, si risvegliava audace l’inconscio, e sussurrava perfido alle porte del cuore. Il respiro greve, il petto che sobbalzava. E l’incubo immancabilmente riusciva a ridestare dal sonno persino l’animo più fiacco.

Eppure mio padre diceva che quello non era pensare, quello era vivere una vita non tua. Pensare al conto corrente, era vivere la vita dell’imprenditore che si preoccupava di arricchirsi, uscire di casa al mattino rimuginando sulle tazze della colazione che tuttavia giacevano assopite nell’acquaio, era far propria una preoccupazione che solo una domestica, che per questo riceveva uno stipendio, avrebbe potuto mostrare.

E quando un pensiero superfluo diventava ossessivo, asfissiante, totalizzante, quando teneva impegnata la mente con la sua presenza opprimente, occupando il tempo destinato a far sì che il proprio talento, la propria vocazione, dessero i loro frutti nel mondo, a quel punto il pensiero non era pensiero, bensì un’intera esistenza.

Il pensiero era tale solo quando sussurrava negli androni della scatola cranica, bussava al portone dell’anima, un colpo di nocche, poi due. E se non ascoltato, se ne volava via.
Un pensiero che apparteneva ad un passato remoto, e che ciononostante riusciva a penetrare nella pompa cardiaca, avvelenando le arterie col suo odore ammuffito e stantio, che arrestava la corsa del sangue arrugginendo le vene, ecco, quello non era un semplice pensiero. Era una vita che si annientava suo malgrado, per dare spazio al serpente della coscienza, che non eravamo stati in grado di trattenere in gabbia.

A mio padre, bastava solo ricordarsi chi fosse, ogni giorno. Nient’altro. Solo così si poteva smettere di pensare, per cominciare a vivere. Lo sentivo al mattino, mentre in piedi aspettavo impaziente davanti alla porta del bagno, le gambe incrociate, flesse e frementi le ginocchia fragili che scuotevano il mio corpicino. Le mani sulla pancia per trattenermi.

Papà, hai finito? Mi scappa.
Un minuto soltanto. Riesci a resistere?
Sapeva amarsi. Sapeva volersi bene. Indovinavo la sua figura importante proprio al di là della porta, il petto in fuori, fiero davanti allo specchio del lavandino. Si alzava molto presto al mattino, con cura lasciava correre il rasoio sulla pelle del viso. E poi il dopobarba. Doveva usarne veramente moltissimo. Persino le pareti sembravano impregnarsi di quella fragranza che ogni volta mi pizzicava il naso riuscendo immancabilmente a strapparmi uno starnuto.
Rammentava a se stesso chi era stato, chi era diventato, che cosa lo aveva spinto su quella strada. La sua, era un’ambizione semplice. Comporre poesie, racconti, romanzi. Ma niente di troppo serio. Profondo. Ma leggero. Quello doveva essere il suo unico obiettivo, e in funzione di quello doveva vivere. La vita, con i suoi mille crucci, non era mai riuscita a distrarlo.

E tu che scrivi, non pensi?
Io non penso. Rifletto. Medito semmai.
Non gli pesava la vita. Mio padre osservava le piccole cose, che poi, con le sue parole, sulla carta diventavano grandi. Avevo solo dieci anni, allora, ma non mi ero mai persa neppure una pagina fra tutte quelle che pubblicava. E prima di darle alle stampe, mio padre le faceva leggere a me. A me. E non alla mamma, che a suo dire di queste cose non c’aveva mai capito niente. Non erano mai andati molto d’accordo. Il papà si sentiva incompreso. Ben presto le loro strade si erano separate, e io saltavo da una casa all’altra ogni fine settimana. Come una pallina da tennis rimbalzavo nel campo avversario, e guai a non riceverla. Il giudice era stato chiarissimo: era compito di entrambi educarmi e crescermi. Un po’ ciascuno. Esattamente a metà.

Non riuscivo a capire da dove gli provenisse tutta quella ispirazione. Aveva spesso lo sguardo perso, ma poi mi tuffavo nei suoi occhi, e non affondavo mai. Nelle sue pupille scintillava una luce, come un faro nella notte. Le iridi erano un laghetto tranquillo. Un mare leggerissimo. Nessun baratro in cui precipitare.

Scrutavo la sua espressione serena, quando mi prendeva per mano, e mi trascinava lungo i viali alberati, lontano dalle urla di una città ferita, fiaccata dalle piaghe di una civiltà inquieta.
Spesso passeggiavamo nel parco, a pochi isolati da casa. Il suo cappotto si faceva accarezzare dal vento, audaci le sue scarpe di pelle solleticavano piccole aiuole in rovina. Quasi sembrava una città fantasma. Dimenticata dai suoi stessi abitanti che eppure in quei luoghi trascorrevano ogni singolo giorno.

Sedevamo su una panchina. Puntuale mio padre estraeva, dalla tasca interna del cappotto, il sacchetto col tabacco. Con una precisione maniacale, quasi scientifica, si preparava la sua sigaretta, se l’accendeva in tutta calma, e lentamente aspirava, con le palpebre che appena si sfioravano l’un l’altra. Da quella fessura spiava i serpentelli di fumo guizzare nell’aria, rincorrersi, ora piano, ora più forte, seguendo il ritmo del vento. Poi, dal davanzale grigio delle nuvole, si affacciava talvolta timido il sole. La sua luce bagnava il volto di mio padre, cingeva i fianchi pronunciati dei suoi zigomi.

Mio padre spegneva la sigaretta, quasi sempre a metà, e la gettava a terra. Non ne accendeva mai una seconda, fino al giorno successivo.
Poi guardava lontano, ma nessun pensiero gli scorreva mai per la mente. Aveva una sfumatura così negativa, quella parola pesante e greve, che non rendeva giustizia alle idee che si rincorrevano nella sua testa. Potrei dire, a buon diritto, che mio padre non pensava come pensano gli uomini schiacciati dalla vita. I suoi, erano sogni. Solo quello che entrava nel completo della sua vita, che lo calzava a pennello, era degno di penetrare nel suo animo, di prendere forma e colore.

Negli anni, sono tornata spesso al laghetto dove mio padre mi conduceva nelle giornate d’inverno. Quando non c’era nessuno. Quando la sua voce poteva vagare lontano indisturbata. In quell’immenso parco dimenticato. Cuore – non più pulsante – di una città triste.
Un velo di ghiaccio solleticava la superficie dell’acqua. Ma era troppo sottile per attraversarla con i pattini. Mi limitavo ad avvicinarmi al bordo e a graffiare con le unghie la lastra cristallina.

Poi d’estate tornavamo. Facevamo a chi lanciava i sassi più lontano. Io ero bravissima. Vincevo quasi sempre. Mio padre però sapeva farli affondare senza fare rumore, senza creare schizzi, ma solo aloni giganti nell’acqua.
Un pensiero, non importa scagliarlo lontano. Non serve liberarsene con violenza. Può anche starti vicino. Basta solo che tu, con leggerezza, non gli permetta di fare rumore.

Articoli correlati
Rosso d'InvernoSlide-main

Com'era in principio

6 minuti di lettura
Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato…
Rosso d'InvernoSlide-main

La musica, il ricordo

6 minuti di lettura
Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato…
Rosso d'InvernoSlide-main

Milano, leggera

5 minuti di lettura
Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato…