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Un nostro affezionato lettore ci invia il seguente elaborato “Gennaio 1921. La partenza da Fiume”, ricco di inediti documenti e immagini che documentano l’Impresa di Fiume. È noto che quest’ultima terminò ufficialmente il 31 dicembre 1920, con il Trattato di Abbazia. Molto meno conosciuti sono i 18 giorni che intercorrono dalla fine del 1920 al 18 gennaio 1921, giorno della partenza di Gabriele D’Annunzio da Fiume.

 

Fiume. Il porto e vista dal mare. La città e il ponte di Sussak

 

L’Impresa di Fiume è terminata ufficialmente alle 16.30 del 31 dicembre 1920 con il Trattato di Abbazia e con le firme:

• del generale Carlo Ferrario per il Governo italiano
del capitano Riccardo Gigante come Podestà di Fiume
• del capitano Nino Host Venturi come Comandante delle Milizie Fiumane. Bene ricordare che il giorno precedente, 3o dicembre, il Comandante ha deposto ai Maggiorenti Fiumani i supremi poteri conferitigli il 12 settembre 1919.

È infine dato sapere che Gabriele D’Annunzio ha lasciato Fiume il 18 gennaio del 1921 con la sua Fiat rossa, con a bordo il ten. Riccardo Frassetto, il ten. Guido Keller e il ten. Antongini.

Quasi sconosciute sono le due settimane che intercorrono dalla fine del 1920 al giorno della mesta partenza del Comandante per Venezia e proseguita poi, il 2 febbraio del 1921, per Gardone, alla Residenza di Cargnacco che diventerà successivamente “Il Vittoriale”.

Nel 1923, verrà donato all’Italia con il definitivo nome “Il Vittoriale degli Italiani”.

Fra meno di due settimane ricorrerà il Centenario del Vittoriale come “immagignifica” residenza di Gabriele D’Annunzio, visitata annualmente da circa 300.000 persone.

 

Venezia, la Casa Rossa.       Gardone, il Vittoriale degli Italiani

 

La Fiat 501.       Foto autografata dell’arrivo a Fiume.       Folla fiumana entusiasta saluta il Vate

 

Ho voluto inserire questa sequenza fotografica per fissare il luogo di partenza di Gabriele D’Annunzio per Fiume (Venezia-Casa Rossa) e il luogo di arrivo e di sua residenza definitiva di Gardone Riviera (Il Vittoriale).

Gli anni 1919-1920-1921 hanno visto Gabriele D’Annunzio, il Comandante, il Vate, il Poeta, il Soldato, l’Eroe, protagonista assoluto della scena italiana ed europea del turbolento primissimo dopoguerra.

Anni che sono stati testimoni dell’Impresa di Fiume, definita da molti storici come l’ultimo travolgente atto del Risorgimento Italiano.

Una sequenza di immagini che permette di entrare nello spirito del popolo Fiumano dal momento che Gabriele D’Annunzio e il Btg. di Granatieri di Sardegna arrivarono a Fiume alle ore 11 delle 12 settembre 1919.

La Reggenza del Carnaro durò 16 lunghi mesi e terminò con la firma del Trattato di Abbazia, il 31 dicembre 1920.

La popolazione appoggiò fino all’ultimo giorno il Poeta Soldato nonostante l’assedio, nonostante i patimenti e le sofferenze, nonostante la fame, nonostante i bombardamenti e i civili morti, nonostante la precaria situazione sanitaria e perfino l’insorgere di qualche caso di peste.

Mesi prima, causa la scarsità di sostentamento e con un treno speciale, 250 bambini furono costretti a lasciare Fiume, le loro famiglie e vennero mandati a Milano, affidati al buon cuore della gente lombarda.

250 bambini salgono in treno in partenza per Milano

 

Si tenga presente che, oltre ai Sette Giurati, furono 186 i primi legionari Granatieri di Sardegna che partirono da Ronchi.

A ondate successive arrivarono, e si aggregarono al primo nucleo, militari di varie provenienze e armi per un totale di circa 2.650 soldati, sott’ufficiali, ufficiali di tutti i gradi, ivi compresi dei generali.

In buona sostanza, all’apice dell’Impresa, il piccolo esercito dannunziano contò circa 3.000 tra legionari e gruppi organizzati di civili fiumani o di altra provenienza sia italiana che straniera.

“Fiume o Morte” fu il giuramento dei legionari e i tragici fatti del “Natale di Sangue” confermano la loro ferma volontà di battersi per la causa fiumana fino all’estremo sacrificio.

Gli abitanti di Fiume hanno sempre dimostrato un forte attaccamento alle legioni dannunziane che, fin da subito, si sono ben integrate con i cittadini e hanno vissuto con loro i dolori e le gioie, la continua alternanza di notizie belle e brutte oppure la rapida successione di speranze e di delusioni.

I Fiumani sentivano il Comandante e i legionari vicini e partecipi alla loro primaria aspirazione di essere annessi alla Madre Italia che al contrario voleva, anche con la forza, far evacuare “I disertori dannunziani” dalla città del Carnaro.

Il Governo italiano era debole e sottomesso ai voleri degli alleati che avevano tutto l’interesse che l’Italia non allargasse troppo la sua presenza e influenza sia sulla Dalmazia che sul porto di Fiume, il secondo più importante dell’Adriatico.

L’Inghilterra era il Paese che premeva di più perché il Distretto di Fiume diventasse uno Stato Libero.

L’obiettivo dei britannici era il controllo economico e politico dell’Alto Adriatico e dei Paesi oggi Europa dell’Est.

Il reale intendimento era di far confluire un contingente di truppe internazionali sotto il suo controllo, dominare il porto e gestire l’importante flusso di merci proveniente dai Paesi dell’ex Impero Austroungarico per essere imbarcata, a scapito del vicino porto di Trieste che avrebbe perso traffico e quindi importanza.

Da queste brevi considerazioni, si evince che Fiume era un crocevia di interessi che andavano ben oltre all’anelito di annessione all’Italia della popolazione fiumana.

Il trattato di Rapallo venne firmato il 12 novembre 1920 dall’Italia e dal Regno di Serbia-Croazia-Slovenia e stabilì consensualmente i confini e le rispettive sovranità su tutta l’area.

La notizia dell’accordo, con una appendice segreta che prevedeva, in caso di controversia, l’arbitrato del Presidente della Svizzera, esplose come un fulmine a ciel sereno nella comunità Fiumana che vide la conclusione dell’auspicato processo risorgimentale di unificazione.

D’Annunzio non riconobbe mai il trattato e cercò di opporsi in tutti modi possibili ma, purtroppo, dovette cedere sia alla regia superiorità militare sia per evitare distruzioni alla città che spargimenti di sangue tra i civili.

Molti e inutili furono i tentativi di ricomporre la controversia sia da parte di personaggi politici di primo piano che anche dalla Chiesa con il Segretario di Stato, Cardinale Gasparri (quello dei Patti lateranensi del 1929).

Il seguito vide il Governo italiano rompere gli indugi e decidere l’intervento con le armi in uno scontro fratricida che si concluse con le 5 tragiche giornate del “Natale di Sangue”.

Il gennaio 1921 rappresenta per la città di Fiume la fine di tante speranze e l’inizio di un lungo periodo di incertezza, di caos, di confusione e di baraonda. C’era l’esercito regio italiano che entrava in città mentre le truppe legionarie si apprestavano a partire e a lasciare un grande e tristissimo vuoto.

 

Legittima era la ricorrente domanda dei fiumani: che sarà di noi?

