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Il dilemma di Israele

7 minuti di lettura

È giustissimo indignarsi per la morte dei civili israeliani ed è giustissimo indignarsi per la morte dei civili palestinesi, vittime entrambi di quella che lo scrittore ebreo Amos Oz ha definito anni fa una tragedia in senso greco, una situazione cioè in cui entrambe le parti in conflitto hanno valide ragioni storiche da far valere a sostegno del proprio punto di vista, il che rende maledettamente difficile venirne a capo.

Ma non basta dare sfogo all’emotività, accapigliandosi su quale bandiera vada esposta sui nostri balconi o organizzando manifestazioni di parte che usano parole di fuoco o insultandosi nei talk show televisivi. Probabilmente tutto ciò è inevitabile e comprensibile, ma non basta. 

A tutte le vittime dobbiamo molto di più, se vogliamo davvero onorarle e far sì che il loro terribile sacrificio abbia un senso, evitando che il loro urlo disperato si perda nel nulla. Alle reazioni istintive va subito affiancata la ragione e questo vale in primis per i politici e gli intellettuali, che altrimenti vengono meno alla loro principale funzione nella società. 

È assolutamente doveroso cercare di dare rapidamente contributi di analisi della situazione seri e umili, nella consapevolezza che solo una riflessione comune, onesta e pluralista può far emergere una possibile soluzione a una vicenda che dura da 75 anni e che, se non trattata, rischia di degenerare sempre di più, come i fatti attuali dimostrano tristemente. Sbaglia chi dice che ora è solo il momento delle armi, perché invece ora è anche il momento di usare il raziocinio, proprio affinché la violenza non diventi la cifra inevitabile ed eterna della vita di quei due popoli.

Allora proviamo a capire come si è arrivati al punto in cui siamo. A mio parere, la migliore chiave di lettura è la parabola storica delle posizioni assunte nel tempo dalle due parti contrapposte rispetto alla possibile soluzione dei due Stati. Credo che si possano individuare tre fasi principali:

PRIMA FASE (1948-1978): nel 1948, l’ONU propone la creazione di uno Stato palestinese e di uno Stato ebraico, ma la parte palestinese e i Paesi arabi non accettano tale soluzione, al punto che decidono di attaccare Israele, disposto viceversa a seguire l’impostazione onusiana, a parte qualche frangia estremista. In questi primi 30 anni hanno luogo altre tre guerre (1956,1967 e 1973), nonché gravi episodi di terrorismo (come l’ uccisione di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972), e alla fine Israele riesce ad occupare vaste parti di territorio, tra cui la striscia di Gaza e la Cisgiordania.

SECONDA FASE (1978-1995): i Palestinesi – guidati dal carismatico leader laico Arafat – cominciano ad accettare l’idea di rinunciare alla distruzione dello Stato israeliano e di vivere in due entità statuali distinte, tanto che – passando per gli Accordi di Camp David del 1978 (che portano alla pace tra Israele e l’Egitto) – si arriva agli Accordi di Oslo del 1993, momento di massima vicinanza ad una possibile risoluzione del conflitto, che prevedono, insieme al reciproco riconoscimento politico tra l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina, in rappresentanza del popolo palestinese) e Israele, alcuni principi negoziali basati sul ritiro israeliano da aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania e sul diritto palestinese all’autogoverno attraverso la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Si giunge dunque faticosamente all’accettazione del diritto all’esistenza di Israele. Purtroppo, il meccanismo negoziale messo in piedi non ha successo, a causa del sabotaggio degli estremisti di entrambe le parti (in particolare l’ assassinio del Premier israeliano Yatzik Rabin nel 1995, artefice degli Accordi di Oslo insieme ad Arafat).

