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La verità nel Dreamtime aborigeno

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Nelle Vie dei Canti lo scrittore inglese Bruce Chatwin racconta in modo surrealistico il famoso mito del Dreamtime degli aborigeni australiani. Si dice che questo fu il libro che Chatwin inseguì per anni e che fece appena in tempo a scrivere. Il mito del Dreamtime racconta la Genesi nella versione delle storia aborigena: in principio non vi era nulla, o quasi. Sulla superficie della Terra non erano presenti organismi, solo molle masse di materia concentrate, come una sorta di minestra primordiale, che contenevano in sé la possibilità di trasformarsi in uomini. Tutto era assopito “come i semi del deserto che devono aspettare un acquazzone di passaggio”.
Finché un giorno, il Sole decise di nascere, risvegliando ogni Antenato dormiente, i quali si misero a camminare senza sosta e cantare in modo sacro la Terra, chiamando tutte le cose alla vita. Questa tradizione viene ripetuta, generazione dopo generazione, ed individuo dopo individuo, nella cultura aborigena, con la pratica che i bianchi colonizzatori chiamarono walkabout. Ogni uomo incarna il totem di un Antenato, e ripercorrendo la stessa via cantando, ripete la Creazione e fa in modo che il mondo continui ad esistere nella sua forma originale. La tradizione aborigena sembra costruita su un castello di miti tutti collegati in modi complessi e sconcertanti, diciamo “una costruzione che fa apparire le conquiste materiali dell’umanità come altrettante quisquilie”, e a allo stesso tempo un labirinto quasi impossibile da decifrare. Ciò che davvero colpisce nella cultura aborigena che deriva da questo mito della Creazione, è il modo di vedere la realtà. É quasi incomprensibile la loro volontà nel mantenere il mondo come lo trovarono, nella sua originale e naturale versione, se comparata alla visione dei bianchi invasori, che per adattare “il mondo alla loro incerta visione del futuro, continuano a cambiarlo”.
Quanta verità c’è in questo mito? Nella sua opera Sapiens. Breve storia dell’umanità, Yuval Noah Harari racconta che, circa 45.000 anni fa, la specie umana a cui apparteniamo, Homo Sapiens, si distinse dalle altre per compiere la prima impresa pionieristica transoceanica: i nostri antenati arrivarono, navigando, fino all’Australia.
Probabilmente un gruppo di Sapiens, stanziatosi nell’arcipelago indonesiano, riuscì a svilupparsi come la prima evoluta società marina. Se tutte le altre specie mammifere prima – come delfini, foche, lamantini- avevano dovuto avere la pazienza millenaria di adattarsi organicamente al mondo marino, gli uomini riuscirono a farne parte costruendo navi, ed imparando a navigarlo. Come fecero gli uomini ad adattarsi in modo così efficace ad un territorio completamente nuovo, dove la fauna era cresciuta completamente separata dal resto del mondo conosciuto?
Infatti, abituati alla fauna africana e asiatica, una volta sbarcati su terra australiana, essi si ritrovarono di fronte un mondo popolato da creature completamente sconosciute, e probabilmente alquanto terrificanti: leoni marsupiali feroci come tigri, koala troppo grandi per essere considerati adorabili, antichi discendenti dei dinosauri come le lucertole dragone, e molte altre. In realtà, molto lontanamente da come gli aborigeni narrano nelle loro storie, essi fecero qualcosa di molto differente che adattarsi: essi condannarono all’estinzione innumerevoli specie australiane.
In qualche migliaio di anni, delle ventiquattro specie animali relativamente grandi, ventitré scomparirono per sempre.
Senza contare che si estinsero molte altre specie di taglia minore. In sostanza, essi trasformarono l’ecosistema australiano fino a renderlo irriconoscibile.
Le teorie che discutono sul “come” lo fecero sono ancora dibattute. Cosa ci insegna questa vicenda umana sulla storia e sulla relazione degli uomini con la natura? Primo, si potrebbe insinuare che i miti – e con loro i pregiudizi che ne derivano – possono allontanarsi, e trasformarsi, in modo così critico dalle circostanze storiche originarie, tanto da arrivare a raccontare una versione della storia completamente diversa da quella tramandata. Secondo, in questo evento, si racchiudeva già il pericolo verso cui andiamo incontro oggi: ossia lo sterminio e l’estinzione delle altre specie negli ecosistemi presenti in tutto il mondo. Se i Sapiens furono in grado di stravolgere completamente l’ecosistema con ciò che avevano a disposizione 45.000 anni fa, non c’è troppo da stupirsi di ciò che facciamo nell’era contemporanea con la tecnologia avanzata che abbiamo sviluppato al giorno d’oggi.
Quando il pioniere dell’etologia Konrad Lorenz presentò al mondo scientifico il suo libro Il cosiddetto male, si lamentò di essere stato frainteso da molti, che consideravano la sua teoria come una giustificazione della “guerra perpetua”. Nella sua “teoria sull’aggressività”, Lorenz assumeva che era l’istinto naturale, con la funzione “di assicurare la distribuzione uniforme di una specie nel suo habitat, e di trasmettere alla generazione successiva i geni del meglio adattato”, a spingere gli uomini e gli altri animali “a cercare e a combattere un rivale della stessa specie”. Il combattimento non era quindi una reazione, ma piuttosto un impulso o un appetito, che doveva trovare il suo sfogo, allo stesso modo dell’impulso della fame e quello sessuale. Ciò che distingueva gli uomini dagli altri animali, era l’enorme differenza che spingeva i primi ad uccidere il rivale, mentre gli animali selvatici normalmente si accontentavo di minacciare l’animale, e raramente combattevano fino alla morte.
Se ad esempio il lupo sconfitto offre la gola a quello che ha vinto, il vincitore semplicemente non può approfittare del proprio vantaggio nel combattimento. Gli animali ritualizzano la lotta – “con sfoggi di denti e di piumaggio, trattamenti vari ed emissioni vocali” -, come se stessero interpretando un dramma greco, senza dover necessariamente arrivare al momento della katastrophḗ, e trasformarlo in tragedia. Lorenz definì di conseguenza la specie umana come irrimediabilmente “aggressiva”, e la guerra come uno “sfogo collettivo” di impulsi aggressivi frustrati. Forse Lorenz non si rese conto che la guerra, e quindi il combattimento contro altri uomini, è evidentemente solo una parte del risultato di questo sfogo. Ci sono state, nel corso di questi millenni, molte altre vittime, tutte le altre specie animali, che hanno dovuto pagare il prezzo dei nostri impulsi, e che lo stanno pagando tutt’ora.
E proprio come dimostra la prima impresa pionieristica umana in Australia, un comportamento che, se forse nei tempi originari ed ardui aveva fatto in modo che gli esseri umani salissero nella catena alimentare, e che riuscissero a riprodursi esponenzialmente, nell’epoca della bomba nucleare diventa mortale e deleterio nei confronti della loro stessa esistenza.

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