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Il secondo giorno di Antica Fiera svoltosi ieri, domenica 3 marzo, ha registrato un boom inaspettato di afflussi, grazie anche alla bella giornata soleggiata.

 

Tra gli eventi più emozionanti, la rievocazione, nell’ambito della sezione “Guerra e Pace” del progetto “La mia Aula Grande come il Mondo del CAIPTR”, ideato e coordinato dalla docente Antonella De Rosso, di uno spaccato di vita quotidiana bellica durante la Prima Guerra Mondiale con l’allestimento di due campi, uno italiano e l’altro austriaco, e l’esposizione di reperti particolari come la forgia, un carretto di munizioni, un basto da mulo del 1918.

 

Obiettivo del progetto è la valorizzazione della storia del Cavallo Agricolo da Tiro Pesante Rapido, chiamato anche Cavallo Artigliere, perché utilizzato, durante la Grande Guerra, per il traino di mezzi di artiglieria. Selezionato nella zona veneta nel 1860 per l’esercito Regio ed allevato nei Depositi degli Stalloni delle terre padane restò in dotazione dell’Esercito fino agli anni Trenta e via via sostituito dai mezzi meccanici. Fu in seguito utilizzato in agricoltura per circa un trentennio, finché la meccanizzazione agricola ebbe il sopravvento verso gli anni Sessanta.

 

All’Antica Fiera di Godega, grazie alla collaborazione dell’Associazione Attacchi CAITPR e alle Associazioni di Rievocati della I Guerra Mondiale “22° Compagnia Autonoma SKiatori” (presidente Paolo  Marchiori) e “Il Nuovo Fronte” (presidente Fabio Lazzaro), è andata in scena un pezzo della nostra storia.

 

 

Giorgio Nanni Costa della 22° Compagnia Autonoma SKiatori ha interpretato la figura di un appartenente al Corpo Veterinario che conduce una cavalla CAITPR per la presentazione della razza. In campo anche un alpino conduttore di un mulo fardellato con basto originale del 1918 e soldati in divisa austriaca per rappresentare gli eserciti contrapposti nel conflitto, accumunati però dall’utilizzo del cavallo e del mulo che grande ruolo hanno avuto nella Grande Guerra. Particolare la rievocazione di ViKtoria SAVS, unica donna ad essere stata arruolata dall’esercito austriaco.

 

 

 

 

Ultimo giorno di Antica Fiera: le attività proposte

La giornata di oggi, lunedì 4 marzo, si è aperta con la presentazione, alle 9, dei prodotti esposti nel Salone Terra Nostra; alle 10 è iniziata la dimostrazione di cucina a cura della chef Cristina Andreola della Scuola Alberghiera Dieffe di Valdobbiadene con degustazione di preparazioni realizzate con prodotti esposti nel Salone; alle 17.00 è prevista la degustazione del formaggio Montasio DOP a cura del Consorzio Tutela Formaggio Montasio.

 

Nell’ambito della rassegna FuoriFiera, presso il Ristorante della Fiera, dalle 8 alle 10, i visitatori hanno potuto degustare la “colazione contadina” con sbatudin al caffè o al marsala, pan buro e sucaro, trippe, pan e saeame. Dalle 18, “…’Nden in fiera a far comarò”, cena a base di ossada e radici e fasioi  (su prenotazione: 327.4145141 Luca).

 

Proseguiranno per tutto il giorno le attività ludico-didattiche con gli asini di Asinomondo e con i cavalli: i pony del Centro Ippico Articolo V, pronti per il battesimo della sella, i cavalli da tiro pesante rapido di Ass. Attacchi CAI TPR, i purosangue spagnoli di Cavallo&Company. Tutte e tre le compagnie offriranno spettacoli equestri in diversi momenti della giornata.

 

Tra le attrattive di quest’anno BiblioHUB e la Mostra degli Antichi Mestieri.

Rimangono attivi anche domani i due punti di baby parking 0-10 anni, a cura di Mary Poppin’s House e I Tigrotti.

Un elmetto verde e il sangue versato dai nostri soldati. È l’immagine appesa sotto i portici di piazza Pio X, in centro storico a Treviso, che sta facendo discutere in questi giorni. Due locandine affisse fuori dal portone di quella che è stata per molti anni la “Casa del Mutilato”, oggi sede dell’ANMIG (Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra), che annunciano l’avvicinarsi delle “Serate di Guerra”. Quattro serate – a ingresso libero e gratuito – in cui la sede dell’associazione di Piazza Pio X apre le porte a incontri con il grande cinema di guerra, quello che ha segnato anche il nostro Paese, da Train De Vie a Full Metal Jacket, passando per Uomini Contro e La Grande Guerra.

 

Quattro venerdì, quindi, dal 15 febbraio all’8 marzo, dove la luce del proiettore in sala cercherà di riaccendere Piazza Pio X, oggi per molti considerata soltanto un parcheggio giorno e notte alle spalle di Piazza Duomo.

