Arte, Cultura, Storia e ArcheologiaVideo

Cottanello e le meraviglie che non ti aspetti (VIDEO)

11 minuti di lettura

Prosegue la nuova rubrica “Arte, Cultura, Storia e Archeologia” curata da Carlo Franchini. Un viaggio alla scoperta delle bellezza, delle curiosità, del fascino dell’Italia e del mondo, di ieri e di oggi.

Testo di Nica Fiori
Foto e video di Carlo Franchini

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Dalla villa romana alla cava del “marmo” rosso di Cottanello, all’eremo medievale di San Cataldo

È proprio vero che anche i paesi più piccoli in Italia possono riservare delle sorprese per gli appassionati cultori di un turismo archeologico, artistico e paesaggistico. Il comune laziale di Cottanello (in provincia di Rieti) occupa indubbiamente una posizione di grande interesse storico e naturalistico nella Sabina occidentale, non lontano dalla piana di Rieti e dalla vetta del Terminillo e si presta a un tour con diversi punti di attrazione, compreso quello di una piccola città fantasma, Castiglione di Cottanello, cui si accede inerpicandosi lungo una strada non asfaltata, in un paesaggio bucolico incontaminato.

Castiglione appare come un paesino medievale abbandonato, le cui case di pietra, invase dalla vegetazione, sono arroccate intorno a un castelletto. Il suo fascino è quello legato alle città morte, dove gli unici rumori sono quelli degli animali al pascolo e i ronzii degli insetti svolazzanti sui fiori e sulle erbe profumate.

Di questo borgo antico, i cui abitanti si sono ormai trasferiti a valle, si ricorda che nel passato era appartenuto a Narni (provincia di Terni), testimonianza della forte compenetrazione che, dal Medioevo fino al Settecento avanzato, vi fu tra l’odierna Umbria meridionale e alcuni paesi della Sabina divenuti laziali in età relativamente recente.

Anche l’aspetto di Cottanello è quello di un paese medievale, ma la sua origine è romana e legata all’importante famiglia degli Aurelii Cottae, da cui sembra derivare il nome. Se nel passato l’ipotesi che il nome fosse dovuto al fundus Cottanus era incerta, la scoperta nel 1968 della villa romana in località Collesecco, a un chilometro in linea d’aria dal centro storico, non lascia più dubbi, perché nel criptoportico è stato rinvenuto un frammento di dolium (vaso in terracotta per alimenti) con la scritta M. Cottae.

Non si sa con certezza chi potesse essere il Marco Cotta che ha lasciato il suo nome sul bollo, ma potrebbe essere identificato con Marco Aurelio Cotta Massimo Messalino, che ricoprì molte cariche pubbliche (fu console nel 20 d.C.) e viene ricordato da Tacito come uomo crudele e adulatore di Tiberio, mentre Plinio il Vecchio lo cita come autore di testi sulle colture agricole. Sappiamo che la famiglia Cotta era nobile, importante e molto ricca: era un ramo della gens Aurelia che si era insediata in questa zona dal 241 a.C. quando il console e generale Caio Aurelio Cotta l’aveva conquistata insieme a Marco Fabio Buteone, e aveva dato il nome alla via Aurelia.

La villa romana di Cottanello è una di quelle ville rustiche, tanto diffuse nel territorio sabino, costruite a partire dalla romanizzazione della zona nel III secolo a.C.

La sua scoperta non fu casuale, perché precedentemente vi erano stati alcuni ritrovamenti nel corso di lavori agricoli e lo stesso toponimo di Collesecco sembrava legato al fatto che il colle doveva essere particolarmente arido per la presenza di ruderi, detriti murari e calcinacci.

Gli scavi promossi dalla Soprintendenza archeologica hanno messo in luce la parte centrale della villa, comprendente un portico di accesso, un atrio con l’impluvium, un ambiente più grande che doveva essere adibito a triclinio, una serie di stanze per gli ospiti (cubicola), un peristilio, la camera da letto padronale e una zona termale, oltre al criptoportico, che era un grande corridoio di servizio, lungo 36 metri, ma in gran parte ancora pieno di terra, che ha restituito parti di anfore e dolia che vi erano immagazzinati.

Restano invece da scavare le altre parti del complesso, che risultano da prospezioni aerofotografiche e geofisiche. Dal 2013 le ricerche sono state condotte dall’Istituto di Studi sul Mediterraneo antico (ISMA), in collaborazione con la Soprintendenza, con il CNR e altre istituzioni.