TERZA FASE (1995-2023): prevalgono a poco a poco in entrambi gli schieramenti gli oppositori della soluzione dei due Stati, decisi ad instaurare il proprio Stato su tutto il territorio conteso. Tale cambio di atmosfera fa naufragare anche due successivi importanti tentativi, uno al Vertice di Camp David del 2000 (in cui un Arafat improvvidamente rigido rifiuta le offerte negoziali del Premier israeliano Ehun Barak) e l’altro con riferimento al Piano di Pace elaborato dai Sauditi nel 2002 (malauguratamente non accettato da Israele). In sostanza, dal 1996 in poi comincia a farsi gradualmente strada nella dirigenza israeliana la nuova idea che non sia più necessario accettare uno Stato palestinese accanto ad Israele (vale a dire la formula “terra in cambio di pace”) e che si debba invece puntare ad uno Stato ebraico inglobante anche i Territori Occupati (Cisgiordania e Gaza) privando i Palestinesi di un loro territorio, in parte spingendoli ad emigrare in Giordania, in parte assorbendoli in uno Stato binazionale a guida ebraica.

Tale nuovo approccio si è appunto incarnato nel Premier Benjamin Netanyahu, in carica dal 1996 al 1999, poi dal 2009 al 2021 e infine dal 2022 a oggi. Netanyahu ha basato la sua strategia su una massiccia politica di nuovi insediamenti illegali di coloni nei territori occupati e su un’ambigua tolleranza nei confronti della nuova fazione islamista radicale palestinese di Hamas (fieramente contraria all’esistenza di Israele e impadronitasi di Gaza dopo l’abbandono della striscia da parte israeliana nel 2005), allo scopo di indebolire l’Autorità Nazionale Palestinese (presente in Cisgiordania) e così vanificare la soluzione dei due Stati, accettabile solo per quest’ultima.

In pratica, Netanyahu si è illuso di poter gestire indefinitamente Hamas – consentendo tra l’altro il passaggio di fondi del Qatar verso la striscia di Gaza – nella convinzione che tale gruppo si sarebbe accontentato di governare la striscia senza creargli problemi reali, diventando così la sua polizza assicurativa contro la soluzione dei due Stati (dato che gli forniva il pretesto per dire che la dirigenza palestinese era divisa sugli obiettivi da raggiungere e dunque indisponibile per un negoziato serio).

In questo modo, mirava a far apparire la soluzione di un solo Stato binazionale a controllo ebraico come l’unica realisticamente possibile. Ma la sua parallela strategia di allacciare relazioni con i Paesi arabi scavalcando i Palestinesi (tramite gli Accordi di Abramo del settembre 2020 con le monarchie degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, nonché l’avvicinamento in corso all’Arabia Saudita) ha fatto comprendere ad Hamas e al suo sponsor ideologico iraniano che tale evoluzione rischiava di provocare la loro emarginazione nel mondo musulmano (a vantaggio dell’ ANP di Abbas) e il consolidamento definitivo della posizione di Israele nella regione, rendendone impossibile la distruzione. 

Si è pertanto verificato un cortocircuito che il 7 ottobre scorso ha fatto scoppiare tutto il meccanismo in mano a Nethanyahu, rivelando il fallimento totale del suo progetto politico. Hamas – verosimilmente assistita tecnicamente dall’Iran e da Hezbollah – si è preparata nell’ ombra per due anni, mentre il Premier israeliano si cullava nell’erronea certezza di avere sterilizzato il gruppo estremista, abbassando di conseguenza la guardia nei suoi confronti e dando così un colpo mortale alla sua carriera politica (già vacillante in patria a seguito delle massicce proteste contro la riforma giudiziaria da lui caldeggiata per evitare i processi relativi alle gravi accuse di corruzione rivoltegli).

In realtà, ha semplicemente ottenuto il risultato di incattivire i miliziani terroristi di Hamas, spingendoli a radicalizzarsi e disumanizzarsi sempre di più, come dimostra il comportamento incredibilmente barbaro e feroce da loro adottato nel corso del recente esecrabile attacco. Al riguardo, a giudizio del nostro Ambasciatore a Tel Aviv, Sergio Barbanti, da me raggiunto telefonicamente, “l’orrore seminato da Hamas in Israele ci ricorda ancora una volta che il fine non giustifica i mezzi. La causa palestinese esce indebolita e si rischia di allontanare sempre più la soluzione dei due Stati, l’unica capace di assicurare una convivenza pacifica tra i due popoli e la stabilità e pace nella regione”.

E ora? Il Governo israeliano (in cui è entrata anche una parte dell’ opposizione) si trova di fronte a uno dei dilemmi più difficili della tormentata storia del Paese. Da un lato, ha la necessità di riaffermare con forza la propria credibilità di deterrenza sia di fronte ai nemici (per intimorirli) sia di fronte ai propri cittadini (per rassicurarli).