 

Il 31 dicembre 1920, il Consiglio Comunale si raduna in seduta straordinaria. Il Podestà, Riccardo Gigante, riafferma la volontà immutabile dei fiumani all’annessione all’Italia, conforme al voto plebiscitario del 30 ottobre 1918.

Prende poi atto delle dimissioni del Comandante e del Governo provvisorio della Reggenza con le seguenti parole:

“…tributa al glorioso Comandante Gabriele D’Annunzio e alle sue valorose legioni, cui Fiume deve la salvezza della servitù straniera e la Nazione tutta, il raggiungimento del confine giulio, la sua devota gratitudine e li proscioglie dal giuramento fatto alla causa di Fiume”.

 

Il 2 gennaio 1921, il Comandante, dopo aver onorato i morti per la causa al cimitero di Cosala … “pronuncia, con voce grave e lenta, una commovente orazione, si inginocchia innanzi ai caduti e tutti si inginocchiano piegando la fronte e molti non possono trattenere i singhiozzi.

La folla, in un impeto di amore e di dolore, si stringe attorno al Comandante.

Alcune madri dei caduti lo abbracciano disperate, altre donne e cittadini gli baciano le mani e non si allontanano fino a che i soldati, con dolce violenza non li conducono via.

Il corteo poco a poco si ricompone e, con il Comandante in testa, ridiscende in città.

All’altezza della via De Amicis, il Comandante si ferma attorniato da ufficiali e cittadini e, pallido ma rigido, passa per l’ultima volta in rivista le sue truppe…”

 

Il 3 gennaio 1921, il Comandante scrive il suo ultimo proclama, pieno di orgogliosa tristezza:

“Ieri, nel camposanto di Fiume, la volontà di ascendere, che travaglia ogni
gesta di uomini, toccò l’ultima altezza.
Parve la nostra più alta ora nel cielo dell’anima.
Ma ne avremo forse una più alta.
Da quella piazza in vista del Carnaro dove furono consacrati dal popolo tutti i nostri segni, dove il popolo ricevette il nostro giuramento e ci donò il suo amore, dove al modo veneto furono fondati i tre pili della libertà e issati i vessilli della Buona Causa…”

 

E conclude:

“E ogni lacrima era Italia e ogni stilla di sangue era Italia e ogni foglia di lauro era Italia”.

“Tale fu ieri il commiato che i Legionari diedero alla terra di Fiume. E domani a un tratto la città sarà vuota di forza come un cuore che si schianta”.

 

Gennaio 1921. I Legionari partono inneggiando al Comandante…

 

 

 

18 gennaio 1921: la partenza del Comandante

L’ultimo intervento di D’Annunzio dalla “Ringhiera” del Palazzo di Città

 

“Concittadini,

come troverò nel profondo del mio cuore ancora un resto di forza per parlare, perché ancora una volta la mia voce vi tocchi?

Voi la udite, è un’altra voce. Non è più quella della ringhiera, non è più quella che scendeva con tanto orgoglio quando…”

 

La Fiat di D’Annunzio soffocata dai Fiumani che non vorrebbero vederlo partire

 

 

 

Sceso nella piazza, il Comandante fu circondato da una moltitudine piangente. Donne del popolo, operai, gente di ogni età e di ogni condizione, lo imploravano di non partire, di non abbandonarli.

La macchina del Comandante, quella stessa che l’aveva portato da Ronchi a Fiume, ora rifaceva la gloriosa strada percorsa il 12 settembre 1919. Dalle finestre, piovevano fiori e lacrime.

Molte popolane assistevano inginocchiate al passaggio.

Lo riaccompagnavano sulla triste via del ritorno il tenente Frassetto, il ten. Antongini, il ten. Keller, i medesimi che l’11 settembre 1919 avevano avuto la fortuna di essergli compagni nella fiduciosa partenza dall’approdo di San Giulian (Venezia).

 

11.09.1919 | D’Annunzio in prima e il ten. Riccardo Frassetto
in seconda con la spolverina da viaggio

 

09.11.1919 – La corsa pazza da Venezia a Ronchi e poi, via, verso Fiume

Sul pontile di sbarco, Basso ci attende già, in tenuta di gran viaggio.

Lo dicono insuperabile nel tenere il volante e non tardo ad accorgermene. Salutato Italo e sedutomi al suo fianco, Basso scaraventa la macchina con una tale impennata da farmi dubitare di arrivare sano e salvo alla meta.

Ma, questo pazzoide ha un occhio d’aquila e un polso che non trema.

Si diverte a sfiorare a tutta velocità il muso dei cavalli sonnecchianti lungo la strada, attirandosi una sequela di contumelie da parte dei rispettivi proprietari.

Nei pressi di Portogruaro, ci fermiamo per ispezionare le gomme che sono talmente arroventate da temere lo scoppio.

Mentre mi sgranchisco le membra, Basso si affanna a rovesciare sulle ruote alcune secchie d’acqua per raffreddarle.

Pochi minuti e siamo di nuovo in macchina.

 

02.031921 – Lettera del ten. Riccardo Frassetto al Comandante per i brevetti

 

 

Un inedito eccezionale

La pagina orizzontale riporta, a destra verso l’alto la seguente frase:

Ho dovuto assumere in servizio due scritturali per la scritturazione dei nomi. Io penserò per la firma”.

Significa che i tremila brevetti sono stati firmati dal ten. Frassetto per ordine e conto di Gabriele D’Annunzio.

 

Nota spese allegata alla lettera del 02.03.1921 – Sono 23.000 Lire di cento anni fa

 

Un esempio dei circa 3.000 brevetti e medaglie concesse ai legionari di Fiume,
gestiti e firmati dal ten. Riccardo Frassetto al posto di Gabriele D’Annunzio

 

Attuali testimonianze a Fiume dell’Impresa, dei Sette Giurati e dei Granatieri di Sardegna

 

Cimitero di Cosala/Fiume. Monumento a perenne ricordo e gloria dei Granatieri di Sardegna

 

Cantrida di Fiume. Cippo a memoria dei sette Giurati d Ronchi.
Il primo nome è quello di Riccardo Frassetto

 

 

Con questa immagine saluto come facevano a Fiume D’Annunzio e lo zio Riccardo Frassetto che gli è a fianco: Eia! Eia! Eia! Alalà!

 

A cura di Giorgio Frassetto,
nipote del Giurato di Ronchi ten. Riccardo Frassetto

 

 


Nota a margine:

La più parte delle immagini, dei documenti e lettere sono tratti dall’archivio della Famiglia Frassetto e dai libri “I Disertori di Ronchi” e “Fiume o Morte” scritti da Riccardo Frassetto rispettivamente nel 1926 e 1940 e inoltre dal volume “Zio Riccardo. La vita, la storia, le imprese” scritto da Giorgio Frassetto per conto della famiglia.

“I Disertori di Ronchi” fu approvato da Gabriele D’Annunzio con le seguenti parole: “Ho letto il tuo bel libro. Caro Riccardo, ora sei autore fra gli autori”.

 

All’incirca ottant’anni fa iniziava lo sterminio degli Ebrei da parte del regine nazista tedesco, che per numero di vittime è stato il genocidio più paradossale e assurdo dell’intera storia del mondo.

 

Io mi sono chiesto più volte cosa possa avere spinto Hitler a decidere, ad un certo punto della sua irragionevole e demente carriera politico-militare, la indiscriminata condanna a morte in massa di quel popolo. Non ho trovato una sola risposta che potesse essere razionale per una mente sana come la mia e non malata come quella del Führer e che potesse giustificare quella presa di posizione e quella assurda determinazione che lo portò poi al reale sterminio degli Ebrei.