Come ha spiegato la direttrice del sito Francesca Licordari, queste ville erano vere e proprie aziende agricole (del resto la Sabina si prestava bene alla coltivazione dell’olivo e della vite, come pure all’allevamento), con una parte padronale ricca e dotata di tutti i comfort e fattorie esterne per gli schiavi che lavoravano alle dipendenze del proprietario. Era normale che i senatori romani, che per la loro attività pubblica non erano pagati, si mantenessero grazie alle loro proprietà agricole e, pur abitando a Roma, si recavano volentieri in queste ville di campagna, non tanto per controllare i lavori, compito che affidavano a uno schiavo o a un liberto di loro fiducia, quanto per appagare il loro bisogno di svago e di riposo, quello che veniva chiamato otium. L’otium prevedeva attività intellettuali e fisiche e si contrapponeva al negotium (ovvero la negazione dell’otium).

La villa di Cottanello ha subito nell’arco dei secoli varie modifiche ed è possibile riconoscere almeno tre fasi edilizie. La prima è relativa al II-I sec. a.C., con alcune attestazioni ancora più antiche (III sec. a.C.); la seconda è relativa alla prima metà del I sec. d.C. quando venne costruito l’edificio attualmente visibile, mentre all’ultima fase (IV-VI sec. d.C.) si riferiscono strutture murarie irregolari presenti soprattutto nell’area occidentale, la chiusura del portico occidentale del peristilio e di alcuni accessi alla zona porticata a est, e altri interventi che segnano profonde trasformazioni nell’uso dell’edificio.

Mentre in origine l’accesso doveva essere dal portico orientale, attualmente si accede al complesso da un ingresso moderno collocato nel lato sud, che coincide con il punto dal quale hanno avuto origine gli scavi, in corrispondenza di una voragine causata dal crollo di parte della volta del criptoportico.

Nella visita ci colpiscono non tanto i resti delle murature (tutte in opera pseudoreticolata con conci di pietra calcarea e angoli in opera listata), quanto le pavimentazioni a mosaico che si sono conservate quasi integralmente e che sono diverse nei diversi ambienti. Si tratta di mosaici a tessere finissime, per lo più bianche e nere con motivi geometrici di repertorio, ma non mancano alcuni motivi colorati, come maschere teatrali, composizioni vegetali, animali e anforette. In alcuni pavimenti, nel capitello di una colonna e in alcune soglie (dove sono visibili gli incavi per i cardini) domina il colore rosato dovuto all’impiego del cosiddetto marmo rosso di Cottanello.

Tra i mosaici ci colpiscono in particolare quelli collocati nelle soglie di accesso alla camera “padronale”: uno con motivi ornamentali vegetali e l’altro con una scena di corteggiamento tra gallinacei. In questo caso s’intravedono alcune tessere rossastre del marmo locale che colorano la cresta e il becco del maschio. È un motivo questo che fa intuire la funzione di alcova che doveva avere la camera.

Non è più in loco, invece, un grande riquadro (emblema) al centro di un grande ambiente, che pure era presente al momento degli scavi e successivamente è scomparso, forse trafugato oppure perso in qualche magazzino (era stato portato al Museo Nazionale Romano). Un’altra cosa che ci colpisce è la vasca per la raccolta delle acque piovane (impluvium). Nel fondo di questa si osservano un pavimento con mattoncini disposti a spina di pesce (opus spicatum) e muri risalenti alla prima fase costruttiva della villa. Agli angoli dell’impluvium dovevano trovarsi quattro colonne in laterizio ricoperte di intonaco sfaccettato e dipinto. Sempre dall’impluvium si vede l’impronta del canale di collegamento che doveva portare l’acqua alle terme.

Nel settore termale non è agevole riconoscere le funzioni dei singoli vani che allo stato attuale sono privi di pavimenti e di arredi. Si indica generalmente come frigidarium un vano contraddistinto da una forma circolare con quattro nicchie e pavimento cementizio, dove tuttavia non è stata individuata una vasca. Le ricerche degli ultimi anni si sono concentrate su un ambiente attiguo dove è stato rinvenuto un grande accumulo di materiali pertinenti a un impianto di riscaldamento andato distrutto; in particolare i mattoni, circolari o quadrati, per i pilastrini che dovevano sorreggere il pavimento rialzato sotto il quale circolava l’aria calda e tubuli fittili per il riscaldamento delle pareti, oltre a frammenti di vasche e dei rivestimenti pavimentali e parietali. C’è poi un ulteriore ambiente absidato, forse da identificare con il calidarium, che conserva un pavimento in opera cementizia risalente alla fase costruttiva precedente, ma con uno spesso muro che rompe la simmetria della parete absidata, evidentemente perché aggiunto in un secondo tempo per creare una grande intercapedine. Non è certa la posizione del forno per il riscaldamento, il praefurnium, mentre un altro piccolo ambiente è stato considerato come latrina.

