Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Quella sera a Bologna il freddo lacera la pelle. Piazza Maggiore si erge nella sua bellezza. Archi, torri, colonne, verticalità, ampiezza, prospettiva, luce, Lucio nell’aria.
Le lancette dell’orologio segnano le 22.30. Il tempo è sospeso. Fermo.
La folla di giovani davanti al pub Bevi e taci invita a lasciarti andare. Un luogo caldo e accogliente dove c’erano più bottiglie di alcolici che pareti vuote. Anzi, le pareti stesse erano teche di bevande provenienti da ogni parte del mondo. A colpo d’occhio si vedevano colli di vetro verde, tubi bianchi affusolati di anice siciliano, pance trasparenti di grappa valdostana, bottiglie marroni di tequila o celeste di assenzio parigino. Il tipo dietro al bancone sembrava un minosse moderno, girava attorno a sé con una piroetta sbilenca, spalancava le braccia e con un’occhiata da intenditore suggeriva ad ogni cliente la bevuta giusta.
Sara è lì in mezzo. Corporatura esile, capelli a caschetto, frangia asimmetrica, labbra carnose, occhi di ghiaccio, pelle chiarissima, jeans strappati e chiodo di pelle nera. Fuori è una dark lady, dentro un gelato al sole.
Schiacciata tra sigarette e spinelli fumanti, studenti amanti dei weekend, minigonne e scollature generose, rose e mercanti di amore. Intimidita, quasi chiusa in se stessa, cerca con gli occhi Heléna, la sua coinquilina. Si tira sulle caviglie per scrutare a fondo tutto il locale. Sulle teste solo rumore, voci babeliche, alcool a fiumi, musica rock. Ma lei non c’è.
Heléna ha origini slovacche, alta, bionda occhi glaciali, forme morbide, sicura di sé, forte come una roccia granitica.
Non è aria per lei.
Tira su la lampo del giubbotto, esce fuori.
Di fronte al locale, in sella a una Ducati scintillante un tipo la fissa.
Ricorda poco o niente di lui.
Alto, snello, viso spigoloso, sorriso accennato, jeans griffati, stivali da cowboy con punta allungata. In una parola bello da morire.
Se imbocca via Barberio, due passi e sarà alla fermata 63. Poi dritta a casa.
Avanza, testa bassa e mani in tasca.
– Senti un po’, hai da accendere? – rompe il ghiaccio lo sconosciuto.
Ora mettiamo che Sara avesse risposto “certo!”
Lui poi si sarebbe avvicinato a lei, l’avrebbe guardata negli occhi. Vertigine, vigore, rosso vergogna, scossa, anime, sintonia. Cielo stellato, profumo di felicità. Perfezione.
Lei si sarebbe fermata. Avrebbe sorriso e avrebbero ripreso a camminare insieme.
– Posso darti un passaggio? Avrebbe continuato lui.
Avrebbero percorso il centro storico a velocità sostenuta sulla mitica Monster 1200.
Vento tra i capelli, voci sfasate, vita. Strade, incroci, luci cittadine. Corpi, contatto, calore. Emozioni. Sorpresa.
Il tipo misterioso avrebbe poi osato – e lei non si sarebbe tirata indietro – e l’avrebbe condotta in uno dei posti più romantici della città. La finestrella di via Piella. La magia di una città dentro la città. L’immagine di un canale veneziano incorniciato in un dipinto medievale. Arte, storia passione.
Scesi dalla moto, lei avrebbe spalancato gli occhi di fronte a quel panorama, le mani si sarebbero intrecciate e come Lancillotto e Ginevra, Paolo e Francesca, Gatsby e Daisy si sarebbero lasciati andare ad un bacio morbidissimo che a spiegarlo si sarebbe persa tutta la magia.
Imbarazzo, pausa, timidezza, timore, amore, time out.
Sara lo guarda e risponde: «Bella la tua esca ma non ci casco! Gira alla larga. Ho altro da pensare.» Riprende a camminare, i passi attraversano veloci la piazza, l’anima è squarciata e nelle cuffiette gli Afterhours cantano graffianti Quello che non c’è.
Quella frase risuona come una eco profonda che fa vibrare la sua anima. “La chiave della felicità è la disobbedienza in sé”.
Quelle parole. Quella verità è troppo. Non c’è Helèna, l’incertezza dei primi “ti amo”, gli sguardi, le intese, i loro corpi tra le lenzuola candide di bucato, la sua bocca, i suoi seni, la pelle diafana, i riccioli rossi, il profumo di lavanda, la voce calda, i versi saffici sussurrati all’orecchio. Lei.
No, non si va oltre.
Non c’è il coraggio di amarsi al di là dei pregiudizi.
Non c’è nemmeno più una lacrima.
La passione. L’empatia delle loro anime. Il rischio. Tutto questo non c’è. Riflessione, delusione, silenzio, ancora.
Ha letto da qualche parte che “per vincere devi perdere”.
Lei ha perso. L’ha persa – o forse no. Quando vincerà?
Il piede si è infreddolito. Il sudore si è asciugato sul corpo. Trema come una carpa moribonda lì vicino al laghetto. Si alza. A fatica riprende la corsa.
Il corpo va. La mente è ferma.
Torna alla routine. L’anima resta intrappolata lì, nella profondità dell’acqua.
Nei cerchi perfetti che si allargano fino all’infinito.
Nel tempo che scorre e ritorna ciclico.
Una doccia calda spazza via tutto, in quello che non c’è.
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