 

“La cultura è sempre il miglior modo per riaccendere la Città. – Afferma Giorgio Bughetto, presidente dell’ANMIG di Treviso – Uno spazio associativo che da molti anni da assistenza ai reduci delle nostre guerre e oggi vuole continuare a dare molto alla Città, da un lato per non dimenticare quello che hanno vissuto i nostri soci in tempo di guerra e dall’altro per cercare di ridare vita a una zona centralissima del centro ma di notte spenta e vuota, ridotta al solo uso parcheggio”.

 

Non solo cinema nelle corde dell’Anmig: “Questa sarà solo la prima delle tante iniziative che abbiamo in mente di fare dentro e fuori le mura dell’associazione. – continua Giorgio Bughetto – Nel prossimo futuro continueremo con degli incontri letterari e musicali passando per delle visite guidate alla scoperta dei luoghi storici della Marca e a delle mostre fotografiche”.

 

Il primo appuntamento è per venerdì 15 febbraio, alle ore 20, con Train de Vie, un treno per vivere di Radu Mihaeanu.

Secondo appuntamento sarà venerdì 22 febbraio con Uomini Contro di Francesco Rosi.

Seguirà la terza proiezione, venerdì 1° marzo, del film La grande Guerra di Mario Monicelli.

Chiuderà il primo ciclo – ma assolutamente non ultimo – di “Serate di Guerra” la pellicola targata Stanley Kubrick Full Metal Jacket, in programma venerdì 8 marzo.

 

Tutti gli appuntamenti avranno luogo alle ore 20, presso la sede dell’ANMIG in piazza Pio X 5, a Treviso e saranno a ingresso rigorosamente libero e gratuito, fino a esaurimento dei posti disponibili.

 

Per info

Giorgio Bughetto 340.0962446

[email protected]

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l nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto del 1918 e sui tragici eventi della Grande Guerra, riportati alla luce dopo circa vent’anni di ricerche

Per oltre un anno Mogliano aveva assistito il passaggio di truppe e di prigionieri, aveva accolto i feriti nei suoi numerosi ospedali da campo e le salme dei caduti nel suo cimitero.
Aveva offerto inoltre la base di partenza ai così detti missionari della “Giovane Italia” che una volta indottrinati negli attivissimi uffici del Servizio Informazione della III Armata, raggiungevano a bordo di aerei, che decollavano dai vicini aeroporti di Marcon
e di S. Andrea a Venezia, le retrovie austriache nei territori occupati.
Un volta raggiunti i settori assegnati, travestiti da contadini o da pescatori, si mescolavano alla popolazione locale raccogliendo preziose informazioni sulla consistenza dei reparti austro ungarici e sull’entità dei loro armamenti.
Subito dopo le tragiche vicende di Caporetto, quando il fiume Piave ebbe a diventare il nuovo fronte tra l’esercito Austro Ungarico e il ricostituendo Regio Esercito e Mogliano Veneto fu scelta quale sede ideale per il Comando della III Armata, tante ville venete furono requisite, e tra queste, evidenziate nella illustrazione sopra, c’era anche la Villa Favier, dove furono dislocati la sede del Comando Ufficio P.
Informazioni e svariati centralini telefonici e radio telefonici.

 

Nella stessa Villa Favier il Colonnello Smaniotto conduceva anche un servizio d’informazioni particolarmente curato: La Giovane Italia, che assicurava una conoscenza particolareggiata di ogni minima attività degli austriaci al di là dal Piave.
Questo servizio era stato creato allo scopo di evitare quanto era successo pochi mesi prima a Caporetto. Ufficiali volontari, una volta portati, nottetempo, da aerei al di là dalle linee nemiche, si travestivano da contadini e con l’aiuto di conoscenti o parenti,
residenti nelle terre occupate, si dedicavano attivamente alla raccolta di preziose informazioni sulla dislocazione e sulla consistenza delle truppe avversarie, sui loro movimenti e preparativi. Quei giovani, particolarmente competenti e preparati, erano
a conoscenza dei rischi che avrebbero corso qualora fossero stati catturati. Non avrebbero potuto evitare la condanna all’impiccagione per spionaggio. E tutti coloro che agirono, non tanto per ubbidienza agli ordini ricevuti, ma per puro
amor patrio, sono da considerare come dei veri eroi.

 

 

