Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Per prima cosa, devo confessare di non essere un gran corridore.
In secondo luogo, devo fare una distinzione: ci sono i ciclisti della domenica, quelli che divorano decine e decine di chilometri tutti aggrovigliati come api a sciamare sull’asfalto e, di contro, ci sono io, il ciclista della settimana, quello che ogni pomeriggio feriale fa, in solitaria, il Giro di Scardacucco1, che complessivamente non supera i dieci chilometri.
Ne ero certo! Non sapevate che c’è il Giro d’Italia, il Giro di Sicilia e che c’è altresì il Giro di Scardacucco?
Il tracciato comprende anche, e soprattutto, la Forestale di Mangiagesso2.
Entro da Sud, dal lato del mare, in vista della ridente cittadina di Scicli, ed esco a Nord, vicino al maneggio dei cavalli.
La forestale di Mangiagesso è come un paradigma della psiche umana. Puoi scendere nel profondo del bosco e frugare negli oscuri meandri della mente. Ogni foglia si può trasformare in un papiro della tua anima, su cui leggere enigmi irrisolti e angosce antiche o scriverci elenchi infiniti di sogni ancestrali non ancora sognati o desideri non ancora appagati.
Come al solito, fermo la bici nella vallata più profonda del bosco, sfilo i guanti, slaccio il casco, prendo la borraccia, e vado a sedere sulla mia pietraia prediletta a ridosso del sentiero.
Il sole si diverte a dipingere giochi di luce dalla calda tavolozza del tramonto e accarezza con la pennellata di fuoco i dirupi scoscesi del terreno, ricamando con orditi dorati il tappeto bruno di aghifoglie, interrotto qua e là da massi rocciosi grigi e stanchi d’inedia.
Qui, lo sterrato ciclabile diventa un serpente smarrito, che non si vede più da dove venga, né si sa dove vada.
Significa che sono intrappolato nel bel mezzo di un piccolo paradiso, dal quale non vorrei mai essere cacciato.
In questo eden fatto di silenziosa accoglienza da parte di piante, uccelli, insetti, nuvole e brandelli di cielo, posso riconoscere che io sono io e vado bene così come sono, senza dovermi omologare o asservire ad alcuno o fare a gomitate per guadagnarmi il diritto di vivere.
Chi mi ha fatto così, mi ama così.
Me lo conferma anche la leggera brezza che fa sussurrare le fronde, come a riprendere il discorso interrotto ieri, un discorso misterioso che viene da lontano, quasi da un altrove, e l’erba che umile si inchina al vento.
E lo stesso fanno le formiche volanti dopo la recente pioggia, come tanti piccoli droni in perlustrazione. Me lo dicono i vari richiami di uccelli timidi, che preferiscono tenersi dietro le quinte.
Me lo ripete in modo più chiaro questa lucertola color terra che ardisce passeggiare sul mio piede, vuoi perché lo considera una particella qualsiasi del bosco, vuoi perché, nobilmente, mi fa il dono di non considerarmi un nemico da temere.
Il mio occhio tuttavia non si ferma a fondovalle, confinato entro le cime zigrinate dei pini.
Al di là di questa “siepe” mi figuro il Pianeta, con tutte le sue strabilianti forme di vita, e su su ancora l’Universo, con tutte le sue sfere da giocoliere lanciate nel vuoto da miriadi di Soli, con orbite ordinate e regolari…
A questo punto, devo confessare anche un’altra cosa che mi accade spesso: vaghi pensieri scorrazzano indisturbati per le contrade della mia mente, con una facilità e una libertà disarmanti, quasi a rasentare la puerilità delle fantasticherie ingenue di un bambino, quando si inventa un interlocutore che non c’è.
Non so se a voi capita mai. A me sì, e proprio adesso un folletto o un demone o uno spiritello (non so che nome dare a questa voce) vedendomi così arrendevole e accondiscendente alle scorribande di chicchessia nella sconfinata pianura della mia mente quasi vuota e annoiata, mi interpella con prepotenza e mi fa:
“Che hai da guardare con quell’aria saputella e scontata, come di chi non si meraviglia più di nulla? E magari tutto questo frascame ti sembra solo un groviglio disordinato di rami o un residuo selvaggio dell’evoluzione!”.
E incalza: “Tu che non manchi di essere anche un po’ saccente e superbo per la tua presunta intelligenza, raccogli questa sfida:
In qualità di soggetto pensante, prova a pensare tu un Universo alternativo, con un sistema di leggi stabili ed organiche, valide per il microcosmo e il macrocosmo.
