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Rosso d'Inverno

Effimera

4 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Lisa aveva dieci anni e dipingeva sempre. Anche sotto la doccia. Il cavalletto impermeabile proteggeva le sue mani delicate dallo scrosciare dell’acqua.
Amava dipingere tutto, soprattutto libellule e insetti di ogni genere. Trovava noiosi i discorsi dei compagni, i loro gusti, i pettegolezzi. Ancor più noioso l’odio verso le bambine grasse e lentigginose. Gli altri non si spiegavano come mai una cicciona maculata come lei, una palla di grasso insolente, una brufolosa esplosiva del genere potesse avere un’intelligenza così acuta.
Non capivano come riuscisse a imparare ogni cosa senza difficoltà, come potesse realizzare dal nulla disegni bellissimi, paesaggi sconfinati, ritratti quasi reali.

Una volta, in terza elementare, aveva imparato a memoria il primo canto dell’Inferno senza che la maestra lo avesse chiesto. In classe restarono tutti a bocca aperta quando terzina dopo terzina decantò ogni singola parola, con un’accentazione impeccabile.
Lisa non amava nulla al di fuori dell’arte e del cibo. In soffitta, nella sua stanza dei giochi, all’interno
di un vecchio baule, teneva sempre grandi scorte di cioccolato, bomboloni, merendine e tortine al cacao. Amava il cioccolato in tutte le sue forme.

Un giorno a scuola fu indetto il concorso di pittura DipingiAmo gli altri. Fu la maestra di Arte e immagine a spiegare i dettagli. Sembrava interessante e Lisa volle parteciparvi. Quando lo comunicò alla maestra, si sentì rispondere: “Non credevo che proprio tu avresti accettato questa sfida.”
Lisa chinò la testa e tornò al banco delusa tra il brusio e i risolini dei compagni. Dal banco mugugnò tra i denti un “Bella, con chi credi di avere a che fare?”
“Prego, Lisa hai qualcosa da dirmi?”, chiese la maestra.

A quel punto Lisa cominciò a ridere a crepapelle. La maestra e i compagni continuavano a fissarla increduli, lei non riusciva a smettere. Una risata isterica, carica dei chili di rabbia fermi sul girovita, piena di tante, troppe parole strozzate in gola. Bulimica e famelica la sua risata, non era dimentica delle infinite diete e delle sedute da dietologi e nutrizionisti che vendevano orgogliosi la loro magica soluzione al “problema Lisa”!
Provò a contenersi, sistemò le cose nello zaino e attese la campanella dell’uscita. Goffa, lenta, sola, camminava lungo i corridoi della scuola con lo sguardo basso, come a voler perdersi nella scacchiera bianca e nera del pavimento porcellanato.
Aveva bisogno di un cambiamento, necessità di andare via.

Rientrò a casa, salì in soffitta, ripose i pennelli e la tavolozza dei colori nella valigetta. Sistemò una nuova tela sul cavalletto e si accomodò sullo sgabello. Aprì il baule, agguantò delle tavolette di cioccolato, le scartò e iniziò a manipolarle con piacere fino a scioglierle tra le mani. Ottenne un colore omogeneo e una crema abbondante che colava dappertutto, lungo le braccia, sui gomiti e giù fino al pavimento. Quel marrone scuro la attirava da sempre. La viscosità del cioccolato sulla pelle era terapeutica per lei. L’odore e la consistenza di quel composto la trasportava altrove.

Il cioccolato fuoriusciva da ogni parte. Lisa diede un primo tocco con l’indice destro. Si emozionò. Poi proseguì con le altre dita. L’estasi sembrava aumentare. Schizzi di crema volavano per la stanza. Restò curva sulla tela per ore senza mai staccare gli occhi dal dipinto. Più dipingeva più si sentiva
leggera. Stanca e con le mani intrise di quella melma dolciastra rimase immobile ad ammirare la sua creazione. Non era sicura di aver centrato il tema del concorso DipingiAmo gli altri ma si sentiva felice. La cioccolata si era solidificata e aveva dato forma ad un insetto acquatico simile a una libellula.

Da qualche parte, forse sul libro di scienze, aveva letto che in natura quell’insetto era chiamato effimera, aveva una vita brevissima, di un’ora e mezza circa, giusto il tempo di cercare il partner e accoppiarsi. La rincorsa velocissima contro i granelli di una clessidra inesorabile attendeva lei e il suo animaletto.

Doveva sbrigarsi se voleva consegnare la sua opera per il concorso. L’insetto di cioccolato era poggiato sulla tela e sembrava sbattere le ali come a voler spiccare il volo.
Lisa poteva specchiarsi nelle trasparenze delle sue ali, così belle ed eleganti da sembrare l’abito da sera di un gran galà. Lisa era rapita dalla bellezza di quell’insetto che le trasmetteva un senso di libertà. Ebbe cura di poggiarla sulle dita e di sistemarla delicatamente dentro una teca.

In classe ognuno dei suoi compagni aveva consegnato il dipinto. La maestra aspettava che lei portasse la sua creazione alla cattedra. Lisa si avvicinò trionfante, guardò fissa negli occhi la maestra, attese qualche secondo e aprì la teca. Attendeva di leggere la meraviglia sul volto degli altri. Fremeva per quel successo imminente.
Volse lo sguardo verso l’interno della teca ma non era rimasto che un cumulo di cioccolato sciolto, una piramide di zuccheri goduriosi spalmati in una non meglio definita forma.

Dell’insetto, della vita, di quel battito d’ali, di quello slancio verso l’infinito nessuna traccia. Effimera era stata per Lisa l’ebbrezza di sentirsi apprezzata da tutti per quello che era realmente.
Raccolse la sua amarezza, uscì dall’aula e andò via. Via dagli altri, via da quella delusione, via da se stessa. Corse su per le scale, raggiunse il piano più alto della scuola, lanciò uno sguardo nel vuoto, sorrise compiaciuta e volò via con la delicatezza di un’effimera.

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