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Il rompicapo ucraino

4 minuti di lettura

Dopo quasi un anno di orribile guerra in Ucraina, i popoli europei si chiedono perché questa tragedia non possa essere fermata.

ROMA – L’ostacolo principale è che ciascuna delle due parti pone precondizioni all’avvio di un possibile negoziato: Kiev chiede infatti il previo ritiro delle forze russe dai territori occupati, mentre Mosca chiede la preventiva accettazione di tali conquiste. Inoltre, Zelensky è convinto che attualmente le circostanze siano favorevoli per proseguire la riconquista dei territori perduti e che una tregua potrebbe consentire a Putin di prendere fiato, riorganizzarsi e poi effettuare un attacco ancora più pesante. Cosa fare allora per non rassegnarsi all’ impotenza di fronte a tale “impasse”?

Le relazioni tra Stati si fondano su tre pilastri: il diritto internazionale, la geopolitica e la psicologia. Ora, è indubbio che Putin ha torto dal punto di vista del diritto (avendo platealmente violato il Memorandum di Budapest del 1994, firmato anche da Mosca, che garantisce la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina) e dal punto di vista morale (brutalità dell’aggressione), ma ha qualche ragione dal punto di vista geopolitico (in quanto la NATO e soprattutto gli USA hanno “abbaiato alle porte della Russia”, per usare un’ espressione semplice ma efficace di Papa Francesco).

In sintesi, Mosca ha sviluppato negli anni la percezione che il suo prestigio e la sua sicurezza non siano stati tenuti in debito conto dall’Occidente.

Il problema è che Putin ha usato i mezzi sbagliati per manifestare il suo disagio: questo perché, a differenza di quanto avvenuto in Cina, non ha modernizzato il Paese e dunque per farsi ascoltare ha a sua disposizione solo la violenza militare e le materie prime.

Da qui la sua reazione rozza e primitiva, da condannare fermamente ma al tempo stesso da gestire con intelligenza e cautela (ecco l’elemento psicologico), tenuto anche conto che il personaggio è in possesso di 5000 bombe atomiche.

Del resto, uno dei compiti principali della diplomazia è proprio parlare con i “cattivi”.

In tale ottica, probabilmente non è stata una gran mossa rifiutare a priori ogni dialogo con Putin prima dell’attacco del 24 febbraio 2022, sostenendo semplicisticamente che le sue richieste erano inaccettabili. Chi ha dimestichezza con il negoziato diplomatico sa infatti che si chiede 1000 per poi ottenere 100.

Al punto in cui siamo, i possibili sviluppi di cui generalmente si sente parlare sono due:

  1. l’Occidente potrebbe decidere di bloccare l’invio di armi agli Ucraini per far terminare le operazioni belliche. In tal caso, l’Ucraina non potrebbe che interrompere la sua riscossa e sostanzialmente arrendersi, subendo una pace pressoché certamente ingiusta (in particolare, la perdita di territori e una smilitarizzazione più o meno marcata) e dunque politicamente poco accettabile
  2. l’ Occidente può invece continuare ad armare Kiev come sta facendo e in tal caso la guerra potrebbe prolungarsi ancora per molto tempo, con un enorme numero di vittime e rifugiati, una crescente distruzione dell’Ucraina, imprevedibili danni economici e sociali ai Paesi europei e un costante rischio di “escalation” del conflitto verso una terza guerra mondiale con derive addirittura nucleari, soprattutto nel caso di un tentativo di liberare la Crimea ( in quanto tale perdita potrebbe significare per Putin la sua detronizzazione). Anche ammesso che le cose non degenerino, nella migliore delle ipotesi  si potrebbe arrivare ad uno stallo militare in cui entrambe le  parti si rendano conto di non poter guadagnare ulteriormente terreno, con il conseguente congelamento del conflitto che lascerebbe molti territori ucraini nel possesso concreto di Mosca, pur mancando un riconoscimento dell’ annessione da parte della comunita’ internazionale. Cio’ potrebbe trasformarsi in una situazione di tipo coreano ( linea di divisione di fatto tra Corea del Sud e Corea del Nord da ormai 70 anni). Comunque,  una situazione non proprio brillante, che tra l’ altro non escluderebbe affatto una ripresa del conflitto in futuro.

E allora? In realtà c’è una terza opzione non ancora sufficientemente considerata e che i principali Paesi europei come Francia, Germania e Italia – smarcandosi dal bellicismo ad oltranza di Polonia e Baltici – dovrebbero caldeggiare con Washington.

Si tratterebbe di avviare immediatamente – mentre la guerra prosegue – un negoziato tra gli USA e la Russia non sulla questione ucraina, ma piuttosto sulla definizione di una nuova architettura globale di sicurezza (testate strategiche nucleari, armamenti convenzionali in Europa…) che ricrei un’atmosfera di fiducia reciproca fra le due superpotenze atomiche. Ciò soddisferebbe il desiderio di Putin di essere trattato alla pari dagli Americani, restituendogli prestigio anche in patria, e lo rassicurerebbe circa le intenzioni dell’ Occidente, grazie alle concrete garanzie reciproche di sicurezza che verrebbero concordate.

Tutto ciò potrebbe verosimilmente consentire a Putin di essere più flessibile e più malleabile in future trattative concernenti l’Ucraina (nelle quali, a mio avviso, un efficace ruolo di mediazione potrebbe essere svolto dal Vaticano), in quanto l’opinione pubblica russa potrebbe essere più incline ad accettare compromessi, in particolare il ritiro da almeno alcuni dei territori occupati.

Presidenti come Kennedy e Nixon avrebbero avuto la lungimiranza e il coraggio di percorrere questa strada. Ma Biden?

Patrizio Fondi, Diplomatico di carriera con il rango di Ambasciatore. Durante i suoi 35 anni di servizio, è stato Ambasciatore dell’Unione Europea negli Emirati Arabi Uniti (Abu Dhabi) e Ambasciatore d’Italia in Giordania (Amman). È stato anche Inviato Speciale della Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Esteri, nonché’ Consigliere Diplomatico del Ministro della Cultura e Viceambasciatore italiano presso l’UNESCO a Parigi, lavorando in precedenza nelle missioni diplomatiche italiane in Svezia, New York (ONU) e Albania. Al Ministero degli Esteri a Roma ha inoltre prestato servizio nelle Direzioni Generali competenti per la cultura e la cooperazione allo sviluppo.  È stato decorato con l’Ordine della Stella Polare della Svezia, con l’Ordine di Commendatore dell’Italia, con il Gran Cordone dell’Ordine dell’ Istqlal della Giordania e con l’Ordine dell’ Indipendenza di prima classe degli Emirati Arabi Uniti.

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