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Questa sera alle 18.30, la nostra collaboratrice Silvia Moscati, giornalista e storica, presenterà nella Sala consiliare del Comune di Mogliano il suo libro “Le cinque giornate di Fiume”, che narra di D’Annunzio e dell’impresa di Fiume a cent’anni dalla partenza da Venezia.

 

Dispiace solo constatare che un anonimo non sia d’accordo, a quanto pare, su quanto il libro racconta, visto che ha scarabocchiato il manifesto esposto nella bacheca comunale.

 

Probabilmente non è d’accordo sulla storia, ma la storia è scritta e ormai condivisa, e appartiene all’umanità.

“C’è da mettersi le mani nei capelli: Caporetto fu lo sfondamento del fronte ad opera dell’Esercito italiano ai danni degli Austriaci. Anche questo si trova nel libro che una nota casa editrice ha ritirato dal commercio dopo il mio intervento e quello della Associazione Nazionale Alpini a seguito della segnalazione di un genitore indignato nel leggere in una didascalia che il Ponte degli Alpini di Bassano si trova sul Piave”.

 

Così l’assessore all’Istruzione della Regione Veneto Elena Donazzan, segnala il nuovo grave errore contenuto in un testo di storia, destinato alla preparazione scolastica dei giovani.

 

“È grazie alla professoressa Cavalli, una docente della scuola di formazione professionale ENAIP di Bassano del Grappa che siamo venuti a conoscenza di quest’altra chicca – continua l’assessore Donazzan -. Un errore da bocciatura senza appello, visto che non solo la storia ma anche il linguaggio comune intendono Caporetto come il paradigma di una sconfitta disastrosa, visto che fu la più grave rottura del nostro fronte ad opera degli Austroungarici nella Prima guerra mondiale. Nel libro, invece, l’autrice del testo, con somma superficialità, altrimenti dovremmo chiederci che laurea ha conseguito, mette nero su bianco uno dei più grossolani errori che si possano immaginare, perché scrive che Caporetto fu lo sfondamento del fronte nemico da parte dell’Esercito italiano”. 

 

“C’è da chiedersi quante altre inesattezze ci siano in questo testo che fino a ieri era adottato dalle scuole italiane e forse lo è ancora oggi – aggiunge l’Assessore -. Ha fatto bene la casa editrice a ritirarlo dal mercato, ma dovrebbe intervenire con una comunicazione ancora più chiara affinché chi lo ha in dotazione ne sospenda l’utilizzo. La storia va maneggiata con cura, nello spirito di verità che concorre a formare la coscienza civica di una comunità ed è alle radici della propria identità”.  

 

“Lo svarione che ho letto – conclude Donazzan – mi indigna profondamente e torno a chiedermi come vengano selezionati i volumi che sono indicati tra le scelte per il libro di testo obbligatorio. L’editore ha fatto la sua parte e spero non si avvalga più di simili collaboratori, ma sono preoccupata anche per l’approssimazione di chi, invece, dovrebbe essere il primo a vigilare sulla qualità dei testi che dovrebbero aprire le porte della conoscenza ai nostri giovani nelle scuole”. 

Sabato 20 aprile 2019 apre al pubblico la mostra dedicata alla fotografia giapponese di fine ‘800. L’esposizione, prodotta da ARTIKA e organizzata dal Comune di Villorba, sarà visitabile fino al 9 giugno 2019. La mostra presenta una selezione di immagini fotografiche tutte provenienti dalla straordinaria collezione di Valter Guarnieri. Il collezionista trevigiano ha raccolto nel corso di molti decenni centinaia di opere d’arte provenienti dall’Estremo Oriente. Durante l’esposizione di Villorba uno spaccato importante della sua collezione è esposto anche a Casa dei Carraresi e sarà possibile visitare le due location usufruendo della convenzione sul biglietto di ingresso.