In epoca romana la villa è da collocare nel territorio di Forum Novum (i cui resti si trovano presso Santa Maria in Vescovio), sorto come luogo di mercato, soprattutto pastorale, su una delle principali vie di traffico della Sabina e organizzato come municipio in età cesariana, come attestato da fonti letterarie ed epigrafiche. Esso svolgeva la funzione di polo di aggregazione in un ambito territoriale in cui prevalevano forme di insediamento sparso (i cosiddetti vici).

Assolutamente imperdibile per il suo fascino è la cava principale della tipica pietra rossa di Cottanello, che viene impropriamente chiamata “marmo” per il bell’aspetto cromatico e le caratteristiche di lucidabilità, ma in realtà è un calcare marnoso; i colori prevalenti sono il rosa e il rosso bruno, con venature bianche, gialle o grigie.

La cava si trova a pochi chilometri dal centro del paese lungo la strada che conduce ai Prati di Cottanello. Le pareti sono disposte su due livelli: in quello inferiore troviamo una serie di massi abbandonati (di estrazione moderna) i cui colori superficiali sono alterati dai processi di ossidazione e dalla proliferazione di licheni, ma la terra è rossastra per via dei frammenti lapidei. Nel livello più alto è presente una struttura a gradoni con tracce di attività antica con piccone, insieme a tracce di sondaggi recenti con trapano; in quest’area ci emoziona la visione di un fusto di colonna sbozzato e non ancora staccato dallo strato di roccia sottostante: accanto alla colonna vi sono inoltre altre superfici con gli incavi praticati per estrarre i blocchi, dai quali potrebbero essere stati cavati fusti simili. Sulla destra si apre una grotta dove sono state incise diverse iscrizioni, una delle quali, sulla volta, riporta la data 1688 insieme alle lettere BC, probabilmente le iniziali di colui che all’epoca aveva la concessione dello sfruttamento.

Sono presenti, inoltre, dei simboli che fanno pensare a una fase originaria di sfruttamento di età più antica; possiamo infatti riconoscere numeri romani all’interno di cartigli come il cinque, il dieci, anche ripetuti (“VVV”, “XXX”) e il simbolo ∞ che nelle cave romane indicava il numerale 1000. Al di là dell’interesse storico per queste testimonianze, il luogo ha un’atmosfera magica, misteriosa e pittoresca allo stesso tempo, con un’abbondanza di muschio dovuta all’umidità e alla scarsa luce. In epoca romana il marmo di Cottanello è stato utilizzato, oltre che nella Villa degli Aurelii Cottae, nella cosiddetta Villa di Orazio di Vacone, nella Casa del Fauno e in quella di Umbricio Scauro a Pompei, come pure a Roma sul Palatino, a Ostia antica, a Terracina, a Lucus Feroniae e ad Albano Laziale. Le attività di estrazione si interrompono nel III secolo per poi riprendere nel XVI e XVII secolo, quando questa pietra ebbe grande fortuna e venne utilizzata a Roma anche da Gian Lorenzo Bernini (nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale) e da Francesco Borromini (in Sant’Agnese in Agone). Tra le numerose chiese dove è presente, non possiamo non ricordare la Basilica di San Pietro, nel colonnato interno voluto da papa Innocenzo X. Fu il toscano Sante Ghetti, allievo di Bernini, a proporre la “pietra mischia color persico” di Cottanello e, per poterlo trasportare, nel febbraio 1650 (importantissimo anno giubilare), “aprì una nuova strada e dilatò quella che era aperta e riuscì al porto di Stimigliano, dove si imbarcarono dette colonne…”.

Se il paesaggio ombroso di quest’area ci porta col pensiero al duro lavoro dei cavatori di pietra, le cui tecniche di lavorazione si tramandavano di generazione in generazione, l’Eremo di San Cataldo ci parla di spiritualità, inserito in uno strapiombo roccioso ai piedi della strada provinciale che si affaccia su un bosco digradante fino al torrente Aia. L’intero complesso, sovrastato da un’impressionante roccia aggettante, appare sostenuto da una sostruzione di tre grandi arcate ed è accessibile da una ripida scala di pietra, realizzata nel 1888, in occasione dell’apertura della strada. Un tempo, invece, vi si arrivava percorrendo antiche mulattiere delle quali rimane ancora qualche traccia.

Attraverso una porta lunettata si accede a un piccolo spazio a cielo aperto (il soffitto che lo copriva è crollato), chiuso da una muratura di pietra (lo stesso calcare bianco dello sperone roccioso soprastante). Un’ulteriore scaletta porta alla parte superiore, dove ci si trova all’altezza del campaniletto a vela.