 

 

 

 

Io trovo che pulizia etnica, motivi razziali o simili affermazioni, non siano altro che delle parole senza senso, usate soltanto per mettere a posto, se possibile, la propria coscienza davanti alla storia. Credo anche che siano delle prese di posizione assurde, frutto di una mente malata e distolta nei confronti dei propri simili. La cosa che rende ancora più efferata quell’azione e più incomprensibile quel comportamento irragionevole, alla nostra intelligenza è che tutto quel processo di morte venne eseguito con una metodologia impeccabile e talmente categorica da mirare scrupolosamente alla distruzione totale del popolo ebreo.

 

L’olocausto e l’annientamento subiti dagli Ebrei non trovano nella storia del mondo altri esempi a cui possano essere paragonati, per le dimensioni e le caratteristiche organizzative e tecniche dispiegate dalla macchina di distruzione nazista per l’occasione. Ebbe inizio nel 1933 con la promulgazione delle funeste leggi razziali, emanate in Italia anche da Benito Mussolini, che si rese consapevole complice di quell’efferato genocidio, e fino al 1945 riuscì a produrre circa sei milioni di cadaveri da bruciare barbaramente interi dentro a dei forni crematori.

 

 

Noi ogni anno onoriamo la memoria delle vittime degli Ebrei perché ritenuti dai nazisti indesiderabili o di razza inferiore a quella ariana che vantavano loro, per motivi politici o razziali, ma non dobbiamo dimenticare lo sterminio di più di altri dieci milioni di persone che furono vittime dell’Olocausto nel resto del mondo, a cominciare dalle popolazioni slave dei Balcani e dell’Europa Orientale e quindi tutti i prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, massoni, minoranze etniche, gruppi religiosi, omosessuali e portatori di handicap mentali o fisici, tutte persone innocenti ed inermi.

 

Per tutti loro purtroppo noi oggi non possiamo fare altro che recitare nel silenzio della nostra mente una preghiera affinché perlomeno riposino in pace in Paradiso.

 

 

A cura di Nuccio Sapuppo

In questi giorni, con le forti mareggiate, sono emersi tanti mattoni sulla spiaggia di Venezia, esattamente nel tratto che va dal Blue Moon al Pachuka. Ricerche storiche e testimonianze portano a ipotizzare che siano i resti del campanile di San Marco crollato nel 1902. Le macerie del “paron de casa” furono gettate in mare a 3 miglia del Lido di Venezia

 

“Abbiamo già iniziato a svolgere alcuni studi storici – spiega Vittorio Baroni che sta curando la ricerca – le forme irregolari, la diversità dei colori e le rotondità dovute all’usura del tempo portano a dedurre che potrebbero essere materiali del campanile di San Marco crollato il 14 luglio 1902”.

 

Il comitato Lido Oro Benon propone che il campanile di San Marco sia inserito tra gli argomenti culturali da valorizzare in occasione di Venezia 1600. Le antiche memorie romane e bizantine rintracciate tra le macerie del campanile e il clamore mondiale che fece il crollo del campanile meriterebbero un focus per l’anniversario della fondazione di Venezia.

 

 

 

 

 

Nel frattempo siamo in grado di pubblicare gli interessanti contribuiti dell’artista Giorgio Bortoli e del fotografo scrittore Riccardo Roiter Rigoni, entrambi lidensi. Lido Oro Benon li ringrazia di cuore assieme al Presidente della Municipalità Emilio Guberti, che ha sottolineato “è da verificare l’autenticità dei mattoni, indubbiamente potrebbero avere un interesse storico, verificherò con chi di competenza”.

 

 

I fatti avvenuti davanti al Lido oltre 100 anni fa sono ricordati nel libro “IL CAMPANILE DI SAN MARCO RIEDIFICATO”. Le operazioni di vaglio, analisi, classificazione e affondamento delle macerie furono affidate a Giacomo Boni.

Il volume, pubblicato dal Comune di Venezia nel 1912, traccia la storia completa del campanile. I primi fondamenti risalgono all’anno 888 sotto il doge Piero Tribuno. Citazioni e immagini di frammenti romani, bizantini, carolingi con interessanti curiosità e fonti storiche.

 

In onore dei 1600 anni dalla fondazione di Venezia, Lido Oro Benon suggerisce alcuni passaggi contenuti nella narrazione curata da Antonio Fradeletto, politico veneziano che nel 1887 organizzò la prima Esposizione nazionale di pittura e scultura, la futura Biennale.

 

 

LE MACERIE DEL CAMPANILE NEL RACCONTO DI GIACOMO BONI

“Frammenti romani, bizantini e carolingi”

 

“Due giorni dopo il 14 Luglio 1902, accorso alle macerie, mandai in Palazzo ducale gli avanzi della Loggetta ed i frammenti romani, bizantini e carolingi compresi nella Torre diruta. Feci trasportare all’isola di S. Giorgio il materiale architettonico ed all’isola delle Grazie i mattoni e rottami non frantumati, travolti fra le macerie e rinvenuti scomponendo i blocchi o nel demolire il troncone.

 

 

Adunai numerosi laterizi romani, vari per forma e misura, rettangolari, quadrati o tondi, cuneati o ricurvi, giallastri o rossi, in molteplici tonalità; trenta all’incirca i bolli. Da un’unica sigla, giungono ad estesa dicitura come negli esemplari di Caracalla: IMPERATORIS. ANTONINI. AVGVSTI. PII, e nel cospicuo: 1. TITI. PRIMI. IVNIORIS. Come quest’ultimo, provengono nella massima parte da Aquileia e vicinanze i mattoni bollati AEDOS, gli Aidusina castra dell’itinerario lerosolimitano sulla via della Pannonia, e C. Q. VE. S e R. CASSI… e T. R. DIAD e QCLOWP1, iscrizione che richiama Q. Clodi Ambrosi più d’ogni altra frequente sui laterizi aquileiesi esportati per mare e sparsi in ogni porto adriatico. 11. 0.15. N.0.45.11 2.31.

 

 

Un mattone distinto dal bollo LAEP reca impronta di suola, munita di chiodi a capocchie spianate per l’uso. Troviamo altrove, sovrapposte all’inverso, due orme di piede umano destro. Impronte digitali, probabili contrassegni di catasta; se fossero manubri agevolanti la presa ed il trasporto dei pesanti laterizi, non dovrebbero mostrarsi in alcuni soltanto. Per nuovi segni distinguonsi altri mattoni; a rozze spirali Mattone sagomato, grosso m. 0,08. Mattone sagomato, grosso m. 0.07. modanature perfette, ad informi o regolari tracciati ai quali ignoriamo che cosa rispondesse nella semplice mente ideatrice.

 

 

Molte impronte animali, dovute al ferro di giovin cavallo od alle dita e regione plantare di grosso cane od alle zampe anteriori d’altro minore. Più volte è sullo stesso mattone l’orma di un’estremità; così abbiamo triplice unghiata vitulina, mentre che, altrove, s’imprimevano zampe di pecora e di maiale. Mutili riapparivan tra le macerie i bronzi che ornavano un tempo le nicchie sansoviniane; tronche a Mercurio le dita; svelti a Pallade e la lancia e lo scudo, e come da fendente spezzata, per la caduta di un masso, la visiera dell’elmo; priva la Pace del capo e del simbolo, e mozze la testa e le gambe all’Apollo”.

