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Le lenticchie del signor Foscarini

6 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

l signor Marco Foscarini piacevano le lenticchie. Anzi, le adorava.
Ne mangiava sempre un piatto a colazione, pranzo e cena. Addirittura parlava con loro. Con loro e con la sua unica vera amica, la luna. La gente pensava fosse matto, compresa la madre, Ada, e la moglie, Serena, ma a lui non importava granchè. Al contrario, non c’era giorno in cui il signor Foscarini mancasse di snocciolare curiosità -peraltro non richieste- sui metodi di coltivazione, sulle varietà e sull’incredibile quantità di ricette riconducibili alle lenticchie; oppure riguardo alla rilassante e proficua chiacchierata avuta con la sua amica luna la sera prima. Sua moglie Serena soleva spesso ripetergli:” Il tuo naso non è mai dove dovrebbe essere: sempre all’insù o all’ingiù, mai una volta che sia dritto davanti a te, a guardare chi ti sta intorno”. Come ogni volta, il marito osservava il minaccioso indice che la moglie gli puntava contro, faceva spallucce e sorrideva. Gli dispiaceva che Serena non lo comprendesse, ma in fondo era meglio così. Lei, pragmatica e burbera, e lui, stravagante ed affabile: gli opposti si attraggono, come si ripetevano sempre.

Quella mattina, come tutte le altre mattine, il signor Foscarini si svegliò, assaporò deliziato le sue due fette di pane tostato e lenticchie, diede un bacio alla moglie ed uscì.
Scese in garage a prendere la sua bici rosso fiammante con cui andava dappertutto, la inforcò e si avviò, tra le prime luci del mattino ed i trilli dei fringuelli, lungo il viale alberato che percorreva per andare al lavoro. Durante il tragitto, per evitare un gatto sbucato sulla via a tradimento, sbandò paurosamente e cadde lungo disteso in una pozzanghera, un regalo della pioggia della notte prima. Infreddolito ed inzaccherato, giunse finalmente a destinazione: un imponente edificio grigio topo torreggiava incombente su di lui. Appoggiò la bicicletta su un palo accanto all’ingresso ed entrò, a disagio e zuppo.

Indirizzò un imbarazzato cenno di saluto a Tonio, il sonnacchioso portinaio dello stabile, che se ne stava mezzo addormentato sulla sedia d’ordinanza, il capo reclinato sullo schienale. Non si accorse delle sue condizioni e non gli ricambiò il saluto. Una volta in ufficio, si buscò un terribile rimprovero dal capo, il dottor Luzzardi, un ometto di mezza età tozzo ed irascibile, come una fischiante teiera con gli occhiali. Dopo avergli tirato per benino gli orecchi per lo stato pietoso con cui si era presentato, Luzzardi gli abbaiò di correre al suo posto e di mettersi al lavoro immediatamente. Il signor Foscarini eseguì prontamente le istruzioni, filando verso la sua postazione davanti al computer ed iniziando sollecito a tamburellare sulla tastiera.

A fine turno, dopo un’ intensa giornata di compilazione di scartoffie, e dopo qualche altra sfuriata del dottor Luzzardi, uno stanco signor Foscarini uscì dall’ufficio, pregustando la generosa porzione di zuppa di lenticchie che lo aspettava a casa. Ma, una volta fuori, si accorse con rammarico che la sua bicicletta era sparita. Disorientato, cominciò freneticamente a cercarla ovunque, nei vicini isolati, dietro le siepi, perfino dentro a maleodoranti cassonetti ricolmi di lische di pesce e pattume, ma niente: la bici sembrava si fosse volatilizzata. A malincuore, si risolse a tornare a casa a piedi, ripromettendosi di continuare le ricerche il giorno successivo. Si incamminò, cercando di non pensare al freddo

che, con l’avvicinarsi della sera, andava crescendo di minuto in minuto e contro il quale poco poteva la sua giacca leggera. Attraversato dagli spifferi, si consolò pensando al piatto di zuppa fumante che si era promesso, aggrappandosi a quell’immagine come un naufrago ad un’ancora di salvezza.

Infine, il signor Foscarini arrivò a casa, intirizzito e starnutendo copiosamente. Serena, dopo averlo squadrato preoccupata, sentenziò:”Ti sta salendo la febbre, fila a letto e riposati”. Coricandosi, il signor Foscarini, rattristato, concluse che il quotidiano colloquio con l’amica luna era rimandato, almeno per quella sera. E così sarebbe stato per tutta la settimana seguente, durante la quale un febbricitante signor Foscarini rimase recluso nella sua camera, accudito dalle amorevoli ma intransigenti cure della moglie.

