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Scelte politiche

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Non meraviglia che Letta abbia sostanzialmente abbandonato la contesa elettorale rinunciando al progetto del campo largo, visto che le finalità del Pd – da vario tempo – non si riconoscono nella difesa di princìpi politici identitari, ma nella salvaguardia di un “sistema” nazionale e internazionale che dà centralità governativa a determinati obiettivi finanziari e assicura nel contempo al partito un ruolo europeo nella gestione del potere.

L’esperienza però ci dice che gli obiettivi di questo “sistema” creano benefici concentrati e temporanei, per poi scaricare le loro insufficienze sui cittadini, mentre i decisori mantengono incarichi e voce pur avendo contribuito a raggiungere un indebitamento mondiale di 300 mila miliardi di dollari, il cui rimborso è ancorato alla collettività e non ai titolari dei singoli debiti.

E così abbiamo affrontato varie crisi come i subprime o i debiti sovrani, e ora dobbiamo subire un violento incremento dei costi energetici determinato non dalla guerra ucraina, ma dai forti aumenti produttivi di Cina e India assolutamente precedenti a qualsiasi infausto avvenimento.

Le conseguenze di questi aumenti erano del tutto prevedibili, ma il “sistema” non ha saputo o voluto reagire in tempo, così come ha sottovalutato un’inflazione che sta strozzando i cittadini, e le scuse della Lagarde (Bce) per la sua imprevidenza sono inaccettabili; ricordo anche le presuntuose dichiarazioni per il rifiuto del pagamento del gas russo in rubli e il successivo inevitabile ripiego sulle volontà altrui.

Questi sono alcuni dei traguardi del “sistema” che ci governa e che ammalia il Pd.

E ci lamentiamo dei costi del gas, ma non vengono mai ricordate né le decisioni che ci hanno portato a un assoluto appiattimento sugli approvvigionamenti russi, né i motivi della determinazione del prezzo, che viene fissato da un indice finanziario del mercato spot più funzionale agli interessi degli speculatori, che alle convenienze dei consumatori.  

Le contraddizioni esplodono poi nella ricaduta sulla politica italiana, dove in ossequio alla crescita del PIL, in più di trent’anni le retribuzioni sono diminuite del 2,9%, mentre in Germania e Francia sono aumentate del 31 e 33%, dimostrando così che questo benedetto PIL può crescere assieme a loro.

Ma da noi non si traggono conclusioni e si continua a gestire sfacciatamente il Paese nell’assoluta indifferenza per le urgenze sociali, tant’è che uno degli ultimi decreto aiuti aumenta di solo 7,11 euro mensili retribuzioni nette di 744,00: non è nemmeno un’elemosina e le lamentele del M5S sull’argomento mi sembrano del tutto condivisibili, perché la morsa che continua a stringere il Paese è il continuo impoverimento delle fasce più deboli della popolazione.

Diversa la situazione del settore imprenditoriale che se in questi anni avesse investito in impianti voltaici ora potrebbe addirittura vendere con un buon profitto elettricità, ma le sovvenzioni pubbliche, furiosamente richieste, sono meno costose e rischiose degli investimenti, soprattutto se un governo è disponibile a non lesinare risorse.

Richieste e risposte segnano quindi l’insufficienza politica della gestione del Paese, che vede anche taxisti e bagnini prevalere sulle dichiarate intenzioni del governo di promuovere la concorrenza, pilastro portante di qualsiasi politica liberale da tempo però divelto dai nostri orizzonti pubblici.

È una situazione non complessa ma insostenibile, e non credo che Draghi, con tutta la sua capacità, preparazione e i suoi incarichi possa essere ritenuto estraneo a inciampi che coinvolgono autorità politiche, economiche, finanziarie, monetarie, Fed e Bce.

                                          Luigi Giovannini

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