Rosso d'InvernoSlide-main

Nuvole

6 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!


SETTEMBRE

«Questo è il tratto più bello del sentiero».
È la tua voce che sento mentre attraversiamo il bosco di faggi.
Salendo ancora sfioriamo larici, betulle, pini mughi con le punte slanciate verso l’alto a sfidare il cielo, abeti con foglie aghiformi, strette a pugno ad accarezzare il suolo.
Ci arrampichiamo su pietraie, cenge, ghiaioni.
Scaliamo una parete su una rampa per alcuni tratti esposta.
Sudando per la bella giornata ancora estiva arriviamo all’ultimo tratto verticale.
Qui ci leghiamo.
In alcuni punti avanziamo insieme; in quelli più ardui ci si arrampica alternati impiantando chiodi.

Quando spuntiamo sulla lastra di basalto scuro, la vista si apre su un orizzonte infinito.
Ogni volta che giungo quassù, mi sento pervadere da un senso d’immenso. Guardo queste montagne quasi con stupore, come se accadesse il miracolo sempre per la prima volta.
Sfilo il sacco dalle spalle, lo poso a terra. Apro il sacchetto del pranzo.
Mi accorgo che in silenzio mi osservi. Sei fermo sul ciglio del precipizio con le labbra increspate in un sorriso ironico.
«Ci fermiamo qui?» chiedi.
«A me va bene qui » rispondo.
Continui a sorridere sempre con quell’aria sfrontata.
Poi, senza aspettare indicazioni alternative, possibilità di scelte diverse, in fretta sfili anche tu lo zaino, ma non ti fermi a riposare: senza dire una parola, non lasciando tempo al tempo scattante come un gatto stai già arrampicandoti ancora più in alto nella tua sfida infinita al cielo.
Io distendo la mia stuoia al suolo. Mi guardo attorno; sgranocchio di gusto il mio panino. Crogiolandomi al sole, rallegrandomi a riconoscere come vecchie amiche le vette più alte, ringraziando gli dèi per questa grazia sublime di essere qui, quasi in cielo, ti auguro: “Buona scalata, amico mio”. Io m’accontento di questa Piccola Fermeda. Scalare per me è cercare di star bene con il mio corpo, non una sfida continua al cielo.

Dopo due ore ricompari, fresco come una rosa, con la stessa aria ironica di quando sei partito. Hai fatto “solo” tre passaggi di quinto e uno di sesto, senza sicurezza. Cosa vuoi che sia! Appari indistruttibile. Il tuo viso è illuminato da una soddisfazione solare per l’ascensione fino alla Grande Fermeda. Un sorriso divertito aleggia sulle tue labbra per il mio placido far niente: due ore e mezzo a guardarsi in giro, steso su una stuoia a leggere un libro.
«Allora?» domandi, quasi ti fossi debitore da ore di una risposta.
«Allora cosa?» chiedo, rialzando gli occhi dal libro.
«Allora niente naturalmente!» concludi, scuotendo il capo.
Io faccio segno di sì con il capo. Aggriccio le labbra: sei il mio migliore amico, ma a volte mi stufo di questa tua perenne espressione di superiorità.


GENNAIO

‘Allora’ era l’inizio di settembre. ‘Adesso’ è pieno inverno e sta nevicando.
M’inerpico sul sentiero e a ogni passo sprofondo nel manto di neve fresca. Fa freddo. Eppure il bosco è ancora più magico di sempre in questo silenzio intenso, nel suo lucore quasi lunare. L’atmosfera è sospesa, d’incanto. Avanzo con lentezza. Procedo sul costone innevato e bisbiglio: «Carissimo amico mio, come vorrei che tu ed io avessimo scalato questa montagna tante altre volte insieme in un’ascensione quasi a memoria tra boschi magici di faggi, cenge sospese sul vuoto, con la certezza di non essere mai toccati dal destino, di non venire mai sfiorati dalla paura».
M’inerpico tra pini mughi ricoperti di scaglie di ghiaccio.
Man mano che salgo la vegetazione si dirada. Sono sempre più vicino all’ultimo tratto verticale.

Quando giungo sul filo di cresta, spira un vento gelido. Provo tanto freddo, più di quanto mi sia capitato in altre escursioni d’inverno. Tremo per il gelo, una cosa mai accaduta con i miei piumini per temperature sottozero.

Quando riesco a spuntare sul lastrone di basalto su in alto, i paesi del fondovalle sono già immersi nella semioscurità. La montagna è plumbea, dà i brividi.
Mi batte a velocità folle il cuore. «Ti assicuro, amico mio, che è stata un’impresa oggi arrampicarsi fin qui: nevica così fitto che non si vede quasi più nulla».
Poi non aggiungo più una parola; non ho nessuno oggi vicino a farmi compagnia con la sua arguzia, la sua spavalderia e l’amicizia che non potrà essere sostituita.
Sfilo il cappello fradicio di sudore. Mi passo il dorso della mano sullo zigomo per asciugare una lacrima. E, mentre mi si calma lentamente il respiro, resto così in silenzio a riflettere.
Poi, scuotendo il capo, dopo un po’ mi riavvio; riprendo la mia passeggiata sul ciglio del precipizio in inverno.