Quella notte tra il 29 e il 30 maggio 1918

A notte fonda un veloce Voisin dalle ali tricolori decollava dall’aeroporto di Marcon (VE). La partenza d’un velivolo in quelle ore notturne non è che fosse un fatto straordinario, eppure, un qualsiasi osservatore, se avesse potuto vedere da vicino l’aereo e i suoi passeggeri poco prima del decollo, avrebbe provato stupore. Il velivolo era pilotato dal capitano Gelmetti; con lui c’erano a bordo un altro ufficiale e un soldato, tutti e due bersaglieri e un gabbia contenente numerosi volatili.
Stava per avere inizio la prima impresa della Giovane Italia.
I due bersaglieri erano il tenente Camillo De Carlo e il soldato Bottecchia appartenenti all’ 8° reggimento; entrambi nati e cresciuti nelle terre invase ed espertissimi dei luoghi, del dialetto e delle persone.
Dopo un volo rapido e tranquillo in una notte limpida l’aereo raggiunse il campo d’Aviano, tutto illuminato per permettere ai velivoli austriaci di individuarlo facilmente al rientro dalle loro scorrerie notturne su Venezia, Padova e Treviso.
Il Voisin discese e atterrò su un prato accanto. I due bersaglieri si separarono dal pilota, che decollava immediatamente per ritornare all’aeroporto di Marcon, dove atterrava due ore e mezza dopo.
Intanto i due arditi procedevano, portando la gabba coi piccioni, in direzione del colle di Savarone. Dopo aver saltato decine di fossi e attraversato siepi e zone cespugliose, una volta arrivati a Polcenigo, guadarono il Livenza e dopo essere giunti in prossimità del roccolo di Chiaradia, nascosero le loro divise in una macchia di sterpi, indossando a loro posto gli umili panni dei contadini della zona.
In quella situazione, se fossero stati catturati, sarebbero stati condannati immediatamente alla forca.
Era ormai giorno inoltrato quando, dopo aver raggiunto Fregona, De Carlo mandò a chiamare il suo fattore che era rimasto a Vittorio. Dopo un incontro assai commovente, vennero presi degli accordi allo scopo di facilitare
la futura attività dei due osservatori.

 

La sorella di Bottecchia avrebbe assicurato il rifornimento dei viveri mentre loro, badando a evitare la sorveglianza delle pattuglie austriache, avrebbero girato di casa in casa a sentir notizie, facilitati dal patriottismo che animava gli anziani e le donne che
erano voluti restare nelle loro case e campagne. Di tanto in tanto un piccione lasciava la gabbia per volare alla sua colombaia acqua e sugli alberi, senza che nessuno si trovasse lì a soccorrerli.
In tal modo veniva assicurata una notevole mole di preziose informazioni tra la riva sinistra del fiume Piave e il Comando Supremo Italiano di Abano.

 

Da un numero della Tradotta, Giornalino della III Armata

Inizia il conto alla rovescia per l’evento che domenica 11 novembre commemorerà i 100 anni dalla fine della Grande Guerra: iscritte 25 staffette assolute e 65 giovanili. Partenza alle 9.30 da Colfosco di Susegana e arrivo all’Isola dei Morti seguendo il corso del Piave

 

Si sono iscritte in novanta: novanta staffette per commemorare, domenica 11 novembre, con un grande evento podistico, i 100 anni dalla fine della Grande Guerra.

 

“Abbiamo registrato l’adesione di 25 staffette assolute e 65 giovanili – spiega Oddone Tubia, presidente del Comitato provinciale della Fidal e responsabile organizzativo della manifestazione -. Siamo soddisfatti: dal punto di vista organizzativo tutto procede per il meglio e l’adesione delle società dimostra che il messaggio è stato recepito: sarà una gara, ma soprattutto un percorso della memoria, nel cuore di un territorio che un secolo fa fu teatro di un evento tragico, costato migliaia di morti”.

 

La Staffetta del Centenario avrà uno sviluppo complessivo di 15,5 chilometri. Cinque le frazioni, tutte di lunghezza diversa. La partenza avverrà alle 9.30 a Colfosco di Susegana, in prossimità della statua del Cristo. Il primo cambio, dopo 3,5 chilometri, sarà a Sant’Anna di Susegana, all’inizio del rettilineo che porta a Falzè di Piave. Il secondo passaggio di testimone, dopo 3,1 chilometri, avverrà in piazza Arditi a Falzè di Piave. Il terzo cambio, dopo una frazione di 3,5 chilometri, è previsto in piazza Martiri della Libertà a Sernaglia della Battaglia. Il quarto e ultimo passaggio di testimone, dopo altri 2,5 chilometri, sarà davanti al municipio di Moriago della Battaglia.

 

La quinta frazione si svilupperà sulla distanza di 2,9 chilometri e il traguardo sarà all’interno dell’Isola dei Morti, l’area naturalistica e monumentale di particolare suggestione, in cui tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 1918 si sviluppò l’offensiva della Battaglia della Vittoria, che portò alla conquista di Vittorio Veneto e alla fine della Grande Guerra. L’Isola dei Morti ospiterà anche le staffette giovanili: le categorie esordienti, ragazzi, cadetti e allievi si sfideranno su un percorso ridotto, con uno sviluppo di 600 metri, a partire dalle 10.30.

 

La Staffetta del Centenario è organizzata dal Comitato provinciale della Fidal, con il supporto delle amministrazioni comunali di Susegana, Sernaglia della Battaglia e Moriago della Battaglia, delle sezioni Anadi Conegliano e Valdobbiadene e degli Artiglieri della provincia di Treviso.

 

La manifestazione sarà accompagnata da momenti di rievocazione storica, con il sorvolo degli aerei della Jonathan Collection e la presenza di figuranti con le divise militari dell’epoca.  Gli iscritti riceveranno la t-shirt ufficiale dell’evento e una medaglia che rappresenterà un pezzo unico, da collezione. Lungo il Piave, domenica, si correrà davvero nella Storia.

