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Rosso d'Inverno

Il mio dito sinistro

6 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Ta-ta-ta-tara, ta-tara, ta-ta…

La musichetta de La signora in giallo risuona inconfondibile dal televisore in cucina, segno che tra poco si mangia.

Ma quanti anni sono che trasmettono quel telefilm: trenta, quaranta?

La musica è come Jessica Fletcher, sempre la stessa, o forse è la memoria a trarmi in inganno; forse ce ne sono state altre di sigle.

Di certo la trama è sempre una, semplice e collaudata.

C’è lei a casa di qualcuno per un party, o una presentazione, un matrimonio o quello che vi pare.

Con tutti quegli eventi, viene da domandarsi dove trovi il tempo per scrivere i suoi best-seller. E per di più mai che sia lei a offrire… Bella, la vita; vero, Jessica?

Il mio alluce sinistro mi ricorda che sono diversi giorni che lo trascuro, la punta mi batte sulla scarpa implorando di essere salvata dal corpo seghettato che scava nella pelle viva.

Ci vuole un pediluvio…

Bofonchio qualcosa a mia moglie e decido di farle compagnia unendo l’utile al dilettevole.

L’acqua è quasi bollente, come piace a me.

Il dito comunica approva, mi sparo una sigaretta mentre seguo le gesta della scrittrice.

Viaggia su un bus, strano: in genere se non prende un taxi c’è sempre qualcuno che la porta in giro con una macchina lussuosa.

Una ragazza al suo fianco sta piangendo. Lei la rassicura che andrà tutto bene, di certo è un errore, non è quella brutta malattia.

Beata lei, Jessica, sempre bonaria, che deve preoccuparsi solo di scegliere il vestito e giocare a indovinare chi è l’assassino di turno; perché di sicuro prima o poi ci scappa il morto e lei si scatena e trova il colpevole in barba agli sforzi di sceriffi, polizia, FBI, guardia nazionale, eccetera…

La ragazza dice che il medico le ha prescritto degli esami urgenti; la faccia mi ricorda la mia davanti allo specchio, quella sera di tre anni fa, il giorno prima dell’intervento…

Ero in ospedale per un appuntamento; il mio medico si era raccomandato di farmi controllare presto, quell’unghia non gli piaceva.

Mi ero chiesto cosa avesse trovato di preoccupante in una macchia di sangue pesto.

Certo, erano mesi che c’era la macchia, e ultimamente era pure cresciuta… a dirla tutta da un po’ il dito mi faceva male.

Così, nel tragitto verso l’ospedale, mi ero ritrovato a pensare a cosa avrebbero detto, se il dolore fosse solo di natura psicologica oppure se…

La dottoressa dell’ambulatorio aveva sorriso tutto il tempo, anche mentre il suo collega scuoteva la testa davanti al mio dito sinistro e incrociava il suo sguardo; continuava a sorridere bonaria, accarezzandomi una mano, dicendo di non preoccuparmi.

Eccetto che per l’età poteva benissimo passare per la Fletcher, almeno questo è il viso che mi viene in mente ora, guardando la signora in giallo confabulare a cena con una frotta di persone vestite a festa; una Fletcher più giovane, ecco.

Dieci a uno che ora salta fuori il cadavere…

La mia dottoressa Fletcher sorride, mi prende la mano e mi porta al piano di sotto; tranquillo, andrà tutto bene ripete.

E dieci a uno che non c’è niente da stare tranquilli…

L’urlo della domestica raggela la festa. Ti pareva che non ci fosse una domestica, gli amici di Jessica sono tutti danarosi… Chi avranno ammazzato, stavolta? Un’idea me la sono fatta e ammicco furbetto a mia moglie, che guarda gli attori salire le scale.

Pubblicità, a tra poco…

Io invece le scale le scendo, sempre mano nella mano con la dottoressa, la mia valigetta nell’altra, sembriamo una coppietta di medici in pausa caffè… Però il dito mi fa male e le scale sembrano in salita.

Il cartello non lascia dubbi, a rafforzare la mia convinzione che un sorriso può nascondere tante ombre. Tralasciando i perché e i percome sull’origine di questo termine, la parola oncologia brilla sinistra come animata di vita propria sopra la porta, a fare il paio con quella sulla scrivania del medico seduto di fronte a noi.

Anche lui sorride, un sorriso standard, da primario.

Fine dello spot: in una camera da letto, Jessica e il padrone di casa fissano la donna a terra, il vestito macchiato di sangue, appena appena a dire il vero; è la ragazza dell’autobus… andrà tutto bene le aveva detto la scrittrice, tutto bene ripete la sua sosia in camice bianco.

Il primario spiega che l’intervento, il primo e speriamo l’ultimo, sarà esplorativo: si tratta di togliere l’unghia e un pezzo del tessuto, quanto basta per gli esami; roba di dieci minuti, semplice routine.

