“Che cos’è un pedofilo?”. Ho emesso un sospiro profondo. Nessuno mi aveva preparata a rispondere a un bambino che cosa sia la pedofilia, men che meno alla mia sorellina di sei anni. Poi con possibile tatto e quanti più termini scientifici la mia mente potesse trovare, le ho risposto con accuratezza. Prima di rispondere, nella mia mente si è subito presentata un’idea seducente: una bugia. Una bugia che potesse farmi evitare l’imbarazzo di spiegare qualcosa di tanto orrendo e allo stesso tempo di rovinare un po’ dell’innocenza della mia sorellina nella conoscenza del mondo. Ho accantonato la comoda via di fuga, assicurandomi che la conoscenza potrebbe proteggerla più della ignoranza. E ancora di più, perché negli anni in cui la mia sorellina ha iniziato a chiedermi che cosa fosse una bomba nucleare, come si facesse un bambino e se i nostri animali domestici siano mortali, ho formato una certa attitudine all’educazione che mi sono promessa di seguire nel suo sviluppo. La lezione imparata è che non mi sarei permessa di giudicare quando la mia sorellina era pronta a ricevere una certa informazione, e che la avrei considerata pronta qualora mi avesse posto la domanda. Sebbene non sia mia figlia, quindici anni di distanza creano quella ambiguità di relazione in cui a volte si è solo fratelli e a volte ci si comporta da genitori. Di tutte le domande, farle sapere che no, Babbo Natale non esiste è stata la più dura. Tanto che mi sono chiesta: perché ci prendiamo la briga di venire fuori con questa pantomima in primo luogo?
Spesso manteniamo la verità a distanza dai bambini per comodità o perché li riteniamo troppo fragili per gestire la realtà, in ogni caso, è controproducente. “Se non ti comporti bene, chiamo la polizia”, è una bugia che i genitori potrebbero usare per convincere i loro bambini a comportarsi bene. Le bugie dei genitori possono essere di aiuto a breve termine, ma una nuova ricerca [1] di psicologia suggerisce che sono associate a effetti dannosi quando il bambino diventa adulto.
Il team di ricerca ha chiesto a 379 giovani adulti di Singapore se i loro genitori mentissero loro quando erano bambini, quanto mentono ai loro genitori ora e quanto bene si adattano alle sfide dell’età adulta. Gli adulti a cui era stato mentito di più da bambini, hanno riportato maggiori probabilità di mentire ai loro genitori nella loro età adulta. Hanno anche affermato di aver affrontato maggiori difficoltà nell’affrontare le sfide psicologiche e sociali. Le difficoltà di adattamento includono disturbo, problemi di condotta, esperienza di colpa e vergogna, nonché un carattere egoista e manipolativo.
L’autore principale, il professore Setoh Peipei della School of Social Sciences della NTU Singapore, ha affermato: “Essere genitori mentendo può far risparmiare tempo, soprattutto quando le vere ragioni per cui i genitori vogliono che i figli facciano qualcosa è complicato da spiegare. Quando i genitori dicono ai figli che l’onestà è la migliore politica, ma mostrano disonestà mentendo, tale comportamento può inviare messaggi contrastanti ai propri figli. La disonestà dei genitori può eventualmente erodere la fiducia e promuovere la disonestà nei bambini”.
“La nostra ricerca suggerisce che mentendo come genitori si attua una pratica che ha conseguenze negative per i bambini quando crescono. I genitori dovrebbero essere consapevoli di queste potenziali implicazioni a valle e considerare alternative alla menzogna, come riconoscere i sentimenti dei bambini, dare informazioni in modo che i bambini sappiano cosa aspettarsi, offrendo scelte e risolvendo problemi insieme, in modo da suscitare un buon comportamento dai bambini”.
Ad oggi raccolgo i frutti di ciò che ho seminato: quando la mia sorellina ormai adolescente mi chiama non ci sono filtri a ciò che condivide con me. So che se le dovessi fare una domanda scomoda mi risponderebbe con sincerità, come a suo tempo le ho insegnato, perché in fin dei conti, le bugie sono come boomerang.
[1] “Children told lies by parents subsequently lie more as adults, face adjustment difficulty” da Nanyang Technological University. La ricerca, svolta in collaborazione con l’Università canadese di Toronto, l’Università della California degli Stati Uniti, San Diego e la Zhejiang Normal University cinese, è stata pubblicata nel Journal of Experimental Child Psychology a settembre.
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