Il giorno in cui tornò al lavoro, non avendo la bici rossa, dovette alzarsi ancor prima del solito per prendere i mezzi pubblici. Fu un’esperienza estenuante e sgradevole: era come entrare in una salsiera ricolma di gente nervosa e sudata già dal mattino, inscatolata e pressata come un mucchio di sardine. Ed il signor Foscarini, goffo e poco abituato a tutta quella calca, continuava a pestare piedi, borse e qualunque oggetto poggiato a terra, attirandosi le ire dei suscettibili pendolari. Sceso dall’infernale veicolo, percorse un paio chilometri ed il monolitico stabilimento si parò davanti a lui. Guadagnò l’ingresso e salì in ufficio, dove il dottor Luzzardi, stranamente cordiale, lo ricevette e lo pregò gentilmente di seguirlo nel suo studio. Il signor Foscarini, un po’ intimidito, gli trotterellò dietro ed entrò nell’ampio stanzone indicatogli dal capo. L’ometto gli disse che, a causa dell’ingenerosa situazione finanziaria in cui versava l’azienda e della crisi economica che flagellava il Paese, avevano dovuto apporre dei tagli al personale, e che lui, il dottor Ambrogio Luzzardi, si vedeva costretto a licenziarlo.

Il signor Foscarini uscì dall’edificio con lo scatolone dei suoi averi sottobraccio, inspirò a pieni polmoni l’aria di una giornata che si prospettava limpida e deliziosa, e tornò a casa a balzelloni, leggero ed allegro come non gli capitava da tempo. Col sorriso in faccia, annunciò gioviale alla moglie la novità. Lei lo guardò come avrebbe potuto guardare uno scimpanzè su uno skateboard, senza proferir parola. Lui le schioccò un bacio sulla fronte e le disse che sarebbe andato a passeggiare, poiché sprecare quella così bella giornata era un vero sacrilegio. Camminando flemmatico sul selciato, ascoltando i dolci e roboanti rumori della città, pulsante e piena di vita, il signor Foscarini sentenziò tra sè che era giunto il momento di fare una chiacchierata con l’amica luna. Doveva assolutamente parlarle, gli servivano i suoi muti e saggi consigli. Sì, pensò, chiedere alla luna era la cosa più giusta da fare. Non aveva idea di che avrebbe fatto, ma era sicuro che le risposte della cara amica lo avrebbero tolto d’impiccio.

Con questa serenità si sedette nel suo giardino, quella sera. Guardò il cielo: la luna era lì, rotonda, gialla, rassicurante. Le disse che, in modo inspiegabile, si sentiva benedetto dal licenziamento, ma che non capiva come fare fruttare l’ inattesa fortuna. Lei lo osservò, silente e sorniona, e nella testa del signor Foscarini germogliò un’idea. Il germe di un pensiero si era insediato in lui, iniziando a mettere radici. Ringraziò vivamente l’ amica per il suggerimento e rientrò nella sua abitazione con gli occhi luccicanti di eccitazione. Convincere Serena, furente di fronte alla placidità del marito, fu complicato e richiese del tempo, ma alla fine si fece persuadere. In quattro e quattr’otto fecero i bagagli e partirono.

Alcuni mesi dopo, un esausto ed accaldato signor Foscarini, vanga in spalla, si avviò lungo il sentiero in terra battuta che lo conduceva alla sua nuova dimora, un rustico podere nella campagna umbra. Lui e Serena ci vivevano bene, coccolati dall’ abbraccio del boschetto limitrofo e carezzati dal quieto scorrere del ruscello adiacente la casa. Lei aveva trovato lavoro come commessa nel paese vicino, dalla cui comunità, ristretta ed ospitale, era stata accolta molto affettuosamente. Il signor Foscarini era stato assunto da un contadino come bracciante. Quando aveva chiesto che cosa avrebbe dovuto coltivare, gli era stato risposto:”La specialità nostrana: le lenticchie”. Il tono ruvido usato dallo scorbutico agricoltore era parso angelico e soave al signor Foscarini, che si finse stupito. In realtà, dotato di un’enciclopedica conoscenza in materia, lo sapeva benissimo: in quella zona dell’Umbria cresceva una particolare tipologia di lenticchia, la cui fioritura in primavera rappresentava uno spettacolo mozzafiato.

Si alzava impaziente di trascorrere la giornata con le sue adorate lenticchie. Il contadino continuava a ripetergli di non aver mai visto un dipendente così volenteroso. Sentiva, però, che non era quella la fine del suo viaggio, non aveva ancora raggiunto lo scopo per cui la luna lo aveva indirizzato lì.
Attese la luna piena e le domandò quale fosse il prossimo passo da fare. E lei, dall’alto della sua sapienza, rispose.
Dieci anni dopo, al tramonto, il signor Foscarini terminò di spazzare per terra, preparò tavoli e sedie, ed uscì. Era pronto ad accogliere gli avventori. Gettò uno sguardo soddisfatto alla luna nascente, e le sorrise. Poco più in basso, campeggiava luminosa l’elegante scritta: Premiata Lenticchieria Foscarini.

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