Il nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto del 1918 e sui tragici eventi della Grande Guerra, riportati alla luce dopo circa vent’anni di ricerche

 

Siamo a pochi giorni dalla Battaglia del Solstizio sul fiume Piave.

Quella sera, una della prime del giugno 1918, gli ufficiali della sezione informazioni del Comando della 3° Armata erano quasi tutti riuniti nella grande sala terrena della villa Favier a Mogliano Veneto.

 

C’erano per lo meno tutti i capi reparto: la situazione truppe, le artiglierie, le fotografie, l’aviazione. I C.R.I.T.O.  (Centro raccolta informazioni truppe operanti); c’era anche l’ufficiale di collegamento del comando di artiglieria d’armata.

 

La vasta sala era quasi buia, le alte vetrate tremavano continuamente: fuoco antiaereo; aeroplani nemici su Mestre e su Treviso: il solito.

 

Seduti sulle poltrone gli ufficiali facevano circolo al tavolino del Caposezione, illuminato da due batterie di quattro candele, ciascuna  infissa su due assicelle.

 

Avvolto in una nuvola di fumo di sigarette, il colonnello Ercole Smaniotto, colla sua voce bassa e dolce, diceva: Dunque, signori, riassumiamo… le affermazioni dell’aviatore catturato, secondo loro, sono attendibili?

 

È possibile cioè ed è anche attendibile che siamo alla vigilia di un’offensiva nemica in grande stile? So bene che la situazione generale conforta questa ipotesi, ma diffido appunto di queste impressioni generiche che possono influenzare il nostro giudizio; noi dobbiamo giudicare soltanto su fatti concreti.

 

Epperò, io prego loro di riassumere i fatti, e soltanto i fatti, raccolti nelle loro osservazioni e che confortano la loro comune opinione; perché è sui fatti soltanto che noi possiamo utilmente discutere ed è su questi che io stesso  potrò basarmi alla riunione di sabato, al Comando Supremo.

 

Dunque,  sentiamo un po’ lei, situazione truppe.  

 

C’è poco da dire, signor colonnello, da cinque giorni a questa parte non abbiamo né un disertore, né un prigioniero; ci sono settori dei quali non abbiamo notizie da oltre un trimestre: con quel benedetto fiume di mezzo, non ci si raccapezza più!

 

Però i settori delle grandi unità sembrano essere rimasti gli stessi: abbiamo sempre la 33° e la 58° alle Grave, le due Honved sopra Ponte di Piave, la 14° e la 9° C, la 10° e la 12° a S: Donà; la 1° C  a Caposile; ne portiamo tre in rincalzo e cinque, di cui una incerta, in riserva lontana: cioè, sempre quattordici o quindici divisioni…

 

Insomma, né  concentramenti, né rarefazioni notevoli: di qui c’è poco da ricavare.

 

Sentiamo le artiglierie… Eh! Qui, signor  colonnello, i sintomi sono parecchi.

 

L’attività delle artiglierie nemiche è stata certamente superiore a quella del mese d’aprile: nelle settimane di chiara visibilità, sono strati raggiunti e oltrepassati i duemila colpi giornalieri sul fronte dell’armata. Inoltre, molti tiri avevano carattere di aggiustamenti, e parecchi di controbatteria, specialmente quando le nostre batterie effettuavano tiro di disturbo sui centri di rifornimento avversari.

 

Si è notata la costruzione di numerosissime postazioni di ricambio, parecchie delle quali si sono anche rivelate attive: non si può dire che tutte le nuove postazioni siano occupate, ma potrebbero anche esserlo.

 

Nel mese scorso, per la prima volta dallo schieramento sul Piave si sono avuti tiri di grosso calibro in vari settori, quasi tutti con carattere d’aggiustamento: il nemico ha impiegato la maggior cura a mascherare queste nuove postazioni di grosso calibro e a difenderne gli approcci con crociere di cacciatori…

 

Riassumendo, a quanto fa ascendere lei le forze d’artiglieria avversaria? Potrebbero superare le 1800 bocche da fuoco. È una bella cifra!

 

È quella che daremo  nella situazione del giorno 13  ed è strettamente calcolata.

 

Che  cosa dicono le fotografie?

 

Poco o nulla, signor  colonnello. Il tempo pessimo non ha permesso che pochissime battute.

 

Segnalo soltanto il materiale da ponte e da traghetto a San Stino di Livenza, visibilissimo in alcune fotografie e che corrisponde all’affermazione dei disertori del mese scorso: che si effettuavano frequenti esercizi di traghetto sulla Livenza, specialmente nella regione della anse, dove il corso di quel fiume ha maggiore somiglianza col corso del Piave; sembra vi partecipassero interi battaglioni A.U. di rincalzo. Aggiungerò che, nelle ultime settimane, si è notata la costruzione di parecchi ponti, ponticelli e passerelle sulla Livenza e sul Monticano.