 

 

GIGETA E IL FUNERALE DEI MATTONI DAVANTI AL LIDO

“Go un tochetin de maton del campaniel”

 

«Con pochi intimi, inaugurai stasera il seppellimento a mare, su piroscafo rimorchiante una betta carica dei primi cento metri cubi di macerie. Sul triste carico , biancheggiante come ossa cremate, avevo steso un lauro troncato. La folla stava silenziosa sul Molo mentre, salpate le ancore e sciolti gli ormeggi, il piroscafo si mise in moto trascinando la betta, sulla quale stava a governo un vecchio marinaio.

 

 

Il piroscafo, con la prua a levante, passava lento d’innanzi alla Piazzetta, donde scorgevansi le ruine; d’innanzi alla colonna che porta il leone di bronzo eretto nel 1176 e che pur guarda lontano al Levante; alla riva degli Schiavoni ed alle porte dell’Arsenale; al forte di S. Andrea, opera fiera di Sanmicheli, e tra le dighe del porto di Lido fino a tre miglia in mare, dove uno scandaglio misurava quattordici metri.

L’acqua verde pallida come i bronzi delle necropoli italiche, era mossa da freschi soffi di Borea e le onde, battendo sui fianchi di rovere della betta, ne spruzzavano il carico; parevan Tritoni.

 

 

Era con noi una bambina veneziana, Gigeta, dolce nel viso e negli occhi come un Bellini, e teneva sulla sponda, avviluppato da frondi di lauro, un mattone sul quale avevo inciso: 14 LUGLIO 1902. Uno dei superbi lateres cocti di Aquileia, colonia-baluardo contro le invasioni barbariche; uno dei mattoni impiegati dai Veneziani nella torre-baluardo, non materiale soltanto, contro altre incursioni. Ad un mio cenno la bambina lo buttò a mare ; un tonfo, uno spruzzo; l’affondamento cominciava.

Lontano sull’orizzonte emergeva il profilo dei colli Euganei sede alla civiltà veneta nell’età preistorica.

 

Un’ora dopo eravamo di ritorno all’imboccatura del porto e, sull’ alto mare che aveva coperto per sempre i frantumi del Campanile di S. Marco, e che una Bora più fresca faceva spumeggiare, passava quasi orizzontale la luce scarlatta del tramonto. Un alcione solitario, bianco sul grigio cupo delle nubi temporalesche, volava a fior d’onda. Gigeta aveva qualcosa nella manina chiusa.

Go un tochetin de maton del campaniel, mi disse guardando lontano al volo dell’alcione».

 

 

GIORGIO BORTOLI, PIONIERE NEL RECUPERO DEI MATTONI PER L’ARTE

Woody Allen ne ha diversi a casa sua dentro un campanile in vetro

Lido Oro Benon ringrazia Giorgio Bortoli per il contributo che ci permette di far conoscere il riuso dei mattoni per l’arte. L’affermato artista veneziano ha realizzato l’archiscultura “NycVe Torre di Luce”. Per la sua opera, ideata nel 1999, ha utilizzato anche mattoni del vecchio campanile.

 

 

“Li ho recuperati di persona a San Nicolò – afferma Bortoli con studio agli Alberoni in Via Droma – dove la corrente li ha portati a riva dopo che erano stati gettati in mare. Sono stato un pioniere nel recupero dei resti del vecchio paron de casa. Nell’impresa sono stato supportato dal compianto prof. Bruno Rosada, poi un marmista li ha lavorati così che potessi inserirli nel campanile artistico”.

 

 

Tra le opere create dall’artista, con resti archeologici del campanile, c’è il leone con base in mattone creato per il Consiglio Regionale del Veneto. Tutti i materiali originari avevano ricevuto la recensione del prof. Rosada.

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Bortoli ci tiene a ricordare di aver realizzato “anche un campanile di San Marco per la casa di Woody Allen, tutto in vetro e riempito di mattoni originali ritrovati al Lido”.

 

 

IL ROMANZO E LE FOTO DI RICCARDO ROITER RIGONI

“Mattoni sulla sabbia e viaggiatori in partenza”

Riccardo Roiter Rigoni un sentito ringraziamento per i contributi letterari e fotografici. Le stupende immagini aeree del Lido di Venezia, pubblicate con la collaborazione della Fly Venice Helicopter Service, rendono bene l’idea dei luoghi narrati e dei recenti ritrovamenti.

 

«Mentre stavamo tornando verso l’ospedale mi fece notare alcuni pezzi di mattone seminascosti sulla sabbia. Me ne porse uno: da come si presentava intuii che doveva essere rimasto in acqua per moltissimo tempo e lei subito confermò questa mia ipotesi: “Su questa spiaggia non è raro trovare dei mattoni. Appartengono al vecchio campanile di San Marco, crollato nel 1902”.

 

Per un attimo pensai ad uno scherzo, invece spiegò: “Dopo il crollo le macerie non recuperabili sono state gettate in mare, al largo del Lido, e nel giro di circa ottant’anni le mareggiate e le correnti ne hanno fatto riaffiorare una buona parte”.

Trovai il fatto davvero originale e, tra me e me, considerai che ogni cosa, con il tempo, tutta o in parte, è destinata a tornare in superficie».

 

 

FOTO CON E SENZA EL PARON DE CASA

Profilo di Venezia con e senza il campanile di San Marco

 

 

 

Nella trasmissione “freedom OLTRE IL CONFINE” condotta da Roberto Giacobbo, andata in onda su Rete 4 il 10 gennaio 2019 dal titolo “Dov’era, com’era: la storia del campanile sommerso”, è stato proiettato un video in cui si parla di 1.200.000 mattoni gettati in mare. Nella foto si vede la bambina Gigetta che ne getta uno nelle acque.

 

 

 

Photo Credits: lidorobenon.com (immagini estratte dal libro “IL CAMPANILE DI SAN MARCO RIEDIFICATO”)

Quest’anno gli eventi saranno limitati a causa del Covid, ma si terrà la deposizione della corona di alloro presso i monumenti ai Caduti nelle città dove previsto

 

Si celebra oggi, 4 novembre, la Giornata dell’Unità nazionale e la Festa delle Forze armate, festa ufficiale italiana che da un lato ricorda l’annessione di Trento e Trieste al Regno d’Italia che andarono in questo modo a costituire l’Unità nazionale, e dall’altro commemora di tutti i soldati caduti in guerra.

 

Mentre a Roma, come ogni anno, le più alte cariche dello Stato italiano si recano all’Altare della Patria per  deporre una corona d’alloro alla tomba del Milite Ignoto, con l’Inno di Mameli in sottofondo e le Frecce Tricolore nel cielo della capitale, in Veneto l’assessore regionale all’Istruzione Elena Donazzan rivolge un sentito messaggio al mondo della scuola, in occasione di questa ricorrenza.

 

 

Assessore Donazzan alla scuola veneta: “La storia insegna che dai momenti difficili uniti si esce”

“Vi appello in questo modo immaginandovi uniti in questo ennesimo momento di incertezza e difficoltà in cui la pandemia continua a lasciarci, privati delle nostre sicurezze, delle più belle relazioni di affetto e di empatia che un abbraccio, una stretta di mano, un gesto affettuoso suscitano. Una situazione che fatichiamo a comprendere e che lascerà certamente nelle nostre vite lacune, dolore e disorientamento”.

 

“Ho scelto di mandare a Voi tutti un messaggio di vicinanza e di sostegno oggi, 4 novembre, che per l’Italia, fino a qualche decennio fa, era festa nazionale, festa che celebrava l’attesa unità e la Vittoria nella Prima Guerra Mondiale. Fu quella una guerra devastante, che colpì duramente la società di allora ed i nostri territori in special modo. Il Veneto fu teatro delle più dure ed epiche battaglie, fu protagonista delle pagine dolorose ed eroiche della storia nazionale, fu devastato nei suoi borghi e nei suoi monti e fu poi luogo di costruzione dei monumenti alla memoria”.