FEBBRAIO

È ancora inverno e ho il cuore in gola. Sto affrontando la Montagna Impossibile, quella che non ho mai scalato in precedenza. M’inerpico nei suoi cinque piani verticali.
In questa Montagna Impossibile, tu, amico mio, sei impegnato nella scalata più ardua della tua vita. Quando ti raggiungo, stai dormendo. Hai gli occhi chiusi.
Ma quasi presentendo la mia presenza, riapri le palpebre. Nel vedermi sorridi. Scuoti il capo. La tua espressione è sorniona.
Mi chino su di te; ti abbraccio.
Ridi per tanta espressione di calore affettuoso mai esibito in precedenza nella nostra virile amicizia. «Fra poco arriva la sbobba! – ti dico sorridendo. – Devi mangiare! anche se non ne hai mai voglia. Mangia! che sei secco come uno stecco!».
Fai segno di sì con il capo e continui a scuotere il capo divertito per il mio fare da mamma preoccupata.
«Poi a giugno faremo insieme Cima Brenta!» aggiungo infervorato.
Sbuffi stupito per la mia inusitata intraprendenza di scalatore indefesso, uno che propone ascensioni in una stagione quando ci sono ancora tratti ghiacciati e dove sul tratto di ritorno sono necessarie corde doppie! Davvero una novità da verificare.
(“Carissimo amico mio – penso, guardandoti con l’angoscia nel cuore, – anche in questa scalata tremenda io tento di rimanerti vicino. Sento il fiato in gola, il cuore che palpita, mi manca il respiro. Tu stai affrontando il passaggio più difficile della tua vita, la parte finale di una scalata che tenti per la prima volta. Eppure anche appeso a un filo sottile che giorno dopo giorno si sta assottigliando, riesci a prenderti gioco della sorte. Con ironia irridi gli dèi invidiosi del tuo coraggio. Beffeggi chi vorrebbe farti pagare la spavalderia con cui finora hai vissuto. Carissimo amico mio, quali insegne di ordine cavalleresco ti appunteranno sul petto per questa tua sfida irridente al cielo? Quale encomio d’onore ti verrà rivolto per il coraggio con cui affronti anche la Montagna Impossibile, l’ultima montagna?”).


GIUGNO

È di nuovo estate. La nebbia mi ha accompagnato fino all’imbocco del sentiero. Ma ora è apparso il sole. Risalgo il crinale tra boschi che palpitano di vita. Avanzo fra ghiaioni dove sono ancora sparsi cumuli di neve.
Man mano che acquisto altitudine la vista si apre su un orizzonte vivido di vette innevate: il Catinaccio, il Sella, la Marmolada, l’Adamello… Gli occhi si deliziano di tanta purezza.
Arrivo al lastrone di basalto senza eccessiva fatica. Qui riprendo fiato. Ma stavolta non tiro fuori la mia stuoia per leggere un libro; estraggo moschettoni, rinvii, cordini.
Quando sono riposato, mi arrampico. Salgo e sento il cuore che pulsa a tamburo.
Prima del passaggio più difficile mi fermo di nuovo.
Non c’è nessuno oggi a farmi sicurezza.

Poi tiro su me stesso con tutte le forze che ho in queste mie mani. Tremo. Mi manca il respiro. È inimmaginabile il peso che sopportano in questi istanti le mie dita. Con il viso attaccato alla parete mi avvinghio agli spuntoni di roccia. Alle mie dita sono affidati il mio destino, la mia vita.
Faccio il contrario di quanto suggerisce il buon senso: dovrei fermarmi, tornare indietro, il che sarebbe già un problema. Ma invece non mollo la presa; mi tiro ancora più su.

Riesco a superare il passaggio strapiombante.
Quando arrivo a un punto tranquillo, tiro il fiato.
Dopo un po’ riprendo a scalare. Ora la roccia è a placche ricche di appigli e di appoggi.
Quando raggiungo la cima, alla croce hanno appeso un nastro, che sventola come sull’Himalaya. Fradicio di sudore mi passo il dorso della mano sullo zigomo per asciugare il sudore e anche una lacrima. E resto così in silenzio per il mio amico. Scuoto il capo sconsolato, incredulo.
Quando mi riavvio m’incammino lungo la cresta innevata con la sensazione di non toccare quasi il suolo. La bellezza di queste montagne s’infigge nell’anima. Vengo pervaso dalla sensazione di volare sopra un mare di nuvole che ricoprono le valli fino alla pianura lontana. Qualche striatura di grigio, ma qui il sole sfolgora come in un vivido altare. Lungo i declivi mi sento più solo di quanto mai mi sia sentito in vita mia, eppure gioendo del mio essere qui nuvola tra le nuvole nella sacralità infinita.

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