 

Anche  sul ramo orientale del Piave, alle Grave il numero delle passerelle apparve aumentato, ed alcune passerelle sono venute trasformandosi in veri e propri ponti.

 

Sul Piave Nuovo, a valle delle Porte del Taglio, i ponti e le passerelle preesistenti sono accuratamente tenuti in efficienza, e due nuovi ponti vi si sono aggiunti nei due ultimi mesi. Si nota poi dovunque una più accurata manutenzione delle vie d’accesso ai passaggi fluviali sulla sponda sinistra. Sta bene.

 

E adesso, sentiamo un po’ l’aviazione… L’attività degli aeroplani da ricognizione nemici è andata sempre  crescendo: nella seconda quindicina di maggio essa è stata addirittura  intensissima. Generalmente, l’attività si è limitata alle nostre prime e seconde linee; tuttavia, nel settore nord, si sono avute parecchie crociere fin sopra Treviso e, nel settore sud, fin sopra Musestre. I grafici dei voli indicano due fasci densissimi di crociere, si può  dire, quotidiane: uno tra i ponti della Priula e Ponte di Piave; l’altro tra Ponte di Piave e San Donà. Tutti i campi d’aviazione avversari preesistenti sono in piena efficienza; due, che sino a poco tempo fa apparivano sgombri, sono stati occupati. Le forze d’aviazione nemiche sono dunque certamente aumentate: ciò che è confermato, d’altra parte, dai frequenti e densi sbarramenti di cacciatori A.U. nei quali vanno scontrandosi i nostri apparecchi da ricognizione…

 

Mentre  ciascuno dei suoi ufficiali parlava, il colonnello Smaniotto continuava a coprire di appunti e di cifre il suo minuscolo block di note. L’ufficiale dei C.R.I.T.O. non aveva gran cosa da dire. Il contegno del nemico, per quel che se ne poteva vedere dalle nostre linee, appariva normale: nessun tentativo di traghetto, nessun colpo di mano, nessuna attività di pattuglie; solito lancio di manifestini di propaganda; scarsa attività di fucileria; le mitragliatrici quasi silenziose.  A parecchie riprese si erano uditi nella notte, i vari settori, rumori di trattrici indizio sicuro di traini pesanti in prossimità delle linee.

 

Il C.R.I.T.O. di un settore del Piave vecchio aveva segnalato l’osservazione di lavori di sterro e di mascheramento assai sospetti sull’argine di riva sinistra; ma non si era potuto assodare con precisione la natura di tali lavori.

 

L’ufficiale di collegamento del Comando d’artiglieria segnalava, dal canto suo il prolungamento di parecchie decauville nemiche sino in vicinanza dell’argine; l’aumento molto notevole dei depositi di munizioni avversarie: alcuni di questi, perfettamente individuati dalle nostre batterie, erano stati colpiti ed erano scoppiati. Due di tali esplosioni  osservate dai nostri palloni, avevano rilevato dense nubi di fumo giallo – verdognolo o violaceo: indizio certo di scoppio di proiettili a gas e conferma della deposizione di un disertore del mese precedente, il quale aveva assicurato che le batterie A.U. venivano alacremente provviste di una abbondante dotazione di proietti a liquidi speciale, croce gialla e croce azzurra.

 

…Così, in una delle prime sere di giugno del  1918 si imbastivano, in base agli indizi minuziosamente raccolti alla sezione informazioni del Comando della 3° Armata, le caratteristiche di quella formidabile offensiva che, pochi giorni dopo, l’esercito austro ungarico doveva sferrare su 120 chilometri di fronte, dall’Astico al mare.

 

Ma  gli ufficiali che, finita la riunione, uscivano quella note dal recinto della villa Favier, non erano animati dalla consueta sana allegria.

 

Andavano in gruppo dietro l’alta figura del colonnello, parlando a mezza voce: cessata l’escursione aerea nemica, la notte si era rifatta calma e silenziosa nella gran luce lunare. E, a ciascuno pareva che gravasse sull’anima la certezza dell’imminente offensiva, dell’urto terribile che sarebbe venuto di laggiù, dal Piave, e contro il quale non si sapeva, non si poteva prevedere quale sarebbe stata la reazione delle nostre truppe… L’ombra di Caporetto pesava ancora, incubo minaccioso, su tutti i cuori”.

 

Tratto da La Battaglia del Piave di Corrado Zoli, Capitano d’Artiglieria

L’esposizione rimarrà visitabile al Centro Sociale fino al 12 novembre, con ingresso libero.

 

Dopo esser stata ospitata a Vittorio Veneto fino alla scorsa settimana, giunge a Mogliano Veneto la mostra itinerante “Mappe in guerra. Il fronte del Piave e del Grappa nella cartografia militare della Grande Guerra”. L’esposizione sarà inaugurata domenica 14 ottobre alle ore 10.30 al Centro Sociale e rimarrà aperta fino a lunedì 12 novembre.