 

“Gli uomini e le donne di allora erano come noi – spiega in dettaglio l’Assessore – le loro paure, sono anche le nostre, i loro affetti sono anche i nostri, le loro speranze per una vita migliore, sono le stesse che abbiamo noi oggi. Passarono da una guerra devastante, ma seppero guardare al domani e rialzarsi. Vi invito a leggere qualche pagina di diario di guerra di qualche valoroso soldato, vi invito ad approfondire quanto successe sui nostri territori per avere la convinzione che anche dai momenti più difficili si esce e ci si può rialzare”.

 

La lettera si conclude con un messaggio di speranza a tutto il mondo della scuola veneta, che in questo 2020 ha vissuto e sta vivendo in una condizione che non ha eguali nella nostra storia recente.

“Credo però ci sia una condizione: fare il nostro dovere, farlo fino in fondo, non farsi abbattere dalle paure, ma mostrare coraggio e dignità – conclude Elena Donazzan. – Ciascuno al proprio posto e per il ruolo che ha, docente, tecnico, ausiliare, studente, politico. La scuola è il luogo dell’essere, della educazione, della formazione alla vita, anche e soprattutto alla vita di comunità”.

Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, Oderzo e Ponte della Priula sono stati testimoni di una storia legata alla guerra partigiana che, per quanto brutale, vale la pena divulgare. Soprattutto perché sembrerebbe che siano in pochi a conoscerla.

 

Si tratta di un eccidio, una strage mossa da un atto di ribellione e vendetta, compiuta nel maggio del 1945, ricordata oggi dalla sola celebrazione annuale a cura delle sezioni di Treviso, Villorba e Quartier del Piave del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, e da un monumento commemorativo che si erge tra i vigneti priulensi, a pochi passi dai sassi del Piave che quei giorni si intrisero di sangue.

 

       

 

Cosa avvenne

Nella primavera del 1945, precisamente la mattina del 28 aprile, a Oderzo fu firmato un accordo di non-belligeranza allo scopo di porre fine alle ostilità belliche tra l’allora sindaco opitergino Plinio Fabrizio, il comitato CLN (rappresentato da Sergio Martin), e due rappresentanti della RSI: il colonnello Giovanni Baccarani (comandante della Scuola Allievi Ufficiali di Oderzo), e il maggiore Amerigo Ansaloni (comandante del Battaglione Romagna), cui fece da intermediario il parroco abate di Oderzo, monsignor Domenico Visentin.

La resa istituiva che i miliziani depositassero le loro armi, in cambio del salvacondotto per rientrare nelle rispettive località di residenza.

 

In quei giorni un battaglione della brigata “Cacciatori della pianura”, aggregato alla Divisione Garibaldina “Nino Nannetti”, giunse in Oderzo affermando di avere giurisdizione anche nella zona di pianura alla sinistra del Piave. Venuto infatti a sapere delle trattative prese con i fascisti, decise di considerare nullo l’accordo e di istituire un tribunale di guerra, che nel giro di due giorni emise un centinaio di sentenze per stabilire le pene da applicare.

 

Fu così che tra il 1° e il 15 maggio del 1945 oltre un centinaio di militanti disarmati trovò la morte in una serie di episodi guidati dall’odio e dallo spirito di vendetta dei partigiani: alcuni vennero trucidati nell’opitergino, lungo il fiume Monticano, altri a Ponte della Priula, sull’argine del fiume Piave. Il più giovane aveva solo 14 anni.

 

 

 

 

Le celebrazioni odierne

A ricordo della strage, nel 1965 venne realizzato e posizionato un cippo presso il luogo delle esecuzioni, in località Tron di Ponte della Priula. Lì oggi si celebra annualmente una commemorazione in ricordo di quei giovani ragazzi e padri di famiglia, vittime di una barbarie ancora poco conosciuta.

 

Grazie inoltre al Museo del Piave “Vincenzo Colognese” e al Comitato Imprenditori Veneti “Piave 2000”, vicino al monumento commemorativo in via Ex Bombardieri (indicato da apposita segnaletica in prossimità del sottopasso ferroviario di Ponte della Priula) è stata collocata una targa che ricorda tutti i nomi delle vittime, comprese età e provenienza.

 

      

 

Una riflessione

Questo luogo martoriato, passato alla storia come l’eccidio del Piave, dovrebbe essere meta di scolaresche per far conoscere questo pezzo di storia avvenuto in passato a pochi chilometri dalle nostre abitazioni.

 

Nel 2015, l’artista locale Elio Poloni (classe 1933) dipinse un quadro che rappresenta ciò che lui stesso vide a 12 anni nella fossa del martirio. Un’immagine orribile che si porterà dentro finché vivrà.

 

 

Fonte: Museo del Piave “Vincenzo Colognese”

Photo & Video Credits: Andrea Peruzzetto

Continuiamo con la pubblicazione a puntate del libro scritto dal nostro concittadino, Nuccio Sapuppo. In questa raccolta l’autore ha voluto raccontare – in forma di monografie – luoghi, avvenimenti e personaggi figli di Mogliano che si sono distinti per le opere che hanno compiuto nella loro vita

 

Parliamo adesso dei servizi che Mogliano offre ai suoi abitanti. Servizi sia necessari ed indispensabili per una vita tranquilla e quelli complementari che noi chiameremo per il tempo libero.

Quello di far viaggiare la posta per farla recapitare ai destinatari e smistare quella in arrivo e farla avere fino al proprio domicilio è un servizio di grande utilità che svolgono le Poste Italiane
A Mogliasno anticamente c’era un solo ufficio postale che svolgeva questo servizio e da era posizionato in Via Pia. Ma con il costante crescere della popolazione a Mogliano divenne troppo piccolo, non solo, ma non era confortato da abbastanza parcheggi per ospitare il numero delle auto sempre più numeroso.
Successivamente ne venne individuato anche un altro nel Quartiere di Zerman per evitare agli abitanti di quel rione a recarsi in centro a Mogliano per spedire e/o ricevere posta. Recentemente ne è stata avvertita la necessità di averne uno anche nel quartiere Ovest nel tentativo di riunire quel settore di Mogliano al Centro.

 

 

Dal punto di vista urbano e commerciale, il centro di Mogliano è sempre stato diviso dal Quartiere Ovest, che effettivamente è stato per decenni ghettizzato a causa del passaggio a livello e dalla ferrovia che attraversava giorno e notte spessissimo la Via Roma. Nei decenni scorsi si poteva leggere in maniera evidente la rabbia nel volto della lunga coda di automobilisti, totalmente inerti, in attesa che il treno passasse per poter proseguire il loro cammino. Di treni di passaggio che stazionavano a Mogliano ce n’erano tantissimi, tutti quelli che da e per Treviso provenienti da Mestre-Venezia sostavano per qualche minuto nella nostra Stazione. Per gli abitanti del quartiere Ovest costituiva un grosso problema per via del tempo perso spesso in coda e della praticità di poter raggiungere il centro del paese in poco tempo.
Lungo gli anni per venire incontro a questo problema gli Amministratori che si sono succeduti alla guida del Comune hanno sempre cercato di studiarne la soluzione, cercando di trasferire alcuni servizi importanti ed utili ai cittadini in loco nell’Ovest. Ma intanto il tempo è trascorso ed i cittadini sono stati tenuti sul filo di lana penalizzati nella libertà dei loro movimenti e nella sensazione di sentirsi trascurati dalle Istituzioni.
Tra i servizi dislocati all’Ovest come tentativo di alleviare il nervosismo degli abitanti dell’Ovest c’è stato sicuramente quello di aver piazzato addirittura un insieme di capannoni industriali che compone la Zona Artigianale SAPIM, un secondo Ufficio Postale proprio in Via Roma, una Farmacia denominata alla Marca sempre in Via Roma, L’Unimedica un Poliambulatorio di medicina specialistica e di riabilitazione e più recentemente ben due ipermercati uno di Cadoro e uno di Eurospin. Ma non è strato sufficiente fino a quando non sono stati previsti e realizzati i sottopassi di raccordo, per le macchine e per i pedoni, che effettivamente e finalmente hanno riunito il Quartiere Ovest al resto del paese.
Oggi gli abitanti del Quartiere Ovest possono in macchina arrivare in meno che non si dica sul Terraglio e a piedi in via Pia.
Un ufficio postale c’è anche nel Quartiere di Zerman.

