Rosso d'Inverno

Passi leggeri

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Mi sveglio.
Resta nella testa un’ immagine. È un sogno nitidissimo fatto solo di una visione chiara e di rumori. Vedo le mie scarpe, quelle consunte dalle tante camminate, con le punte all’insù, i colori sbiaditi e l’imbottitura logora vicino alla caviglia. Sono scarpe leggere, rese comode dall’uso, scarpe che si sono adattate ai piedi.

Oltre alla scarpe, nel sogno, ci sono anch’io che sto apprezzando la semplicità del gesto del camminare, semplice e naturale, mentre aumenta lievemente il battito del cuore, il respiro si fa appena più intenso e posso far vagare la mente tra pensieri, ricordi, suoni e prendermi tutto il tempo che mi serve per farmi domande e tentare risposte.

Il pensiero va a tutte le volte che sono uscita con quelle scarpe ai piedi per alleggerire la mente, ascoltare le sensazioni dentro di me e cercare di vedere in modo più lucido nel susseguirsi delle frasi fatte che prendono forma e che ostinatamente, si ripetono e si cementano.

Le scarpe si appoggiano con leggerezza sulla terra battuta e senza fatica riesco a cogliere il ritmo regolare del procedere senza perdere di vista l’erba sgualcita dal freddo della notte, le foglie dai colori dell’oro autunnale, l’acqua insolitamente torbida a causa delle piogge recenti.
Soprattutto è l’aria che mi circonda quella che più cattura la mia attenzione; mi avvolge e posso sentirne la forza sulla pelle e il sapore fresco in bocca.

A volte i pensieri si ammassano e prendono strade tortuose già percorse troppe volte, ma un cespuglio pieno di bacche rosse attira la mia attenzione con la sorpresa del suo colore e arresta il flusso di parole nella testa. In quel momento è il presente che va vissuto. Ripeto: non avere paura, fai cambiare direzione alle tue idee, osserva le cose in un altro modo, ascolta il tuo respiro. L’aria continua ad entrare fresca e ad uscire calda.
È il 30 Ottobre di quest’anno.

Vedo un paio di mocassini neri in pelle, indossati su calzettoni di lana quasi bianchi. I passi sono quelli brevi di una ragazzina con accanto i genitori e il fratello. Stiamo tornando dalla visita domenicale ai nonni, in campagna. C’è il buio fitto di un pomeriggio di novembre inoltrato, un buio che avvolge la campagna in ogni direzione: sto calpestando una delle due strisce di terra separate da una zona centrale d’erba, i gelsi nodosi ai lati, con foglie ormai stanche e avvizzite e poi i campi ancora più neri con le zolle che formano onde di ombre più scure. Un gioco viene naturale a noi bambini ed è quello di non toccare l’erba ai lati così mi concentro sulla successione precisa dei passi quasi che i ciuffi erbosi siano infuocati per uno strano incantesimo.

Nel buio si perdono le nostre grida: “Notte, notte…”. Era il saluto abituale ai nonni, zii e cugini che abitavano nell’immensa casa colonica sulle rive del Sile, tra alberi di noci, cachi e ciliegie.
Noi, famiglia ormai resa cittadina da alcuni anni, salutavamo con un rito che si ripeteva ogni volta, gridando all’aria il saluto della buonanotte sempre più forte, quasi per scongiurare la paura di procedere al buio, fino a quando l’allontanarsi dalla casa non rendeva impossibile ai parenti percepire la nostra voce e il saluto diventava sempre più fievole, leggero e si perdeva in sussurri. Non avevo mai paura in quella situazione, anche se le poche luci giallognole si perdevano in una lontananza sinistra e in un’ oscurità compatta.

La mia mano era stretta a quella di papà e i nostri passi battevano sulla terra sassosa, accompagnati dalle chiacchiere e dalle risatine pensando alle corse tra le piante delle pannocchie che creavano labirinti tra i quali fingevamo di perderci per poi ridere della nostra ansia.
Quelle domeniche fatte del primo freddo pungente, di maglioni di lana pesanti, bagnati dall’aria carica di umidità, di giochi all’aperto con le mani rosse che raccoglievano foglie, sassi, gli ultimi frutti caduti dagli alberi, erano cariche di pensieri leggeri, fantasie, personaggi di favole che potevo incontrare dietro un gigantesco tronco vechio e ruguso o sulla riva del fiume immenso e minaccioso.

Potevano essere i briganti che ci assalivano sul sentiero, ma non erano mai così cattivi da impaurirci troppo, oppure i pirati che arrivavano su un barcone e approdavano sul retro della casa urlando con le loro smisurate bocche sdentate e brandendo spade e bastoni, facendo più chiasso che altro.
A volte potevamo assistere all’invasione di terribili animali dal collo gigantesco e dal becco grosso e lucente che con occhi puntati su di noi ci caricavano non lasciandoci scampo: le nostre corse per scappare non facevano altro che aizzarceli contro con i loro versi gutturali.