All’oratorio vero e proprio si accede da un grande arco, attualmente chiuso da una vetrata: è costituito da un piccolo ambiente a volta, che conserva degli affreschi, mentre nel fondo è la grotta che funziona da abside.

Le origini di questo eremo rupestre sono incerte. In una pergamena esposta all’entrata, datata al 2005, si legge che “si ritiene risalga all’VIII secolo” e “fu costruito per custodire la nicchia ove San Cataldo pregava e meditava”. Più probabilmente potrebbe risalire al X secolo, quando i monaci benedettini dell’abbazia di Farfa utilizzarono il sito come luogo di rifugio ed eremitaggio. L’intitolazione a San Cataldo, un monaco vescovo irlandese del VII secolo noto per essere il patrono di Taranto, è successiva all’origine del romitorio e dovuta forse agli stessi benedettini; secondo altri il suo culto potrebbe essere arrivato in paese grazie a qualche abitante assoldato nel 1503 dalle truppe spagnole nell’ambito della cosiddetta seconda guerra d’Italia (1499-1504), combattuta anche in Puglia.

Al centro della chiesetta si trova un piccolo altare moderno con sopra un blocco irregolare in marmo di Cottanello, che in questo caso appare screziato di bianco.

L’affresco più antico, del XII secolo, occupa la parete sinistra e, secondo quanto si legge nella pergamena, è “di autore bizantino cassinese” e “misura m 3,67 x 2,85”. Raffigura al centro Cristo benedicente seduto su un trono gemmato; ai suoi lati sono disposti i dodici apostoli (sei per lato, disposti su due file), guidati da San Pietro e San Paolo, iconograficamente ben riconoscibili. Anche gli altri santi in primo piano sono riconoscibili: alla destra di Pietro (raffigurato con le simboliche chiavi) troviamo San Giovanni evangelista con il calderone (poiché venne immerso nell’olio bollente) e Sant’Andrea con la croce; dal lato opposto San Paolo con la spada, San Bartolomeo col coltello e San Tommaso con la lancia.

Al di sotto sono sei sante, in tunica bianca e mantello rossastro, precedute da una figura maschile che solleva le mani. A sinistra, sotto i piedi degli apostoli, sono visibili due leoni affrontati sopra una porta dipinta, che richiamano alcune pitture tombali etrusche. Tenuto conto che la porta allude all’aldilà, la figura potrebbe essere quella di un defunto (il dedicante dell’affresco) che ha conquistato il paradiso e come orante si presenta al coro delle Vergini di Dio, prima di poter accedere alla visione di Cristo e del consesso apostolico. Ancora al di sotto, si è conservata una Madonna col Bambino di epoca successiva (XV secolo).

Sulla gamba destra del Cristo è stato dipinto a tempera il “tau” (la lettera greca che simboleggia la croce), attribuito a San Francesco, il quale sostò a Cottanello tra il 1217 e il 1223, ragion per cui il sito, cui si arrivava da Greccio, è inserito nel cosiddetto “Cammino di Francesco”. Questo affresco, che era celato da un altro con una veduta di Cottanello, venne alla luce nel 1944, quando le truppe tedesche in ritirata fecero saltare il ponticello sottostante la chiesa. I successivi restauri gli hanno restituito “ascetica luminosità”, evidenziando la sua dipendenza stilistica da coevi dipinti laziali e umbri.

Altri affreschi sono stati realizzati tra il XV e il XVII secolo: nella parte absidale troviamo un’altra Madonna col Bambino e dal lato opposto due figure di santi vescovi, forse San Cataldo, a destra e a sinistra di una nicchia, che doveva racchiudere una sua presunta reliquia. Sui pilastri all’ingresso si trovano due dipinti raffiguranti Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino.

Nella volta a crociera, le cui vele sono evidenziate da festoni vegetali, sono raffigurate storie bibliche, relative al libro della Genesi. Si vedono, in particolare, la raffigurazione del peccato originale e la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre (XVII secolo).

Alcuni ex voto presenti nell’eremo testimoniano un culto ancora molto vivo nei confronti di San Cataldo, la cui festa cade il 10 maggio. Si ricorda, in particolare, il voto, fatto solennemente nel 1944 dalla popolazione locale al santo, di astenersi dal mangiar carne il giorno della sua festa se avesse salvato il paese dalle distruzioni della guerra.

Per informazioni:
http://www.sabap-rm-met.beniculturali.it/it/480/cottanello-ri-villa-degli-aurelii-cottae
https://comune.cottanello.ri.it/menu/383354/citta-territorio

La Villa degli Aurelii Cottae è situata in Via di Collesecco 1, località Collesecco. L’apertura avviene in occasione di visite guidate a cura della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti.

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