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A cosa stavo pensando?

Vent’anni fa, quando Sarah Stein Lubrano era solo bambina, le fu diagnosticato il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd).

Vent’anni fa, quando Sarah Stein Lubrano era solo una bambina, le fu diagnosticato il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd). Ancora oggi è consapevole di come la sua attenzione vacilli, duri meno o resista in maniera diversa rispetto agli altri. Quando chiacchiera ha dei momenti di vuoto, come se qualcuno mandasse avanti il video della sua vita. Quando guarda la tv è irrequieta e fatica a restare ferma. Non le piace avere a che fare con documenti complicati, perché teme di perdersi dettagli cruciali. Si affida continuamente a liste di cose da fare e notifiche per ricordarsi compiti essenziali. A volte, però, gli stimoli della vita quotidiana si attenuano, perde la cognizione del tempo e si immerge a fondo in un argomento leggendo centinaia di pagine o scrivendo migliaia di parole.

 

Oggi lavora nella progettazione didattica, una disciplina che si occupa di sviluppare prodotti e metodi efficaci per facilitare l’apprendimento. L’obiettivo dei corsi e dei laboratori interattivi che crea è mantenere viva l’attenzione degli studenti, ma una delle prime cose che ha appreso è che imparare è difficile per tutti, neuro-tipici compresi.

 

Da riscontri empirici emerge che la durata dell’attenzione è universalmente breve: per alcune persone, per esempio, anche una lezione di dieci minuti risulta eccessiva. Il trucco è inframezzare la lezione con esercizi e discussioni. Vari studi suggeriscono inoltre che si è più propensi ad assorbire nuove idee e informazioni quando sono affini a temi che suscitano già un interesse. Tutto questo è amplificato per le persone con l’Adhd, che hanno notevoli problemi di concentrazione in assenza di un legame forte e chiaro con interessi personali diretti, ma che riescono a svilupparla in presenza di elementi di interesse. Lavorando in questo ambito si è convinta che il sistema scolastico tradizionale sia poco adatto a quasi tutti, non solo a chi soffre di Adhd. Nella maggior parte dei corsi di studi manca una fase preliminare in cui si valutano gli interessi degli studenti in modo da svolgere il programma in modo più mirato. I corsi si basano ancora su lunghe esposizioni degli insegnanti.

 

Si pensi a come social network e videogiochi sfruttino la brevità della concentrazione, adattando stili e contenuti ai nostri interessi e conquistando così l’attenzione. Molti genitori di bambini con l’Adhd lamentano che i figli sono più interessati ai videogiochi che alla matematica, ma questo succede perché le lezioni a scuola sono impostate in modo sbagliato. Alcuni corsi fanno eccezione: nel Regno Unito quello di preparazione all’esame di matematica per accedere alle superiori dà compiti online ispirati ai videogiochi. Ma perché, in un’epoca in cui l’apprendimento può essere reso accattivante ai limiti della dipendenza, il nuovo modello non riesce a imporsi?

 

In attesa di una svolta, i distratti possono sempre esercitarsi a “imparare imparando”, come dicevano gli psicologi di Lubrano. È giusto continuare a studiare l’Adhd per capire se abbia radici biologiche, se sia il frutto di una società che ha messo in crisi l’attenzione o, più verosimilmente, se sia la combinazione di fattori biologici e sociali. Ma troppo spesso si punta il dito contro internet o si esaltano le cure mediche trascurando temi più ampi e importanti. Ad esempio, alcune scuole stanno introducendo sessioni di meditazione all’inizio della mattinata, con effetti sorprendenti sulla capacità di attenzione. Forme migliori di pedagogia e comunicazione possono favorire l’apprendimento di tutti, non solo di chi ha l’Adhd.

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