 

“Nel centenario della Grande Guerra, come Amministrazione abbiamo accolto con slancio e interesse l’invito da parte della Regione del Veneto ad ospitare questa esposizione di rilevante valore storico. Si tratta di una grande opportunità per la cittadinanza e, in particolare, per gli studenti delle nostre scuole. Ci fa inoltre particolarmente piacere questo passaggio di testimone: questa mostra itinerante proviene da Vittorio Veneto, città con la quale abbiamo siglato un “Patto di amicizia” lo scorso maggio proprio prendendo spunto dalle celebrazioni per il centenario della fine della Grande Guerra. Il filo di questa amicizia continua, anche grazie a questa iniziativa”, ha dichiarato il Sindaco Carola Arena, insieme agli Assessori alle politiche educative, Daniele Ceschin, e alle politiche culturali, Ferdinando Minello.

 

Il progetto è a cura di Francesco Ferrarese e Aldino Bondesan, del Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova ed è promosso da Regione del Veneto insieme al Comitato d’Ateneo per il Centenario della Grande Guerra, al Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità e al Dipartimento di Geoscienze tutti dell’Università degli Studi di Padova, a Marco Polo System geie, all’Osservatorio del Paesaggio “Medio Piave”, alla Società Italiana di Geografia e Geologia Militare e all’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia-Sezione Basso Piave.

 

La mostra consta di 29 pannelli e ha l’obiettivo di portare il visitatore all’interno del paesaggio di guerra attraverso la cartografia militare con l’ausilio di brevi testi descrittivi, testimonianze scritte e fotografiche. Sono riprodotte le carte italiane, austroungariche e britanniche pubblicate dall’ottobre 1917 al novembre 1918 e relative al fronte del Piave, mettendo di volta in volta in luce l’efficacia della simbologia, l’uso del colore e la tecnica di aggiornamento. Territorio, rappresentazione e scelte militari strategiche e tattiche creano un insieme espositivo di particolare impatto e profonda conoscenza storica. L’apparato cartografico è integrato da altri documenti storici come ordini dei comandi, fotografie aeree e terrestri, diari di militi e letteratura militare.

 

In occasione dell’apertura, sarà presente il dott. Ferrarese, curatore, per una presentazione della mostra. Nei fine settimana e nei lunedì di mercato saranno garantiti, grazie alla collaborazione delle associazioni combattentistiche e d’arma moglianesi, i seguenti orari di apertura: il sabato dalle 15.30 alle 17.30,  la domenica dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.30 alle 17.30; il lunedì dalle 10.00 alle 12.00.

 

Inoltre saranno rese possibili visite infrasettimanali, dal martedì al sabato mattina, per gli studenti delle scuole del territorio, da programmarsi di volta in volta previa prenotazione. L’ingresso è libero.

Domani l’inaugurazione della mostra fotografica e di modellistica. Sabato 27 ottobre il convegno

 

Cent’anni fa, il 27 ottobre 1918, a San Pietro di Feletto cadde l’ultimo bombardiere italiano della Prima Guerra mondiale.

Nello schianto morirono tutti e quattro gli aviatori del velivolo: il tenente Mario Tarli di Ascoli Piceno, il sergente Giannetto Vassura di Cotignola (RA) e i mitraglieri Dandolo Zamboni di Desenzano e Domenico Fantucci di Vallo di Nera (PG).

A questo tragico evento sono ispirate tre iniziative che chiudono le celebrazioni del centenario della Grande Guerra nel Felettano.

 

Domani, sabato 13 ottobre, alle ore 17, presso la sede municipale di Rua di Feletto verrà inaugurata la mostra fotografica e modellistica “Ultimi echi della Grande Guerra tra cielo e terra” in collaborazione con la scuola secondaria di 1° grado di Rua di Feletto, il Club Frecce Tricolori n. 40 e l’Associazione Arma Aeronautica di Conegliano. La mostra è integrata dalle immagini “Alisto-Ali nella storia” della Provincia di Treviso.

 

«Questa mostra racconta la storia che ci riguarda da vicino e vuole documentare uno spaccato di quel periodo, sia della vita militare che civile, raccontando la fatica della sopravvivenza e l’onore per chi è morto per la libertà delle future generazioni – spiega il sindaco Loris Dalto -. Le foto descrivono una guerra che non è ancora sopita nell’oblio perché simbolo di un drammatico sconvolgimento che echeggia tuttora in ognuno di noi, dato che tutti abbiamo un nostro avo che di quel periodo fu suo malgrado protagonista».

 

Sabato 27 ottobre, invece, sempre alle ore 17 ma presso la barchessa municipale di Rua, si terrà il convegno “L’ultimo bombardiere” con relatore il colonnello pilota Roberto Sardo.

 

Infine, domenica 28 ottobre alle ore 10 in piazza del Municipio a Rua di Feletto avrà luogo la cerimonia di commemorazione dei quattro aviatori caduti appunto il 27 ottobre 1918 con benedizione della lapide commemorativa (vedi foto) e sorvolo di un velivolo storico della Jonathan Collection.

 

Gli eventi sono organizzati dal Comune di San Pietro di Feletto in collaborazione con il comitato promotore Grande Guerra e la Pro Loco.