Noi bambini facevamo sempre amicizia con questi personaggi un po’ grotteschi, temerari e spavaldi che spesso riuscivano a conquistarci con la loro simpatia fatta di arroganza e di sapore di avventura. A volte potevamo salire su uno dei loro cavalli o sulla loro chiatta e vagare per un mondo fatto di foreste impenetrabili, fiumi dalle acque profonde disseminate di isole. Ma, in realtà, eravamo sempre lì: sulla riva umida dove un noce gigantesco lasciava cadere frutti scurissimi, dove il fango inzaccherava le scarpine lucide della domenica e dove lanciavamo grossi sassi in acqua guardando i cerchi sempre più grandi che si formavano e poi scomparivano. Le storie vagavano leggere e crescevano riempendo pomeriggi freddi, alimentando desideri, sfaldando paure fino a quando un richiamo più forte proveniva dall’aia e così ritornavamo alla casa.

Per me, la cucina grande e spoglia era la sala di un castello. In fondo un camino grande come una stanza, nero di fuliggine sempre con un pentolone appeso, una tavola di legno con sedie impagliate e sulla sinistra una stanzina dove un lavello poco profondo di pietra serviva per lavare le stoviglie. C’era sempre poca luce eppure il rosso impetuoso del fuoco avvolgeva tutto e scaldava le lunghe ore passate vicino al camino a rimestare o i pasti attorno al tavolo dove stavano seduti solo gli uomini di casa e la mente andava ai racconti sentiti di quando gente dal Sud si era rifugiata in quelle stanze per fuggire dalle bombe che piovevano dal cielo. In quelle storie c’erano sempre tanti bambini che correvano o gattonavano sui mattoni irregolari e altri che seduti lanciavano in aria con una mano ossi di pesca e li riprendevano con incredibile abilità.

La vita quotidiana però, al tempo dei miei giochi, non si svolgeva più in quella immensa cucina, ma in una stanza vicina riscaldata, dove i mobili in serie di colore giallo pastello coprivano due pareti ad angolo. Il piccolo tavolo in centro con il ripiano in formica e le gambe in acciaio era ormai il centro della casa ed era uguale a quello di tutte le cucine di quel tempo.
Tutto il resto della casa però, sfuggito al trascorrere del tempo, rimaneva un luogo magico dove tutto poteva succedere perchè si poteva inventare e subito dopo si sarebbe dissolto come il fiato leggero: i letti di legno dei bruchi in solaio come incubatrici di animali di un altro mondo, le montagne di tutoli come dune del deserto e le gabbie dei conigli come casette di piccoli compagni di avventure.

Gli scarponi affondano sulla neve provocando un lieve scricchiolio e lascio la mia impronta leggera sul manto compatto e di un candore accecante. Intorno, un tappeto di diamanti che brilla ad ogni minimo movimento, ma il mio respiro è corto, la testa mi pulsa senza tregua e sale un senso di nausea. È il mal di montagna e quindi so che è dovuto alla stanchezza, ma ormai siamo quasi in cima e il cumulo di neve che mi sta davanti mi separa dall’arrivo che vedo non lontano: poco più di una baracca con panche davanti su un piccolo pianoro che si apre su cornici di montagne dalle forme aguzze con spigoli da pietre preziose.

Non devo far altro che procedere lentamente, assecondare il respiro affannoso senza forzare, alzare lo sguardo alla meta e pensare all’arrivo quando tutto rallenterà e sentirò che quella è la cima, oltre non c’è altro, solo cielo e nuvole e aria da respirare.
Il corpo sembra pesante, ogni movimento è la fatica di alzare un peso fatto di ossa e muscoli e sangue che circola veloce e percepisco il lavoro del cuore sulle tempie, sul petto, in gola. Finalmente la salita si attenua e i passi diventano più ampi e anche il cuore si placa dolcemente. La nostra guida grida un saluto cameratesco verso il gestore del rifugio dicendo che stiamo arrivando e infatti ci separano solo pochi passi dalla capanna: sono attimi di una leggerezza fatta di gratitudine a me stessa e alle persone con cui ho affrontato questo piccolo viaggio.

Tutta la fatica è scomparsa e rimane un senso di completezza fatto di un leggerissimo respiro e di stupore.
La bellezza e purezza del posto lascia un incanto di pochi sguardi e di parole semplici: un sospiro di meraviglia verso le infinite creste che si susseguono con tutte le tonalità del grigio, dell’azzurro, del blu e attorno il bianco perfetto della neve caduta durante la notte. È il primo di Settembre.
Arriviamo alla croce per una foto e un pensiero: un grazie alla vita.

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