 

 

La mostra presenta una selezione di 66 fotografie all’albumina, perlopiù inedite, prodotte in diversi studi fotografici giapponesi. Tra gli autori troviamo alcuni grandi interpreti come Kusakabe Kimbei (1861 – 1934) fotografo pittorialista della “Scuola di Yokohama”, Felice Beato (1832 – 1909) tra i primi autori occidentali ad entrare in Giappone, paese in cui aprì il proprio studio; tra i suoi assistenti Beato ebbe, oltre a Kimbei, anche Raimund von Stillfried (1839 – 1911). Altro importante interprete del genere è Adolfo Farsari (1841 – 1898), vicentino che testimonia il rapporto privilegiato dell’Italia con il paese del Sol Levante.

 

 

I temi della mostra

Il Giappone è un paese traboccante di fascino e mistero. Un complesso arcipelago composto da circa 7.000 isole che galleggia ai margini dell’Oceano Pacifico. I motivi per un viaggio sono innumerevoli. La sua natura, uno dei soggetti di questa mostra, è rigogliosa e variegata, soprattutto nel periodo che va da marzo a maggio quando si compie l’Hanami, ovvero la fioritura dei ciliegi.

 

 

Anche il mare è protagonista, circonda il Giappone e si insinua al suo interno creando una delicata armonia tra l’uomo e l’acqua. Talvolta tale equilibrio lascia spazio alla distruzione generando la Grande Onda, ovvero lo Tsunami che dall’Oceano si abbatte sulle coste, immortalata da Hokusai nella celebre ukiyo-e. Il maremoto è conseguenza del terremoto, altro fenomeno che caratterizza la quotidianità nell’Estremo Oriente. In più, la fascia geologica in cui si trova il Giappone è costellata di vulcani, come il celebre Monte Fuji.

 

 

Eppure, la civiltà locale si è evoluta in perfetta empatia con lo spazio circostante. Le architetture, gli alimenti e l’arte sono la conseguenza di un uso moderato dei prodotti della terra e del mare. La natura del Giappone è viva e vegeta ed è popolata da migliaia di creature soprannaturali. È la base dello Shintoismo, la “Via degli Dei”, una costruzione panteistica che si pone alla base della civiltà giapponese e ne determina il rapporto con la natura.

 

 

 

Le sezioni

La mostra è suddivisa in sette sezioni. Si parte (prima sezione) dalla figura più nota in Occidente, ovvero la geisha.  La geisha, o più in generale la beltà femminile così come la intendiamo noi (volto ovale cosparso di cipria bianca, abiti elegantissimi e modi cadenzati), ha rappresentato per il Giappone un topos culturale, dalle coltissime dame di corte del periodo Heian (794-1185) alle cortigiane vissute tra XVII e XIX secolo, così ben immortalate da Kitagawa Utamaro (1753-1806), il pittore che meglio di ogni altro ha restituito la vivacità dei quartieri dei piaceri di Tokyo.

 

La seconda sezione è dedicata alla vita quotidiana, un viaggio all’interno delle attività di tutti i giorni: dalla raccolta del tè, passando per la preparazione dei pasti e le tecniche di filatura, fino ai passatempi come le passeggiate domenicali.

 

La terza sezione ci porta alla scoperta della variegata vita spirituale del Sol Levante. In Giappone, infatti, la religiosità è un fatto piuttosto complicato, frutto di credenze autonome, innesti provenienti dall’esterno e rielaborazioni inedite di questi prestiti. Dallo Shintoismo, la cui origine si perde nella notte dei tempi, al Buddhismo (dalla Cina) nella sua versione autoctona: Zen.

 

La quarta e la quinta sezione ci permettono di scoprire l’emozionante paesaggio giapponese. Le due sezioni offrono spunti di varia natura. Si parte con i favolosi ponti giapponesi (come il Ponte laccato di rosso a Nikko) che solcano paesaggi ancora incontaminati per arrivare alla visione di alcuni centri urbani densamente popolati come Yokohama (prima città ad avere palazzi occidentali) e Kyoto. Una parte della quinta sezione ci mostra invece alcune vedute mozzafiato: dalle rigogliose cascate alla visione monumentale del Monte Fuji.