 

Il racconto di quel tragico 27 ottobre 1918

 

Il 1918 fu l’ultimo anno di quella Grande Guerra che doveva nascere e risolversi come azione bellica veloce. Molti videro questo conflitto prima con gli occhi e l’entusiasmo di ragazzi e poi con uno sguardo carico di sofferenza e orrore.

 

L’ultimo anno non fu più facile degli altri: le truppe straniere occupavano il nostro territorio, la prima linea sulle sponde del Piave faceva percepire la guerra in tutta la sua atrocità. I combattimenti non si limitavano più alla terra ma si susseguivano anche nel cielo.

Aerei dell’uno e dell’altro fronte si fronteggiavano nell’aria e supportavano le azioni di guerra. Negli ultimissimi giorni gli scontri si fecero più duri e Rua di Feletto entrò nei libri di storia. Un bombardiere italiano cadde proprio a due passi dal campanile della parrocchiale dopo essere decollato dal campo di San Pelagio (VR) per un’azione di supporto all’esercito nel corso dell’offensiva di Vittorio Veneto.

 

Era il 27 ottobre 1918. Il giorno dopo l’esercito italiano avrebbe liberato queste terre che tornarono a essere parte dell’Italia.

La guerra dunque sta per concludersi ma non è ancora finita. Anche la 4ª squadriglia è impegnata a supporto dell’esercito e deve compiere una missione su Vittorio Veneto.

È a Ca’ degli Oppi (VR).

 

Quella mattina Mario Tarli prende la caffettiera, la mette sul fuoco, ma scoppia mentre sta salendo il caffè.

Guarda il fratello Ermanno, un alpino che trascorre un periodo di convalescenza al campo di aviazione anziché tornare a casa.

“Mah! Che sarà mai una caffettiera scoppiata?” Ci ride sopra come a voler scansare un presagio. “Rifacciamo il caffè…” taglia corto sul brutto pensiero.

 

”Ragazzi, qua se non parto anch’io con il tenente Tarli faccio un macello”. È il sergente Giannetto Vassura che chiede insistentemente ai superiori di costituire la squadra insieme ai mitraglieri Dandolo Zamboni e Domenico Fantucci. È in licenza ma quando ha saputo della missione non ha sentito ragioni, è ripartito da casa per essere con i suoi compagni.

 

I quattro si riuniscono, controllano il Caproni 11503 e lo caricano di bombe. Il Ca vira sulla pista di terra battuta, prende velocità ma è pesantissimo, si alza in volo con notevole difficoltà…

I 16 aerei della 4ª squadriglia sono in volo carichi di bombe da sganciare sull’obiettivo. Il Ca 11503 è meno potente degli altri, fatica a tenere il passo. Il tempo è inclemente, grava una fitta nebbia. Volare con queste condizioni atmosferiche è già un’impresa ardua, difficilissimo stare in formazione con la squadriglia.

 

Due caccia austriaci attaccano il Caproni che si difende strenuamente riuscendo a disimpegnarsi e a raggiungere l’obiettivo nei pressi di Vittorio Veneto. A quel punto vira per tornare al di là del Piave, ma nello scontro ha subito danni ingenti, vola a bassa quota ed è preda del fuoco antiaereo.

 

Sopra il cielo di Conegliano un colpo di Shrapnels gli squarcia un’ala staccandola quasi completamente. Il Ca 11503 si piega da un lato entrando in vite, perde il controllo e precipita verso il suolo. Prima colpisce un albero, poi si schianta contro un muro a pochi metri dal campanile di Rua di Feletto.

 

Da testimonianze raccolte pare che tre dei componenti siano morti sul colpo, un quarto, forse un mitragliere, sia stato brutalmente ucciso da soldati nemici a colpi di calcio di fucile.

 

Il Ca 33 n° 11503 è l’ultimo trimotore italiano perso in combattimento durante la Prima Guerra Mondiale.

Questa sera alle ore 21, nell’Auditorium del Centro Studi di Forte Marghera, ci sarà l’ultimo appuntamento di “Mestre in guerra: gli scrittori raccontano”, il ciclo di conferenze promosso dal Comune di Venezia, in collaborazione con la Fondazione Forte Marghera, per ricordare il centenario della Vittoria.

 

Toccherà a Umberto Zane parlare del tema “Mestre che vince – Verso Vittorio Veneto…e Bolzano. Diario 1915-18 di un alpino mestrino al fronte e della sua città in guerra”. Verrà raccontato che cosa succede in città negli ultimi mesi di guerra, seguendo anche le vicende di un mestrino, Francesco Calmasini, alpino artigliere, che riesce a descrivere lucidamente, nel suo diario, quanto avviene al fronte.

 

Nel corso dell’incontro è previsto anche un intervento del presidente del Centro Studi storici di Mestre, Roberto Stevanato, per ricordare la figura di Gino Allegri (aviere e compagno di imprese di Gabriele D’Annunzio) a cento anni esatti dalla sua morte, avvenuta il 5 ottobre 1918.

