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Strada facendo

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Lo vedono dopo la seconda curva a U dello svincolo autostradale. Sta a bordo strada, magro magro e alto alto, una mano che si leva incerta tra una richiesta di aiuto e il gesto dell’autostop. Angela dà un’occhiata allo specchietto: dietro non c’è nessuno, rallenta e accosta. Luciano si scuote dal torpore: è stanco, ieri ha lavorato fino a tardi, avrebbe proprio fatto a meno di questo week-end a Mentone. Ma hanno lì un alloggetto comprato quando sembrava che fosse il miglior investimento possibile, bisogna pur sfruttarlo.

Enrico, sprofondato nella sua musica, si guarda intorno. Non è un punto panoramico, non c’è un bar…
Perché ti fermi, mamma?
La risposta arriva correndo, con delle ciabatte da mare nei piedi nudi. A novembre.

È Angela ad abbassare il finestrino dalla parte di Luciano. Ed è lei a chiedere al ragazzo dove vuole andare.
Vintimille
Una parola e un sorriso che si apre su denti bianchissimi. Chissà se ha mai visto un dentista in vita sua, si chiede Angela. Almeno per questo gli è andata bene.

Sali, gli dice.
Luciano non replica, tanto sa che con lei è inutile discutere. Se obiettasse che stanno per dare un passaggio a qualcuno che vuole passare illegalmente la frontiera, lei risponderebbe: potremmo essere noi, al suo posto, abbiamo avuto solo più fortuna. Guarda la maglietta del ragazzo, troppo larga, leggera per la stagione, e lo zaino troppo piccolo, chiedendosi cosa mai possa starci dentro.
Il figlio sbuffa, spostandosi a sinistra. Mai che si possa stare in pace, ogni volta questi due trovano il modo di rompermi le palle con le loro “opere buone”. Rivolge un’occhiata torva al nuovo venuto, che invece gli sorride e dice: Modou.
Enrico non risponde, guarda fuori.

È Luciano a prendere l’iniziativa: si presenta, poi anche Angela. Dopo un silenzio imbarazzante anche Enrico borbotta il suo nome.
Intanto Angela è ripartita, supera il casello e imbocca la rampa di sinistra, direzione Ventimiglia – Confine di Stato.
Modou, parli italiano?
Poco poco, je parle français.
E poi silenzio, di nuovo. Meglio spezzarlo con una sosta in autogrill. Modou non chiede, accetta quello che gli propone Angela: una Coca-Cola e un panino, come Enrico, però senza prosciutto. Mangia con appetito e sorride.

Mannaggia che denti bianchi. Persino Enrico se ne accorge.
Ha dei segni sulle mani che sembrano bruciature di sigaretta, ma nessuno osa chiedere. Angela e Luciano gli fanno altre domande. Il loro francese è approssimativo, non l’hanno studiato a scuola, ma le vacanze a Mentone hanno dato loro un’infarinatura.
Gli chiedono quanti anni ha. Modou mostra una carta stropicciata, da cui risulta, oltre a un cognome lungo e impossibile da pronunciare, che è nato l’1-1-2006. Angela sa che dove non esiste un’anagrafe efficiente il primo gennaio è la data standard indicata nei documenti.

Enrico sta per dire che sono coetanei, si trattiene. Meglio non dare confidenza.
A fatica, mescolando il francese con qualche parola in italiano, Modou racconta che viene dal Senegal, era sbarcato a Lampedusa in marzo e aveva ricevuto un permesso di soggiorno come minore straniero non accompagnato (ha imparato l’acronimo: MSNA). Il suo progetto però non era di restare in un centro di accoglienza, perché in Francia ha dei parenti e vuole raggiungerli. In qualche modo è riuscito ad arrivare in Liguria ed ora tenterà di passare il confine per la terza volta. Prima ci aveva provato in treno, ma era stato scoperto e rimandato indietro. Aveva fatto il biglietto, aveva mostrato i documenti: non era bastato. Tra pochi mesi perderà la protezione per i minori e diventerà un clandestino anche in Italia. Deve sbrigarsi. Angela si lancia in una delle sue filippiche: questo governo francese ha stravolto gli accordi di Schengen, ha militarizzato il confine, non rispetta le procedure, tratta i migranti come fuorilegge, i gendarmi possono intercettarli e rispedirli indietro fino a 10 km dal confine, e i respingimenti, i cosiddetti refus d’entrée sono brutali…

Modou non ha capito tutto, ma fa sì con la testa.
Enrico entra ed esce dai suoi auricolari. Cerca di ricordarsi dov’è il Senegal. In Africa, sicuro, ma quanto in giù? Chiede a Google. Sopra l’Equatore, si affaccia sull’Atlantico. Clima tropicale, savane. Capitale Dakar.

