In un contesto di grande efferatezza da ambo i fronti, nell’ultimo periodo della Seconda Guerra Mondiale, i partigiani di Tito si macchiarono di un crimine orrendo. Un tremendo genocidio, un abominevole azione che passò alla storia col nome di eccidio delle foibe, perpetrato nei confronti dei soldati e di parecchi civili italiani.
I soldati slavi di Tito, e non solo i soldati ma anche alcuni civili, per una sorta di ripicca, causata non si sa bene da cosa, forse per vecchi rancori e rivalità ingiustificate, forse in nome di una insensata pulizia etnica, infierirono sia contro i soldati in fianco ai quali fino a qualche tempo prima avevano combattuto contro il medesimo nemico e contro gli abitanti e residenti nelle città dell’Istria, allora italiana, al confine con la Jugoslavia.
Massacrarono indiscriminatamente un notevole ed imprecisato numero di cittadini italiani. Li caricavano su dei camion alla rinfusa come sacchi di patate, accostavano i camion davanti alla bocca di profonde insenature naturali nella roccia e poi li gettavano, alcuni ancora vivi, in fosse comuni dette ‘foibe’. Infine per essere sicuri che fossero effettivamente morti li mitragliavano abbondantemente accanendosi vilmente su quei corpi martoriati già dalle prime pallottole. Un misfatto orribile, durato dal 1943 al 1945, che provocò stupore e sdegno anche in seno alla popolazione slava.

Eccidio delle Foibe 1943 – 1945 Una foibe scavata nella roccia
Non contenti di quel barbaro repulisti, anche finita la seconda guerra mondiale, dal 1945 fino al 1956, gli ex partigiani di Tito fecero seguire al massacro delle Foibe la persecuzione della rimanenza delle popolazioni italiane, all’incirca 300 mila persone, dalla Venezia Giulia, dal Quarnaro e dalla Dalmazia, oltre a quelle di Fiume, Zara, Pola, fino a quel momento città italiane. Li cacciarono ingiustamente da quella vasta zona motivando quell’incivile ed efferato gesto semplicemente per il fatto che l’Italia aveva perso la guerra, reclamando la proprietà di quei territori e costringendo tutti quei poveracci, che li avevano abitati da sempre, a chiedere asilo nel veneto presso parenti ed amici ivi residenti.
Furono circostanze molto tristi per gli Italiani le cui ripercussioni vivono ancora adesso nell’animo di chi ebbe congiunti o anche solo amici e conoscenti vittime di quelle aberranti comportamenti dei partigiani slavi incoraggiati e forse anche aizzati dalla ferocia del loro comandante Tito che si macchiò di un delitto della stessa gravità del genocidio perpetrato nei confronti del popolo ebreo.
A cura di Nuccio Sapuppo
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