È un immenso rumore quello che in questi giorni ci è stato consegnato, recapitato da quel frastuono che arriva nell’immediato allo stomaco, per poi raggiungere cuore e coscienza.
Spiazzante e ondivago nel suo essere contagioso, ma mai arrendevole, impavido e furioso, che batte pugni per essere ascoltato.
Il dolore odierno è figlio unico di sabato 11 novembre, 11dell’11, perché a volte i numeri suonano strani e famelici; e proprio da quel maledetto giorno forse una sorta di “rivoluzione rumorosa“ ha iniziato a batter ciglia. Con una caratteristica indelebile, la spontaneità, che ha invaso piazze con candele e partecipazioni, fiori, fiocchi rossi e colori.
E sta incollando più generazioni, abbattendo con la scure immediatamernte epoche e prevaricazioni, per fare riemergere in un colpo solo quella cultura del patriarcato presente da sempre, quasi fosse un plateau eterno.
Ménage familiari ridotti ad autentici “perimetri ossessivi“, dove il dovere della donna è di rigore, ma anche come nel caso di Giulia, ci sono giovanissimi rapporti “guastati“ da gelosie e recalcitranti miopie affettive, dove tutto è possesso e alla fine si ingaggia una competizione dove o si primeggia o si uccide. Senza pietà, poco prima della laurea.

E poi il ricatto emotivo ed economico, che nel tentativo di blindare il rapporto porta dritto alla malcelata deriva, dove la terra di nessuno regna sovrana.
Sullo sfondo la solitudine delle vittime, che pur denunciando e sollecitando protezione si ritrovano inermi, spogliate di protezione e sicurezza.
Ma dopo Giulia il rumore è immenso e forse non serve chiedersi il perché, anche delle telefonate raddoppiate al 1522 il numero antiviolenza, stampato oggi negli scontrini di panifici e farmacie.
Nel nome del rumore.
Instacult di Mauro Lama
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