Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Con l’unico orecchio che aveva, il bambino udì un tuono. Con l’unico occhio che aveva, alzò lo sguardo verso il cielo. Con l’indice dell’unica mano che aveva, il bambino indicò qualcosa.
Nella notte, i lampi della tempesta illuminavano un paracadute che gocciolava dall’alto.
Appeso al paracadute, non un uomo, ma una cassa di legno.
Potevano essere armi, oppure viveri. Gli americani li paracadutavano alle truppe alleate dislocate
sul territorio. Probabilmente il forte vento della nottata aveva rovinato i piani, dirottando il carico: i rifornimenti lanciati dal cielo stavano infatti andando verso quel villaggio collinare affogato nella zona occupata, scavallando la Linea Gotica per via aerea.
Il bambino ritrasse la mano, l’unica che aveva, solamente quando lo zio Pietro e tutti gli altri si accorsero di quell’inconsueto pacco a cui era toccata la sorte di una consegna sbagliata.
Gli abitanti del villaggio si raccolsero dunque in piazza, sotto la pioggia, a guardare le evoluzioni nell’aria della cassa allegata al paracadute. La sua sagoma scura appariva e scompariva nella notte al ritmo dei lampi, che accendevano e spegnevano il mondo a proprio capriccio. Il suo volo smarrito durò ancora un minuto, finché il paracadute non andò a impigliarsi tra i rami di un castagneto ai piedi dell’abitato.
«Recuperiamolo, prima che lo prendano i tedeschi» disse Olmo, il padre di un partigiano che combatteva sui monti.
La proposta non incontrò obiezioni e mezzora dopo una squadra di volontari riuscì a tirar giù quel dono del cielo dall’albero su cui era atterrato.
«Facciamo sparire il paracadute» disse Olmo a Pietro. «E nascondiamo la cassa in chiesa. Mettiti d’accordo con Don Franco.»
«La apriamo?»
«Lasciamo stare, per ora.»
Il bambino seguì tutta l’operazione da vicino. In fondo era stato lui ad avere avvistato quel tesoro
misterioso: si sentiva in diritto di partecipare al gioco. Ciò che più contava era avere dimostrato che anche senza un orecchio, un occhio e una mano sapeva rendersi utile. Quasi la metà di ciò che era stato l’aveva persa su una mina. Doveva farsi bastare l’altra metà.
Come previsto, il giorno dopo i Kameraden giunsero al villaggio. Perquisirono stalle e legnaie. Rivoltarono le case. Interrogarono gli abitanti su un certo paracadute che aveva violato il loro cielo, ma nessuno sembrava avere visto nulla.
In ultimo, i militari tedeschi ispezionarono la chiesa. Diedero una rapida occhiata in giro e, non trovando ciò che cercavano, decisero di avere perso fin troppo tempo.
«Il trucco ha funzionato» disse Pietro a Olmo davanti all’altare, dopo che i soldati se ne furono andati.
«Voi mi volete fare ammazzare!» si lamentò Don Franco. «Se scoprivano tutto?»
Olmo afferrò un lembo del telo bianco che ricopriva l’altare e lo tirò via. Sotto, non c’era il vero altare, che era stato spostato in sagrestia, ma la cassa di legno nascosta ai tedeschi. Nessuno di quei geni avrebbe mai pensato di cercarla lì.
«E se contenesse esplosivi?» fece Don Franco. «Non posso tenerla qui ancora a lungo.»
Le perplessità del prete trovarono terreno fertile. Non si poteva rischiare che la chiesa saltasse in aria durante la messa.
«Apriamola» fece allora Olmo.
Quando si seppe che la cassa sarebbe stata aperta, tutto il villaggio si riunì in chiesa per assistere all’evento. Non era mai stata così affollata nemmeno a Natale.
Il bambino, in prima fila, osservava con il suo occhio spaiato.
Procedendo con cautela, alcuni uomini schiodarono il coperchio della cassa e poi rimossero le pareti in legno del contenitore, fino a svelarne il contenuto.
Non erano armi. Non erano viveri. Non erano esplosivi. «Cos’è?» chiese Don Franco a Olmo.
«Cos’è?» chiese Olmo a Pietro.
«Cos’è?» chiese Pietro alla gente intorno.
Solo una voce si udì: «È un pianoforte».
Era stato il maestro Martini a parlare, l’unico che aveva studiato. Insegnava nella scuola di un paese vicino, ma era sempre vissuto al villaggio.
«Steinway & Sons» lesse il maestro sul pianoforte. «Roba americana.»
«Non ho mai visto un pianoforte del genere» fece Pietro.
In effetti, quello strumento non somigliava affatto a ciò che chiamavano “pianoforte” nei film al
cinematografo o nelle rare riviste che si sfogliavano dal barbiere. Quello Steinway & Sons piovuto dal cielo era squadrato e compatto, di colore verde militare, dall’aspetto pratico e robusto. Se fosse stata una vettura, sarebbe stata una Jeep.
«Lo sai suonare?» chiese Olmo a Martini.