Pensa soltanto, non dico progetta e men che mai realizza, ma semplicemente immagina di poter disegnare un Mondo, dove ci siano “cose” dalle forme più varie, esseri viventi originali, regole di funzionamento per ogni elemento, magari dirette verso uno scopo finale comune.
Ma attenzione: non puoi COPIARE NULLA DAL MONDO ESISTENTE, nulla di ciò che già esiste intorno a te.
Il che significa: una cosa chiamata luce, che non sia la luce che conosci.
Una cosa chiamata Tempo e Spazio che non siano le coordinate in cui tutto questo Universo è inscritto.
Una cosa chiamata vita, col suo nascere, crescere e morire.
Una cosa chiamata acqua, aria, fuoco, terra, ma di altra consistenza e natura.
E anche una cosa come la cellula, l’atomo, gli elettroni, i quark, le onde gamma o, se vuoi, una cosa come l’ape che riconosce sempre la strada di casa, o come la formica che trascina fino a cinquanta volte il proprio peso.
Per non parlare di immaginare esseri simili agli uomini, ma che non siano gli uomini che sai, cioè persone capaci di volontà e libertà, capaci di riconoscere la Bellezza (già, dovresti inventare anche quella!).
Persone capaci di amare… toh, guarda! Ora che mi viene in mente, dovresti anche inventarti l’Amore e tutto ciò che ne deriva…”
Poi conclude, un po’ impietosito dal mio visibile smarrimento: “Di quanti “giorni” di creazione avresti bisogno solo per immaginare un Universo inventato da te di sana pianta?”
Me ne sto zitto, bevo un sorso d’acqua, infilo i guanti, indosso il casco e rimonto in sella.
Sulla via del ritorno, la bici continua a far crepitare gli aghi di pino adagiati sul terreno, all’avanzare mogio mogio delle ruote, come un violoncello che suona sommessamente note basse.
Incontro innumerevoli scarafaggi e millepiedi, compagni di strada ancora più lenti di me (quelli he io non avrei saputo mai reinventare in forme diverse) e che con ancor più rispetto e ammirazione evito di schiacciare.
Come un chiodo fisso, ancora mi rimugina nella mente quell’impertinente spiritello che mi ha sfidato a riprogettare le meraviglie vicine e lontane che mi circondano.
Però, ora che ci penso, nemmeno il caro mio spiritello forse sa che ciò che è stupefacente non è tanto la spettacolarità del Creato nella sua bellezza o l’armonia e la multiforme proliferazione della vita.
Ciò che è più incredibile ancora (lo dice Tommaso d’Aquino) è che, invece che esserci NIENTE, NULLA… ecco il miracolo: qualcosa È, ESISTE! E questo io lo so pensare, lo so immaginare, indipendentemente dal dover precisare le modalità specifiche di questo ESSERE!
Ora che mi sembra di aver fatto pari con quella vocina impertinente, mi sento più pacificato.
Smetto i ragionamenti e allora la valle si fa culla, con il canto degli uccelli che mi riporta al cigolio di quella mia di tanti secoli fa, dove qualcuno che mi amava, mi dondolava, canticchiando una nenia.
Come vola il tempo dei pensieri leggeri e giocosi come farfalle! Mi accorgo d’un tratto che la bici arranca già sull’ultima salita sotto i pini antichi, che fanno da sentinella al cancello nord della forestale, quello che mai vorrebbe vedermi andar via.
Il mio itinerarium mentis volge al termine ma, grazie alla provocazione del mio iperbolico demone, posso dire di portarmi a casa, sotto il casco traforato, una consapevolezza più chiara e distinta e, dentro il gilet catarifrangente, un canto d’amore a voci polifoniche.
Prima di scivolare sull’asfalto, verso le case degli uomini, mi rammarico della fugacità del tempo della gioia e, con gli occhi lucidi alzo lo sguardo, a mo’ di saluto, verso le aguzze fronde ondeggianti, a scrutare là dove annega ogni limite.
E così, mentre lamelle residue di sole allungano la mia ombra sullo sterrato, alla gola mi si annoda un groppo, che nessun folletto oserebbe mistificare e che si scioglie piano, insieme al fiatone, in una “cosa” chiamata preghiera che, tradotta in parole, suonerebbe pressappoco così:
“Non lasciarmi passare inosservato. Accorgiti di me. Guardami, parlami, amami. Sono io, Giovanni, quello con la bicicletta”.
1 Toponimo di una contrada presso Modica
2 Area boschiva attrezzata
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