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Giulia non sarà, purtroppo, l’ultima vittima

5 minuti di lettura

Una società che non riconosce i propri errori è destinata a sfasciarsi. Ma sull’orlo del precipizio ci siamo già da molto tempo. E si sa, quando ci si ammassa in quel punto in cui basta un soffio di vento per cadere nel vuoto, non si può più tornare indietro. Chi ha la forza di convincere la massa a tornare indietro, quella calca di persone inconsapevole che da lì a pochi metri c’è il precipizio? Difficile convincere ogni singola persona a indietreggiare lentamente altrimenti qualcuno potrebbe precipitare. Come si può indurre ognuno al fatto che basterebbe un solo millesimo di millimetro per spingere nel vuoto chi sta più in là?

La risposta sarebbe sempre la stessa: «Chi ha detto che c’è il vuoto?». Nessuno. Non lo dice nessuno. C’è e basta. Ciò dimostra l’ormai dilagante qualunquismo, l’incessante e frenetico stile quotidiano nell’affrontare contesti più ampi. Ciò significa non avere compreso la grandezza della nostra esistenza. No. Non c’è spazio per l’altro.

Una società maggiormente popolata da stolti sgomitanti non ha nessuna prospettiva per se stessa. E in tutto questo sconcertante, odioso, stagnante, modus operandi, quasi fosse il più evoluto, il migliore per congelare l’ingresso nell’era postmoderna in cui riteniamo di mostrare la parte più buona di noi stessi, non ci accorgiamo che, al contrario delle nostre friabili convinzioni, stiamo andando alla deriva.

E nemmeno ci accorgiamo di quanto orribili e devastanti siano le conseguenze. Sì, proprio così. Non siamo capaci di fermarci e di dare un senso alle nostre vite. Non siamo capaci di capire che a pochi metri da noi c’è un baratro. E allora continuiamo a spingere, senza nemmeno provare a riflettere sul fatto che in qualche maniera la vita degli altri possa dipendere soprattutto da ognuno di noi. No.

Si continua imperterriti fino a quando, a turno, arriviamo sull’orlo del precipizio. E solo allora iniziano i piagnistei. Si comincia a supplicare: «Per favore, fate un passo indietro, stiamo precipitando». Ma ormai è troppo tardi. Sei già succube della volontà di una massa che è l’esatta proiezione di come eri tu pochi metri prima di prendere coscienza che il precipizio c’era. E solo mentre stiamo cadendo nel vuoto troviamo il tempo per riflettere, consapevoli che non si può più tornare indietro.

La parte più tremenda e disumana di tutta questa metafora è che nel tritacarne sociale ci sono anche coloro i quali sono pienamente consapevoli che millimetro dopo millimetro si sta avvicinando il baratro, quella linea immaginaria da cui non è più possibile tornare indietro. Ma sono trascinati, spinti dalla massa e non hanno la forza di uscire, di assecondare la propria intuizione.

Molte volte sono costretti a subire e sanno che la loro fine sarà cadere nel vuoto. Ma chi sono? Sono le vittime del sistema.

Donne, uomini e bambini, che per ragioni differenti vengono immolati nel silenzio generale. Perché la massa deve continuare imperterrita il proprio cammino verso il precipizio. La violenza sulle donne è la conseguenza, appunto, di una società malata, che non è capace di garantire alla famiglia un contesto appropriato, la naturalezza di una serenità non confezionata dagli stereotipi moderni.

La frenesia, la distrazione che offre – molte volte impone – impedisce alle singole persone di guardare in faccia la realtà. Una condizione che porta inevitabilmente alla affermazione del qualunquismo sfrenato, principalmente all’interno della famiglia. Gli strumenti che hanno permesso questo scempio sono tutti davanti ai nostri occhi. Strumenti che hanno sviluppato la parte peggiore di noi stessi, quella parte che non avrebbe mai dovuto manifestarsi o che avremmo dovuto impedire si manifestasse.

Sì, ci indigniamo davanti alla violenza, ma non riusciamo a capire o comprendere pienamente che anche l’uso dei cosiddetti social sta spingendo verso quel punto di non ritorno e non ci fa vedere coloro i quali, dopo averlo raggiunto, precipitano. Facciamo un esempio: i cosiddetti reels, quei mini video che girano sui social più famosi (Instagram o TikToK). Uomini che trattano le donne come schiave alle quali offrono soldi per farle smettere di essere delle rompicoglioni e le stesse lo accettano felici di dedicarsi allo shopping.