 

La sesta ed ultima sezione è dedicata all’hanami, il momento della fioritura dei ciliegi. Il Giappone è una terra di antiche tradizioni. L’hanami – letteralmente “ammirare i fiori” – è una di queste ed indica la consuetudine dei giapponesi di riunirsi all’inizio della primavera per ammirare, in particolar modo, i fiori di ciliegio.

 

 

Informazioni pratiche

 

ORARI DI APERTURA

Dal martedì al venerdì: 15 – 20

Sabato, domenica e festivi: 10 – 20

Lunedì chiuso

La biglietteria chiude 45 min. prima

 

BIGLIETTERIA

intero: € 7,00

ridotto per:

  • studenti 6 – 26 anni: € 5,00
  • POSSESSORI BIGLIETTO MOSTRA SUL GIAPPONE A CASA DEI CARRARESI*, soci Fai, Arci e Touring Club: € 5,00

ridotto residenti nel Comune di Villorba: € 2,00

 

VISITE GUIDATE GRUPPI GUIDED TOUR

tariffa biglietto esclusa, prenotazione obbligatoria

€ 5,00 a persona, min. 10 – max. 25 persone

 

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI INFO

mail: [email protected]

web: www.artika.it

 

*Conserva il Biglietto per avere la riduzione alla mostra sul Giappone di Casa dei Carraresi

Ieri, 25 marzo, ricorreva secondo tradizione la nascita di Venezia. Il primo insediamento fu posto su di un’isola più alta delle altre, da cui il nome di Rialto.

 

Il giorno dell’Annunciazione del 421 d.C. fu eretta la chiesa di San Giacometto, che è quindi il primo nucleo attorno al quale poi crebbe Venezia.

 

Le isole della laguna erano abitate da pescatori anche nel periodo romano, ma con le invasioni barbariche, verso la metà del V secolo, metà della popolazione di Aquileia si rifugiò nelle isolette della laguna.

 

La più consistente migrazione di popolazioni sulle isole lagunari avvenne nel periodo longobardo, dando luogo a un notevole insediamento stabile. Secondo il Chronicon Altinate dell’XI secolo, il 25 marzo del 421 d.C. è il giorno della nascita di Venezia. La crescita della città proseguì poi sino al IX secolo.

 

 

Fonte: Cronache Veneziane Antichissime di Giovanni Monticolo

Assessore Donazzan: “Abbiamo il dovere di far conoscere ai più giovani quella pagina dolorosa della nostra storia”

 

In occasione del Giorno del Ricordo, che il 10 febbraio si celebra in tutta Italia in memoria delle foibe e dell’esodo degli istriani, giuliani e dalmati, la Regione Veneto, in collaborazione con l’Ufficio scolastico regionale, l’associazione Venezia Giulia e Dalmazia e la federazione delle associazioni degli esuli, distribuirà nelle scuole secondarie di primo grado la storia a fumetti di Norma Cossetto e un opuscolo informativo, curato dallo storico Guido Rumici, per inquadrare le complesse vicende storiche del confine orientale.

 

L’iniziativa, finanziata con 15mila euro dalla Giunta regionale, rientra nel protocollo di intesa, attivo già da anni tra Regione Veneto, ministero dell’Istruzione e Federazione delle associazioni degli esuli istriani fiumani e dalmati, per promuovere iniziative di informazione e di approfondimento nelle scuole e far conoscere, anche attraverso l’incontro con i testimoni, la tragedia delle foibe e dell’emigrazione forzata dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia che circa 350mila italiani dovettero subire, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale e negli anni successivi.

 

Norma Cossetto, la studentessa istriana allieva dell’università di Padova, barbaramente torturata dai partigiani titini e uccisa nella foiba di Villa Surani – dichiara l’assessore regionale alla Scuola, Elena Donazzan – è il simbolo di una tragedia tardivamente riconosciuta dalla Repubblica italiana e che noi abbiamo il dovere di far conoscere ai giovani studenti del Veneto. Non perché lo impone una legge, ma perché quella pagina di storia, colpevolmente taciuta, è ancora assente dai libri di testo e dai programmi scolastici. La Regione del Veneto, che per storia, cultura e tradizione è fortemente legata alle terre di Istria e Dalmazia, e la cui Università di Padova, su proposta dell’allora Rettore Concetto Marchesi concesse la laurea honoris causa post mortem a Norma, ha il compito, più di altri, di far conoscere l’orribile tragedia della pulizia etnica fatta dai Partigiani di Tito ai danni di quelle popolazioni, colpevoli solo di essere italiane”. 

