Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
«Angelo dove sei? Te ne sei già andato?»
Sono mesi che mi trovo qui immobilizzato a un letto di ospedale senza le gambe e col cranio fracassato.
Ho avuto un incidente di quelli che, se ne esci vivo, devi ringraziare tutti i santi del calendario.
Un autotreno mi si è parato davanti. Non avevo visto il semaforo rosso. Poi buio, dolore e angoscia. Non posso vedere perché ho la faccia bendata e un male tremendo alle gambe; gambe per modo di dire perché me le hanno amputate da sopra il ginocchio. Però mi fanno male come se ce le avessi ancora lì. Ho sentito dire dai medici che si chiama “Sindrome dell’arto fantasma”: quando perdi un arto, il tuo cervello crede di avercelo ancora bello e dolorante. Mi sembra che delle formiche stiano sbranando lentamente le gambe e dei tarli inizino a rodermi le ossa delle caviglie.
Ma le gambe sono il minimo perché il guaio è la testa che si è dannosamente lesionata, e mi hanno operato per ben due volte. Non posso parlare e né vedere. Sento in lontananza qualcosa che fatico a percepire e il mio mondo esterno si ferma lì a quella parte di senso dell’udito che mi è ancora rimasto. C’è solamente dolore, dolore e dolore. Sembra che nella mia testa ci siano due cani ringhianti, e che ad un tratto iniziassero ad azzuffarsi e a sbranarsi. La cosa peggiore è la sete: sembra che dentro di me ci sia una foresta in fiamme. Se mai un giorno guarisco, appena mi dimettono mi fermo al primo bar e ordino una bella Coca ghiacciata, poi una Sprite e di nuovo un’altra Coca. Così finché non avrò vinto questa maledetta sete.
Mi fa visita Angelo: credo che sia un incaricato dell’”Associazione volontari ospedalieri” perché non mi fa alcuna medicazione e non controlla nulla che riguardi il ruolo di un sanitario. Mi parla con una dolce voce e intuisco sempre ciò che dice. A volte sembra che capisca ciò che vorrei rispondergli: è proprio un buon volontario. Peccato che a queste buone anime nessuno gli renda nulla in cambio. Lui dedica intere giornate ad accudire noi che siamo ridotti in questo stato pietoso.
Me lo immagino così: un ragazzo alto e robusto, biondo e simpatico a tutti. Chiunque lo incontra lo saluta sempre con rispetto.
«Ciao Alex.»
Eccolo che finalmente è arrivato. Vorrei sorridergli attraverso le bende e ringraziarlo per il tempo prezioso che mi dedica.
«Ci facciamo un giro?» mi domanda a sorpresa.
“Come facciamo a fare un giro se sono inchiodato a questo letto?” gli rispondo col pensiero come se gli stessi parlando a quattrocchi.
Angelo mi prende in braccio, mi posa su, credo, una carrozzella e mi porta in giro per il reparto. «Pronti per il tour? Alla tua sinistra c’è la camera numero quindici, occupata dai signori Otello e Francesco; mentre alla tua destra la camera sedici, occupata da un nuovo arrivato, un capitano dell’esercito. Chi lo occupava in precedenza se n’è tornato a casa. È un po’ come fare il postino: i numeri dispari alla sinistra e quelli pari alla destra!»
Dopo cinque minuti mi ripone nel mio letto. Non ho visto nulla di quel giretto, ma attraverso il buio ho sentito tutto e mi sono immaginato com’è là fuori.
«Ok Alex, adesso mi aspettano nell’altra stanza. A domani!»
Vorrei pregarlo di restare ancora un po’, di raccontarmi qualcosa che mi distragga dai soliti angosciosi pensieri che occupano il mio cervello fin troppo ferito.
«Come stai Alex?»
“Da schifo.” ho voglia di dirgli. Ho trascorso una notte da inferno: male ovunque, freddo, brividi, paura e buio. Vorrei almeno vedere uno spiraglio di luce, solo per ricordarmi com’è preziosa.
Angelo mi prende nuovamente in braccio e mi accomoda sulla carrozzina.
Attraversiamo il corridoio.
«Lo sai Alex, quest’anno l’estate è anticipata a maggio e fuori c’è un caldo torrido. Chissà come sarà a luglio?»
Ho voglia di rispondergli che vorrei guarire per sentire il vento caldo sulla pelle e poter guardare il cielo azzurro. Non ho mai fatto caso prima d’ora alla bellezza del colore del cielo e di quanto fosse bello il mondo là fuori.
Poi mi ripone nel mio letto.
«Ciao Alex, a domani.»
“Ciao Angelo e grazie di cuore.”
Ho trascorso una notte d’inferno e stamattina mi sento uno straccio. Stanotte ho fatto tribolare tutto il personale del reparto: medici che venivano a visitarmi in continuazione e le infermiere che mi cambiavano le flebo.
«Ehi Alex, facciamo le bizze? Ho saputo che stanotte stavi molto male.»
Vorrei rispondergli che non ce la faccio più.
«Ho parlato con chi di dovere e adesso ti trasferiscono.»
Mi prende in braccio e mi posa sulla carrozzina.
Attraversiamo il corridoio e usciamo all’aperto. Sembra impossibile che in queste condizioni possa portarmi fuori. Sento il sole che scalda la pelle proprio dietro al collo, quasi mi fa solletico. Ecco, la migliore terapia sarebbe di lasciarmi al sole. Sono sicuro di trovarmi in quel giardino che spesso accompagna i miei sogni: un giardino illuminato dal sole estivo e accarezzato da una lieve brezza.
Sono trascorsi molti minuti e mi trovo ancora fuori all’aperto con Angelo che spinge lentamente la carrozzella. Poi si ferma e mi leva le bende.
Mi sento molto meglio, quasi come se nulla fosse accaduto e quei giorni trascorsi all’ospedale fossero soltano un lontano ricordo.
Angelo mi solleva e mi sento di una leggerezza tale che mi sembra di pesare come una piuma; e come una piuma inizio a librare nell’aria e salire verso il cielo azzurro.
«Ciao Alex. È stato un piacere conoscerti.»
«Grazie Angelo, adesso sto molto meglio e non mi fa nemmeno male.» gli rispondo.
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