Oppure, uomini che si fanno servire in tavola dalla propria moglie o compagna, ma qualora non fosse servito il pasto a dovere, se la portano a letto e subito cambia la prospettiva. La donna diventa un agnellino e fa tutto quello che vuole l’uomo. Donne che vengono, come dire, bonariamente prese a calci in culo, schiaffeggiate. Insomma, gli esempi sono infiniti. Addirittura, coppie che si espongono pubblicamente esibendosi in performance di questo genere, osservando che tali messaggi divertono.

E lo dicono pure: «Vogliamo divertire e divertirci». Profili che racimolano centinaia di migliaia di sostenitori, tutti che, infatti, ridono e si divertono. Intanto i messaggi subliminali arrivano e il baratro si avvicina sempre di più. Ridendo, appunto. La diffusione dei messaggi, dunque, avviene senza i necessari filtri, e vengono sdoganati come sano divertimento. Invece, sono armi di distrazione di massa.

Armi letali, che uccidono qualsiasi forma di sentimento positivo. Basti pensare ai testi delle canzoni, alle melodie musicali. Testi che un tempo neanche tanto lontano, recitavano l’amore, il profondo amore di un uomo verso una donna e verso il mondo. Gruppi Rock o Punk RocK, che riuscivano a racchiudere nei ritmi gracchianti e distorti delle loro chitarre elettriche, frasi oggi considerate melense. Parole e dichiarazioni d’amore.

E noi, generazione degli anni Settanta e Ottanta, ci rispecchiavamo. Poco importava il fatto che fossero gay o altro. Ci restituivano serenità e ci facevano sognare con quei loro testi. Si faceva a gara tra chi individuava la canzone d’amore che più rispecchiava il proprio modo di amare. E la scelta era ampia, ma nel panorama non c’era una sola parola che facesse supporre minimamente a una forma violenta verso qualcuno, soprattutto verso una donna. Oggi, invece, succede l’esatto contrario. Viene premiata la forma più violenta, mascherata da divertimento. Viene data la possibilità di scegliere solo il modello sbagliato. Quella possibilità che ti porta, appunto, verso il baratro.

Alla fine, ci ritroviamo a piangere le vittime senza neanche capire il motivo per cui, a oggi, risulta siano ben 105 donne ammazzate dagli uomini. Invece, i motivi li abbiamo sotto gli occhi. La diffusione di un modo violento, in apparenza divertente; la congestione scuola/famiglia in cui i genitori – che a torto si considerano moderni – sdoganano strumenti micidiali ai propri figli, e lo fanno senza riflettere: sono loro stessi che si divertono guardando quei reels con quel cazzo di smartphone, dando un esempio deleterio. Gli insegnanti, anche loro, sono travolti da queste formule.

Hanno visto sfumare la loro – indispensabile – autorevolezza nelle pieghe di queste virtuali forme di approccio sociale. I genitori, che non conoscono il proprio ruolo e qualora facessi loro presente che stanno facendo dei danni ai propri figli, ti querelerebbero. Perché questo siamo diventati. Una massa violenta sotto ogni aspetto.

Giulia non sarà, purtroppo, l’ultima vittima. Ci sarà la prossima. E continueremo a piangere sul latte versato. I politici inaspriranno le pene, perché non sanno fare altro che inseguire la massa, la assecondano, anziché guidarla con lo scopo di cambiarne la deriva verso il baratro. Ormai solo assecondando le masse riescono a tenersi stretto una minima parte di consenso utile solo alla propria rendita. Media e giornali ne parleranno in modo sensazionalistico per qualche giorno pur di vendere qualche copia in più, descrivendo il dolore delle famiglie, senza il minimo sforzo per indagare a fondo le cause di tali distorsioni. E tutto continuerà.

Gli intervalli tra una violenza e l’altra sono solo piccole pause, utili a rimuovere, non a elaborare a fondo, perché non c’è nessuno che indichi la strada da intraprendere per iniziare l’inversione di marcia. Idem per Gaza, per le guerre passate e che verranno. Buone solo a mietere migliaia e migliaia di vittime. Vittime che continuiamo a definire vittime innocenti. Un ossimoro devastante in quanto insinua il fatto che ci siano vittime giuste e vittime sbagliate.

Pertanto, si continuerà a spingere nella convinzione che il baratro non ci sia, che sia solo un complottismo. Intanto, c’è chi a un certo punto si sveglia e si ritrova davanti a quella linea di demarcazione da cui non è più possibile tornare indietro. E inizia a urlare: «Tornate indietro, per carità di Dio». Ma nessuno ascolterà. A turno toccherà a tutti, qualora continuassimo a spingere.

Gianluca Prestigiacomo
Giornalista e scrittore – Autore del romanzo Ho chiuso gli occhi un momento e il mare non c’era più.

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