 

La graphic novel Foiba Rossa di Emanuele Merlino e Beniamino Delvecchio sarà stampata in 2500 copie e distribuito alle scuole medie dove i docenti potranno condividerlo con i ragazzi che frequentano l’ultimo anno nelle settimane successive al Giorno del Ricordo. L’associazione Venezia Giulia e Dalmazia, in collaborazione con Federesuli, sta predisponendo anche la stampa dell’opuscolo storico informativo di 24 pagine che docenti e ragazzi potranno utilizzare per inquadrare la vicenda storica delle foibe nel più ampio contesto degli storici rapporti tra Veneto Istria e Dalmazia, degli esiti del secondo conflitto mondiale per il confine orientale e dell’esodo dell’esodo che ebbe in Veneto una delle prime terre di approdo.

 

“Grazie all’iniziativa della Regione Veneto e alla sensibilità di dirigenti scolastici e insegnanti del Veneto – sottolinea Alessandro Cuk, vicepresidente nazionale dell’associazione Venezia Giulia e Dalmazia, tra i più attivi nel promuovere il Giorno del Ricordo  – sarà possibile avvicinare i ragazzi di terza media ad una pagina dolorosa e controversa, sulla quale era scesa per decenni una sorta di amnesia collettiva. Stiamo lavorando per aggiornare l’opuscolo storico anche con approfondimenti e indicazioni bibliografiche che stimolino a conoscere meglio le ragioni dell’esodo e i suoi sviluppi, nonché il profondo legame che unisce le popolazioni delle due sponde dell’Adriatico e che in Venezia hanno sempre avuto il loro riferimento culturale”.

Evento di approfondimento storico intorno alla mostra “Da Tiziano a Van Dyck. Il volto del ‘500”

 

Sabato 19 gennaio alle ore 16.30, Casa dei Carraresi (Treviso) ospiterà la conferenza “Sangue e gloria. Storie di condottieri nel Rinascimento”: un evento di approfondimento storico all’interno della mostra “Da Tiziano a Van Dyck. Il volto del ‘500”.

 

Relatori saranno Gabriele Campagnano e Francesco Saverio Ferrara, rispettivamente fondatore e art director del Centro Studi Zhistorica, introdotti da Daniel Buso, direttore artistico di Artika e organizzatore della mostra.

 

I temi verteranno sulla situazione geopolitica, su aspetti di guerra e sui condottieri della Repubblica di Venezia nel quadro storico tra XV e XVI secolo. Un excursus in linea con i ritratti di uomini d’arme presenti in mostra e con le sezioni tematiche che rimandano all’espansionismo veneziano in terraferma e all’influenza culturale della Serenissima in quel periodo.

 

Un’occasione per riscoprire e valorizzare la storia della Repubblica veneziana sotto i molteplici aspetti culturali e militari che caratterizzavano gli uomini di potere dell’epoca: ricerca del bello artistico da una parte, esaltazione della guerra dall’altra.

 

L’ingresso è gratuito, previa registrazione su Eventbrite. Dopo la conferenza i partecipanti potranno visitare la mostra con biglietto ridotto e, solo per l’occasione, con audioguida gratuita.

 

“Da Tiziano a Van Dyck. Il volto del ‘500” è la mostra sulla pittura veneta del Rinascimento con opere della collezione Alessandra. Visto il grande successo di visitatori, oltre 18.000 mila nei primi tre mesi, Daniel Buso di ARTIKA e Fondazione Cassamarca hanno deciso di prorogare l’apertura fino al 24 marzo, estendendo il periodo di visita per scuole, associazioni e gruppi in genere.

