Perché di questo si tratta. Tutto il resto è relativo. La tragedia, dunque, conseguenza di una tragedia permanente, che riguarda tutti e da vicino. Sì, perché è innegabile che ci siano delle responsabilità oggettive. Neanche sono trascorse poche ore e già è iniziata la corsa alla notizia: malore improvviso, perdita di controllo del mezzo, incendio a bordo, mentre il conducente tentava di trovare uno spiazzo in cui fermarsi.
MESTRE – Insomma, tutti a fare ipotesi più o meno azzardate. Come al solito tutti illustrissimi esperti. Nessuno, invece che noti la triste realtà delle ormai tante strutture fatiscenti, realizzate quando le normative sulla sicurezza stradale erano quasi del tutto assenti.
Quando la funzione delle infrastrutture era slegata dalla vita comune, dalla quotidianità. Ma oggi, quelle strutture non possono più reggere l’urto della modernizzazione cosiddetta. E pochi si interessano realmente di provvedere affinché il sistema «sicurezza» possa restituire, senza ombra di dubbio, la certezza che in qualsiasi angolo della città ci si trovi, la possibilità di rischiare la propria vita possa essere nulla.
A volte addirittura nemmeno ci facciamo caso, siamo abituati a quelle pericolanti strutture. Talmente abituati al punto da ritenerle parte integrante del territorio.
Stessa cosa quando accadono fatti gravi, come il tragico incidente di martedì sera a Mestre, che avrebbe potuto essere evitato qualora quel guardrail basso, arrugginito, consumato dal tempo e quei tubi di contenimento altrettanto inutili in quanto non restituiscono la necessaria sicurezza, perché basta un niente per farli cedere, anche solo con una spinta, fossero stati sostituiti con una solida struttura.
Insomma, tutte le ipotesi sono state portate alla luce nel tentativo di restituire un senso alla tragedia.
Ma sarebbe stato sufficiente toccare con mano quel ferro arrugginito per giungere alla semplice conclusione che se anche in quel punto dove il bus con a bordo donne, uomini e bambini, che stava riportando in campeggio i turisti venuti a visitare la nostra Venezia, ci fosse stato lo stesso guardrail installato qualche centinaio di metri più avanti, non sarebbe successo nulla.
Invece, anche in quel punto più pericoloso di altri, la protezione è sempre stata solo una proforma.
Esattamente come accadde per il ponte Morandi, i viadotti delle autostrade, i ponti che si sgretolano, ma nessuno interviene.
Ecco, proprio così. Una tragedia nella tragedia.
Il fallimento delle istituzioni di uno Stato, che non riescono a restituire la necessaria serenità ai cittadini. Alle persone, ai turisti. A chiunque. È così per tutto. Si parla di sicurezza e non si mette in atto nessuna attività di prevenzione.
Ora, anche quel guardrail e quei tubi saranno sostituiti. E nessuno si indignerà più di tanto. Esattamente come succede di norma.
Perché si sa, in genere non conviene criticare chi detiene il potere sulla gestione della res pubblica. Meglio tenerselo buono, chiudere gli occhi davanti all’evidenza. Non si sa mai.
Intanto la morte ha sopraffatto donne, uomini e bambini, che ancora avevano una vita intera da vivere.
Sì, è stato sufficiente un guardrail arrugginito e marcio, e dei tubi che si sarebbero piegati anche solo appendendoci la biancheria ad asciugare, per annientare quelle vite, quelle famiglie, quei nuclei.
Già, ormai una vita vale meno di un guardrail o di qualche tubo traballante. Arrugginiti.
Gianluca Prestigiacomo, giornalista e scrittore
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