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Rosso d'Inverno

La leggerezza

6 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Il giorno volgeva al finire e da dietro la finestra di camera mia, osservavo le luci della mia città tutte accese a ricordare la grande festa ormai prossima a venire, il Natale. Mi ritrovavo sola con me stessa nel mio appartamento al terzo piano di un condominio di vecchia data. I miei genitori erano morti e io avevo ereditato la casa nella quale ero cresciuta. Fin da bambina ho sempre coltivato una sete di conoscenza, una curiosità e una voglia di “volare”, spiegando le ali verso l’infinito sconosciuto.

La mia voglia di viaggiare mi era stata trasmessa dalla mia unica zia, la sorella di mia madre, la zia Leonida. Lei è sempre stata una donna molto attiva, all’età di trent’anni aveva già due lauree e un immenso bagaglio culturale. Mi affascinavano i suoi racconti. La zia Leonida era una giornalista di alta moda e per lavoro girava il mondo. Inseguiva quell’universo creativo, del quale poi ci raccontava. La zia andava a caccia di emozioni, di culture e vite oltre il limite, per poi trasmetterle ai suoi lettori attraverso i suoi articoli e i suoi meravigliosi e travolgenti libri.

La zia aveva girato mezzo mondo e quando tornava a casa e veniva trovarci, mi raccontava tutto e io ancora bambina, sognavo attraverso le sue parole. Mentre lei parlava e specificava nel dettaglio tutte quelle storie di un mondo a me sconosciuto, raccontando di lussuosi scenari, di donne eleganti, di marchi prestigiosi e di ambienti oltre il limite dell’immaginabile, io mi perdevo in quelle descrizioni e viaggiavo con la fantasia. Lei era diventata il mio idolo, non si era mai sposata e aveva avuto pochi amori in giro per il mondo. Adesso all’età di 95 anni è in una casa di riposo e io, l’unica nipote rimasta, mi occupo di lei. Spesso vado a trovarla e nonostante la sua età, lei rivive costantemente attraverso i suoi nitidi racconti, quel tempo che ha vissuto come un ricordo ancora presente e ancora fonte di vita.

Durante gli anni della mia adolescenza, avevo sempre cercato quella sorta di “leggerezza” che mi permettesse di vivere una vita libera, svincolata da condizionamenti e attaccamenti sentimentali, pericolosi per i miei “progetti di vita”. La zia Leonida aveva capito il mio talento artistico e creativo e mi aveva spinta a scegliere una scuola che potesse aiutarmi a svilupparlo e a coltivarlo. Fu così che mi iscrissi all’Accademia d’Arte per la Moda e il Costume, ero felicissima, i miei genitori un po’ meno. La mamma e il papà erano scettici su quella scelta, secondo loro difficilmente avrei trovato un solido lavoro.

Durante la mia adolescenza, all’età di 16 anni conobbi un ragazzo, il mio primo fidanzato, Giovanni. Il nostro tenero amore durò tre anni finché io non lasciai Roma per andare a studiare a Milano, dove m’iscrissi all’Accademia di alta moda. La zia Leonida mi aiutò nel trasferimento, convinse i miei genitori a lasciarmi andare e soprattutto a sovvenzionare economicamente il mio grande sogno, quello di diventare una stilista di alta moda. La mia esperienza di studi a Milano mi introdusse in una nuova realtà. La zia Leonida mi aiutò ad entrare nell’ambiente dell’alta moda, una società poco sobria e dedita alla ricerca del piacere effimero.

Quando conclusi i miei studi, lavoravo già presso una prestigiosa casa di moda come tirocinante e dopo un anno divenni il fulcro di un grande marchio che spiccò il volo verso il successo. Il mio talento forgiato dalle conoscenze della zia, mi aveva permesso di diventare una stilista di alta moda di grande successo. Iniziai a frequentare tutti gli ambienti inerenti alla mia attività. Conobbi nuove persone, tutte dedite alla voglia di apparire e di emergere. Mi ritrovai a dovermi guardare le spalle attivamente, per non farmi rubare idee e creatività, un labirinto che a volte metteva in crisi la mia inventiva spontanea e pura. Divenni abile nel destreggiarmi e diffidente con tutti i personaggi che incontravo per lavoro. Spesso viaggiavo per il mondo seguendo sfilate e stipulando accordi per il mio marchio.

Nelle città che visitavo, frequentavo sempre gli ambienti alla moda. Grandi alberghi di lusso, ristoranti di prestigio e locali poco accessibili alla gente comune. Durante questi soggiorni, non entravo mai in contatto con la vera realtà dei luoghi che visitavo. Non coglievo mai le sfumature di vita della gente del luogo, rimanevo centrata sui miei progetti economici.