 

Zhistorica

Zhistorica è progetto di ricerca e divulgazione storica, fondato a Roma nel 2017 da Gabriele Campagnano, dopo una lunga produzione di articoli accademici e contenuti per appassionati di storia medioevale e tecniche militari. Sempre nel 2017 la pubblicazione de “I padroni dell’Acciaio” con le illustrazioni di Francesco Saverio Ferrara, successo editoriale con oltre 700 copie vendute. Recentemente l’uscita de “Nicolas Federmann: Diario di un Mercenario Tedesco nel Nuovo Mondo”.

Sono molte le leggende e le storie di fantasmi che Venezia racconta. Molte sono raccolte nel libro Storie di fantasmi di Alberto Toso Fei.

 

Una delle tante riportate nel libro, narra della storia di un fantasma che si aggira durante la notte nel Campo San Giovanni e Paolo.

 

La Scuola di San Marco, oggi Ospedale Civile, fu rifatta dopo un violento incendio nel 1485. Al rifacimento del portale partecipo uno scalpellino, Cesco Pizzigani, che finì in disgrazia e in povertà dopo una malattia che condusse alla morte l’amata moglie. Per curarla, spese tutto i suoi soldi e anche la casa e così finì mendicante davanti al portale da lui scolpito.

 

Sempre in quel periodo viveva alla Giudecca un giovane figlio di una veneziana e di un turco. La donna viveva nei pressi della Scuola di San Marco e il figlio si recava spesso a trovarla, ma la picchiava selvaggiamente.

 

Una sera, colpito da un raptus, uccise la madre e le strappò il cuore e tenendolo in mano cominciò a vagare per il campo finché incespicò e il cuore cadde a terra.

 

Si narra che dal cuore uscì una voce che disse: “Figlio, ti sei fatto male?”. Il giovane impazzì e si suicidò, gettandosi in acqua. La scena fu vista dallo scalpellino che dormiva sotto il portale e che la incise con un chiodo sul marmo.

 

 

Ancora oggi è visibile, graffiata sul marmo, la figura di un turco con in mano un cuore.

 

La leggenda narra anche che durante la notte si odono nel campo i lamenti del giovane suicida che va cercando il cuore perduto della madre.

I moglianesi hanno scritto e pubblicato molto, ma mai nessuno ha scritto della città e della sua storia amministrativa. Ora finalmente una stimata giornalista cittadina, Luciana Ermini, ha colmato questa lacuna, portando alle stampe Ritratto di città. Sogni – Vittorie – Sconfitte.

 

Il libro è “un esame della storia amministrativa della città, sul modo di gestire la cosa pubblica. Ciò ha comportato un lungo lavoro di ricerca”: sono queste le parole della Ermini all’Eco  di Mogliano, di cui ne è direttore. “Non ci sono giudizi, racconto ciò che è successo”, precisa poi.

 

Dal libro, ben curato nella veste grafica da Arcari Editore, si comprende facilmente come ogni amministrazione che si è succeduta nei decenni passati, sino ad arrivare agli anni Sessanta dello scorso secolo, si è sforzata di avere progetti ambiziosi e spesso all’avanguardia, per realizzare servizi per la città e per i cittadini.

 

In definitiva si tratta di una cronaca storico giornalistica sullo sviluppo sociale ed economico della città degli ultimi sessant’anni, con qualche accenno anche ai primi anni del Novecento.

 

Il tutto è mirabilmente esposto in circa 200 pagine accompagnate da un eccezionale supporto fotografico tratto dall’archivio di Cesare Bison.

 

Questa è anche l’occasione per festeggiare i 35 anni de L’Eco di Mogliano, di cui Arcari Editore ne è l’editore storico.

 

Spiace solo notare la mancanza del patrocinio del Comune di Mogliano.

Inizia il conto alla rovescia per l’evento che domenica 11 novembre commemorerà i 100 anni dalla fine della Grande Guerra: iscritte 25 staffette assolute e 65 giovanili. Partenza alle 9.30 da Colfosco di Susegana e arrivo all’Isola dei Morti seguendo il corso del Piave

 

Si sono iscritte in novanta: novanta staffette per commemorare, domenica 11 novembre, con un grande evento podistico, i 100 anni dalla fine della Grande Guerra.