 

Continuiamo con la pubblicazione a puntate del libro scritto dal nostro concittadino, Nuccio Sapuppo. In questa raccolta l’autore ha voluto raccontare – in forma di monografie – luoghi, avvenimenti e personaggi figli di Mogliano che si sono distinti per le opere che hanno compiuto nella loro vita

 

Un ruolo determinante nel settore del insegnamento scolastico assieme al Collegio Bellavite Astori lo svolge anche il liceo “Berto” di Mogliano, una bellissima realtà educativa e culturale che si distingue oggi nel territorio trevigiano per la serietà della gestione e per i risultati scolastici che produce ogni anno.

La sua realizzazione fu concepita saggiamente, studiata nei minimi particolari e portata a termine dagli Amministratori dell’epoca.

Nel tempo l’istituzione ha subìto qualche modifica di ammodernamento e di adattamento alle esigenze della società scolare, adeguandosi anche alle modifiche apportate alle leggi che sono state prodotte dal ministero per rendere più agevole ed adeguata la frequenza ai ragazzi delle scuole superiori a corsi di abilitazione professionale al fine di conseguire un diploma che consenta loro di riuscire ad entrare più facilmente nel mondo del lavoro.

 

Nato infatti come liceo classico, oggi il “Berto” ha aggiunto nel suo palmares le specialità di liceo scientifico, liceo linguistico e di scienze umane ed applicate.

Oltre ovviamente alle aule per le lezioni scolastiche e le sale riunioni a disposizione degli insegnanti, il Liceo dispone anche di un Auditorium per manifestazioni culturali, lezioni speciali e conferenze.

 

Sempre seguendo un excursus continuo di adattamento oggi il liceo “Berto” svolge egregiamente alcune attività collaterali alla scuola vera e propria. Prima fra tutte:

l’attività di sostegno per gli alunni che dimostrano una qualche difficoltà nel seguire il ritmo delle lezioni al pari dei loro colleghi

– la valorizzazione delle eccellenze. Con questa iniziativa vengono proposte agli allievi delle attività specifiche di approfondimento delle discipline in orari extra scolastici

– attività teatrale allo scopo di perfezionare la dizione

– partecipazione ad alcuni certamina letterari tenuti da eminenze della cultura umanistica

– conseguimento della patente europea per la pratica del Computer e la Certificazione per la lingua inglese

– altre numerose iniziative di approfondimento dalle quali è nato un vero e proprio “Laboratorio di espressione” che produce spettacoli di recite in lingua madre di tragedie greche o di saggi in latino.

 

Il liceo “Berto” ospita anche la sede del Centro Culturale dedicato a G. Berto, che gestisce a sua volta anche il Premio Berto, dove si raccolgono i lavori dei partecipanti al Premio e vi si riunisce la Commissione degli Specialisti che ne fanno parte per assegnare ogni due anni l’ambito premio.

Continuiamo con la pubblicazione a puntate del libro scritto dal nostro concittadino, Nuccio Sapuppo. In questa raccolta l’autore ha voluto raccontare – in forma di monografie – luoghi, avvenimenti e personaggi figli di Mogliano che si sono distinti per le opere che hanno compiuto nella loro vita

 

Le suore Pastorelle che risiedono e hanno ricevuto in eredità la custodia dell’Abbazia Benedettina a Mogliano Veneto fanno parte del piccolo ordine religioso femminile di recente fondazione (1938) da parte di Don Alberione, che lo battezzò proprio ordine delle suore di Gesù Buon Pastore. Sono sparse in tutto il mondo a custodia di Monumenti importanti e di grande valore storico e dedicano la loro vita al tentativo di ricondurre alla retta via le “pecorelle” smarrite e riconsegnarle al Buon Pastore Gesù.
Numericamente non sono ancora tante, ma vista la loro preziosa opera semplice di evangelizzazione sono sicuramente destinate a crescere in fretta.
Le suore Pastorelle a Mogliano nello svolgimento dell’opera pastorale di evangelizzazione si occupano principalmente, oltre che della cura dell’abbazia, in seno alla parrocchia e sotto la guida illuminata del parroco, di catechesi e di visite agli ammalati.

Oggi inauguriamo la pubblicazione a puntate del libro scritto da un concittadino, Nuccio Sapuppo. In questa raccolta l’autore ha voluto raccontare – in forma di monografie – luoghi, avvenimenti e personaggi figli di Mogliano che si sono distinti per le opere che hanno compiuto nella loro vita

 

Questo libro scritto da Nuccio Sapuppo si intitola “L’Album dei ricordi” ed è la storia di Mogliano Veneto con il sistema delle monografie. Si compone da due parti. La prima contiene l’insieme delle fotografie a colori dei monumenti, avvenimenti, e dei personaggi che durante la loro vita si sono distinti per talento e ingegno nei vari campi della cultura, dell’arte e dell’imprenditoria. Ma, purtroppo, come qualsiasi altro angolo del mondo, anche Mogliano nel suo Album di ricordi mostra anche “l’Altra Faccia”, che compone la seconda parte del libro. La faccia cioè composta da fotografie in bianco e nero. Quella composta da azioni scorrette o perlomeno poco edificanti, quella parte che nessun cittadino moglianese del passato, del presente o del futuro avrebbe mai voluto leggere.

 

L’Abbazia Benedettina

costruita intorno all’anno mille

 

L’Abbazia Benedettina, costruita intorno all’anno mille volutamente nel cuore del paese, costituisce la più importante testimonianza della innegabile vetustà di Mogliano Veneto ed è fatta risalire dagli storici addirittura all’epoca paleocristiana, in cui l’Abbazia fu costruita già con compiti importanti di protagonista nell’ambito dell’economia e della gestione di un vasto territorio circostante.

 

Dopo un lungo periodo nel quale l’Abbazia fu occupata da una Comunità di Frati Benedettini per i quali era stata costruita e dopo aver attraversato un altrettanto lungo periodo di totale abbandono, in occasione di una radicale ristrutturazione sia della struttura dell’Abbazia e della Chiesa posizionata in fianco, l’intero Manufatto passò alle Suore Benedettine e da allora fu più comunemente denominata Convento.