La mia vita era completamente dedita alla mia arte, molte conoscenze ma poche vere amicizie. Spesso ricordavo le parole della zia Leonida: “non ti fidare mai di nessuno!”. Durante quegli anni conobbi due uomini con i quali instaurai delle storie sentimentali. Furono esperienze molto superficiali, erano più delle compagnie per i miei viaggi, per le mie uscite in società, che vere e proprie storie d’amore. In fondo non mi sono mai fidata neanche di loro. Avvertivo costantemente quella sfiducia negli esseri umani che mi faceva vivere in una sorta di frivolezza interiore. Non mi ponevo mai delle domande e soprattutto non cercavo risposte. Tutto era perfetto così. Solo leggerezza e serietà nel lavoro.

Durante quegli anni ho vissuto anche brevi e intense (a livello fisico) relazioni fugaci, sapevo di essere una bella donna e spesso usavo questa mia arma come fonte di seduzione, per ottenere firme ed accordi. Avevo imparato il giochino, ma questo mio lato perverso e poco leale non l’avevo mai confessato neanche a mia zia Leonida. Lei non avrebbe mai approvato. Come non lo avrebbero mai fatto i miei genitori. Essi sono sempre stati rigidi e poco inclini al dialogo. Di essi non comprendevo i sentimenti e non percepivo il loro amore. I miei genitori mi hanno solo trasmesso il senso del dovere e la praticità di vita, che si doveva esplicare nella perfetta forma organizzativa della propria quotidianità.

Un giorno durante una delle feste a cui ero solita partecipare, con lo scopo di conoscere personaggi importanti per il mio lavoro, mi venne presentato un uomo molto affascinante dalla pelle olivastra e con due occhi neri e penetranti che a fatica riuscii a reggere lo sguardo. Egli si presentò come un commerciante di stoffe esotiche moto pregiate in cerca di marchi di successo, che promuovessero il pregio dei suoi materiali. Quell’uomo destò in me una forte curiosità, tanto che dopo circa tre mesi decidemmo insieme al mio staff operativo, di recarci in viaggio in quella zona dell’India alla scoperta di quelle antiche stoffe che rappresentavano una storia millenaria di tradizioni. Partimmo dall’aeroporto di Milano diretti nella città di Ahmedabad. Quel viaggio non fu a caso, esso segnò il mio cambiamento. Alloggiammo in un lussuoso albergo del posto e subito venni rapita dai profumi e dalle fragranze incantevoli del luogo. Le donne indossavano abiti lunghi con fantasie e colori che elettrizzavano la mia vista, quasi a rapirla nella contemplazione di quei tessuti vivaci e brillanti. Il giorno dopo ci venne a prendere con il suo autista, il mercante di stoffe per portarci a visitare la sua azienda tessile. Durante quel percorso conoscitivo nel cuore della produzione di quelle meravigliose stoffe, la mia attenzione venne rapita da alcune donne che ridevano ad alta voce e notai subito l’ambiente poco salubre nel quale esse lavoravano.

Avevo girato il mondo in cerca di prodotti all’avanguardia per il mio marchio ma non ero mai approdata in quella parte dell’oriente dove il mondo, le persone e la stessa vita, sembravano essere fuori dal tempo. Nei giorni che seguirono ci recammo a visitare dei villaggi fuori città. Piccoli agglomerati situati in una zona molto arida. Le case di questi villaggi erano abitate da persone impegnate nella filatura al telaio a decorare manualmente con timbri colorati i tessuti, che per la loro precisione millimetrica, sembravano essere stati prodotti industrialmente. Essi forgiavano con il proprio estro creativo nella semplicità di umilissime dimore, tessuti che avrebbero fatto la fortuna di commercianti e stilisti appartenenti a mondi molto lontani. Avevo 57 anni e tutta quella realtà e quella gente mi colpirono molto, destarono dentro di me emozioni sconosciute.

Al ritorno dal viaggio, mi ritrovai seduta sul divano del mio lussuoso appartamento situato nel centro di Milano a contemplare quei luoghi che avevo visitato e le persone che avevo conosciuto. Mi chiedevo come esse potessero vivere in serenità. Rivedevo i loro sorrisi e mi resi conto che tutto ciò che andiamo cercando nell’effimero, probabilmente alberga altrove, forse nella semplicità della vita. Decisi di vendere il mio marchio e ritornai a Roma, nella casa vuota dove avevo vissuto con miei genitori. Oggi non so ancora cosa sarà della mia vita ma ho capito che nulla accade per caso e forse per me è giunto il momento di allontanare dalla mia esistenza quella “leggerezza”, che ha generato solo una grande e profonda tristezza.

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