 

“Abbiamo registrato l’adesione di 25 staffette assolute e 65 giovanili – spiega Oddone Tubia, presidente del Comitato provinciale della Fidal e responsabile organizzativo della manifestazione -. Siamo soddisfatti: dal punto di vista organizzativo tutto procede per il meglio e l’adesione delle società dimostra che il messaggio è stato recepito: sarà una gara, ma soprattutto un percorso della memoria, nel cuore di un territorio che un secolo fa fu teatro di un evento tragico, costato migliaia di morti”.

 

La Staffetta del Centenario avrà uno sviluppo complessivo di 15,5 chilometri. Cinque le frazioni, tutte di lunghezza diversa. La partenza avverrà alle 9.30 a Colfosco di Susegana, in prossimità della statua del Cristo. Il primo cambio, dopo 3,5 chilometri, sarà a Sant’Anna di Susegana, all’inizio del rettilineo che porta a Falzè di Piave. Il secondo passaggio di testimone, dopo 3,1 chilometri, avverrà in piazza Arditi a Falzè di Piave. Il terzo cambio, dopo una frazione di 3,5 chilometri, è previsto in piazza Martiri della Libertà a Sernaglia della Battaglia. Il quarto e ultimo passaggio di testimone, dopo altri 2,5 chilometri, sarà davanti al municipio di Moriago della Battaglia.

 

La quinta frazione si svilupperà sulla distanza di 2,9 chilometri e il traguardo sarà all’interno dell’Isola dei Morti, l’area naturalistica e monumentale di particolare suggestione, in cui tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 1918 si sviluppò l’offensiva della Battaglia della Vittoria, che portò alla conquista di Vittorio Veneto e alla fine della Grande Guerra. L’Isola dei Morti ospiterà anche le staffette giovanili: le categorie esordienti, ragazzi, cadetti e allievi si sfideranno su un percorso ridotto, con uno sviluppo di 600 metri, a partire dalle 10.30.

 

La Staffetta del Centenario è organizzata dal Comitato provinciale della Fidal, con il supporto delle amministrazioni comunali di Susegana, Sernaglia della Battaglia e Moriago della Battaglia, delle sezioni Anadi Conegliano e Valdobbiadene e degli Artiglieri della provincia di Treviso.

 

La manifestazione sarà accompagnata da momenti di rievocazione storica, con il sorvolo degli aerei della Jonathan Collection e la presenza di figuranti con le divise militari dell’epoca.  Gli iscritti riceveranno la t-shirt ufficiale dell’evento e una medaglia che rappresenterà un pezzo unico, da collezione. Lungo il Piave, domenica, si correrà davvero nella Storia.

Il nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto del 1918 e sui tragici eventi della Grande Guerra, riportati alla luce dopo circa vent’anni di ricerche

 

 

 

Foto prese dall’archivio comunale di Mogliano Veneto

 

 

Con entrambi i telegrammi, il Prefetto impartiva direttive per regolare il flusso del rientro dei profughi nella provincia di Treviso.

 

In seguito, a guerra finita, nei primi attimi della vittoria, inenarrabile fu l’angoscia per coloro che rientravano nei luoghi dove erano nati e avevano sempre vissuto prima della diaspora e questo accadeva soprattutto nelle immediate vicinanze dei campi di battaglia, nelle terre del Veneto e del Friuli, là dove, erano venuti a combattere e a morire tanti giovani soldati provenienti da più parti d’Europa.
I terreni erano letteralmente sconvolti dalle esplosioni, ingombri dei reticolati di filo spinato, in parte ancora integri, a protezione delle numerose trincee e dei camminamenti.
Le case, dove erano nati e da sempre avevano abitato i loro antenati, erano dei miseri ruderi, privi di copertura e con i muri maestri diroccati.
Per ogni dove esistevano cataste inimmaginabili di materiali, di carriaggi arrugginiti e di tanti munizionamenti pronti ancora all’impiego.
I campi, dove avevano portato al pascolo il loro bestiame, erano disseminati di quantità incredibili di proiettili di vario calibro inesplosi e dovunque esistevano campi di prigionia e cimiteri improvvisati.
Nei boschi gli alberi erano in gran parte mutilati dalle esplosioni; alcuni apparivano scheletrici a causa degli incendi. C’era, davvero, da rimboccarsi le maniche e ricominciare tutto da capo.