 

L’Abbazia sia per il suo ruolo che esercitava e sia per la posizione strategica che occupava, ha subito nel tempo svariati saccheggi e distruzioni da parte di alcune truppe di passaggio attraverso la grande via di comunicazione che era il Terraglio e da parte di briganti affamati di denaro che vivevano nelle zone limitrofe. E quindi di tanto in tanto nelle sue strutture si rendevano necessari lavori di corpose ristrutturazioni e di riassetto. Pare che in una di tali circostanze, Giotto in persona, trovandosi a Padova per eseguire i suoi lavori nella Cappella degli Scrovegni, volle venire a Mogliano a vedere di persona lo stato dei lavori e soprattutto l’allestimento e la collocazione delle pitture commissionate per la Chiesa del Monastero.

 

Oggi, in quella che era nata come Abbazia e successivamente trasformata in Convento per Monache Benedettine di clausura, ci vive una Comunità di Suore Pastorelle.

 

Storicamente l’Abbazia ha un’importanza notevole, non solo per l’antichità della sua costruzione e per le continue ristrutturazioni subite nel tempo, per i quali ha ospitato Architetti e Pittori di riconosciuta fama, ma soprattutto per il ruolo politico che essa ha interpretato nella storia religiosa e politica della lunga epoca medievale.

 

Forse per la sua posizione, al centro del triangolo geopolitico del tempo, tra Padova, Venezia e Treviso, per un lungo periodo si è trovata a gestire tutte le Chiese del circondario con la qualifica di “pieve” con annesso un Battistero in dotazione unico nella zona che costringeva i fedeli dell’intero circondario a recarsi a Mogliano Veneto per ricevere il Battesimo.

 

Questi compiti le erano stati assegnati dal Re e dal Papa dell’epoca in persona, rendendola responsabile di una enorme ricchezza non solo di moneta sonante (gabelle, tasse), ma anche e soprattutto di innumerevoli tesori aurei, di pietre preziose e di paramenti sacri riccamente decorati che costituivano i generosi lasciti delle persone appartenenti a famiglie ricche e blasonate in donazione alla Chiesa ed ai suoi rappresentanti.

 

Tutte queste ricchezze purtroppo, come non fossero bastate le razzie dei briganti del posto e delle truppe di passaggio, assieme ad una imprecisata ed enorme quantità di libri di inestimabile valore storico, scientifico e letterario, patrimonio di intere Biblioteche famose della zona, sparirono definitivamente nel loro insieme dopo le razzie compiute da Napoleone, in occasione di una sua venuta in Italia, tesori ed opere d’arte letteralmente trafugate all’Italia e trasferite in Francia.

 

 

L’autore

Nuccio Sapuppo è nato a Scordia (CT) il 16.09.1941. Ha compiuto gli studi classici a Caltagirone e di Teologia Dogmatica a Napoli.

Ha lavorato, da imprenditore, nel Veneto, nel settore della Ristorazione.

Oggi è pensionato e vive a Mogliano V.to (TV) dove risiede.

Adesso è importante restare a casa e restarci finché le istituzioni ci diranno di farlo. Il nostro comunicare le proposte en plein air dei mesi a venire – annuncia il Presidente dei Castelli del Ducato Orazio Zanardi Landi – è da prendere come un segno di fiducia nel futuro e gesto di speranza, nel pieno di rispetto dei decreti che il nostro circuito turistico-culturale sta rispettando al 100%, e nel pieno rispetto di chi oggi sta lavorando strenuamente per garantirci quel futuro, negli ospedali, nel mondo della sanità, nella protezione civile e nelle istituzioni.

 

“Per il Ponte del 25-26 aprile, a maggio e per l’estate proviamo a tenere vivi sogni, desideri e propositività: puntiamo a rafforzare ancora di più il legame tra manieri e outdoor, rocche e giardini, borghi storici e monumenti in particolare. Per famiglie con bambini che hanno bisogno di ritrovare, nella realtà e nell’immaginario di un Castello che protegge, difende e custodisce, serenità, forza e coraggio. Per giovani e adulti che scoprendo o riscoprendo straordinari luoghi d’arte, tengono vivi i sogni e l’orgoglio della grande bellezza in Italia. Pensiamo che possa fare bene allo spirito delle persone leggere e sognare alcune idee – per adesso solo da segnare in agenda – per vedere poi se saranno realizzabili e trascorrere gite in zone bellissime dove la tipica cucina con prodotti DOP, paste ripiene, salumi sopraffini e vini ottimi ritempra lo spirito. Per venire da noi, se e quando si potrà, basterà una telefonata o una e-mail come avete sempre fatto!”.

 

 

Idee per il Ponte del 25-26 aprile

 

 

Sabato 25 e domenica 26 aprile, il Castello di Scipione dei Marchesi Pallavicino (PR) sulle colline in fiore di Salsomaggiore Terme propone Ricordi di Famiglia, una straordinaria esposizione di preziosi oggetti, antichi documenti e fotografie appartenuti alla famiglia della Marchesa Maria Luisa Pallavicino, con l’apertura straordinaria di alcune sale.

 

 

 

 

 

Alla Rocca dei Rossi di San Secondo (PR) sabato 25 aprile alle 21.30, c’è “Ambasciatori del Territorio” – Arte e suggestioni, visita-spettacolo notturna per ammirare la superba arte rinascimentale e per conoscere la grande storia di San Secondo. L’Ambasciatore del Territorio per San Secondo Parmense è lo storico Pier Luigi Poldi Allaj. L’ospite sei tu in un territorio autentico. L’iniziativa fa parte del progetto dell’associazione Castelli del Ducato: format con il patrocinio di Parma 2020 Capitale della Cultura Italiana ed il contributo di Fondazione Cariparma e Destinazione Turistica Emilia PTPL.

 

 

 

 

Al Castello di Gropparello (PC) sabato 25 e domenica 26 aprile c’è l’Assalto al Castello, fuori dalle mura del maniero negli ampi prati verdeggianti un esercito nemico si è accampato! Dalle 10 alle 17 (ultimo ingresso ore 14).

 

 

Tende da Cavalieri, macchine da guerra, scudieri, braceri e armaioli. Un via vai di soldati in fermento per la grande battaglia, con chi ti schiererai? La giornata comprende anche la visita al castello e il Parco delle Fiabe. La manifestazione si svolge anche in caso di mal tempo.

 

 

 

 

Al Castello di Rivalta (PC) sabato 25 aprile, Bianchina e l’Incantesimo: quale segreto cela una bellissima dama in abito blu, con un velo sul capo da cui si intravede uno sguardo misterioso? Dai suoi racconti riemergeranno verità recondite e leggende di questo castello magico e ricco di mistero, situato in un borgo medievale da favola, nella prima val Trebbia, la valle che Hemingway definì la valle più bella del mondo. È visibile anche la mostra di vedute ottiche e “Attorno a Goya in Italia. Paolo Borroni e gli altri. Gli anni del cambiamento”, che consentiranno di ammirare stanze solitamente non visitabili: queste le idee da prendere al volo per trascorrere una gita in aree naturali in cui godere dei primi caldi primaverili e dintorni ricchi di fascino.

 

 

 

 

 

Attorno alla Rocca Sanvitale di Fontanellato (PR) domenica 26 aprile, Rocca e Natura, mostra mercato con hobbisti, maestri dell’ingegno, espositori di handmade e artigianato artistico, prodotti naturali e bio.

 

 

Prenotazioni, info e costi per tutti gli eventi: [email protected]

 

 

 

 

 

Idee per il mese di maggio

La straordinaria esposizione di preziosi oggetti, antichi documenti e fotografie appartenuti alla famiglia della Marchesa Maria Luisa Pallavicino Ricordi di Famiglia, con l’apertura straordinaria di alcune sale, resterà aperta fino al 3 maggio. E sempre sulle colline in fiore di Salsomaggiore Terme, il Conte René von Holstein figlio della Marchesa Maria Luisa Pallavicino aprirà personalmente le porte della dimora fondata dai suoi avi – il Castello di Scipione dei Marchesi Pallavicino (PR) – per una visita speciale, domenica 24 maggio alle 11.30, nel progetto “Ambasciatori del Territorio”. È previsto un aperitivo finale.

