Rosso d'Inverno

Volare

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Tea aveva gli occhi grandi.
Forse anche un po’ tondi, a essere pienamente sinceri.
Lo si notava questo, che erano tondi, in particolare quando si racchiudeva il viso tra le mani, tirandoselo tutto, le volte in cui a scuola osservava stupita i compagni mettersi a piangere: a quel punto, se non fossero stati tondi, quei due occhioni giallo-ambra avrebbero dovuto inevitabilmente allungarsi.

Tra l’altro, non era possibile dare la colpa agli occhiali, che a volte modificano leggermente lo sguardo, perché il fatto si era verificato l’ultima volta proprio quella mattina, quando durante l’ora di Storia avevano deciso di finire il film iniziato lunedì…E il destino aveva voluto che Tea, proprio quella mattina, facesse tardi più del solito, per cui i suoi occhiali erano rimasti sul comodino accanto al letto o sulla consolle del soggiorno – sia come sia, Tea non li aveva in testa.
Diciamo che per il resto era stata una giornata scolastica assolutamente normale, solo un po’ migliore del solito perché, appunto, si era stabilito di rimandare le interrogazioni alla settimana successiva.

Lo strano era successo invece quando improvvisamente, durante la proiezione in sala cinema (il tempo fuori era talmente grigio che non avevano neppure dovuto abbassare le persiane delle finestre), tutti i bambini si erano alzati in gruppo e avevano circondato Elisa, la bambina carina con le treccine bionde, la migliore amica di Sofia.
Pure la burbera maestra Gina, sia pur molto lentamente perché la gamba le faceva sempre male ed era costretta a trascinarla, aveva abbandonato la cattedra e si era seduta accanto all’allieva in lacrime, tant’è che era stata Tea l’unica a esitare un secondo o due a unirsi agli altri, in quel momento in cui gli occhi avrebbero dovuto diventare meno tondi (si era presa il viso tra le mani, tirandoselo tutto eccetera eccetera…).

Comunque, potete stare tranquilli: secondo Tea, non era passato abbastanza tempo perché i compagni facessero in tempo ad accorgersi di questo suo difetto fisico (o giudicare il ritardo, stavolta almeno non le avrebbero dato dell’insensibile); e, poi, a lei della bellezza esteriore in generale e della sua a maggior ragione non importava un granché.
Quindi, chissenefrega.
Però, mentre tornava a casa a piedi, nonostante il vento ce la mettesse tutta a infastidirla, appiccicandole i capelli alle guance un po’ sporche della cioccolata al latte che era riuscita a farsi dare da Elisabetta a mensa, e lo zaino fosse così pesante da farle male alla schiena, Tea non aveva potuto fare a meno lo stesso di riflettere un po’ sull’accaduto.

Da quando sua nonna quattro anni prima l’aveva guardata e le aveva detto: “So che sei una bambina forte”, lei infatti non aveva più pianto, anche solo per non deludere le sue aspettative. Per farle capire che aveva capito.
All’alba di quel cinque dicembre, varcare la porta della cucina, dove la nonna la aspettava per darle la notizia, era stato per Tea diverso da tutte le volte in cui l’aveva fatto prima e in cui l’avrebbe fatto dopo: per questo avrebbe odiato per sempre le porte chiuse (le porte delle stanze della sua casa di adulta avrebbero avuto, caso o destino, quasi tutte la serratura scardinata).

Ricordava oggi come allora – se chiudeva gli occhi, sentiva di nuovo cambiare il rumore delle voci sentite dalle scale e poi sempre più da vicino e per questo amava tanto la musica – il modo in cui aveva dovuto pensare intensamente a dove mettere i piedi, per mantenere l’equilibrio e non cadere, proprio come quando l’estate prima si era divertita a saltare sugli scogli al mare d’estate, ma anche molto diversamente.
Aveva provato le stesse vertigini, quel tuffo al cuore che si prova ogni volta che si attraversa il vuoto (amore-non amore/ scoglio-non scoglio/ prima-dopo).