 

 

Il ritorno dei profughi…

“La guerra era terminata da più di un mese e i nuclei familiari dei profughi cercavano di avvicinarsi ai piedi delle montagne per essere più pronti al ritorno con l’arrivo della primavera.
Prendevano alloggio nei locali lasciati liberi dalla truppa e nelle baracche, anche se qualche volta poi, dovevano contestare gli ordini dei Comandi che volevano smantellarle.
Le classi anziane furono congedate e i richiamati delle classi 1874 e 1875 si riunivano alle famiglie.
I nostri alpini arrivavano in divisa e con un pacco di vestiario sotto il braccio. In tasca avevano anche la “polizza del combattente” di lire mille, pagabile a venticinque anni dalla vittoria. Qualcuno di questi, sfidando carabinieri e autorità, risaliva al paese per vedere cosa era rimasto, ma ritornava subito in pianura con l’animo straziato e la bocca piena di maledizioni.
Alla vigilia di Natale, Matteo arrivò a casa con un pezzo di lardo e uno di formaggio. A darglieli era stato un sergente della Sussistenza, forse preso da pietà dal suo aspetto. La madre poté mettere insieme lardo fuso con patate, farina gialla, latte acido, un po’ di zucchero, qualche mela e qualche fico secco per fare l’impasto che, dopo averlo spianato in una teglia, mise a cuocere tra braci e cenere. Così facevano qualche volta lassù a casa.
Quella sera per le strade dei paesi sentirono cantare La Nina che non era, come la loro antica canzone natalizia, un poco misteriosa e dalla melodia primitiva. Le campane che erano rimaste, una o due per campanile, perché con le altre avevano
fatto armi, suonarono tutte insieme così che sembrava la voce di tutte, anche di quelle che non c’erano.

 

La mattina, quando rientrarono a casa dopo la messa dell’alba, trovarono sul tavolo mezza gallina da fare lessa; forse erano stati i Salbeghi o gli Scalchi, non vennero mai a saperlo, e se anche una grande malinconia gravava sui loro animi quella mezza gallina e il dolce rustico rallegrarono un po’ il loro Natale”.

 

Da L’anno della vittoria di Mario Rigoni Stern

 

 

“A ridosso di qualche mozzicone di muro i soldati o i prigionieri, avevano costruito delle baracche in legno, come base per i primi servizi e per i successivi interventi. Incontrarono dei soldati annoiati che sorvegliavano un gruppo di prigionieri polacchi che svogliatamente liberavano una via facendo passamano di sassi, mattoni e travi; quanto era rimasto delle case, dopo bombardamenti, incendi, saccheggi, combattimenti, uso difesa o di offesa.
Matteo e suo padre guardavano con il cuore stretto, senza parlare, quelle che per loro non erano solamente macerie ma la fine di un mondo, di un paese e di un costume che erano iniziati quando i nostri antenati scelsero per vivere questa terra che nessuno voleva perché isolata, scomoda da raggiungere e selvaggia, ossia coperta da forti selve.
Forse queste cose nessuno dei due le sapeva per istruzione, ma lo sentivano d’istinto perché erano parte di queste macerie di case, di questi boschi senza più alberi vivi, di questi pascoli senza erba”.

 

Da L’anno della vittoria di Mario Rigoni Stern

 

A tutti quei profughi avrebbero dovuto dedicare una lapide marmorea con la seguente dedica, scritta da Giovannino Guareschi, internato n. 6865:

Io esco senza nastrini e senza medaglie, ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti,

io sono riuscito a passare indenne attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno.

 

Oltre alle vicissitudini dei profughi è bene anche ricordare le situazioni di pericolo e di ristrettezze vissute da tutti coloro che, nei dodici mesi di guerra intercorsi tra il mese di novembre del 1917 e quello del 1918, vollero rimanere nei territori occupati o nelle campagne, a ridosso della nuova linea del fronte, lungo la riva destra del fiume Piave.

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