A coordinare la serata sarà il giornalista e scrittore Pierluigi Rizziato, autore del libro Storia di Mestre dalle origini ai giorni nostri.

 

Domani, martedì 25 settembre, alle ore 21, nell’Auditorium del Centro Studi di Forte Marghera, terzo appuntamento del ciclo di conferenze promosso dal Comune di Venezia, in collaborazione con la Fondazione Forte Marghera, per ricordare il centenario della Vittoria: Daniele Ceschin parlerà sul tema: “Mestre che resiste – Caporetto e l’esodo dalla città, chi resta e chi va”.

 

A dialogare con Ceschin sarà anche questa volta il presidente del Centro Studi storici di Mestre, Roberto Stevanato.

 

L’ultimo incontro in programma, dal titolo “Meste che vince” (“in cui Umberto Zane si occuperà di che cosa succede in città negli ultimi mesi di guerra, raccontando anche le vicende di un alpino mestrino, Francesco Calmasini, che riesce a descrivere lucidamente, nel suo diario, quanto avviene al fronte), si terrà venerdì 5 ottobre.

Il nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto durante la Grande Guerra

 

Mogliano Veneto, venerdì 14 giugno 1918

 

“Questa sera le lucciole non ci distraggono e i canti lenti e solenni dei soldati non si levano. Su Treviso piombano da varie ore con metodica asprezza le granate austriache con evidente scimmiottatura del cannonissimo che bombardò Parigi per precorrere con il terrore l’avanzata che doveva essere travolgente e poi si arrestò anche prima di quel benedetto fiume che si ostina ad attrarre i soldati del Kronprinz e a ributtarli beffati e bastonati.
A oriente e a nord di Treviso, però nella notte, la cannonata si estende, s’intensifica, punteggia di vampe il gran arco di cerchio che il Piave disegna tra il Montello e Caposile. Sull’ampia strada alberata (Il Terraglio), che abbiamo dinanzi, le
ambulanze italiane e inglesi fanno la loro spola pietosa. Vedo il viso dolce di Hilda Winne, seduta al volante, passare e ripassare già tutto contratto nella sua maschera d’energia delle sue ore di battaglia caritatevole. Ivor Bevan, il suo capitano, è presso di lei; una coppia d’energia che dal Belgio alla Polonia, alla Persia, i centrali si sono trovati contro imperterrita. Saettano via nelle ambulanze anche i feriti borghesi di Treviso. Verso il mattino piove e appare il sole; il bombardamento cresce ancora.
Il passaggio dei feriti è più notevole. Sappiamo che la grand’offensiva è sferrata, ma sappiamo anche che essa era prevista e che nel possibile fu prevenuta. L’albagia austriaca frustrata a sangue si vendicherà col dire di aver essa stessa prevenuta una grand’offensiva italiana.
È inevitabile che ogni grande offensiva segni nel primo tempo un arretramento del difensore. È proprio inevitabile? Sulla carta il computo dei chilometri tra il Piave e Treviso, tra il Piave vecchio e Venezia, ci sembra più meschino di quel che speravamo.
Quale misura d’elasticità dovremo subire sotto il primo urto? Vado a cercare la risposta tra i fanti delle nostre Brigate: Il fante è allegro. Un po’ irrequieto, ma allegro. Tende l’orecchio alla fronte e sentenzia sul settore nel quale sarà lanciato tra poco. Giro, chiacchiero, stuzzicò la sua istintiva sapienza guerriera che non chiede che di essere interrogata. Il fante assicura che si può essere tranquilli: tutto andrà bene.
I sardi dubitano ancora di una cosa: se dovranno arrivare in linea a piedi o in autocarro. Un tempiese alto come un granatiere, che da tre anni salva la pelle e le posizioni ove l’arrischia,. annuncia laconico: in camion andremo. E subito, tutti gli altri ne sono persuasi. In camion. E, allora di che temere? L’unica paura era quella: marciare. I sardi non amano marciare. Sotto la mitraglia, si, perché quello non è marciare: è fare l’avanzata. E, di fare l’avanzata non dubitano nemmeno.
Intanto poiché fra poco dovranno partire, si affannano a riordinare tra giubba e camicia certe imbottiture di lettere, cartoline, libercoli, che mettono alla disperazione i loro superiori sognanti invano di farne soldati eleganti. Dovete partire… E chi ve l’ ha detto? Ridono della mia ingenuità: Eh se c’è da vincere, noi ci vuole!… Ridono il loro viso bianco e quadro, ma dicono sul serio. Le Frasche, lo Zebio, Col del Rosso… Si può contraddirli? Il fante non sbagliava: il fante non sbaglia mai: La Sassari e la Bisagno partono. Non sappiamo ancora nulla di preciso sul loro impiego, se non questo: che è necessario che la nostra Divisione (La 33°) – quella che il Duca segnalerà come la divisione dall’indomabile volontà di vincere accorra dove il nemico preme e dilaga.
E, il fante aveva ragione anche in questo: che la Sassari partirà in autocarro”.

 

Da Fanterie sarde di Ezio M. Gray.

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