Era stato anche un po’ volare, perché poi Tea si era sentita leggerissima. Semplicemente, aveva scoperto di non aver più nessun appoggio.
Un albero senza radici. Una rosa nel vento.
Sì.

Pensandoci bene, dunque, doveva essere decisamente per questo motivo che Tea non aveva capito perché Elisa fosse scoppiata a piangere guardando il film: Tea non aveva pianto perché sapeva già che le persone a volte ci lasciano, nonostante l’amore e anche a causa di esso. E si piange così tanto che dopo le lacrime vanno sapute riservare alle cose davvero importanti, per non rischiare di finirle prima del tempo.

(Un legnetto trasportato dalla corrente del fiume…).
Se si decide di volersi salvare.
Diventa una responsabilità.
Questo significa infatti rivedere ogni priorità. Quindi, significa anche scavare dentro se stessi per creare una bellissima, anche se struggente, profondità.

La questione delicata è che, a quel punto, per la legge di gravità, i pesi tendono tutti ad accumularsi sul fondo e purtroppo le persone spesso non hanno occhi abbastanza grandi per guardare lontano, anche prima delle lacrime (e riconoscere di aver bisogno degli occhiali è faticoso).

Abbiamo noi, nella relazione con gli altri e poi pure con noi stessi, il coraggio di andare oltre le apparenze?
Qualunque risposta vogliamo darci, adesso basta, torniamo a ragionare del presente, perché anche per Tea era arrivato finalmente il momento di abbandonare tutte le riflessioni: aveva raggiunto il portone di casa e voleva indovinare al primo colpo, visto che era una bambina ambiziosa, la chiave giusta che le avrebbe permesso di togliersi finalmente quello zaino dalle spalle – era anche per questo che Tea odiava le porte chiuse: perché non trovava mai la chiave giusta.

Una volta dentro, dopo aver salutato la nonna con un sorriso, senza neppure togliersi le scarpe, Tea salì le scale di corsa, nonostante i rimproveri, e prese il suo gattone grigio tra le braccia.
Doveva metterlo a dieta, perché pesava davvero troppo e lei non aveva nessuna intenzione di dargli un valido motivo per cui dovesse rinunciare a prenderlo in collo, cosa che lui odiava tanto quanto lei l’amava (aveva sempre freddo e lui riusciva a scaldarla).

Poi, lui e lei si sdraiarono insieme sul pavimento della loro stanza e Tea chiuse con un calcio la porta – la sporcò anche un po’ di fango, perché era bianca e la sera prima aveva piovuto. Con il telecomando dello stereo, diede il via alla musica: scelse Beethoven, la Sonata al Chiaro di Luna. Anzi, scelse White Christmas, perché era ancora troppo piccola, tra poco sarebbe stato di nuovo Natale, e aveva ascoltato questa canzone molte volte con la sua mamma Sara.

Sarebbe arrivato dopo il tempo dei chiaridiluna.

Quello che iniziava allora era il rituale più segreto della bambina, quella candida liturgia che non avrebbe mai rivelato a nessuno di aver vissuto, prima di confessarlo a tutti en passant tra le pagine del suo primo libro: se fosse rimasta sdraiata così, a occhi chiusi, col gatto accanto, respirando lentamente e senza perdere la concentrazione, quella cosa che le faceva il solletico, facendola ridere magari più di altri, invece che piangere, ma stringendola contemporaneamente da dentro, cosicché spesso era costretta a tossire per non soffocare… Quella cosa piano piano sarebbe uscita da lei per attaccarsi a un altro degli oggetti della stanza, una penna, l’attaccapanni o una barbie (per questo, aveva smesso di giocare con le bambole, mica per altro, sbagliava la nonna a preoccuparsi).

Funzionò anche stavolta.
Fu una magia, ma anche il risultato di una preghiera musicale come una poesia. Insomma, quando scese, Tea sorrideva di nuovo.
Inutile dire che non una lacrima aveva rigato quel viso di bimba.
Poi la nonna le diede la notizia.

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