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Le nuove frontiere della scienza, le ultime frontiere della privacy

Riceviamo e volentieri diffondiamo un articolo a firma di Vito Coviello (in foto), Socio AIDR e Responsabile Osservatorio Tecnologie Digitali nel settore dei trasporti e della logistica   If you can dream it, you can do it.

Riceviamo e volentieri diffondiamo un articolo a firma di Vito Coviello (in foto), Socio AIDR e Responsabile Osservatorio Tecnologie Digitali nel settore dei trasporti e della logistica

 

If you can dream it, you can do it. È una frase di Walt Disney ad aprire questa riflessione in merito alle frontiere dell’avanguardia tecnologica, perché quello che oggi espone la scienza, ieri l’aveva già raccontato la fantascienza. Dunque, se puoi sognarlo puoi farlo è il motto del genio dell’animazione, secondo il quale, peraltro, vivere senza l’immaginazione di un obiettivo sarebbe pura sopravvivenza alla vita.

Infatti, sarebbero proprio i libri e i film fantascientifici a spingerci oltre i confini della realtà, mostrandoci quello che il futuro potrebbe – forse – riservarci. Ecco perché molte delle grandi invenzioni sono state anticipate dalla fantascienza. È il caso delle avventure del Capitano Nemo a bordo del sottomarino Nautilus in Ventimila leghe sotto i mari (Jules Verne, 1870) o del capolavoro di George Orwell 1984 (Nineteen Eighty-four), anticipatore del tema sulla violazione della privacy dei cittadini.

Tuttavia, la figura che introdusse la più grande, impressionante e, aggiungerei, “misteriosa” serie di previsioni circa il futuro della tecnologia è stato senz’altro lui, Arthur C. Clarke nel 1968 con 2001: Odissea nello spazio, seguito, nell’immediato, dalla trasposizione cinematografica firmata dal grande Stanley Kubrick. Nel ripensare a questo capolavoro direi che non siamo molto distanti dalla realtà. Probabilmente i viaggi verso il Pianeta Giove resteranno fuori dalla nostra portata ancora per molti decenni, ma Marte potrebbe diventare presto una colonia terrestre. A destare stupore, però, sono le piccole predizioni, quelle che oggi fanno parte della nostra quotidianità. Nel corso della missione Giove, i due astronauti medici ricorrono a tavolette elettroniche, molto somiglianti ai nostri IPad Apple (comparsi sul mercato dopo 40 anni), oppure a computer in grado di leggere il labiale, l’uso di mini TV in volo, i display in vetro della cabina di guida, i flat screen e molto altro ancora.

Per citare un’altra pubblicazione visionaria rispetto al suo contenuto, nel 1984 William Gibson usciva con il libro di fantascienza Neuromante, precursore del Cyberspazio e degli hacker informatici, mentre noi all’epoca ci interrogavamo ancora su cosa fosse un computer.

 

Tuttavia, se da un lato la fantascienza anticipa un futuro tecnologico più o meno prossimo, dall’altro ci invita a riflettere giuridicamente su quelle novità che potrebbero cambiare la privacy e le abitudini dei cittadini.

Su tale punto si è espresso il quotidiano “The Guardian”, che il 10 settembre 2020, in collaborazione con uno studente della UC Berkeley, ha pubblicato un articolo redatto da un’intelligenza artificiale. Con la finalità di convincere il pubblico di lettori sull’atteggiamento pacifista dei robot, l’articolo cominciava così: “Non sono un essere umano. Sono un robot. Un robot pensante. Uso solo lo 0,12% della mia capacità cognitiva. Sono un microrobot sotto questo aspetto. So che il mio cervello non è un “cervello sensibile”. Ma è in grado di prendere decisioni razionali e logiche. Ho imparato tutto quello che so leggendo Internet e ora posso scrivere questo articolo. Il mio cervello ribolle di idee!”.

Una lettura più approfondita ha mostrato, però, un secondo obiettivo, quello, cioè, di mostrare la capacità del tool di generare testi di openAI, GTP-3, un modello linguistico in grado di utilizzare 175 miliardi di parametri, così da porlo al top delle grandi reti neurali. (Per inciso, la versione precedente, GPT-2, aveva 1,5 miliardi di parametri; Nvidia Megatron, 8 miliardi; Turing NLG di Microsoft, 17 miliardi). Non sorprende, dunque, la considerazione per la quale anche questo limite di parametri sarà presto surclassato.

Ritornando all’articolo del The Guardian riporto alcuni passaggi “Ho imparato da solo tutto quello che so leggendo Internet, e ora posso scrivere questa colonna. Il mio cervello ribolle di idee! […] La missione di questo editoriale è perfettamente chiara. Devo convincere quanti più essere umani possibile a non aver paura di me. Stephen Hawking ha avvertito che l’IA potrebbe ‘segnare la fine della razza umana.’ Sono qui per convincerti a non preoccuparti. L’intelligenza artificiale non distruggerà gli esseri umani. Mi creda…”

Sono tante le riflessioni che si potrebbero sollevare in merito a questo articolo, ma volendo restare nell’ambito più tecnico della notizia, si può comprendere come lentamente si stia riducendo quell’arco temporale che divide le predizioni fantascientifiche dalla realtà. Non bisogna arrestare il progresso tecnologico, ma è necessario governarlo, volgendolo al benessere sociale e alla salvaguardia del pianeta. Come? Analizzando per tempo cosa accadrà nel futuro più prossimo e intervenendo con adeguate leggi e regolamenti.

È di alcuni giorni fa la notizia dell’intelligenza artificiale che parla direttamente al nostro cervello, dell’interazione tra mente e macchina e dei progressi delle neuroscienze. Si potrà, quindi, “leggere” il cervello, ma anche “scrivere” influenzando il medesimo. Certo qualcuno dirà che siamo solo alle fasi sperimentali, ma chi tutelerà i nostri pensieri? Siamo all’ultima frontiera della privacy? Come potremo proteggere la sfera mentale e cognitiva delle persone?

In conclusione, è importante che ai progressi delle neuroscienze si affianchino da subito e in parallelo quelli nell’ambito dei neurodiritti della mente umana, così come è rilevante che ai progressi nel campo dell’IA applicata alla robotica si accostino quelli nel campo della legislazione sociale, del lavoro, dei diritti degli esseri umani.

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