Dall’ altro lato, gli Israeliani capiscono che una reazione sproporzionata con forze di terra, aria e mare contro Gaza facendo migliaia di vittime civili (specie bambini) significherebbe correre il rischio di cadere nella evidente trappola di Hamas, che ha posto in essere azioni particolarmente odiose proprio per provocare Tel Aviv e spingerla ad un comportamento bellicoso ed aggressivo che abbia l’effetto di isolarla sul piano internazionale (in primis rispetto ai Paesi musulmani, annullando o ridimensionando il processo di normalizzazione che era in corso con alcuni di loro), facendola apparire come uno Stato violento e inumano.

Con in più il pericolo che il conflitto si allarghi agli Hezbollah presenti in Libano, se non addirittura all’Iran, con le conseguenti difficoltà legate ad un doppio fronte di guerra e al rischio di portare scompiglio in tutto il Medio Oriente o addirittura oltre. Al riguardo, va riconosciuto che la diplomazia USA si sta mobilitando seriamente per non far esplodere la situazione e al contempo cercare di risolvere con l’aiuto dei Paesi arabi più importanti lo spinosissimo problema dei circa 200 ostaggi catturati da Hamas e portati nella striscia di Gaza.

L’ Unione Europea purtroppo – a parte qualche sporadica frase del suo “Ministro degli Esteri” Borrell tesa ad evitare un aggravamento del conflitto – non sta assumendo alcuna iniziativa incisiva, un po’ perché paralizzata dal timore di irritare Israele e un po’ per l’incapacità di elaborare un’iniziativa politica condivisa da tutti i suoi membri, così perdendo ulteriormente peso e prestigio agli occhi del mondo.

Al momento, è ancora presto per dire quale direzione sceglierè Israele, perché i segnali sono contrastanti. Da una parte, è incoraggiante che non sia stata realizzata un’immediata invasione del territorio di Gaza e che si stia tentando di spingere i civili verso zone più sicure, dall’ altra sono deprecabili i bombardamenti indiscriminati già in corso sulla popolazione della Striscia documentate dalle orribili immagini che sfilano sugli schermi di tutto il pianeta.

Compito della comunità internazionale è spingere Israele a fare una scelta di moderazione e civiltà, lasciando aperto lo spiraglio di una soluzione politica all’annoso conflitto, nell’auspicio che il nuovo Governo che emergerà alla fine delle ostilità sia capace di riprendere il discorso interrotto dalla morte di Rabin con una nuova dirigenza palestinese guidata da un leader credibile (ce ne sono nelle carceri israeliane) che goda del rispetto della popolazione araba e sia capace di emarginare le frange radicali come Hamas.

Se invece Tel Aviv sceglierà la via della vendetta, dello scontro totale e del rifiuto di negoziare sulla soluzione dei due Stati, episodi traumatici come quello del 7 ottobre – se non ancora peggiori – rischiano di ripetersi all’infinito, imponendo ai suoi cittadini una condizione di timore e orrore perpetuo. E questo non è certamente il destino che la popolazione israeliana merita.

Patrizio Fondi, Diplomatico di carriera con il rango di Ambasciatore a riposo e docente universitario.
Durante i suoi 35 anni di servizio, è stato Ambasciatore dell’Unione Europea negli Emirati Arabi Uniti (Abu Dhabi) e Ambasciatore d’Italia in Giordania (Amman). È stato anche Inviato Speciale della Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Esteri, nonché Consigliere Diplomatico del Ministro della Cultura e Viceambasciatore italiano presso l’UNESCO a Parigi, lavorando in precedenza nelle missioni diplomatiche italiane in Svezia, New York (ONU) e Albania. Al Ministero degli Esteri a Roma ha inoltre prestato servizio nelle Direzioni Generali competenti per la cultura e la cooperazione allo sviluppo. È stato decorato con l’Ordine della Stella Polare della Svezia, con l’Ordine di Commendatore dell’Italia, con il Gran Cordone dell’Ordine dell’ Istqlal della Giordania e con l’Ordine dell’ Indipendenza di prima classe degli Emirati Arabi Uniti.

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