– Vieni da Dakar? – chiede.
– Non, pas de tout, je viens d’un village.
Un villaggio… Enrico prova a immaginarlo. Capanne di argilla, capre, polvere? Vorrebbe chiedere, ma poi rinuncia. È una domanda troppo difficile da fare in francese.
Angela lo interroga su come pensa di fare questa volta. Dipende dai soldi che hai, si sforza di spiegare Modou: con 200 euro un camionista che accetta di nasconderti nel carico lo trovi. Un passeur si fa pagare di meno, però bisogna stare attenti alle fregature, perché quasi tutti ti guidano per un po’ sul sentiero e poi ti lasciano lì e devi cavartela da solo. Oppure tenti il “Passo della Morte”, da Grimaldi, che è ripido e pericoloso, ma ci sono dei riferimenti per non perdersi. Dice che ci proverà, perché è agile e non ha paura.

Tu veux aller où, après?
Moudou esita, poi racconta che deve raggiungere Nizza, dove troverà “qualcuno” (amici? parenti? trafficanti di uomini?) che gli darà indicazioni per raggiungere Parigi. Lì ha un fratello e dei cugini, lo aiuteranno a trovare lavoro.
Enrico si illumina. Parigi! La gita più cool fatta con la scuola. Toccava sorbirsi i musei, ma poi… che figata ingozzarsi di croissant e pain au chocolat, fare casino a Les Halles, vagabondare con Sara nel Quartiere Latino!
Modou specifica: Oui, Paris Saint Denis.

Saint Denis… Ah sì, la visita guidata alla cattedrale. Tutti quei sarcofaghi (o sarcofagi, boh?), con i re con gli occhi chiusi e con gli occhi aperti (c’era una spiegazione, ma chi se la ricorda?) e le vetrate… Poi Enrico rivede le viuzze degradate tra la fermata della metro e la piazza tutta linda, l’affollamento di immigrati che non sembravano passarsela troppo bene, le raccomandazioni dei prof… No, Modou non va a Saint Denis per la cattedrale.
Quando sono quasi a Ventimiglia, Enrico butta lì, svagatamente: E se provassimo a passare la frontiera con lui? La Gendarmerie non ci ha mai degnato di considerazione, giusto un’occhiata…

Angela sta per rispondere: Certo, perché siamo bianchi, ben vestiti e abbiamo una macchina più che decente!
Non fa in tempo. Modou sorride con tutti i suoi bianchissimi denti e fa cenno di no con la testa:

– Merci, ça suffit. Je ne veux pas vous causer d’ennuis.
Non vuole metterci nei guai
, traduce Luciano. Gli dà dei soldi, quelli che ha nel portafoglio. Chissà se questa volta ce la farà.
– Bon courage, Modou.
Ripartono, salutandolo con la mano fino alla svolta. Angela bofonchia che non gli hanno neppure chiesto il numero di telefono.
– Voi no, ci ho pensato io.

Enrico posa il cellulare e comincia a canticchiare piano:
Strada facendo, vedrai
Che non sei più da solo
Luciano si gira a guardarlo sorpreso. Strano che la conosca, chissà dove l’ha imparata; lui e Angela non erano nemmeno fidanzati quando è uscita. Ma non si ricorda più le parole. Enrico la cerca su You Tube e canta con Baglioni:
Io troppo piccolo fra tutta questa gente che c’è al mondo
Io che ho sognato sopra un treno che non è partito mai

Alla barriera non c’è coda; un gendarme fa cenno di passare. Tutti bianchi. Allez, vite.

Quando Enrico era piccolo ingannavano la noia del viaggio cantando. E passano, cantando a squarciagola:
Strada facendo, vedrai
Che non sei più da solo
Strada facendo troverai
Un gancio in mezzo al cielo
E sentirai la strada far battere il tuo cuore
Vedrai più amore, vedrai…

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