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Rosso d'Inverno

Untitled #3

3 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

La mattina del primo dell’anno il mio vagare mi porta al solito posto. Di rimanere a letto non mi andava, di interagire nemmeno, e quando devo mettere ordine mi ritrovo sempre lì. In un attimo ero fuori casa, il cappuccio tirato fin sopra il naso, avevo evitato specchi ma sapevo di avere gli occhi imbrattati di sonno misto ad alcool, ed un’espressione di palese disgusto.

Speravo di essere sola, invece c’era una donna con una lunga treccia scura; sedeva ad un’estremità del muretto, davanti e lei un enorme termos nero ed una sacca improvvisata da un telo di cotone chiuso da un elastico per capelli.

Saluto con un debole sorriso di cortesia, di quelli che si fanno quando si sta per condividere un posto poco contaminato e sembra quasi necessario chiedere il permesso per entrare in quella quiete, facendo la tacita promessa di non guastarla con la propria presenza.
Siedo dall’altro lato del fontanile, sciolgo Geordie, guardo i pesci annoiati.

Per un po’ stiamo così. Lei scruta il cane, il cane insegue lucertole, i pesci nuotano in tondo, l’acqua scorre.
Ad un tratto raccoglie le sue cose, penso se ne stia andando e quindi alzo lo sguardo preparando il sorriso di congedo, invece muove passi nella mia direzione, torna sul muretto e incrocia le gambe a due metri dalle mie, vicina ma non troppo.

Le sorrido ma resto nel mio, la sola idea di affrontare discorsi mi fa tornare la nausea e accentua i crampi per la fame.
Poi dal nulla una tazza di tè fumante entra nel mio campo visivo e per un attimo penso di avere ancora l’alcool in circolo, invece alzo lo sguardo e la donna mi sta davvero porgendo del tè, e non in una tazza qualunque, ma in una di vetro come quelle dei bar libreria o dei saloni da té. E non parla, non risponde con mezza parola al mio tentativo di rifiuto. Sorride solamente, fa cenno di prendere la tazza con un’insistenza a tratti materna. Accetto per educazione, sbuffando dal naso. Improvvisamente capisco cosa prova il puledro del maneggio qua dietro ogni volta che tento di avvicinarmi con una manciata d’erba in mano.

Il tè ha un odore davvero buono, leggermente speziato, diverso da quelli che conosco. Faccio un primo sorso mentre lei silenziosa mi guarda ed io penso che sicuramente arriva da lontano, altrimenti qualcosa direbbe e soprattutto non girerebbe con enormi quantità di bevande da offrire agli sconosciuti.

Il calore del tè mi calma i crampi. Ha un sapore antico, mi distoglie l’attenzione dalla nausea, la catapulta lontano. Sorrido, stavolta davvero.
Mi lascio cadere indietro il cappuccio. C’è un bel sole per essere pieno inverno.
Fantastico sulle origini della persona che ho di fronte, d’un tratto vorrei saperne il nome, la storia, qualcosa. Provo con l’inglese, fa cenno di no, non parla neanche quello. Mi batto una

mano sul petto, italiano dico, poi indico lei. Mi sento un po’ scimmia, ma funziona, capisce, mette la mano sul suo. Farsi. Non c’è modo di comunicare, e va bene così.

Sediamo a lungo vicine, condividendo cibo e silenzio.
Mi porge anche un pezzetto di focaccia gialla, semi di anice all’interno, poi rompe una noce con il palmo e mi offre anche quella. Sussulta un po’ ogni volta che Geordie le si avvicina troppo, ma poi lui le ruba una noce appoggiata sul muretto e la guarda per averne un’altra, e allora lei ride e si fa annusare le mani.
Quando il sole sparisce dietro il profilo alto del paese, mi accorgo che la felpa con cui ero uscita spavalda non basta più. Rabbrividisco. Il momento é passato, il fontanile é andato in ombra e sento il bisogno impellente di tornarmene a casa.
Scendo dal muretto, richiamo Geordie, la guardo ed unisco le mani al petto in segno di universale ringraziamento, lei sorride e fa lo stesso.

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