Cerco un indizio sulle pareti, un’anomalia, una lucina nascosta, qualsiasi cosa, in attesa, pare vero, di qualcuno che sorride e mi dice di sorridere, è solo uno scherzo, e io pronto a menargli calci nei coglioni…

Gli indiziati sono tre: domestica, padrone di casa, che poi è lo zio adottivo della vittima, e un amico di famiglia, un medico; ma guarda un po’, proprio quello che aveva prescritto gli esami alla ragazza.

La stima del coroner esclude gli altri ospiti, arrivati tutti ben oltre l’ora del delitto. Manca l’arma: qualcosa di affilato, un bisturi, per esempio.
Lascio l’ospedale con il cuore in gola e il numero di cellulare della dottoressa; e poi vatti a lamentare dell’efficienza del nostro sistema sanitario. Si è raccomandata di chiamarla l’indomani. Me lo sentivo che sorrideva troppo…

L’acqua è ancora tiepida, il dito annuisce, non sembra preoccupato dell’approssimarsi del tagliaunghie. Ma c’è tempo per un’altra sigaretta…

Tutti scuotono la testa, pure la domestica dello zio disperato, che poi è la principale sospetta per lo sceriffo. Jessica ovviamente non concorda e rimugina sulla sua teoria.

Mentre armeggio con l’acciaio sul dito, il telefilm procede verso le inevitabili sorprese dell’epilogo.

È stato ritrovato un bisturi in giardino, il coroner aveva visto giusto.

Lo sceriffo ammette lo sbaglio: non è stata la domestica, oltretutto non si capiva per quale motivo avrebbe dovuto uccidere la ragazza; arrestano il medico, Jessica continua a sgranare gli occhioni dubbiosa. La casa si svuota, lei telefona al coroner.

La dottoressa risponde al primo squillo, preparo la borsa e vado, vado…

Incredibile, meno di quarantotto ore dopo la prima visita, ho già effettuato tutti gli esami per l’intervento, previsto per domani mattina, primo aprile…

Quanto vorrei che fosse un pesce, giuro che non mi arrabbio…

Jessica ha teso le maglie della sua tela attorno alle prede, effettivamente il finale non è così scontato: il bisturi proviene dallo studio del medico arrestato, ma salta fuori un foglietto della ragazza in cui annuncia di avere deciso di farla finita; il coroner dichiara che la dinamica è tale da confermare l’ipotesi del suicidio. Per lo sceriffo non c’è ombra di dubbio, Jessica invece continua a storcere il naso e a scavare, letteralmente. Scopre un diario segreto della vittima; quelle pagine inchiodano il medico alle sue responsabilità. Istigazione al suicidio, si chiama la faccenda. Per togliersi di mezzo la ragazza e i sospetti, molto fondati, della moglie sui suoi rapporti con la giovane paziente, ha pensato bene di chiudere la scomoda relazione imbottendo la poveretta di tranquillanti e simili, convincendola di essere gravemente ammalata, senza speranza.

La depressione indotta ha fatto il resto. Un lavoro da manuale, peccato per il povero medico che non aveva tenuto conto del fenomeno Jessica.

La mia dottoressa Fletcher passa a darmi la buonanotte, se ne va soffiandomi un bacio. Io decido di fare un giro e mi ritrovo nel silenzio delle parole non dette, nella piccola cappella deserta dell’ospedale.

I pensieri, specialmente quelli brutti, si affollano nella mia mente; il respiro diventa irregolare, gli occhi si bagnano mentre fissano i volti sacri e immarcescibili appesi alle pareti.

Quando esco è mezzanotte, mi fumo l’ultima sigaretta nel cortile esterno, avvolto nell’oscurità.

Anche Jessica lascia la casa a notte fonda; il cielo è buio, orfano di luna e stelle. Lei annuisce pensierosa e scende i gradini verso il vialetto. Il colpo di pistola lacera il silenzio come un bisturi affilato, ma la signora del giallo sembra fregarsene. Zoomata dal giardino alla casa, nello studio: lo zio di Linda, così si chiamava la poveretta, giace a terra, la tempia ridotta a un pasticcio rosso e grigio; la pistola nella destra e dei fogli insanguinati nell’altra mano. Sono i resti di un altro diario trovato da Jessica, sepolto da tempo in giardino; pagine in cui Linda racconta delle violenze subite per anni dallo zio, violenze sulla bambina e poi sulla ragazza, e infine sulla donna.

Mentre Jessica si allontana nel buio, con due cadaveri alle spalle, io getto il mozzicone nella bacinella di plastica e guardo la poltiglia di cenere e tabacco galleggiare nel grigio schiumoso. Mi torna in mente la promessa fatta quella notte nella cappella, se le cose fossero andate bene.

Svuoto la bacinella nella tazza del gabinetto con due riflessioni:

1 – Non è mai troppo tardi per mantenere una promessa. È giunto il momento di rispettare quel voto e provare a smettere di fumare.

2 – Jessica Fletcher è una scroccona, a voler essere buoni…

Ta-ta-ta-tara, ta-tara, ta-ta…

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