«C’è da perdersi qui dentro» fece il maestro sfiorando i tasti del pianoforte, senza però trovare il coraggio di premerli fino in fondo.
Ma un suono acuto e cristallino si sentì comunque. Il rumore di una goccia di paradiso caduta su una terra di peccatori. A generarlo era stato il dito indice dell’unica mano del bambino, affondato sul tasto che chiudeva la fila dei compagni bianchi e neri.
«È giusto così» fece lo zio Pietro. «Per primo l’hai visto, per primo lo suoni.»
La settimana successiva arrivarono gli americani. Quattro, per la precisione.
Pietro li notò aggirarsi nel castagneto. Non indossavano la divisa militare, ma logori indumenti contadini. La lingua che parlavano fra loro ne tradiva però l’identità.
Pietro si presentò ai militari camuffati e gli disse di avere ciò che stavano cercando.
Salirono insieme sul furgone aperto con cui gli americani erano venuti. Mentre Pietro li guidava al villaggio, il Sottotenente Nick Esposito, di origini campane, spiegò a Pietro come erano riusciti a superare la Linea Gotica per portare a termine quella missione.
«State rischiando la vita per un pianoforte» commentò Pietro. «È così importante?» «Non è importante» fece l’altro. «È vitale.»
«Victory Vertical» disse Esposito quando si ritrovarono in chiesa davanti allo Steinway & Sons. «È il nostro pianoforte da battaglia. Li paracadutano qui al fronte, dove abbiamo delle basi. Mille, duemila, tremila, chissà quanti ne sono arrivati.»
«A cosa servono?» chiese Pietro.
«A cosa servono?» ripeté l’americano. «A vincere la guerra!»
Pietro lo fissò perplesso. La musica non vince le guerre, pensò.
«Vuoi una dimostrazione?» fece Esposito come leggendogli nella mente. «Stasera, concerto qui in chiesa. Siete tutti invitati.»
Dei quattro americani impegnati in quella missione di recupero, il Tenente Steinbeck proveniva da un buco chiamato Pearl River, vicino a New Orleans. Da civile, aveva commerciato in tubi e rubinetti, ma anche suonato jazz in qualche localaccio della Louisiana.
Mentre fuori aveva iniziato a nevicare, il tenente si sedette al piano, nella chiesetta stracolma di gente. Erano tutti curiosi di scoprire se il Victory Vertical funzionasse sul serio. Se facesse vincere le guerre. Tra loro, il bambino con un solo orecchio, un solo occhio e una sola mano.
Il Tenente Steinbeck fece allora scrocchiare le dita, respirò profondamente e si immaginò a New Orleans, circondato dalle persone che amava. Dimenticò per un attimo la guerra, liberando spazio al ricordo delle note. Quindi, lasciò scivolare le mani sulla tastiera.
Lasciò scivolare la neve sui tetti, le stelle nel cosmo, i sussurri nel silenzio. Il suo jazz era fumo che aleggia nelle sale da ballo, polvere che danza nei raggi di sole, rugiada di un inverno lieve. Era qualcosa di vicino, che portava lontano. Di conosciuto, che spaesava. Di leggero, che affondava nel cuore.
Salivano verso il cielo quelle note, verticali. Come in verticale era sceso quel pianoforte, verso la terra. In quel momento il Victory Vertical sembrava voler tornare da dove era venuto, risalendo il tempo e lo spazio attraverso la musica.
E mentre il Tenente Steinbeck continuava a far scivolare la notte sempre un minuto più in là, nessuno in quella chiesa credeva che sarebbe mai morto veramente. Almeno finché sarebbe esistita una musica da ascoltare.
Ecco perché quel pianoforte avrebbe aiutato gli americani a vincere la guerra: con la leggerezza nell’animo si sarebbero sentiti immortali.
Quella guerra, alla fine, gli americani la vinsero davvero. Portandosi dietro gli italiani.
Quel pianoforte, invece, fu abbandonato in una base militare alleata alla fine delle ostilità. Fu poi recuperato da un robivecchi, acquistato da un antiquario, venduto a un collezionista, ritrovato anni dopo in un mercatino dell’usato, comprato alla fine da un uomo senza un orecchio, senza un occhio e senza una mano.
«Cosa lo compri a fare, se hai una mano sola?» gli fece l’ambulante. «Qualcuno lo suonerà per me.»
Oggi quell’uomo senza un orecchio, senza un occhio e senza una mano non c’è più. La metà che era rimasta è andata a completare la metà che se ne era già andata.
Il pianoforte continua però a suonare. Il figlio di quell’uomo ha imparato ogni segreto di quei tasti: dopo il conservatorio, è diventato un noto pianista jazz. Potreste perfino averlo visto esibirsi in qualche elegante club europeo.
Se però non vi è mai capitato di assistere a un suo concerto, fate caso ai manifesti pubblicitari. Vi leggerete sopra: Victory Vertical Tour.
Dicono che, una volta usciti dallo spettacolo, ci si senta più leggeri.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