 

 

 

Al Castello di Rivalta (PC) in un borgo incantato, in un castello magico, venerdì 1° maggio Forchetta la maghetta ha bisogno dell’aiuto di tutti i bimbi per rimediare ai suoi pasticci in Magie e Peripezie!

Fino a fine maggio per gli adulti mostra di vedute ottiche e “Attorno a Goya in Italia. Paolo Borroni e gli altri. Gli anni del cambiamento”, che consentiranno di ammirare stanze solitamente non visitabili.

Domenica 17 maggio, alle 16, il Castello di Rivalta (PC) aderisce ad “Ambasciatori del Territorio” e propone una visita guidata con il Conte Orazio Zanardi Landi, Presidente dei Castelli del Ducato e proprietario del maniero. L’ospite sei tu in un territorio autentico.

 

 

 

Al Castello di Gropparello (PC) domenica 10 maggio tutti al Mercato Medievale, si rivivono ere esperienze di artigianato storico e i bambini potranno essere arruolato dal Re per difendere il Regno in un grande gioco.

 

 

La giornata comprende anche la visita al castello e il Parco delle Fiabe. Ogni domenica di maggio, sarà attivo dalle 10.00 alle 17.00 (ultimo ingresso ore 14.00) lo straordinario Parco delle Fiabe.

 

 

 

 

La Rocca Viscontea di Castell’Arquato (PC) organizza Kid Pass Day domenica 10 maggio, con giochi di abilità e di intelletto per perfetti cavalieri della Rocca Viscontea. Solo chi supererà tutte le prove e dimostrerà di avere ampie conoscenze degli usi e costumi medievali verrà insignito del titolo feudale. Sempre a Castell’Arquato sabato 16 maggio alle 21 per la Notte dei Musei tour notturno nel borgo e nei musei alla ricerca di anomalie e eventi paranormali con gli esperti di E.P.A.S (European Paranormal Activity Society). Una serata insolita, alla ricerca di anomalie elettromagnetiche e di strani campi di forza, nei vicoli del Borgo, nella Rocca Viscontea e nel Museo Geologico. Durata complessiva: 1 ora e 30 minuti circa.

 

 

 

Attorno alla Rocca Sanvitale di Fontanellato (PR), domenica 17 maggio, torna il Mercatino dell’Antiquariato, dalle 8 alle 18.30 circa, in un contesto storico e artistico di rara e suggestiva bellezza. Maggio è un mese in cui è tradizione visitare Fontanellato, in provincia di Parma: non solo per ammirare i meravigliosi arredi nelle sale della Rocca Sanvitale e l’Affresco del Parmigianino ma anche per vedere lo Stendardo della Beata Vergine del Rosario esposto nel castello, stupirsi all’interno della Camera Ottica nel maniero e entrare nel Santuario della Beata Vergine del Rosario.

 

Domenica 24 maggio, spazio invece a Rocca e Natura, mostra mercato con hobbisti, maestri dell’ingegno, espositori di handmade e artigianato artistico, prodotti naturali e bio.

 

 

 

Al Castello di Bianello (RE) il castello si racconta: visite speciali con figuranti in costume Matilde di Canossa, le dame, i cavalieri, gli artigiani del borgo raccontano chi ha abitato questo castello con aneddoti, ricordi e scene di vita vissuta, sabato 30 maggio e domenica 31 maggio.

 

L’iniziativa fa parte del progetto “Ambasciatori del Territorio”.

 

 

 

 

Alla Rocca dei Rossi di San Secondo (PR) sabato 30 maggio, alle 21.30, viene riproposta “Ambasciatori del Territorio” – Arte e suggestioni in Rocca, la visita-spettacolo notturna per ammirare la superba arte rinascimentale e per conoscere la grande storia di San Secondo. L’Ambasciatore del Territorio per San Secondo Parmense è lo storico Pier Luigi Poldi Allaj. L’ospite sei tu in un territorio autentico.

 

 

Prenotazioni, info e costi per tutti gli eventi: [email protected]

 

 

 

 

Bambini e speranza: il regalo di Irene e Laura ai Castelli del Ducato

I più piccoli ci insegnano: il castello nel loro immaginario ti protegge e ti difende, uniti si vince! Vi raccontiamo una storia…

 

Sono giorni sospesi nei giardini e nelle corti antiche dei Castelli del Ducato. Ma è accaduta una cosa speciale: ci ha scritto una mamma, Lucia da Milano, che a dicembre 2019 era venuta in visita con le sue bambine a due manieri del nostro circuito. Una gita in giornata.

 

In uno dei due castelli le sue bimbe hanno partecipato a una fiaba animata con personaggi e hanno vissuto una storia magica interpretata nelle stanze della dimora. Nell’altro hanno seguito, uniche piccole nel gruppo di turisti, la spiegazione della guida che, accorgendosi di loro, con intelligenza ha focalizzato la narrazione anche su oggetti e storie che potessero appassionare e incuriosire le ragazzine. Otto e cinque anni.

 

In questo lungo periodo dal 21 febbraio, la vita quotidiana di Irene e Laura è cambiata all’improvviso: non si va a scuola né all’asilo, sul volto del papà c’è tanta tensione e, nonostante mamma Lucia cerchi di stemperare con sorrisi, ciambellone casalingo e fantasia il tempo domestico – tutti a casa – le preoccupazioni sono tante. Come vi capiamo!

 

Le bambine però si sono ricordate della gita nei Castelli del Ducato, di quelle due roccaforti che hanno visitato. Si sono ricordate della fiaba che hanno vissuto dove, dopo molti ostacoli, in un castello che protegge e ti difende, uniti si vince. Sono andate a prendere le loro bacchette magiche comprate nel bookshop e le penne a forma di piuma. Si sono vestite – nei pensieri – dell’energia coraggiosa di principesse guerriere, eroine senza paura per il bene. E sono state loro a dire con bacchetta magica in mano a mamma e papà: “Sì, ma poi alla fine vinciamo noi”.

 

Ringraziamo Irene e Laura e mamma Lucia per aver condiviso questo pezzetto di vita quotidiana. I Castelli nell’immaginario dei bambini possono fare tanto… e anche nell’animo degli adulti. Resistiamo nelle nostre comunità proprio come per millenni hanno resistito i nostri manieri. Un castello ti protegge e ti difende, è un archetipo, un simbolo, sta nel tuo cuore.

 

 

1.168 euro donati all’ospedale Maggiore di Parma

Vi diamo un’ultima notizia: alcuni commercianti di Fontanellato (Parma) hanno raccolto 1.168 euro che hanno destinato all’ospedale Maggiore di Parma! Con loro anche amministratori e persone che lavorano in Comune.

Sono commercianti, ristoratori, proprietari di negozi in un paese che vive (anche e molto) di turismo culturale ed enogastronomico, dove oggi tutto è fermo. Ma come nei borghi storici, nei luoghi d’arte, nei musei e nei Castelli di tutta Italia tutto tornerà alla normalità… e rivedremo tutto con nuovi occhi, con una emozione indescrivibile! E pensiamo davvero che stavolta l’arte, la bellezza di un paesaggio o di un opera d’arte, ci possa aiutare a ricominciare, perché ci danno messaggi importantissimi! Mettiamoci in ascolto.

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